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  1. #341
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    La buona volontà non manca.

    di MARZIO LAGHI - Ma neppure le critiche implicite al percorso del governo Prodi. Soprattutto su due punti: pensioni e liberalizzazioni. Il primo incontro pubblico del «Tavolo dei Volenterosi» che si è tenuto ieri al teatro Angelicum di Milano si è concluso con un bilancio positivo e una serie di controproposte nei confronti dell’esecutivo unionista. Sintetizzando, i rappresentanti del tavolo trasversale e bipartisan nato per chiedere modifiche alla Finanziaria (e inviso al grosso della sinistra e della destra) chiedono una nuova riforma delle pensioni, un rinnovamento nella pubblica amministrazione e più concorrenza, unita a un’inversione di marcia verso le liberalizzazioni. Il «convegno» milanese ha visto più di tre ore di dibattito, con gli interventi di economisti e politici, da Marco Pannella (Rnp) a Antonio Del Pennino (Pri); da Bruno Tabacci (Udc) passando per Giorgio La Malfa fino ad arrivare a Michele Vietti (Udc), Antonio Polito (Dl), Luigi Bobba(Dl), Daniele Capezzone(Rnp), Linda Lanzillotta, Nicola Rossi (Ds), Gianni De Michelis(Psi), Franco De Benedetti (Ds), Savino Pezzotta (Dl), Marco Taradash. Tra i tecnici, Alberto Mingardi, Pietro Ichino, Oscar Giannino, Renato Mannheimer e Francesco Giavazzi. L’obiettivo è chiaro: dettare una nuova linea politica al governo, per far diventare - come ha sottolineato Tabacci - «maggioranza nel paese l'idea dell’interesse generale». Perché l’Italia «ha bisogno di riforme e di convergere sulle cose che servono. E oggi persone di estrazione differente convergono sull’idea di impegnarsi senza vincoli di mandato». Il commento di Rossi è ancora più entusiasta: «Sono quasi commosso - ha esordito il deputato Ds, che nei giorni scorsi ha deciso di non rinnovare la tessera del suo partito - Non vogliamo fare un partito nè organizzarci in un movimento: siamo l'espressione di un problema. L'importante è far crescere questo tavolo di confronto ed è un bene che oggi ci siano più volenterosi di qualche tempo fa». Il problema delle pensioni è stato al centro del dibattito. «Una riforma che può cambiare la vita a tanti ragazzi e interviene anche sugli ammortizzatori sociali - afferma Capezzone - C’è bisogno di una fortissima carica simbolica, che assomigli ad una nuova marcia dei quarantamila, e che segni uno spartiacque, un cambio di stagione (un riferimento, al corteo dei quadri Fiat contro il sindacato nel 1980, che a Pezzotta non è piaciuto particolarmente, anche se ha considerato «condivisibile» la proposta di innalzare l'età della pensione ndr) Per quanto riguarda la pensione di vecchiaia, si prevede la parificazione tra uomini e donne (65 anni per entrambi, con aumento spalmato su 5 anni); e quanto alle pensioni di anzianità, si prevede uno scalino aggiuntivo dal 2009, mentre lo scalone non viene toccato». E sull'uguaglianza tra uomini e donne converge anche l’opinione del radicale di sponda opposta Taradash, dei Riformatori Liberali: «Siamo nella fase, per cui è necessario lavorare sull'età pensionabile e sulla parificazione tra uomini e donne. Senza mai dimenticare i problemi che ci frappongono alle riforme: oggi è più di tutti il sindacato, uno di questi problemi, il quale influenza i governi amici e intralcia la volontà di riforma dei governi nemici». Giavazzi ha riassunto nel suo intervento i tre punti all'ordine del giorno: «Siamo di sinistra, è bene ricordarlo fin da subito. Più concorrenza non significa fare gli interessi dei più forti, ma dei più deboli. La concorrenza - ha proseguito il professore di economia della Bocconi e editorialista del Corriere - aiuta l’innovazione, aiuta i giovani a creare nuove imprese. Sono ragionamenti, questi, che dobbiamo far capire alle persone che non vedono di buon occhio la concorrenza, perchè la nostra impostazione è nei loro interessi. È nell’interesse dei notai, degli avvocati, dei taxisti, dei farmacisti. In Italia dobbiamo farlo capire soprattutto alla Pubblica Amministrazione, che deve diventare poi un esempio per tutto il paese». Infine un’ultima preoccupazione: «Dobbiamo stare attenti a cosa sta capitando sopra la nostra testa. Io insisto sui farmacisti, ma guardiamo anche a quello che accade nel mondo finanziario italiano: mi pare che si stia creando un sistema che ha poco a che fare con il mercato e la concorrenza».

