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Discussione: Ossezia

  1. #21
    SENATORE di POL
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    LO SPECIALE

    UNA CANDELA ALLA FINESTRA PER SOLIDARIETA' CON I BIMBI DI BESLAN

    MOSCA - Oggi si svolgono i primi funerali delle vittime dell'ecatombe di Beslan. Ieri l'ultimo bilancio parlava di almeno 330 morti (la meta' bambini), ma oggi una dipendente dell'obitorio di Vladikavkaz, il piu' grande ma non l'unico dell'Ossezia del nord, ha detto all'Afp che in quella morgue fino a ieri sera erano stati contati 394 morti.

    Centinaia di persone sono ancora ricoverate negli ospedali di Beslan e di altre citta', mentre i parenti disperati scorrono le liste scritte a mano dei pazienti vivi o corrono agli obitori per cercare di identificare i morti. Stamattina, la televisione locale parlava ancora di 260 persone tuttora mancanti all'appello.

    Cerimonie speciali in onore dei morti si terranno in giornata nelle chiese ortodosse di tutto il Paese, mentre le autorita' hanno decretato per domani e martedi' due giorni di lutto nazionale.
    NUOVI RACCONTI, A TU PER TU CON LA FEROCIA

    Nel cuore della notte dell'altro ieri e' arrivato, inatteso, nella cittadina osseta anche il presidente Vladimir Putin che ha visitato alcuni degli oltri 700 feriti ricoverati negli ospedali e ha svolto una riunione. Putin ha denunciato la ferocia di un terrorismo che colpisce ''i bambini'' e ha ripetuto che l'assalto di ieri delle teste di cuoio non sarebbe stato un blitz preordinato, ma un tentativo di salvare il salvabile, la risposta obbligata al fuoco aperto dai sequestratori su ostaggi in fuga.
    ESPERTI RUSSI RESPINGONO CRITICHE, ERA EMERGENZA

    L'estremo atto di pieta' di ''una tragedia orrenda'', come l'ha definita lo stesso presidente russo Vladimir Putin, che si e' rivolto oggi alla nazione con un sofferto messaggio video all'indomani della battaglia che ha messo fine nel sangue al sequestro dei quasi 1.200 dannati, in maggioranza bambini, della Scuola numero 1 della cittadina osseta.
    PUTIN, NON CEDERE A RICATTO E UNITI VINCEREMO

    Una battaglia durata ore, tra i reparti speciali russi e il commando terrorista ceceno-arabo, in un inferno di paura, fuoco, pallottole ed esplosioni. E che si e' conclusa con la liberta' per alcune centinaia di fortunati, ma anche con la morte di almeno 330 persone, tra le quali circa 160 bambini, secondo l'ultimo dato reso noto dal portavoce del governo locale osseto Lev Dzugaiev.
    LE LACRIME E I DUBBI DEI FAMILIARI DUBROVKA

    Un bilancio sconvolgente, aggiornato di ora in ora, fino a far breccia nelle iniziali reticenze delle fonti ufficiali. Ma che potrebbe peraltro crescere ancora, tenuto conto che negli ospedali - tappezzati di liste di feriti dietro le quali si accalcano parenti allo stremo delle forze e delle emozioni - restano 448 persone (248 bambini) una settantina delle quali in condizioni gravi. E questo senza contare che 260 persone che avrebbero potuto in teoria essere nella lista degli ostaggi non sono state ancora rintracciate con certezza (ma potrebbero essere tornate nelle loro case o aver fatto perdere le tracce).

    Sul destino dei terroristi, tra i quali sembra confermata la presenza di una decina di 'arabi', le voci continuano a rincorrersi sulla scia di notizie contraddittorie. Il loro numero era stato indicato dapprima a piu' di 30 (tra cui almeno due donne votate alla morte). Poi il viceprocuratore generale russo Serghiei Fridinski ha affermato che non erano piu' di 26 e che sono stati tutti ''eliminati'': smentendo quindi informazioni secondo le quali tre sembrava fossero stati catturati vivi e altri quattro si fossero dileguati.

    Una circostanza, quest'ultima, che aveva acceso gli animi tra i cittadini di Beslan e gli osseti in generale, ripiegati sul dolore in queste ore e pronti a grandi gesti di solidarieta' umana - raccontano testimoni sul posto - ma decisi anche in qualche caso a farsi giustizia da soli: come confermano l' episodio del presunto linciaggio di un sospetto sottratto alla polizia e i raduni di gente armata intenzionata a dare la caccia a complici e basisti, che secondo talune ipotesi investigative avrebbero preparato la strada ai sequestratori fin dai mesi scorsi, riempiendo la scuola di armi ed esplosivo nel corso di lavori estivi di manutenzione edile dell'edificio.

    Edificio destinato a essere abbattuto, si e' appreso oggi, quasi a voler cancellare la memoria di una strage che non potra' essere dimenticata.

    Sulla lista nera del bagno di sangue entrano intanto anche 10 uomini delle teste di cuoio russe, cadute nel caotico assalto di ieri. Una assalto non premeditato, ha ripetuto Putin in persona, precipitatosi nel cuore della notte nella cittadina per visitare alcuni feriti (la Russia intera ''piange e prega con voi'', ha detto loro) e per presiedere una riunione operativa. Ma soprattutto per rispondere ancora una volta ai sospetti sul blitz: coltivati piu' all'estero che in patria, peraltro.

    Mostrandosi turbato come mai prima nei suoi oltre quattro anni al Cremlino, il presidente ha denunciato la ferocia di un terrorismo che si accanisce su ''bambini indifesi'' e ha ribadito che l'azione degli Spetznatz non sarebbe stato un blitz programmato, ma solo il tentativo disperato di salvare il salvabile, la risposta obbligata al fuoco aperto dai sequestratori su ostaggi in fuga.

    ''L'impiego della forza non era stato pianificato, gli avvenimenti hanno avuto sviluppi troppo rapidi, con modalita' inaspettate'', ha sottolineato Putin.

