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Discussione: Polemiche

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    Predefinito Polemiche

    Ci eravamo sbagliati: l’occidente non è stanco, è saggio.
    Un lettore scrive a Eugenio Scalfari (nel magazine di Repubblica). Gli comunica che la decapitazione di Nick Berg è “orribile”, che non ha voluto vederla, ma gli amici gli hanno detto che è proprio “raccapricciante”.
    Aggiunge una sua opinione politica, il lettore.
    Si domanda se coloro che hanno mozzato la testa di Berg “non si rendono conto che con queste efferatezze rafforzano la determinazione di Bush di restare in Iraq fino a quando il lavoro non sarà compiuto”.
    Si domanda perché i compagni che sbagliano “non capiscono che la loro truculenza non ha altro risultato che quello di eccitare in occidente sentimenti di vendetta e quindi di far passare in seconda linea la riprovazione delle torture inflitte ai prigionieri dai militari della coalizione americana”.
    Conclude con un capolavoro di nuova moralità occidentale, questo perfetto occidentale che scrive a Repubblica:
    “Tutto ciò non giova alla causa di un Iraq libero, non giova al passaggio dei poteri all’Onu, non giova alla pace”.
    Fin qui la lettera.
    E Scalfari, che in teoria dovrebbe essere un perfetto occidentale anche lui, se non altro perché ha scritto molti articoli e li ha raccolti
    in un elegante cofanetto, risponde così.
    Ma proprio così.
    Caro lettore, “se gli assassini del giovane Berg fossero
    guerriglieri iracheni combattenti per la liberazione del loro
    paese da truppe occupanti, lei avrebbe ragione di porsi quella domanda che va al di là della barbara disumanità dell’assassinio e si pone il problema del senso politico cui esso mira”.
    Se i cinque boia mascherati fossero miliziani di Moqtada con passaporto iracheno, e non militanti di al Qaida, sarebbe giusto fargli una ramanzina che vada alla sostanza politica della questione e superi il dettaglio della “barbara disumanità dell’assassinio”; sarebbe giusto spiegargli che le decapitazioni rituali sono un errore politico perché, come aggiunge Scalfari
    “recano un danno incalcolabile alla causa di un Iraq libero e pacificato, restituito a un governo degli iracheni”.
    Avete letto bene: lo scopo comune di “un Iraq libero e pacificato” non si raggiunge con quei mezzi, e bisogna che gli incappucciati lo capiscano bene.
    Glielo spiega Scalfari, che al termine della risposta si definisce
    “saggio”.

    Le foto paranoidi mostrano il contrario di quel che gli attribuiscono i benpensanti dell’ideologia umanitaria.
    Il Manifesto spalma su tutta la prima pagina l’immagine di una carceriera di Abu Ghraib, ripresa dall’irreprensibile rete americana Abc, mentre sporge il suo visino liscio e pulito, sorridente nello spirito del souvenir, sul cadavere in ghiacciaia di un prigioniero morto. La ragazza porta guanti di gomma, e alza il pollice in segno di compiacimento, spera che la fotina sia venuta bene, che venga fissato un momento magico della sua vita e della sua carriera militare a uso famigliare (fidanzato, genitori, piccini).
    Se non avessimo abbandonato in modo devastante ogni tipo di logica, immolando il ragionamento sull’altare del cosiddetto sentimento umanitario, ci domanderemmo semplicemente: ma questo è l’ultimo anello di una catena di comando che ha origine in Bush e Rumsfeld, che passa per i generali Sanchez e Abizaid, con l’aiuto della Cia o della Dia (gli spioni del Pentagono)?
    O è più credibile che simili delicatezze e smancerie appartengano a un’altra catena di comando, quella delle perversioni e nevrosi dello spirito, logiche di branco e di gruppo che richiedono la doppia assistenza di una corte marziale e di una marziale psichiatria clinica, con accompagnamento di qualche spunto di filosofia morale? Gli Stati sono capaci di tutto, anche quelli democratici, e in guerra gli eserciti sono una proiezione della forza e dell’orrore: ma davvero la posa e la recita scolastica della cattiveria sorridente sono il prodotto di una direttiva che viene dall’alto?
    La vogliamo credere, anche questa?