    tratto da http://www.iltempo.it/

  2. #342
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    Situazione paradossale
    Al Senato i nodi della politica estera del governo Prodi

    Per descrivere con efficacia il corso dei lavori del Senato sulle comunicazioni del ministro Parisi, non troviamo altra espressione di quella usata dal senatore repubblicano Antonio Del Pennino: "siamo al paradosso". E' successo infatti che l'opposizione, in Aula, ha approvato la relazione del ministro della Difesa, in quanto in essa si sosteneva che l'ampliamento della base statunitense a Vicenza non è solo un fatto locale; e soprattutto che il governo approvava l'ampliamento della base.



    Questo mentre l'Unione metteva in votazione il seguente documento che riproduciamo per intero: "Il Senato, preso atto delle comunicazioni del governo e del dibattito aperto tra le forze politiche e nell'opinione pubblica, impegna il governo a dare impulso alla seconda Conferenza nazionale sulle servitù militari coinvolgendo l'Amministrazione centrale della Difesa, le Forze armate, le Regioni e gli enti locali al fine di arrivare ad una soluzione condivisa che salvaguardi al contempo gli interessi della difesa nazionale e quelli, altrettanto legittimi, delle popolazioni locali".

    Il governo ha espresso parere favorevole a questo documento e respinto quello dell'opposizione. In parole povere il governo ha respinto un ordine del giorno a suo sostegno e dato via libera ad un documento che lo smentiva. La senatrice dell'Ulivo Finocchiaro, entusiasta di questo capolavoro ottenuto grazie alla sua maestria, vanta la tenuta della maggioranza. Non si accorge che questo successo corrisponde ad una disfatta della linea di politica estera del governo sostenuta dal ministro Parisi e annunciata da Prodi. A quale arrampicata sugli specchi si prepari adesso il centrosinistra, non osiamo nemmeno immaginare. Il punto è che la base di Vicenza si amplia o non si amplia. Parisi e Prodi si correggono o si dimettono. O fanno finta di niente e vanno beati incontro alla "Seconda conferenza nazionale sulle servitù militari". Qualunque cosa facciano, non sappiamo sinceramente come possano pensare che in queste condizioni il loro governo venga preso sul serio, non solo di fronte al giudizio degli italiani, ma anche a quello dei Paesi alleati. Soprattutto dopo che, come ha ricordato Parisi, "il presidente del Consiglio ha ritenuto di dover confermare la disponibilità a corrispondere alla richiesta avanzata dagli Stati Uniti". Come c'era da aspettarsi, hanno toccato il fondo.

    Roma, 1 febbraio 2007

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  3. #343
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    ... stamattina il silenzio di Brunik, su tutti i Forum, e' significativo ... e' abbacchiato come un'agnello ... o forse e' impegnato a dar di mano a Prodi a preparare le valigie ....

  4. #344
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    Del Pennino sulla base Usa/Conflitto che ha caratterizzato l'atteggiamento del governo
    E' inutile trincerarsi dietro la scusa degli enti locali

    Riproduciamo la dichiarazione di voto del senatore Antonio Del Pennino (Dc- Pri, Ind- Mpa) nella convulsa giornata di Palazzo Madama che ha visto approvare a maggioranza l'ordine del giorno presentato dalla Cdl sulle dichiarazioni del ministro della Difesa Parisi, giovedì primo febbraio. Come si ricorderà si è registrato il singolare fatto di un ministro appoggiato dall'opposizione e sconfessato dalla sua maggioranza su una rilevante questione di politica internazionale.