    Prima di ripartire, ha quindi ordinato la chiusura di tutte le linee di confine dell'Ossezia del Nord, Repubblica autonoma russa circondata da altre inquiete terre caucasiche. Un provvedimento cautelativo volto forse anche a scongiurare il pericolo di un ritorno di fiamma del conflitto interetnico tra gli osseti e i vicini ingusci (etnia di appartenenza, a quanto pare, di alcuni dei terroristi del commando di Beslan): un conflitto che all'inizio degli anni '90 provoco' qualche migliaio di morti e che la guerriglia islamica cecena avrebbe ora tutto l'interesse a riaccendere.

    Tornato a Mosca, Putin ha poi lasciato al ministro degli esteri Serghiei Lavrov la polemica con la presidenza di turno olandese dell'Ue sulle ''spiegazioni'' chieste alla Russia e respinte come ''sacrileghe'' da Mosca. Da parte sua, il presidente ha preferito rivogersi dagli schermi tv a una nazione prostrata dai fatti di Beslan dopo la doppia esplosione-kamikaze dei Tupolev, il 24 agosto, e l'ultimo attentato suicida ceceno a Mosca, martedi' scorso. Una nazione che Putin ha invitato all'unita', per ''non cedere al ricatto di un terrorismo'' che ha dichiarato ''guerra totale alla Russia''. E mira a ''smembrarla''.


    05/09/2004 11:00
    "
    http://www.ansa.it/fdg02/20040905110...100163648.html

    Shalom!!!

  2. #22
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    Predefinito Ossezia e il....

    ….terrore

    Mosca. Soltanto nel tardo pomeriggio hanno cominciato a filtrare le prime stime ufficiali degli ostaggi trattenuti fin dal mattino nella scuola di Beslan, in Ossezia del nord, da un gruppo imprecisato di terroristi, un commando di una ventina di persone.
    Si tratterebbe di 132 bambini delle prime classi e di trecento adulti riuniti per la “giornata del sapere”, la festa con cui i russi celebrano il primo giorno di scuola dei loro figli.
    La dinamica dei fatti è incerta: tre auto incendiarie sarebbero state lanciate contro la scuola, dopodiché gli assalitori ne avrebbero preso possesso a mano armata (sette morti e quattro feriti ritrovati nel pomeriggio negli ospedali).
    I terroristi poi avrebbero indossato la cintura di esplosivo tipica degli attentatori suicidi e avrebbero sistemato alcuni bambini contro le finestre come scudi umani.
    Tra minacce e ostacoli frapposti alla distribuzione di generi di prima necessità, il primo contatto con i sequestratori è stato stabilito soltanto in serata.
    La Federazione si è ritrovata colpita mentre tutte le misure di sicurezza erano attivate al massimo livello in seguito all’attentato ai Tupolev e alla donna suicida lanciatasi tra i passanti alla stazione Rizhskaya della metropolitana di Mosca, ma anche in concomitanza con la “giornata del sapere”, che da più parti era stata segnalata come una ricorrenza a rischio.
    Troppo tardi si è capito che probabilmente le dieci vittime della Rizhskaya sono il prezzo pagato a una manovra diversiva per distogliere l’attenzione dal gruppo che – separatamente, a piedi e con mezzi di fortuna – stava convergendo in Ossezia del nord. Una strategia mirata con cui al Qaida e la misteriosa brigata al Islambuli hanno quasi nulla a che spartire.
    Lo spettro dello jihadismo, che si nutre dei contatti tra il comandante ceceno Shamil Basaev e alcune organizzazioni legate a bin Laden, torna utile al presidente russo Vladimir Putin, che incassa così la solidarietà occidentale, com’è successo martedì a Soci con Germania e Francia e come accadrà oggi ad Ankara.
    Ma la denuncia del terrorismo islamista non spiega questa offensiva dell’indipendentismo ceceno e caucasico, frutto della ritrovata unità di azione, dopo mesi di incomprensioni, tra l’anima fondamentalista di Basaev e quella “laica” del presidente in clandestinità, Aslan Maskhadov, che ha passato l’estate a spiegare che i piani di scontro con la Russia si sarebbero moltiplicati fino a raggiungere il cuore della Federazione. Maskhadov ha quindi accettato il ricorso al terrorismo, subordinandolo all’allentamento da parte di Basaev dei rapporti con le centrali dell’islamismo e al ritorno esplicito alle rivendicazioni legate all’indipendentismo caucasico.
    Il sequestro di Beslan si lega a filo doppio all’incursione in Inguscezia del 21 giugno scorso. Anche allora la preoccupazione era quella che dei fantomatici “ceceni” arrivassero in forze a Baghdad per unirsi alla “guerra contro i crociati”.
    Invece un gruppo di uomini di Grozny e di ingusci ha attaccato di sorpresa obiettivi civili e militari della piccola Repubblica caucasica. Oggi si suppone che i terroristi della scuola siano ancora una volta ceceni e ingusci, coordinati dal comandante in campo Doku Umarov sulla base di un piano messo a punto da Maskhadov e Basaev.
    Come in giugno e con gli stessi obiettivi: mostrare la compattezza del fronte dei combattenti in Cecenia e destabilizzare il Caucaso del nord, ufficialmente “pacificato” dagli inizi del 2003.
    Difficile dire quanto e se durerà il patto tra le due anime dell’indipendentismo di Grozny, patto mediato con i vari tejp, i clan storici, da Maskhadov, inseguito senza fortuna dai servizi di sicurezza russi.
    Finché regge ha comunque una forza politica che preoccupa il Cremlino. Putin potrebbe essere costretto a cedere e a indire quella conferenza sull’esempio “afghano” che trova consensi anche in occidente.
    Oppure potrebbe irrigidirsi e, in tal caso, finirebbe con il dimostrare tutta la sua durezza a una popolazione civile che alla fine boicotterebbe il progetto di normalizzazione confidato al neoeletto presidente di Grozny, Alu Alkhanov.
    Entrambe le ipotesi vanno a vantaggio degli indipendentisti.
    Nessuna delle due si confà a Putin.

    da il Foglio del 2 settembre

    saluti

  3. #23
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    Predefinito Russia al tempo....