    Torture: un argomento assente in Parlamento è il seguente. Non solo il centro sinistra ha chiesto il ritiro unilaterale dell’Italia
    dall’Iraq, ma lo ha fatto con una decisiva aggravante. Il pretesto è il caso delle torture.
    Di lì l’accelerazione.
    Di lì il disconoscimento portato anche all’Onu, al suo brokeraggio per la transizione. Anche persone che avrebbero la testa sulle spalle sono partite di lì, ragionando e argomentando nel club della buona gente, sui giornali, in televisione, nei comizi elettorali. Se ne deduce che bisogna lasciare l’Iraq perché l’occidente ha perso la faccia e l’onore, perché l’esportazione della democrazia e la cacciata di Saddam, alla quale un anno e mezzo fa sono stati fatti ipocriti inchini, ha in realtà rivelato una equazione tra occidente e dittatura, tra noi e il regime della tortura.
    E’ una scelta di notevole importanza, a pensarci bene.
    L’abbandono della logica e la sua consegna all’ideologia umanitaria comporta questo: la tortura come legge, quella di Saddam o dei mozzorecchi terroristi, è la stessa cosa moralmente della tortura contro la legge, degli abusi degradanti sui prigionieri scoperti, investigati e sanzionati dall’esercito americano, discussi e messi sotto accusa da liberi Parlamenti e libera stampa in tutto il mondo, e specie negli Stati Uniti.
    Dobbiamo andarcene perché siamo risultati eguali al regime che abbiamo abbattuto, andarcene nel disonore.
    A nessuno è venuto in mente di segnalare questa aggravante. Che è fondata sull’idea, questa sì una caricatura inconsapevolmente elaborata del pensiero dei neoconservatori, che la democrazia sia un paradiso, sia la perfezione della morale individuale e di gruppo, sia un modello di fine della storia e di inveramento del bene; quando è ovvio, al contrario, che nella democrazia, anche nella democrazia armata che porta la libertà a un paese, si può annidare l’orrore della guerra, della brutalità, della violenza.
    Con quell’unica decisiva differenza: un metodo per sanzionare e circoscrivere, per limitare l’orrore, rifiutarlo, allontanarlo da sé.
    Un elementare paradosso dice che proprio il caso delle torture dimostra che in Iraq è stata esportata la democrazia, perché nel paese della tortura per la prima volta la gente si è accorta che la tortura è una violazione assoluta del codice cui si attiene la forza “occupante”.
    Ma l’ideologia umanitaria non accetta i paradossi, che sono pur sempre una componente della esecrabile logica.
    Procede per immagini, è tragicamente televisiva e patinata, si organizza intorno a un principio di comunicazione che procede dalla “saggezza” dell’occidente.
    Forse anche un po’ dalla sua stanchezza mentale.

    Sondare gli iracheni, e scoprire che considerano occupanti gli angloamericani (all’89 per cento, se non andiamo errati).
    Paul Bremer ha pagato un istituto per avere questo risultato. Immaginatevi la telefonata del sondaggista che arriva in una casa di Tikrit o di Samarra o di Najaf, immaginatevi la risposta della società civile irachena. Immaginatevela. A parte l’uso stitico e inefficace della forza in Iraq, è un’altra dimostrazione del fatto che la guerra, anche quella di liberazione, è sempre più uno strano animale un po’ stanco.
    Ma che cosa significa “sondare gli iracheni”?
    Vi rendete conto dell’assurdo?
    Devi conquistare un paese che esce da trent’anni di inferno alla stabilità e a una qualche forma di regime rappresentativo, devi farlo con la forza e la politica, fai la guerra per imporre un comando stabile e la sicurezza.
    Devi conquistare un paese, spiegargli chi ha vinto e chi ha perso, aprirgli un futuro con un atto di amore e di sacrificio e di brutalità (questo è quel tipo di guerra, per definizione), e poi cominci con la surrealtà dei sondaggi?

    L’Onu in Iraq c’è sempre stata. Ha gestito l’embargo e il programma oil for food per molti anni (come, ancora non si è capito bene).
    Ha gestito le ispezioni sulle armi non convenzionali.
    E’ stata prescelta come il teatro del grande talk show mondiale “guerra sì, guerra no”, e ha inchiodato per mesi ai suoi tempi la decisione politica e militare.
    Si è volatilizzata per le tre settimane dei combattimenti contro Saddam, per via del veto francese (che significava una sola cosa: fate pure la guerra, ma senza l’Onu).
    Poi è subito tornata con Vieira de Mello, e l’hanno cacciata i terroristi distruggendo il suo quartier generale.
    Ma subito dopo (settembre dell’anno scorso) l’amministrazione americana è tornata all’Onu.
    Nuova risoluzione per la fine dell’embargo e l’autorizzazione, anzi la richiesta di contributo militare e in denaro per la ricostruzione dell’Iraq (la 1511).
    Da sempre in Iraq siamo in compagnia dell’Onu, e lo schema della transizione a partire dal 30 giugno è noto da novembre dell’anno scorso, e Lakhdar Brahimi sono mesi che precisa il suo piano.
    Ora nuova risoluzione, nomina di un governo eccetera.
    E’ solo un appunto, un promemoria per gli “svoltisti”.