    "Signor presidente, i senatori del gruppo Dc - Pri, Indipendenti - Movimento per l'autonomia voteranno a favore delle mozioni presentate dai gruppi dell'opposizione e dell'ordine del giorno presentato dalla maggioranza. Non possiamo non sottolineare il carattere paradossale di quanto sta avvenendo oggi con queste votazioni che vedono rovesciate le posizioni e vedono l'opposizione approvare la scelta del governo, mentre l'ordine del giorno di maggioranza prende solo atto delle dichiarazioni del governo e lo impegna su una serie di temi che non hanno nulla a che vedere con il merito delle questioni che stiamo discutendo e con la decisione che il ministro Parisi ci ha illustrato questa mattina. Questo perché vi è un conflitto esistente all'interno della maggioranza, che è stato confermato dal dibattito. Non a caso il senatore Colombo ha parlato di solitudine del ministro Parisi rispetto alla sua maggioranza ed il Senatore Salvi ha definito la sua esposizione come un'esposizione meramente burocratica. Vi è un conflitto che ha caratterizzato tutto l'atteggiamento del governo in questa vicenda, un atteggiamento contraddittorio, evidenziato proprio dalla ricostruzione precisa dei fatti che è stata svolta questa mattina dal ministro Parisi. Dalla sua esposizione è emerso che non esistevano accordi segreti del precedente governo che vincolassero le decisioni dell'attuale esecutivo, che quindi era responsabilità di quest'ultimo il pronunciarsi a favore o contro l'allargamento della base di Vicenza e che non era stato precostituito dalla maggioranza precedente alcun parere favorevole del Comune di Vicenza o del comitato paritetico della Regione, perché questi pareri sono arrivati, rispettivamente, nel giugno 2006 e nell'ottobre 2006, cioè quando era già in carica l'attuale Governo.

    E' chiaro che il tentativo di trincerarsi dietro alla scelta degli enti locali – con quell'improvvida dichiarazione del presidente Prodi che ha detto "chi sono io, sindaco di Vicenza?" come se questa fosse materia di competenza comunale – maschera una contraddizione sulle decisioni che riguardano la continuità della nostra politica estera, dei nostri rapporti con gli Stati Uniti e non l'eredità del precedente Governo, né possono essere evase rifugiandosi nelle competenze locali.

    E' di tutta evidenza come il ricercare una via di fuga dalle responsabilità che spettavano al governo è una strada che non poteva essere percorsa e alla fine il governo ha dovuto assumersi le sue responsabilità, evidenziando il conflitto che divide questa maggioranza, che non è tra chi vuole mantenere una linea di fedeltà alla politica tradizionale di solidarietà euroatlantica e al sistema di alleanze del nostro Paese e chi invece risente di un antiamericanismo ideologico. Non si tratta infatti solo di un giudizio negativo sulla politica del Presidente Bush, ma di un antiamericanismo ideologico che ritiene esprimersi con il no all'ampliamento della base militare di Vicenza, per poi mascherarsi dietro la dichiarazione di voler interpretare il sentimento delle popolazioni locali. In realtà dietro questa dichiarazione c'è solo il tentativo di coprire le contraddizioni di questa maggioranza su un tema cruciale per il nostro Paese, quale quello della politica estera. Una maggioranza incapace di una coerente linea di politica estera è una maggioranza che il nostro Paese non merita".



    tratto dal sito del Partito Repubblicano
    http://www.pri.it


  5. #345
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    Vicenza/Nucara: fa bene Berlusconi a chiedere dimissioni Prodi

    'A nostro avviso il chiarimento politico c'e' stato nel momento stesso in cui il ministro della Difesa porta in aula una proposta del governo e la sua maggioranza non l'appoggia. E' tutto molto chiaro tanto che il capo dello Stato avrebbe detto, da quello che apprendiamo, che cosi' non si va avanti.