    …del terrore

    Mosca. In Russia regna un’atmosfera di guerra.
    Tutto è cominciato una settimana fa, a Mosca, con un’esplosione a una fermata dell’autobus. I moscoviti non ci hanno fatto molto caso: poteva trattarsi di un atto vandalico.
    La città si era dimenticata che le serie di attentati precedenti erano cominciate con una sorta di preavviso. Ma quando il 28 agosto sono caduti due aerei con 90 persone a bordo, tutti hanno capito che si trattava di atti terroristici, benché il governo avesse intenzione di far credere a una disgrazia tecnica.
    Si nutriva la speranza che la catastrofe aerea fosse legata alle presidenziali in Cecenia e quindi, passate quelle, la situazione si sarebbe calmata. La ragazza-kamikaze che si è fatta saltare vicino alla stazione del metro Rizhskaya ha provocato rabbia e una sensazione di fragilità.
    Quando alle 9.00 del 1° settembre, primo giorno del nuovo anno scolastico, si è sparsa la notizia della presa in ostaggio di studenti, genitori e insegnanti in una scuola dell’Ossezia del nord, i russi hanno subito concluso che si trattava di un’offensiva terroristica.
    Non c’è panico, ma la paura è evidente.
    Non è il numero delle vittime a fare impressione, 10 morti e 51 feriti a Mosca, 120-150 ostaggi a Beslan, piccola città osseta.
    I russi sono sotto choc perché è la prima volta che sono sequestrati bambini.
    Ancora ieri pareva impossibile.
    Cinque atti terroristici in una settimana sembrano ai russi una guerra.
    Lo dicono commentatori e personalità intervistate alla radio Eco di Mosca; lo sostiene uno dei dirigenti della capitale russa, Vladimir Platonov; è il termine usato dal presidente della Duma, Boris Grizlov.
    Il ministro della Difesa Serghey Ivanov qualifica gli ultimi eventi usando la stessa parola: “In realtà ci è stata dichiarata una guerra, anche se il nemico non si fa vedere e la linea del fronte non esiste”.
    Tuttavia se è una guerra, fino a che punto la Russia è preparata? Tutti si rendono conto delle difficoltà.
    Gli abitanti di Mosca si chiedono se la capitale è difendibile: una metropoli con un milione di musulmani e la facilità, per gli estremisti islamici, di reclutare persone tra migliaia di immigrati illeciti. E’ controllabile il viavai di più di un milione di nuovi arrivati al giorno? Quanto è affidabile la polizia, giudicata corrotta?
    I telespettatori appena due giorni fa hanno potuto vedere un reportage di un giornalista che ha accompagnato un camion carico di meloni dalla città di Astrakan fino a Mosca: a ogni checkpoint della polizia l’autista doveva pagare una tangente, dopodiché era libero di passare.
    La conclusione che ne deriva è che se i terroristi avessero pagato avrebbero potuto portare a Mosca anche la bomba atomica. Un’inchiesta condotta dal canale Tvc ha rivelato umori assai critici nei confronti dei funzionari di Stato chiamati a garantire la sicurezza dei cittadini.
    A molti russi il termine “guerra” non piace.
    Sarà pure una guerra. Ma non è soprattutto una definizione comoda agli addetti ai lavori per giustificare la propria inconsistenza?
    Non si insiste sul carattere internazionale del terrorismo per liberarsi da ogni responsabilità?
    Sono molte le voci che chiedono il controllo della società sui servizi speciali e le dimissioni di Nikolay Patruscev, capo del Fsb. Anche negli ambienti in linea con il Cremlino si coglie la stessa insoddisfazione.
    Il commentatore Nikolay Uljanov, sostenitore della politica di Putin, è intervenuto nel dibattito con critiche dure.
    Il modello da seguire, secondo il giornalista, sono gli Stati Uniti che non per caso dopo l’11 settembre non sono mai stati attaccati: l’esperienza americana prova, insiste Uljanov, che il nemico invisibile può essere combattuto.

    su il Foglio del 2 settembre

    saluti

  4. #24
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    Predefinito Italia al tempo....