    saluti

  2. #2
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    Predefinito La forza

    Il primo dei sei discorsi con cui, da qui al 30 giugno, George W. Bush spiegherà agli elettori la sua visione del nuovo Iraq, s’è tenuto ieri notte all’Army War College di Carlisle, in Pennsylvania, oltre che in diretta televisiva su Cnn, Fox, Msnbc e C-Span. Bush ha dovuto confutare l’idea che l’Amministrazione non sappia che cosa sta accadendo in Iraq, accusa che ormai gli imputano quasi tutti, dai Democratici ai neoconservatori come Robert Kagan.
    Contemporaneamente, americani e inglesi hanno presentato la bozza di una nuova risoluzione delle Nazioni Unite che dovrà dare legittimità al nuovo governo iracheno, alla cui formazione sta lavorando l’inviato di Kofi Annan a Baghdad, Lakhdar Brahimi.
    Ma i dubbi sulla strategia americana sono sul campo, in Iraq, con la clamorosa vicenda di Ahmed Chalabi, l’esule iracheno prima favorito e ora accusato di essere una spia iraniana, e con il nodo mai risolto della guerriglia scatenata dalle brigate Mahdi di Moqtada al Sadr e dell’insorgenza armata nel triangolo sunnita.
    La grande novità della dottrina Bush, elaborata dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001, era racchiusa in poche parole: l’America non avrebbe fatto più differenze tra gruppi terroristici
    e Stati che li finanziano, che li ospitano, che li proteggono.
    Eppure l’eccezione non è soltanto l’Arabia Saudita, ma anche la cittadina irachena di Fallujah, l’enclave nel triangolo sunnita rimasta fedele a Saddam.
    A Fallujah, come in moltissime altre città irachene, le truppe angloamericane non sono mai penetrate, né durante le operazioni militari che l’anno scorso hanno portato alla caduta del regime, né nelle ultime cinque settimane quando i seguaci del dittatore hanno ripreso la guerriglia armata.
    C’è chi dice che l’errore strategico di non essere entrati a Fallujah sia imputabile all’improvvisa decisione turca, l’anno scorso, di negare l’accesso alle truppe americane dal nord.
    A quell’errore, ormai riconosciuto da tutti, non è stato ancora trovato rimedio. E ogni giorno che passa una soluzione armata diventa sempre più difficile. “L’eccezione Fallujah” alla dottrina Bush ha creato parecchi guai, non solo militari ma anche politici. I partiti sciiti e curdi sono grandi alleati dell’Amministrazione Bush che li ha liberati da Saddam e dall’oppressione subita dalla minoranza sunnita che guidava l’Iraq.
    Anche le autorità religiose sciite, come al Sistani, partecipano al processo democratico. Ora però i più fedeli alleati della guerra di liberazione cominciano a sospettare delle reali intenzioni americane, dopo che l’Autorità provvisoria di Paul Bremer ha deciso di consegnare Fallujah a un ex ufficiale dell’esercito di Saddam iscritto al Baath. Sciiti e curdi temono che se nel paese passasse “il modello Fallujah”, i sunniti potrebbero tornare al potere. Come ai tempi di Saddam.