    Cio' autorizza pienamente il leader dell'opposizione a chiedere l'apertura della crisi di governo'. Lo sottolinea in una nota il segretario del Pri, Francesco Nucara, sul caso Vicenza, a margine della direzione nazionale del Pri, in cui e' stato deciso che il Congresso si terra' a Roma dal 30 marzo al 1 aprile.

    Roma, 2 febbraio 2007 (Adnkronos)

    tratto da http://www.pri.it

  6. #346
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    Quirinale preoccupato
    Si dubita che ci siano ancora le condizioni per andare avanti

    Il presidente del Consiglio, all'indomani del voto del Senato che ha visto sconfitta la sua maggioranza sull'ipotesi di ampliamento della base militare americana a Vicenza, ha detto di ritenere necessario un chiarimento politico.

    A nostro avviso il chiarimento politico c'è stato, tale per il quale il ministro della Difesa porta in Aula una proposta del governo e la sua maggioranza non l'appoggia. E' chiarissimo. Tanto che ci è impossibile capire quale compromesso sia raggiungibile su questioni così nette e dirimenti che non offrono particolari zone d'ombra o soluzioni abborracciate in cui ripararsi.



    La base statunitense si amplia o non si amplia. In Afghanistan si resta e si combatte o ci si ritira. Si affronta il terrorismo internazionale, come si dovrà fare anche in Libano, o ci si volge da un'altra parte. E' già chiaro quindi che questa coalizione non è in grado di prendere decisioni condivise in proposito e, ahilei, non può procrastinarle all'infinito, perché i tempi su tali questioni sono stretti ed operativi.

    Se questa difficoltà non fosse di per sé tale da autorizzare il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, a chiedere le dimissioni immediate del governo, si aggiunge un altro episodio ad aggravare la situazione. Quello per cui l'opposizione sostiene - al contrario della sua maggioranza - la proposta e le intenzioni, eccellenti, del ministro della Difesa ed il governo, attraverso un suo sottosegretario, è costretto a rifiutare tale sostegno.

    L'onorevole Intini, pur consapevole della paradossalità della situazione, infatti ha detto che il documento approvato dal Senato e presentato dalla Cdl non era una cosa seria. Ciò significa che il governo non ritiene serio un documento passato a maggioranza a suo favore. Il governo avrebbe comunque una maggioranza parlamentare che lo sostiene nei suoi propositi e a questa dovrebbe rivolgersi per andare avanti. Preferisce invece ricercare l'intesa con la minoranza che è stata sconfitta e non lo sostiene. Una scelta che in condizioni normali significherebbe di fatto la fine del governo. Tanto è vero che il Capo dello Stato avrebbe detto, stando a quello che leggiamo dai giornali, che "così non si va avanti". Non sappiamo quanto tempo possa occorrere, ma ci pare arduo pensare che ad un dato momento non si debbano trarre le conclusioni di tutta questa incredibile - e mai registrata nella storia della Repubblica - confusione.

    Roma, 2 febbraio 2007

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  7. #347
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    Draghi al Forex
    Dal Governatore linguaggio felpato, coraggio indiscutibile

    di Gianfranco Polillo

    Mario Draghi, nel suo intervento al Forex del Lingotto, ha dato corpo ai fantasmi che agitano da tempo la maggioranza di governo. In Italia, ha detto, il carico impositivo è eccessivo: penalizza famiglie ed imprese che assolvono al loro dovere fiscale.

    L'intervento sulle pensioni è improcrastinabile, se si vuole garantire la sostenibilità del sistema. Ed infine le banche: devono ridurre i costi per la clientela e realizzare una governance più trasparente. Parole sante. Che confermano una posizione che il PRI sostiene da tempo. Gli ha risposto Vincenzo Visco, dichiarandosi d'accordo. Ed è questa la vera notizia. Perché i comportamenti del Governo sono andati finora in una direzione opposta, come dimostra l'ultima legge finanziaria. Resta, pertanto, un problema: capire se il vice ministro, folgorato sulla via di Damasco, ha cambiato idea o si tratti solo di una delle tante forme di trasformismo di cui è punteggiata la strada della politica italiana.