    ….del terrore

    Milano. Ansar al Sunna, l’ala più estremista di Ansar al Islam che ha trucidato due giorni fa i dodici ostaggi nepalesi, ha un avamposto anche in Italia.
    A Cremona, anzi a Paderno Ponchielli per l’esattezza.
    Un paese di millecinquecento anime, circondato da casolari e pianure, dove vive Laagoub Abdelkader.
    Secondo gli inquirenti, è lui il curatore della “filiale” italiana dell’organizzazione terroristica che opera nel triangolo sunnita in Iraq. Ex bibliotecario della moschea di Cremona, è un cittadino di origine marocchina. Discepolo di Ahmed Bouali, (scomparso dopo l’11 settembre e ritenuto l’ideologo italiano del Gruppo combattente marocchino che ha firmato le stragi di Casablanca e di Madrid), il suo nome è apparso più volte nelle indagini giudiziarie che riguardano i mujaheddin d’Italia.
    A partire dal 1998, quando è stato arrestato all’interno dell’operazione antiterrorismo Atlante perché trovato in possesso di manuali di al Qaida con istruzioni tecniche per costruire ordigni esplosivi e lanciarazzi.
    Nel febbraio del 2004 è stato fermato nuovamente, su richiesta della procura di Brescia, perché nella sua abitazione, priva di telefono e collegamento a Internet, è stato rintracciato un floppy disk che conteneva le immagini e le rivendicazioni di 285 attentati compiuti in Iraq.
    In particolare le sequenze e le dichiarazioni dei kamikaze che l’11 novembre del 2003 si sono immolati per uccidere sette agenti dei servizi d’informazione spagnola e alcuni agenti segreti canadesi di cui non si conosceva ancora la scomparsa.
    E’ stato allora che i magistrati hanno scoperto che la rete di Ansar al Islam, nata nel 2001 nel Kurdistan per volontà del mullah Krekar e parzialmente smantellata dopo l’invasione americana, aveva subito una mutazione genetica.
    A Cremona, dove i militanti di Ansar al Islam vivevano, pregavano e inviavano sia soldi sia combattenti in Iraq, sono state trovate le prime tracce dei partigiani sunniti.
    Nel floppy disk di Abdelkader infatti non c’erano soltanto i fotogrammi dei cadaveri straziati dai kamikaze, ma anche il manifesto programmatico dell’ala più oltranzista dei fondamentalisti curdi in cui, dal giugno del 2003, si annunciava una nuova tappa del jihad:
    “Colpire gli occidentali e aiutare i fratelli iracheni”, spiegava uno sceicco rivolto ai suoi adepti e ripreso dalla telecamera.
    “Adesso c’è Ansar al Sunna: ammazzare è obbligo, terrorizzare è legge”.
    Prima del suo arresto, Laagoub Abdelkader frequentava la moschea di Cremona. Dove, grazie all’intensa attività dell’imam Mourad Trabelsi, si era formato un gruppo di estremisti che progettavano un attentato alla metropolitana di Milano e al Duomo di Cremona.
    Sventato, secondo gli inquirenti, grazie alle rivelazioni di un pentito. Pedinato dai poliziotti della Digos, Abdelkader si recava ogni settimana in visita alla moschea di Varese, dove incontrava due “fratelli”.
    Uno di loro aveva un nome che oggi non si dovrebbe dimenticare. Si chiamava Majid Zergout e apparteneva alla cellula spagnola che avrebbe compiuto la strage di Madrid l’11 marzo del 2004. Ed è probabilmente durante uno di questi viaggi che Abdelkader ha ricevuto il floppy disk con le immagini e le rivendicazioni degli attentati dell’esercito sunnita.
    Tre giorni dopo il suo arresto, è stato rilasciato dal Tribunale del riesame. Il suo avvocato è riuscito a dimostrare che, nonostante non possedesse un computer, Abdelkader aveva preso da Internet le immagini degli attentati contenuti nel floppy disk e a smontare gli indizi raccolti dalla procura sulla sua appartenenza ad Ansar al Sunna.
    Ora Laagoub è un uomo libero, anche se monitorato in continuazione da poliziotti e carabinieri che lo considerano una pedina importante del fondamentalismo radicato in Italia. Composto da ex militanti di Ansar al Islam che sono confluiti nell’esercito sunnita per diversificare la rete dei gruppi presenti in Italia che gravitano nell’area di al Qaida e cambiano in continuazione sigla per sfuggire al controllo della Polizia.

    da il Foglio del 2 settembre

    saluti

  5. #25
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    Predefinito Francia al tempo...

    ….del terrore

    Parigi. Non c’è chiarezza sui mandanti e le motivazioni del rapimento dei due giornalisti francesi, secondo quanto scrive il settimanale satirico francese Le Canard enchaîné.
    A finanziare l’Esercito islamico in Iraq, secondo il giornale, sarebbero membri della famiglia reale saudita, che appoggerebbero il gruppo, composto da sunniti radicali wahhabiti, per spingere a una “libanizzazione” dell’Iraq.
    I sauditi vorrebbero così impedire una normalizzazione del paese che porterebbe inevitabilmente al potere la maggioranza sciita, spostando l’equilibrio nella regione a favore dell’Iran.
    La conferma, secondo il Canard, verrebbe indirettamente dallo stesso ministro degli Esteri francese, Michel Barnier, che nella sua attuale tournée diplomatica in medio oriente si sarebbe
    “dimenticato” di fare scalo in Arabia Saudita.
    Il giornale avrebbe saputo da fonti dei servizi che la richiesta dei rapitori, l’abrogazione della legge sul velo, non sarebbe che uno schermo “comodo e forse provvisorio”, utile per dissimulare la vera ragione di quella che in realtà è una ritorsione di al Qaida contro la Francia che non sarebbe affatto “neutrale”, avendo partecipato attivamente alla ricerca di Osama bin Laden in Afghanistan.
    Il ministro della Difesa, Michèle Alliot-Marie, lo scorso 22 marzo, ha rilasciato un’intervista al settimanale l’Express affermando che militari francesi del Comando delle operazioni speciali (Cos)
    “hanno potuto effettivamente contribuire” alla localizzazione dello sceicco. Lo stesso settimanale, in un articolo del 5 aprile, scriveva che in Afghanistan i Cos e gli uomini della Dgse, i servizi francesi,
    “eccellono, a differenza degli americani, nel trattamento delle fonti umane”.
    Le informazioni, si legge, “provengono da una missione, effettuata da metà febbraio a inizio marzo, dal consigliere del ministro della Difesa incaricato delle operazioni speciali: il generale Philippe Rondot”.
    Uno specialista che in Libano, durante la guerra civile, contribuì a far liberare giornalisti e diplomatici francesi rapiti dalle diverse fazioni. Più recentemente in Sudan, nel 1994, Philippe Rondot è riuscito a catturare Carlos, uno dei terroristi più ricercati del mondo. E’ lo stesso Rondot, che voci non confermate e non smentite indicano essere in Iraq per cercare di salvare i due francesi.
    Non va dimenticato quanto detto a febbraio dal numero due di al Qaida, l’egiziano Ayman al Zawahiri, che aveva attaccato la Francia designando la legge sul velo come “un nuovo segno della crociata di odio che gli occidentali conducono contro l’Islam”.
    Le ultime informazioni sui due giornalisti rapiti rendono ancora più intricata una vicenda già abbastanza complessa.
    Pare ci sia confusione anche sull’ultimatum, che avrebbe dovuto scadere martedì sera, secondo un comunicato diffuso lunedì da al Jazeera.
    Ma secondo quanto affermato martedì da Amr Moussa, segretario generale della Lega araba, che non ha precisato l’origine dell’informazione, la dilazione concessa dai rapitori non sarebbe in realtà di 24 ma di 48 ore.
    Sempre martedì al Arabiya sosteneva che la liberazione dei due era imminente. Meno di due ore dopo l’informazione veniva contraddetta dal Consiglio degli ulema iracheni, che hanno annunciato di “non essere riusciti a stabilire un contatto diretto con i rapitori”.
    “Considerando la gravità della situazione – ha detto il portavoce del Consiglio, Mohammed Bachar a Faidi – e tenendo conto del fatto che l’ultimatum arriva al suo termine, temiamo che tutto questo finisca con l’esecuzione degli ostaggi”.

    da il Foglio del 2 settembre

    saluti

  6. #26
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    Predefinito Ci sarà un prezzo....

