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  1. #461
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    Nucara: meglio tornare al voto

    "Con tutto il rispetto, la proposta dell'onorevole Casini di fare una nuova elezione del Senato della Repubblica, ha poco senso. Indipendentemente dalla legge elettorale, si vedrebbe, sulla base dei sondaggi che tutti conoscono, che il Paese esprimerebbe una maggioranza ben diversa da quella della Camera, approfondendo le difficoltà già esistenti". Lo afferma il segretario del Pri, Francesco Nucara. "Se quindi c'è una impraticabilità delle Aule parlamentari con il rischio di una sfiducia dei cittadini per la politica, tale che il presidente del Consiglio lamenta la paralisi e il ministro egli Esteri teme addirittura il travolgimento della Repubblica, bisogna allora far dimettere il governo, sciogliere le Camere e tornare immediatamente al voto".

    tratto da http://www.pri.it

  2. #462
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    Verso il voto: se Tps viene messo “sotto tutela"

    Roma, 21 mag (Velino) - Quella di ieri a Palazzo Chigi è stata una indispensabile “riflessione preventiva”, ma al momento delle scelte “parteciperà tutto il governo, perché è giusto ed è ovvio che la decisione venga presa in maniera collegiale”. All’indomani del vertice sulla destinazione dell’extragettito fiscale, il premier Romano Prodi frena le polemiche sorte tra i settori della maggioranza esclusi dalla riunione di ieri. A protestare con particolare vigore è stata l’estrema sinistra: Comunisti italiani e Verdi hanno minacciato di non votare il Dpef, Rifondazione - per bocca del segretario Franco Giordano - ha lamentato la carenza di “collegialità”. Puntuale è arrivata la rassicurazione del premier. Ma in subbuglio sono anche settori della maggioranza non in sintonia - sul piano della politica economica - con la sinistra massimalista. Il socialista Enrico Boselli solidarizza con gli altri partiti “trattati da spettatori” e offre una chiave di lettura originale: “Più che un vertice di governo, quello di domenica è stato un tentativo, e non so quanto riuscito, di mettere sotto tutela Padoa-Schioppa da parte dei leader del nascente Partito democratico”. Boselli paventa che la chiusura dell’accordo con i sindacati sul contratto con gli statali (rispetto al quale il vertice di ieri avrebbe consentito un deciso passo avanti, anche se sulle cifre non c’è ancora la quadra) dia “il via libera all’apertura di tutti i rubinetti della spesa”. Per il leader dello Sdi, “l’assedio degli spendaccioni al ministro del Tesoro va fermato subito”. Un’analisi non troppo distante da quella che dalle file dell’opposizione è proposta dal repubblicano Francesco Nucara: “Vi è un assalto alla diligenza in piena regola”, denuncia il segretario del Pri, secondo il quale però - e in questo il suo scenario diverge da quello di Boselli - ancora una volta è la sinistra massimalista a insidiare il titolare dell’Economia.

    Nucara si augura
    che Padoa-Schioppa “sappia tenere le sue posizioni che rappresentano l’interesse del paese e se manterrà le sue posizioni - sottolinea l’esponente del Pri - noi lo sosterremo”.
    L’impressione è che la querelle sulla destinazione del “tesoretto” - le svariate priorità indicate ieri da Prodi dopo il colloquio coi due vicepremier e Padoa-Schioppa sembrerebbero confermarlo - risenta del clima pre-elettorale. Dopo la sconfitta in Sicilia, il centrosinistra guarda con timore al voto amministrativo su scala nazionale che si svolgerà domenica e lunedì. Secondo alcuni osservatori (tra gli altri la firma del Riformista Fabrizio D’Esposito), i timori espressi dal vicepremier Massimo D’Alema in merito al nuovo vento dell’antipolitica che spirerebbe sul paese sarebbero anche un modo per “mettere le mani avanti” in vista del voto. Gli occhi di tutti sono puntati in particolare su Verona, dove il centrodestra è rappresentato dal leghista Flavio Tosi. Una vittoria del candidato del Carroccio “avrebbe ripercussioni sul governo e sulla maggioranza”, preconizza un maggiorente del Carroccio come Roberto Maroni, rilevando che Verona “sarebbe la prima grande città del Veneto con un sindaco leghista”. Esecutivo e Unione - messi a dura prova anche dalle divaricazioni sui temi eticamente sensibili e sulla politica estera - fanno gli scongiuri. Ma intanto si infittiscono le voci sulla marcia di avvicinamento del sindaco di Roma, Walter Veltroni, alla competizione per la leadership del Partito democratico e del paese. Ieri D’Alema si è “permesso” di tornare a consigliargli “calma e prudenza”, ritenendo che “questa condizione di candidato predestinato così fortemente sponsorizzato dai giornali lo danneggi moltissimo”. Un suggerimento chissà quanto gradito da Veltroni.