    Il sospetto è d'obbligo. Negli anni del centro destra, Visco ha condotto una battaglia durissima contro l'ipotesi stessa di riduzione del prelievo fiscale. Lo ha fatto come deputato e responsabile del NENS, il centro studi che ha seguito, passo passo, l'attività del precedente governo, criticandone impietosamente i presunti errori. Quelle analisi si caratterizzavano soprattutto per il pessimismo. Le relative previsioni, sempre smentite dalle successive verifiche, indicavano costantemente un deficit di 1 o 2 punti di PIL superiore al reale. E quando i risultati effettivi ne dimostravano l'inconsistenza, la risposta era scontata. I conti erano truccati. Le tecniche della finanza creativa del ministro Tremonti ne occultavano la crisi reale. Seguendo questo schema di ragionamento si è impostata una legge finanziaria ridondante di imposte: l'esatto contrario di quanto auspicato dal Governatore.

    Se Visco ha incassato le critiche con eleganza, non altrettanto ha potuto fare Romano Prodi. Mario Draghi non è stato tenero con il sistema bancario ed i suoi azionisti politici di riferimento. Forte dei rilievi comunitari, ha invitato le banche a ridurre il peso delle commissioni a carico dei risparmiatori. Il costo della tenuta di un conto corrente in Italia è eccessivo: 90 euro contro i 14 della media europea. Antonio Fazio la pensava diversamente. Plaudeva agli utili bancari e criticava la scarsa performance dell'industria.

    Ma l'affondo più esplicito è avvenuto subito dopo. "I gruppi nati dalle concentrazioni – ha detto senza giri di parole – devono dimostrare di essere in grado di ridurre significativamente e rapidamente gli oneri per la clientela, accelerando l'integrazione di strutture prime distinte" Devono cioè, aggiungiamo noi, occuparsi maggiormente del piano industriale.

    Piuttosto che inseguire logiche di potere a metà strada tra l'impegno politico e quello finanziario. Evidente il riferimento alla fusione dell'anno, quella tra Banca Intesa e San Paolo ed all'attivismo di Bazoli, sponsor ufficiale del Presidente del Consiglio.

    Non convince Draghi nemmeno il tentativo di innestare nella governance bancaria il modello dualistico, previsto nel nostro ordinamento, ma mutuato dall'esperienza tedesca. Esso tende a perpetuare l'esperienza delle "realtà bancarie preesistenti". Con il rischio di determinare una "non chiara distinzione dei ruoli e delle responsabilità, con pregiudizio per l'efficienza e la rapidità delle decisioni". Fosse solo questo. A monte di quelle scelte – lo dimostra la cronaca dei giorni della fusione – fu un complesso gioco di equilibri che vide coinvolti i principali leader del centro sinistra, in difesa dei propri rappresentanti nei vecchi consigli d'amministrazione. Ed è questo l'aspetto più sconcertante della vicenda. Draghi ne conosce i retroscena e le equivoche ambivalenze. Vi accenna, con coraggio, nel linguaggio felpato che si addice al suo alto compito istituzionale.

    Roma, 5 febbraio 2007

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  8. #348
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    Afghanistan/Nucara: lettera irrituale ragione di apprensione in più per il governo

    Per il segretario del Pri Francesco Nucara "ha perfettamente ragione il ministro degli Esteri D'Alema nel ritenere "irrituale" la lettera degli ambasciatori sull'Afghanistan ma, se egli ci consente, questa è una ragione di apprensione in più, non certo in meno, che si presenta al governo italiano. Il motivo della lettera degli ambasciatori deriva dal fatto che è molto profonda la preoccupazione per la politica internazionale del nostro Paese, proprio da parte dei nostri principali alleati, Stati Uniti e Gran Bretagna per primi. In particolare sull'Afghanistan, dove la maggioranza di governo è percorsa da una divisione evidente e di non facile ricomposizione, soprattutto dopo il voto del Senato di giovedì scorso".