    ….da pagare

    Roma. “La Francia stia ben attenta a non arrendersi: ci sarà un prezzo da pagare, ed è Israele che rischia di pagarlo”. L’ambasciatore israeliano a Roma, Ehud Gol, manifesta al Foglio tutto il suo disprezzo per l’annuncio di Hamas che chiede ai terroristi iracheni di liberare i due giornalisti francesi e, nello stesso giorno, rivendica l’attentato a Beersheba, in cui 16 israeliani sono stati uccisi e centinaia sono rimasti feriti:
    “Hamas è come il figlio che ha ammazzato il padre e poi, davanti al tribunale, chiede pietà perché è orfano – dice l’ambasciatore –
    Da un lato compie attentati terroristici e dall’altro li condanna.
    Continua ad assassinare innocenti e poi ostenta uno spirito moderato. Hamas non ha chiesto la liberazione dei francesi perché crede nel valore della vita, ma perché la loro uccisione potrebbe danneggiare l’appoggio dei francesi, e dell’Europa, ai palestinesi”.
    Secondo Gol, nel mondo arabo ora prevale un senso di vergogna di fronte alla vicenda dei due ostaggi francesi:
    “Lo Stato che non ha mandato soldati in Iraq, lo Stato che si identifica di più, tra i membri dell’Unione europea, con la posizione araba, lo Stato che sostiene Yasser Arafat più di qualsiasi altro paese, lo Stato che ha mandato il suo ministro degli Esteri a incontrare il presidente palestinese alla Muqata per dare un segnale contro Israele, lo Stato che si è mostrato sempre favorevole al mondo arabo si trova ora sottomesso alle imposizioni dell’islam radicale. Non c’è prova migliore di questa per capire che è inutile fare concessioni e arrendersi al terrorismo”.
    Gol sostiene che chi è permissivo oggi si troverà un prezzo più caro da pagare domani:
    “Spero dal profondo del mio cuore che i due possano essere liberati, ma il danno ormai è fatto. I francesi capiranno che le concessioni portano a un ricatto sempre maggiore”.
    A chi sostiene che la politica estera francese ha comunque allungato i tempi dell’ultimatum l’ambasciatore risponde:
    “Si può paragonare l’attuale strategia araba con la politica da sempre fatta dai palestinesi alle Nazioni Unite: condannano Israele in modo radicale e feroce, pieno di odio e di ostilità, e poi, per ottenere un consenso maggiore, sono pronti a fare concessioni per accontentare l’occidente, ma comunque sempre contro il nostro diritto a difenderci. Anche in questo caso le minacce sono radicali, la Francia è sotto pressione: il governo si attiva, il ministro degli Esteri si presenta in tre giorni in tutte le capitali del mondo arabo, arriva a chiedere pietà ad Amr Moussa, il segretario della Lega araba, e cosa fa il mondo arabo, nella sua politica estrema di ricatti continui? Prima si presenta nel modo più radicale che ci sia, poi ci chiede di ringraziarlo per essere diventato più moderato, perché ci aiuta a salvare due innocenti”.

    L’umiliazione dell’alleato più fedele
    Per Gol, il mondo arabo sta umiliando il suo alleato più vicino:
    “La Francia, che rappresenta i paesi arabi da sempre, è oggi in ginocchio davanti a loro. Spero veramente che riesca a liberare i suoi ostaggi, ma è comunque in ginocchio”.
    Non aiuta certo l’immagine di Parigi il fatto che organizzazioni terroristiche, come Hamas, si mettano al suo fianco:
    “Ecco il paradosso della Francia: non ha partecipato al conflitto iracheno e poi si sottomette alle pressioni dei paesi arabi. E’ questo il pericolo per tutto il mondo libero”.
    L’ambasciatore non s’illude: anche se gli ostaggi saranno liberati, la Francia ha perso comunque:
    “Ci sarà un ricatto politico e chissà quale sarà il prezzo che Israele potrebbe pagare in seguito all’eventuale rilascio. Parigi non potrà migliorare le sue relazioni con Israele una volta che si sia arresa a questi ricatti”.
    Gli sforzi che la Francia fa nel mondo arabo non sono, secondo Gol, il segnale di una fine politica estera che soltanto Parigi può permettersi, ma il rischio di un ricatto più alto in futuro:
    “Se la Lega araba può salvare questi due giornalisti perché non si è mossa per salvare altri innocenti? La verità è che non fa nulla per fermare davvero il terrorismo. Perché non si sente una voce chiara contro il terrorismo palestinese da parte del mondo arabo moderato? Il terrorismo è sempre terrorismo: quando è contro di noi, quando è contro 12 nepalesi o due francesi. E contro il terrorismo si deve combattere e basta. Non si può dialogare con chi ci ammazza nel modo più feroce che esiste”.
    Gol conclude con una nota di speranza:
    “Domani il terrorismo islamico potrebbe arrivare a chiedere le dimissioni del presidente Chirac: che cosa farebbe allora la Francia? Spero che capisca che arrendersi al terrorismo è un gioco pericoloso, che potrebbe portare a pagare un prezzo sempre più alto”.

    da il Foglio del 3 settembre

    saluti

  7. #27
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    Predefinito La notizia en....

