BERTINOTTI DETTA LA LINEA E DICHIARA SOSPESO IL CENTROSINISTRA
" «L’opposizione ha bisogno di uomini nuovi»
Bertinotti: vale per Romano come per me. Ridefiniamo il centrosinistra, Veltroni l’ha capito
l’Intervista
Onorevole Bertinotti, non le accade tutti i giorni di essere centrale. «Non lo dico per vanteria: c’abbiamo preso. L’analisi era giusta. Abbiamo capito che la modernizzazione generava le condizioni per la rinascita del conflitto, e abbiamo letto i conflitti nascenti con occhiali diversi da quelli della vecchia stagione; non con i canoni novecenteschi, ma con lo sguardo dei protagonisti dei movimenti».
Questo genera però due obiezioni. La prima è quella di Angelo Panebianco: se la sinistra riformista fa proprie le vostre posizioni, le sarà più difficile vincere e governare.
«È un’obiezione che va presa molto sul serio, ma nasce da un contesto che non esiste più. La stagione dei Clinton, degli Schröder, dei Jospin, del centrosinistra che si illude di piegare la modernizzazione con le regole, è morta. C’è un rimescolamento sia in Europa sia in Italia. Zapatero mette l’economia nelle mani ortodosse di Solbes ma ritira le truppe dall’Iraq. L’altro giorno ero in Sardegna e parlavo con Soru, che vuole liberare l’isola dalle servitù militari e chiudere le basi. Io lo farei in nome del pacifismo, lui lo fa in nome del turismo e della sardità: per vie diverse arriviamo comunque allo stesso sbocco».
C’è poi un’altra obiezione. Se il partito di Prodi si colloca sulla vostra linea, come farete a distinguervi?
«La dialettica tra la sinistra riformista e la sinistra alternativa va costruita su un doppio binario. Da un lato la ricerca di una convergenza, tanto più necessaria quando al governo sono le destre. Dall’altro, occorre rovesciare il rapporto tradizionale tra la politica e i movimenti. Signori devono essere i movimenti; l’alleanza politica deve servirli. Sfideremo i riformisti sul terreno dell’alternativa di società. Quale cambiamento proporre al mondo della globalizzazione e della guerra? I riformisti mi sembrano ancorati all’idea di governare la modernizzazione, arricchendola degli elementi che non contiene: la pace, l’Europa. Noi consideriamo questa ipotesi impraticabile».
Come si tradurrà la differenza nella campagna elettorale? Su quali punti vi smarcherete da Prodi? Sull’economia?
«Dobbiamo spezzare la logica del pendolo, per cui opporsi alla destra significa ripiegarsi sul passato. Quindi: no alla riforma Moratti, ma non per tornare a Berlinguer bensì per ridisegnare la scuola. No alla riduzione delle tasse, sì all’aumento di salari, stipendi, pensioni. Sì alla democrazia dei lavoratori: se gli operai di Melfi possono votare, in una nuova fase di governo occorre che tutti i lavoratori possano votare sul proprio destino».
Veltroni propone un programma comune alle due sinistre. Accetta?
«Veltroni ha compreso la ridefinizione in corso. Un programma comune è un obiettivo forse troppo ambizioso; però questa fase impone la ricerca dell’ossatura di un programma di governo».
A chi le chiede se avremo ministri di Rifondazione lei risponde ancora: «Sono un militante comunista, non ho altro da aggiungere»?
«È una domanda legittima nella politica, è una possibilità che esiste. Dipende dall’esito della ricerca che abbiamo di fronte. Sono ipotizzabili collocazioni diverse, a seconda dell’intensità con cui cercheremo e ci troveremo. Certo, se non riusciamo a formulare insieme un’alternativa vincente, che rappresenti una discontinuità rispetto al ciclo precedente, sarà un bel disastro».
La discontinuità riguarda anche gli uomini? Quando Prodi, nei giorni del Social Forum di Firenze, denunciò la fine del pensiero unico, lei rispose che del pensiero unico aveva partecipato anche lui.
«È una questione che io sento anche su di me. Pensare a una fase nuova significa anche pensare a una nuova classe dirigente. Non deve prevalere la propensione a ripetere, ma a rinnovare. Occorre che il vento dei movimenti si consolidi in una profonda riforma della politica. Ad esempio, se la sinistra alternativa tentasse di federarsi sul modello del Listone, andrebbe dritta verso la sconfitta».
Eppure lei parla come se i partiti alla sinistra della lista Prodi fossero destinati ad aggregarsi. In quale modo?
«L’idea di federare l’esistente, Rifondazione più Comunisti italiani più Verdi eccetera, è ridicola. Mi fa venire l’orticaria. Il Listone manda a dire: dovete votarci perché siamo grandi. Se riproducessimo il loro ragionamento non avremmo alcuna capacità di attrazione, né sui movimenti, né sulle componenti di altri partiti come la sinistra Ds; la quale, senza per questo rivolgere appelli scissionistici, mi pare più in sintonia con noi che con il resto del Listone. Per unire la sinistra radicale in Italia, com’è già avvenuto in Europa, occorre una nuova cultura, una vera operazione politica di rifondazione. Dobbiamo costruire una rete. Rompere la separazione tra politica e movimenti; guardare al sindacalismo e innanzitutto alla Fiom, all’associazionismo e quindi all’Arci, ai cattolici e in primo luogo ai pacifisti. Fare una cosa nuova, non un baraccone o un baracchino di ceti politici».
Ci sarà anche da trovare un accordo con Cossutta.
«L’intendenza seguirà. Il confronto sarà efficace se avrà dignità politica, spessore umano. Un apporto piccolissimo può essere qualitativamente straordinario».
Al vostro ripensamento critico sul comunismo si è unito Pietro Ingrao. Ma le sue parole sono state molto criticate dai lettori del Corriere.
«Temo ci sia stato un fraintendimento. Trovo significativo che un uomo appartato come Ingrao senta il bisogno di confrontarsi con la propria storia».
In America lei voterebbe per Nader o per Kerry?
«Che domanda difficile. Non saprei. Deciderei in base alla loro posizione sulla guerra».
E in Italia? Entrerete nella questione della leadership del centrosinistra?
«Centrosinistra è un termine che andrebbe perlomeno sospeso. Non so come chiameremo le opposizioni, che com’è noto non sono esaurite dal Listone. Loro hanno candidato ripetutamente Prodi. Io continuerò personalmente a preferire ben altro procedimento, ma non ho nessuna obiezione da muovere. Le rotture del passato non si riproducono meccanicamente. Quel che ha detto Prodi a Milano sulla pace conferma che oggi siamo tutti su un altro terreno».
Aldo Cazzullo "
C.V.D.
Saluti liberali




Rispondi Citando