    tratto da http://www.pri.it

  9. #349
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    La lettera irrituale
    Sull'Afghanistan qualcuno finirà per perdere la faccia

    Ha perfettamente ragione il ministro degli Esteri D'Alema nel ritenere "irrituale" la lettera degli ambasciatori sull'Afghanistan ma, se egli ci consente, questa è una ragione di apprensione in più, non certo in meno, che si presenta al governo italiano. Come è possibile che gli esponenti diplomatici di alcuni importanti Paesi alleati dell'Italia si abbandonino, infatti, a tale irritualità? Non abbiamo dubbi che l'onorevole D'Alema, uomo esperto e dalla raffinata sensibilità politica, si sia posto anch'egli questa domanda. Senza volerci permettere di suggerire una risposta a chi ha la responsabilità di guidare le nostre feluche, avanziamo comunque un'interpretazione che ci auguriamo utile a futura memoria.



    Il motivo della lettera degli ambasciatori deriva dal fatto che è molto profonda la preoccupazione per la politica internazionale del nostro Paese, proprio da parte dei nostri principali alleati, Stati Uniti e Gran Bretagna per primi. In particolare sull'Afghanistan, dove la maggioranza di governo è percorsa da una divisione evidente e di non facile ricomposizione, soprattutto dopo il voto del senato di giovedì scorso.

    Infatti il ministro D'Alema ha avuto la fortuna di trovarsi all'estero, ma il ministro della Difesa Parisi è stato sfiduciato di fatto dalla sua maggioranza. E se è vero che il Senato ha comunque espresso una maggioranza su una mozione di sostegno al ministro, è altrettanto vero che un sottosegretario dello stesso ministero dell'onorevole D'Alema si è sentito in dovere di respingere tale mozione a favore del governo. Questo episodio, nella sua complessità, è stato tale da allarmare il Capo dello Stato, ponendo un problema politico all'interno della coalizione, tanto è vero che è stato immediatamente convocato un vertice sulla politica estera al fine di un chiarimento.

    In attesa che ci sia questo incontro, vale la pena considerare il merito della questione che ha visto la sconfitta della maggioranza al Senato, e cioè l'espansione di una base statunitense in quel di Vicenza. Ora la particolarità è nel fatto che le basi militari statunitensi sono ben accette in tutta Europa, e nessuno capisce le ragioni per le quali un governo dovrebbe essere contrario alla sua espansione, nel limite delle compatibilità ambientali, che del resto nessuno ha posto in questione. Il fatto che in Italia una maggioranza smentisca il suo governo - favorevole all'ampliamento - è cosa sufficiente a provocare scalpore; e anche parte di quella stessa maggioranza sostiene la necessità di un ritiro dall'Afghanistan. E' vero che l'Italia si è ritirata dall'Iraq. Ma, come si sa, l'argomento è che la missione militare italiana in Iraq non aveva copertura internazionale adeguata, anche se a suo tempo l'Onu l'aveva riconosciuta come umanitaria. Ma visto che, a parte l'Inghilterra, i principali Paesi europei non sono impegnati in Iraq ed il governo italiano vuole essere in piena sintonia con l'Europa (l'Inghilterra è evidentemente considerata cosa diversa), ci si è ritirati. Ma in Afghanistan, come si sa, c'è l'Europa, c'è la Nato, c'è l'Onu, ci sono tutti gli occidentali, per cui per quale motivo volersi mai ritirare? Andrebbe quindi detto che l'irritualità degli ambasciatori corrisponda per lo meno ad uno scompenso della politica estera italiana che si vorrebbe evitare. E, ammessa l'irritualità del corpo diplomatico dei Paesi che hanno inviato la loro missiva, saremmo curiosi di sapere se il governo italiano intende evitare questo scompenso, piuttosto che celebrarlo. Questa la nostra preoccupazione, che speriamo vedere sopita dal prossimo vertice di maggioranza.