    ….passant

    Roma. Nel primo giorno di scuola senza velo in Francia l’opera meritoria per liberare i due giornalisti francesi rapiti dall’Esercito islamico in Iraq si arricchisce di alcune novità enfatizzate e di alcune nascoste o dette soltanto “en passant”.
    Dopo la fermezza ostentata dal presidente Jacques Chirac, il ministro dell’Educazione nazionale di Parigi, François Fillon, giustamente, invita i presidi a un’applicazione soft e tollerante della legge che vieta il velo e gli altri simboli religiosi nelle scuole pubbliche (e che è l’oggetto del ricatto dei terroristi iracheni che ne chiedono l’abolizione).
    Così alcune ragazze forse sono potute andare a lezione con il hijab, perché difese, a dovuta distanza e ovviamente a loro insaputa, dall’Esercito islamico.
    Altro segnale d’apertura parigina: si discute se aggiungere un giorno di festa per le fedi non cristiane al calendario scolastico.
    E si sprecano elogi e autoelogi alla Francia leader del dialogo col cosiddetto islam moderato, lo stesso per intenderci che fino a pochi giorni fa chiedeva a gran voce l’abolizione della legge sul velo arcivoluta dall’arco costituzionale parigino.
    Si sprecano però gli “en passant” sulla notizia che anche Hezbollah, Hamas, jihad islamico, Moqtada Sadr e lo sceicco Qaradawi hanno chiesto la liberazione dei due ostaggi perché francesi, giustificando l’opportunità di una simile scelta con l’interesse a non pregiudicare un’alleanza quantomeno di fatto e d’interesse tra una parte dell’islam radicale e armato e la diplomazia di Chirac.
    Perché non si dice e magari anche non si elogia il fatto che la Francia è leader nel dialogo con i terroristi, visto che ne raccoglie la solidarietà, anche se non richiesta?
    Le Figaro evita questo tipo di elogio ma al tempo stesso enfatizza – dopo aver criticato “le ironie” della stampa inglese (Times e Daily Telegraph in testa) su una presunta qual dolcezza dello stesso Chirac nei confronti del ricatto dell’Esercito islamico – sulle divisioni italiane attorno all’operato del governo nel tentativo di salvare la vita di Enzo Baldoni.
    Il giornale francese sottolinea inoltre che molti nostri commentatori “ammirano lo slancio nazionale (francese, ndr) per reclamare la liberazione dei due giornalisti”.
    Le Figaro ha però un timore: il fatto che “gli islamisti radicali rinfaccino a Parigi la sua politica antiterrorista e il suo impegno militare in Afghanistan” potrebbe essere un fattore tragico.
    Non si danno i nomi (ce ne sono?) di questi “islamisti radicali”, ma qualche riga dopo si fanno i nomi di Hamas, Hezbollah e Fratelli musulmani egiziani, che hanno condannato il rapimento, definendoli appena appena “integralisti”. “Caso unico”, aggiunge le Figaro.
    Già, caso unico. Perché è unico lo spiega un reportage bello quanto un romanzo del Nouvel Observateur, ovviamente ripreso ieri da Repubblica: militanti (armati) dell’Esercito islamico discutono di un sequestro che ha molto il sapore di un mezzo errore.
    “E’ una strategia sbagliata quella di uccidere i francesi: sono nostri alleati, nostri amici”, dice uno di loro.
    E un altro aggiunge:
    “Non li uccideremo. Ci è piaciuto il tono di Chirac. Parla con dolcezza dei musulmani, non come gli italiani che sono intransigenti”.

    Un romanzo, appunto
    Che Repubblica rafforza con un editoriale di Bernard Guetta il quale si chiede: come battere il terrorismo?
    Risposta: le democrazie occidentali “devono tenere a freno i nervi” (come ha fatto finora Chirac opponendosi all’intervento in Iraq), devono “risolvere i conflitti attuali anziché moltiplicarli” (e se è il caso, meglio andarsene subito dall’Iraq) e “isolare gli estremisti islamici rispetto ai popoli arabi e i terroristi dai militanti islamici”.
    Sì, ma come?
    SentenziaGuetta:“Privare il terrorismo dei suoi punti d’appoggio”. Punto.
    Ma Hamas che si spende per la Francia subito dopo avere fatto una strage in Israele è una banda di terroristi che pensa di non trovare punti di appoggio in Europa?
    E Moqtada che ha lasciato 200 morti fatti a pezzi nei sotterranei di Najaf?
    Visto che fiancheggia il buon Chirac che si oppone al cattivo Bush, per l’Unità è buono anche lui.
    E i 200 morti? Un dettaglio.
    Anche perché “altre fonti sostengono che il numero dei cadaveri è molto inferiore alla cifra di duecento”. Attenuanti generiche.

    da il Foglio del 3 settembre

    saluti

  8. #28
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    Predefinito Non è più il....

    …Kgb

    Mosca. Nikolaj Patrushev dirige l’Fsb, il servizio di sicurezza russo, dall’estate del 1999, dal giorno in cui il suo amico Putin, compagno di carriera nel Kgb, lo designò da neopremier alla successione sulla prestigiosa poltrona.
    Riuscirà forse a superare le difficoltà di questi giorni, anche perché nessuno troverà il coraggio di mettere le mani sul vertice dei Servizi mentre questi reggono le fila di quanto accade nella scuola di Beslan in Ossezia del nord.
    Ma la sfuriata che Putin ha riservato mercoledì a Patrushev all’aeroporto di Mosca dove il presidente, per la seconda volta bruscamente di ritorno da Soci, ha convocato la prima riunione per fare il punto sulla situazione dei quasi 400 ostaggi (132 bambini) è stata memorabile.
    Lo si è visto ieri, quando i servizi hanno cominciato finalmente a comporre il quadro d’insieme dell’attacco dell’indipendentismo caucasico.
    I tasselli non erano poi così complicati.
    Fin da lunedì i servizi di sicurezza sapevano che erano in programma azioni clamorose, soprattutto a Mosca, e che da Grozny, ad agosto, era partito, alla volta del territorio della Federazione russa, un numero imprecisato di donne suicide, forse una dozzina.
    Tre sono le attentatrici dei Tupolev e della stazione Rizhskaya della metro della capitale, una si aggira ancora per le vie moscovite, due sono attivamente ricercate, con tanto di foto segnaletiche diffuse, a Rostov sul Don. Non si sa dove si nascondano le altre, ma Patrushev ha capito che il loro ruolo è collegato a quanto accade a Beslan: devono cioè impedire che un’eventuale ripetizione dello schema applicato al teatro Dubrovka nell’ottobre 2002 resti senza immediata risposta. Questa ricostruzione ha confermato Putin nel sospetto che in realtà i sequestratori in azione in Ossezia non siano una squadra indipendente ma rispondano a ordini di cui restano in continua attesa all’interno di un’operazione più complessa del semplice assalto alla scuola.
    E lo ha convinto della necessità di seguire una linea diversa rispetto a quella di due anni fa, mantenendo l’accentuazione sul carattere internazionale della vicenda, da cui deriva l’appello all’Onu, e l’impegno a salvaguardare la vita degli ostaggi (che i sequestratori, ufficialmente separati dal mondo, hanno salutato con la liberazione di 26 tra donne e lattanti).