    La debolezza dell’azione militare
    L’esempio Fallujah, tra l’altro, si sta diffondendo non solo tra i sunniti. La guerriglia antiamericana tenta ovunque di ripetere quel tipo di successo, cioè combatte e poi si rifugia dentro le città, perché sa che gli americani non vogliono affrontare una vera e propria battaglia.
    Anzi succede che, come a Fallujah, si affidano a un leader sunnita, magari legato al vecchio sistema di potere, per imporre una tregua. Trovato l’accordo, gli americani mollano la presa e la guerriglia ricomincia più forte di prima. La stessa cosa avviene nel sud sciita, dove Moqtada al Sadr fa liberamente le sue conferenze stampa dentro le moschee delle città sante assediate dalla coalizione.
    Domenica gli americani lo hanno circondato a Kufa ma, come in precedenza, attaccano senza affondare, perché temono che uccidere al Sadr possa trasformarlo in un martire.
    William Kristol e Lewis Lehrman hanno spiegato sul Washington Post di domenica che gli obiettivi del passaggio dei poteri e delle elezioni non potranno essere raggiunti se non sarà garantita agli iracheni una adeguata sicurezza:
    “Per ottenerla occorre una decisa operazione militare contro le insorgenze armate che cercano di impedire la nascita di un governo iracheno”.
    Bisogna, dunque, “distruggere” le milizie “che si oppongono alla transizione pacifica. Fallujah deve essere conquistata e ai terroristi deve essere impedito di trovare rifugio nelle città”.
    Solo in questo modo, hanno scritto Kristol e Lehrman, “un Iraq sovrano, con l’assistenza militare americana e di altri, sarà in grado di affrontare la sfida della ricostruzione politica”. ed economica”.
    Dipartimento di Stato e Pentagono oggi preferiscono una soluzione soft. Secondo Michael Ledeen, analista dell’American Enterprise Institute, l’Amministrazione è tentata dal perpetuare ovunque il “modello Fallujah”.
    A pochi mesi dalle elezioni americane, la Casa Bianca non vuole aprire altri fronti pericolosi sul piano della guerra mediatica che già sta perdendo. Eppure, fin qui, le tregue si sono dimostrate effimere, perché i guerriglieri non vengono neutralizzati, anzi acquistano coraggio, la popolazione perde fiducia e l’iniziativa militare passa nelle mani dei terroristi.
    Il pericolo è evidente: rimettendo al governo delle città la leadership sunnita, la coalizione rischia di perdere il consenso sciita, specie quello decisivo fornito dall’ayatollah Sistani.
    “Se perdiamo Sistani, perdiamo l’Iraq”, ha scritto sul Weekly Standard Reuel Marc Gerecht, il quale ha consigliato ai funzionari dell’Amministrazione di chiedersi sempre quale potrebbe essere la reazione di Sistani prima di prendere qualsiasi decisione.
    William Safire, sul New York Times di ieri, ha raccontato che la vera guerra tribale non è tra sciiti, sunniti e curdi, ma tra Pentagono, Cia e Dipartimento di Stato.
    Al Pentagono sono troppo indeboliti dallo scandalo delle torture per poter imporre la mano forte contro la guerriglia, la partita quindi si gioca a Foggy Bottom, dove gli arabisti del Dipartimento di Stato sono influenzati dai leader sunniti dell’Arabia Saudita, dell’Egitto e della Giordania che a Baghdad vorrebbero un baathista sunnita come garanzia per la stabilità del paese.
    Le mosse del sunnita Lakhdar Brahimi rientrano in questo schema.
    Secondo Safire, Robert Blackwill, che è l’inviato di George Bush in Iraq, ha imposto a Paul Bremer di accontentare tutte le richieste di Brahimi. Si deve a una precisa richiesta del diplomatico algerino la decisione di chiedere l’aiuto dei leader sunniti per pacificare Fallujah, così come la scelta di rigettare la politica di de-baathificazione del paese presa da Bremer pochi giorni dopo il suo insediamento a Baghdad e affidata ad Ahmed Chalabi.
    L’ex favorito di Washington, peraltro, è l’uomo politico iracheno che più di ogni altro l’estate scorsa si era battuto per convincere gli americani a entrare a Fallujah per fare piazza pulita dei nostalgici del regime. Anche l’improvviso alt posto da Bremer all’inchiesta irachena sullo scandalo Oil for food dell’Onu, gestita ovviamente da Chalabi, risponde alla logica di accontentare Brahimi, il quale si sta barcamenando tra le posizioni dei vari partiti politici per trovare gli otto iracheni che occuperanno i posti chiave del nuovo Iraq post 30 giugno. Gli americani vorrebbero Adnan Pachachi alla presidenza, ma ci sono da riempire anche le caselle di primo ministro, dei due vicepresidenti e dei ministri della Difesa, degli Esteri, delle Finanze e del Petrolio. Secondo Chalabi gli americani dovrebbero sconfiggere militarmente i nostalgici, i terroristi e gli avversari della democrazia e affidare subito agli iracheni la responsabilità del proprio paese:
    “Il piano Brahimi, Bremer, Blackwill fallirà”, ha detto. Ma la sera prima era a cena con Brahimi e gli altri leader iracheni.

    Christian Rocca

    saluti

  3. #3
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    Predefinito Ve lo ricordate.....

    ....questo?

    “Sbaglia chi pensa che l’Onu possa sostituire l’America e guidare il paese alla stabilità”.

    Hans Blix (intervista alla Stampa, 24 maggio)

    saluti

 

 

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