    Prendiamo atto volentieri che il presidente del Consiglio ha tenuto ferma la sua posizione favorevole all'espansione della base americana, e, al contempo, con altrettanta fermezza, ribadito la continuità dell'impegno militare in Afghanistan. Ma poiché egli non intende affatto mettere in questione l'attuale equilibrio politico e, anzi, vuole continuare la sua navigazione con lo stesso equipaggio che al Senato lo ha già smentito, ci chiediamo come riuscirà a mantenere dritto il timone, per usare una sua espressione, della guida politica del governo. Non vediamo quale compromesso sia possibile se nessuno, al dunque, perderà la faccia rispetto a quanto ha finora sostenuto, sapendo che il ritiro, o il rimanere a Kabul, insieme non sono compatibili.

    Roma, 6 febbraio 2007

    tratto da http://www.pri.it

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    Se la sinistra si schiera con i violenti

    di Arturo Diaconale

    Il governo di Romano Prodi non ha solo i problemi della politica estera, dei Pacs, delle pensioni e di qualsiasi riforma condivisa dai riformisti ed osteggiata dai massimalisti. Adesso ha anche il problema dell’ordine pubblico e del rapporto tra le forze dell’ordine ed i violenti di piazza o di stadio. La questione è diventata di stringente e clamorosa attualità alla luce delle reazioni di alcuni esponenti dei partiti del centro sinistra e del governo all’indomani degli incidenti avvenuti fuori dello stato di Catania e che sono costati la vita all’ispettore capo di polizia Filippo Raciti. Grazie a queste reazioni, infatti, sappiamo che all’interno della maggioranza esistono tre diverse posizioni al riguardo. Quella di chi si pone senza dubbi ed esitazioni di sorta dalla parte delle forze dell’ordine, delle istituzioni e della difesa delle leggi dello stato, quella di chi si schiera né con lo stato, né con i violenti di piazza e di stadio e chi, infine, sceglie di stare decisamente dalla parte di questi ultimi avallando con le sue parole le scritte incitanti all’odio contro polizia e carabinieri apparse numerose in parecchie città italiane.

    Nessuno contesta il diritto delle diverse componenti della maggioranza governativa ad esprimere giudizi e valutazioni diverse sugli incidenti dello scorso sabato. Se il parlamentare di Rifondazione Comunista Francesco Caruso vuole porre sulle stesso piano l’ispettore ucciso ed i teppisti responsabili della sua morte, è liberissimo di farlo. Così come è pienamente legittimato a proporre non provvedimenti diretti a contenere la violenza di piazza ma ad ingabbiare ed a paralizzare le forze dell’ordine. Lo stesso vale per le affermazioni di Haidi Giuliani, che dopo la morte di Raciti si è espressa contro qualsiasi dichiarazione di solidarietà nei confronti della Polizia. O del sottosegretario all’Economia Paolo Cento che ha ribadito per l’ennesima volta il suo sostegno aperto ed incondizionato al cosiddetto “popolo delle curve”. Il punto non è il diritto di costoro di inseguire il proprio elettorato fatto di estremisti, come è il caso di Caruso e di Cento, o di rimanere fedele ai propri rancori personali. Il punto è di stabilire se queste posizioni sono compatibili con la presenza al governo delle forze politiche rappresentate da tali personaggi. E, quindi, di sapere se la posizione del governo sulle violenze di piazza e di stadio è quella di Caruso, Cento, Giuliani, Rifondazione Comunista, Verdi e Comunisti Italiani.

    O se, invece, è una posizione diversa. E quindi incompatibile con i sostenitori di ogni forma di ribellismo. Anche quello diretto contro il governo di cui si fa parte. Non c’è bisogno di sprecare tante altre parole per sottolineare come il dramma di Catania abbia riaperto nella coalizione governativa la questione mai risolta del rapporto tra sinistra antagonista e violenza. Una questione che o si risolve con una chiara ripulsa della violenza e con la netta condanna di chi la pratica o con l’uscita immediata dal governo di Caruso, Giuliani e Cento e di chi si colloca dalla loro parte.

    tratto da http://www.opinione.it/

 

 
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