    La scarsa reattività e i troppi impegni
    Resta il problema della scarsa reattività dei Servizi che, malgrado i segnali provenienti dalla Cecenia, hanno dimostrato di non saper interpretare le informazioni a disposizione e di non aver saputo far fronte ad almeno due degli incarichi che Putin aveva assegnato all’Fsb: studiare un nuovo sistema di sicurezza per il trasporto aereo e penetrare nell’imprendibile tessuto abitativo di Mosca.
    In realtà a luglio la questione era già stata sollevata.
    Un decreto di ristrutturazione dell’Fsb ha rafforzato il peso politico dell’organizzazione, limitandosi però ad aggiustamenti di dettaglio e a una ridistribuzione delle competenze che ha rievocato in molti l’immagine del vecchio Kgb.
    Cosa ancor più grave, nell’Fsb sono state incorporate alcune altre autorità di sicurezza che non hanno gradito l’assoggettamento di fatto e hanno cominciato una sorda resistenza che rende assai meno efficiente l’organizzazione.
    Forza delle coincidenze: il decreto è stato salutato da un attentato, fallito ma inquietante, ai danni del presidente ad interim ceceno, Sergej Abramov.
    Putin ha di che riflettere.
    Per necessità ha spostato gli uomini migliori dei servizi in posizioni cruciali dell’Amministrazione: si pensi soltanto al presidente dell’Inguscezia, Marat Zjazikov, ufficiale dell’Fsb che sfida quotidianamente gli indipendentisti ceceni di cui è bersaglio privilegiato. Ma questo ha indebolito l’organizzazione, cui spetta anche un compito di supplenza del ministero dell’Interno.
    Forse i costi cominciano a essere troppo alti.

    da il Foglio del 3 settembre

    saluti

  9. #29
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    Predefinito L'alibi

    Roma. L’appello al dialogo con l’islam moderato come arma principale contro il terrorismo fondamentalista (lo hanno lanciato,
    tra gli altri, Romano Prodi e Luciano Violante) non convince affatto il politologo Gian Enrico Rusconi. Quel richiamo gli sembra un alibi, semmai, per eludere la domanda su cosa fare per combattere davvero i seminatori di morte e di ricatto:
    “Si sta rivelando vano l’argomento sempre avanzato dai critici della guerra: l’affidamento all’islam cosiddetto moderato, ragionevole, autenticamente religioso, in grado di creare
    l’alternativa al fondamentalismo.
    In realtà finora questo islam moderato si è rivelato straordinariamente elusivo e impotente, a livello di ceti sociali,
    di opinione pubblica, di Stati organizzati”.
    Questo ha scritto ieri Rusconi sulla Stampa, e con il Foglio rincara la dose. Dice che
    “parlare del dialogo è un modo per dire che non si può far nulla per affrontare la situazione. E’ un appello vano, che arriva soprattutto dal centrosinistra, ma non solo. Allora chiedo: che
    cosa si è fatto finora? All’Egitto, alla Libia, che cosa abbiamo
    chiesto? La strada politica da percorrere non riguarda solo chi oggi è al potere, ma anche l’opposizione. Prodi, che invoca il dialogo, che tipo di iniziative propone in concreto?”.
    Rusconi si dice naturalmente convinto dell’esistenza di
    “un islam con cui dialogare. Basta guardare alla Francia, dove la comunità musulmana locale sta reagendo bene. Ma io penso agli Stati. Penso al Marocco, all’Algeria, all’Egitto, paesi che a loro volta sono oggetto di atti terroristici. Paesi, tra l’altro, con i quali intratteniamo ottimi rapporti. Ma che cosa facciamo per ottenere da loro qualche risultato in più nella guerra al terrore?”.
    E’ necessaria, afferma Rusconi,
    “una pressione su questi paesi, armi legittime per poterla esercitare e per impedire che essi continuino a essere le retrovie del terrorismo, il terreno di coltura in cui gli integralisti si muovono indisturbati”.
    Ecco perché, prima di rifugiarsi nell’illusione del dialogo con l’islam moderato (“ma perché, c’è qualcuno che lo boicotta?”), sarebbe necessario un incontro solenne,
    “una conferenza degli Stati attaccati dall’integralismo terrorista, per concertare una politica comune, e una comune posizione nei confronti dei paesi islamici moderati che si defilano quando si tratta di condannare il terrorismo. Abbiamo due vie da percorrere. La prima è quella di far fruttare i buoni rapporti che singoli Stati hanno con il mondo arabo, come è il caso di Spagna o Francia. La seconda è l’assunzione di responsabilità dell’Unione europea, che finora sulla questione ha latitato, e che invoca l’assenza di competenze per continuare a non fare nulla. Se le inventassero, le competenze, perché non ha senso che l’Europa si confronti in ordine sparso con la sfida terroristica”.
    Finora, i rapporti privilegiati coltivati da alcuni paesi con il mondo arabo sono stati usati solo per ottenere una immunità “privata”. Rivelatasi, oltretutto, abbastanza illusoria, come nel caso francese.
    Rusconi dice di sapere bene
    “quanto possa essere difficile costruire quasi da zero una politica comune su un tema come quello della lotta al terrore fondamentalista. E’ una strada difficile, siamo d’accordo, e bisogna sapere che non sarà né gradevole né facile stanare gli Stati islamici moderati per chiedere loro conto delle titubanze, delle coperture, delle ambiguità. Ma se riusciremo a percorrere insieme quella strada potremo far pesare concretamente la nostra insoddisfazione. E se invece non ne siamo capaci, che almeno ci vengano risparmiate le invocazioni rituali sul dialogo con islam moderato”.

    Un appello che lascia il tempo che trova
    Alle stesse conclusioni di Rusconi arriva un altro illustre politologo, il professor Giovanni Sartori.
    Che spiega al Foglio come
    “non si possa confondere l’islam moderato che alligna nelle nostre società occidentali con quello radicato in terra musulmana. Noi possiamo, e anzi dobbiamo, intrattenere rapporti con le comunità presenti nei nostri paesi, ci mancherebbe altro, sia con quelle moderate sia che quelle che vorremmo cercare di moderare. Ma in casa altrui non saprei come potremmo intervenire, e l’appello al dialogo, si è visto, lascia il tempo che trova. Gli Stati islamici cosiddetti ‘moderati’ (anche nel senso che sono a loro volta vittime dell’attacco fondamentalista e terroristico), cercano di sopravvivere, e quindi non condannano mai nessuna azione terroristica. Lo stesso comportamento è seguito dalle loro televisioni e dai loro giornali. Certo – prosegue Sartori – si capisce che con il Marocco si possa dialogare volentieri, e con l’Egitto, e ancora di più con la Tunisia. Ma quei paesi sono, insieme, luoghi di proliferazione del fondamentalismo e suoi bersagli. E allora, acqua in bocca. Non mi pare che il loro problema principale sia quello del dialogo con l’occidente, ma quello di salvarsi, perché spesso sono più in pericolo di noi”.

    da il Foglio del 3 settembre

    saluti

  10. #30
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    Predefinito Germania al tempo....

    ...del terrore

    La madrassa di Bon

    Berlino. “Perché lo Stato non promuove un velo d’ordinanza, che da Land a Land si distingue solo per lo stemma?”.
    A fare la proposta, così scrive la Frankfurter Allgemeine, è stato un serissimo professore universitario, che l’ha lanciata durante la Giornata dei cattolici tedeschi tenutasi il 17 giugno a Ulm.
    In questo modo gli si toglierebbe infatti la sua carica
    “sovversiva”.
    Attualmente sono tre i Länder che hanno già varato una legge con la quale si bandisce il velo in classe e in generale qualsiasi indumento di valenza religiosa (kippa e turbante), eccezion fatta per quello delle suore.
    Si tratta del Baden Württemberg, della Bassa Sassonia e del Saarland.
    Più drastica è invece la legge in fase di discussione del Land di Berlino, che riprende il modello francese: l’allontanamento da tutti i luoghi pubblici di qualsiasi riferimento confessionale.
    A dire il vero, la questione del velo appassiona ancora poco
    l’opinione pubblica tedesca che ha mostrato più interesse per la
    vicenda dell’Accademia re Fahd di Bonn.
    Fondata, nel 1995 dalla famiglia reale saudita e da questa finanziata, l’Accademia ha contribuito in questi anni a dare prestigio alla città defraudata del suo ruolo di capitale.
    Almeno così è stato fino all’autunno scorso, quando l’attenzione è stata attirata da un suo insegnante, che durante la preghiera del venerdì nell’annessa moschea aveva incitato alla guerra santa contro i non musulmani. E così si sono mobilitati oltre alla corte costituzionale, il ministero dell’istruzione del Land Nordrhein-Westfalen e quello degli Esteri.
    Scartata l’ipotesi iniziale di procedere a una chiusura forzata (un provvedimento troppo rischioso per le relazioni diplomatiche, in più a Riad esiste una scuola tedesca) si è, invece, avviata una massiccia campagna di “dissuasione”.
    Così a maggio è stata inviata una lettera alle famiglie interessate, sollecitandole a iscrivere i figli per il prossimo anno a una scuola pubblica “ai fini di rendere possibile un’armoniosa integrazione sociale”.
    Alla comunicazione epistolare ha fatto seguito poi un’applicazione rigorosa delle norme che permettono la frequentazione di scuole non parificate, e cioè solo nel caso si tratti di figli di diplomatici o di cittadini stranieri intenzionati a fermarsi per poco tempo in Germania.
    Fino a oggi vi era stata, infatti, una certa generosità nell’accordare il permesso, tanto che l’Accademia conta circa 450 scolari, metà dei quali in possesso della cittadinanza tedesca. Come ammette il primo ministro del Land, l’istituzione dell’Accademia era stata salutata a suo tempo anche perché evitava alle scuole e alle casse pubbliche di doversi accollare il peso e l’onere di insegnanti chiamati appositamente per i bambini arabi.
    Genitori e studenti della Fahd si sono opposti a questo giro di vite, andando a protestare al provveditorato e scendendo in piazza. Ma a poco è servito. Quest’anno non ci sarà nessuna prima elementare e anche nelle altre classi parte degli studenti è dovuta passare alla scuola pubblica.

    Il privilegio di morire sulla strada di Allah
    La severità con la quale si è intervenuti sembra essere giustificata anche dalla relazione stilata della commissione chiamata a esaminare venti testi scolastici adottati dall’Accademia.
    Come riporta la Frankfurter Allgemeine, sotto una cartina geografica dell’Arabia Saudita gli alunni della sesta classe potevano apprendere:
    “Questa è la tua comunità islamica che vanta una gloriosa storia… Il mondo ha avuto molto dalla civiltà e dalla cultura islamica, ma le crociate intrise di odio e fondate sulla meschinità degli ebrei e sul loro tradimento hanno operato in funzione del nostro annientamento”.
    Se ai piccoli della prima elementare si chiedeva di ripetere a memoria: “L’unica religione vera è quella islamica”, “chi infrange le regole del Corano deve aspettarsi l’inferno”, i quattordicenni recitavano in coro “a coloro ai quali Allah dà il privilegio di morire sulla strada di Dio… è riservata una vita futura in Paradiso”.

    su il Foglio del 3 settembre

    allegriaaaaa!
    saluti

 

 
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