    (Nicholas D. Leone)

    tratto da http://www.ilvelino.it/

  3. #463
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    Predefinito la voce di domani

    si capiscono meglio le preoccupazioni di D'Alema

    Forse si iniziano a capire meglio, per lo meno dopo sver letto i verbali del comandante generale della Guardia di Finanza Roberto Speciali, le preoccupazioni dell’onorevole D’Alema riguardo alla mancanza di credibilità della politica e financo alla possibilità di venire travolti, così come accadde ai tempi della prima Repubblica. Osserveremmo solo che questa volta però non si tratta tanto dei partiti in generale, quanto di un evento molto particolare e dai risvolti inquietanti che concerne principalmente un solo partito. Perché diventa chiaro che se le preoccupazioni di un uomo di governo siano volte principalmente a rimuovere gli ufficiali della Guardia di Finanza che indagano sulle scalate finanziarie delle cooperative legate al suo stesso partito, il problema appare molto circoscritto. E se mai per caso si appurasse che davvero le intenzioni del vice ministro dell’Economia erano di usare il ruolo governativo per bloccare l’inchiesta delle Fiamme Gialle riguardo ad Unipol, ci sarebbe perfno da credere che il finanziamento illegittimo della prima repubblica in confronto a tale vicenda sembrerebbe quasi una bagattella. Per cui ci si possono davvero immaginare delle conseguenze molto dolorose.
    Da parte nostra non possiamo che prendere atto dei verbali del comandante generale Roberto Speciale, che abbiamo sempre conosciuto come rispettoso e rispettato servitore dello Stato e una persona scrupolosa e seria, tanto da aver deposto che “l’osservanza delle regole è stata da sempre il faro della mia vita” e dunque “di non poter pertanto assecondare queste sue ( del viceministro Visco ndr) richieste e che piuttosto ero pronto a rassegnare il mandato”. Speciale si riferisce alle pressioni a suo avviso illecite svolte dal viceministro sulla sua persona per sostituire gli ufficiali della GDF di Milano e ritardare il rapporto con la procura. Ovviamente, prendiamo anche volentieri atto della secca smentita del viceministro all’Economia, a riguardo. Ricordiamo, a favore del viceministro, che anche il presidente del Consiglio era intervenuto in aula a Montecitorio per dire che gli ufficiali in questione non erano stati rimossi, ma promossi, avvicendati e non licenziati. Ora che però abbiamo letto i verbali dell’interrogatorio del generale Speciale ci domandiamo solo il perché mai un alto ufficiale come Speciale avrebbe dovuto mentire agli inquirenti. Sinceramente, sulla base del suo stesso stato di servizio è difficile trovare una spiegazione per una tale e clamorosa menzogna. Non pensiamo che Speciale nel luglio del 2006 avesse avuto il classico e nefasto colpo di caldo, fosse come impazzito.
    Vedremo se la magistratura si sentirà in dovere di appurare davvero come si sono svolte le cose e il perché. Ma nel caso in cui, invece, il generale Speciale avesse ricostruito con particolare e scrupolosa accuratezza la dinamica degli eventi, facendo comprendere bene come il vice ministro Visco fosse preoccupato dei rapporti tra le Fiamme Gialle e la procura di Milano, forse qualcun altro dovrebbe preoccuparsi di rassegnare le sue dimissioni e farebbe sicuramente bene a pensarci sin da ora.
    Di minor rilievo oggi, ma domani chissà, annotiamo anche il fatto che secondo il deputato dell’Unione Giuseppe Caldarola starebbero arrivando alla Camera nuove intercettazioni per la data del 12 giugno, quando non sarà ancora stata approvata la legge che ne impedirà l’uso. E anche qui saremo curiosi di sapere chi concernono e per quale questioni. Abbiamo forse qualche ragione di credere che la vicenda Unipol non si sia esaurita e torni ad emergere. Se fosse così, sulle basi di quanto si intravede è davvero più che possibile il crollo di un sistema tale da travolgere alcuni suoi beneficiari. Ma la politica ed i partiti in quanto tali questa volta c’entrerebbero molto poco. Semmai uno di questi che con estrema disinvoltura sembrerebbe aver operato all’interno delle istituzioni tanto che alcuni suoi esponenti oggi paventano il redde rationem. Avessero per lo meno la dignità di assumersi le loro responsabilità come altri fecero a loro tempo e non pensare di poterle nascondere attraverso una sfiducia generale verso la politica che in verità nulla ha a che fare con tali vicende. Anche perché se le cose stessero in queste modo, la sfiducia nella politica l’avrebbero alimentata costoro.

  4. #464
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    Predefinito ancora dalla voce di domani

    Con una nota la voce repubblicana chiosa La Velina Rossa di Pasquale Laurito la quale "diffida dallo stabilire collegamenti tra la vicenda concernente il ministro Visco e l'intervista rilasciata dal vicepremier Massimo D'Alema al Corriere della Sera sulla crisi della politica. Secondo la Velina Rossa infatti “si vuole addirittura far credere che tale intervista sia stata rilasciata per rispondere alla canea montante”, quando “tutto si può dire di D'Alema, ma immaginare che possa ricorrere a questi mezzucci per interesse personale significa non conoscere la razionalità del personaggio”. Ma proprio perché noi che conosciamo la proverbiale e comprovata razionalità del personaggio restammo colpiti dal fatto che nel momento nel quale il governo, a sentire lui, aveva buoni risultati, la politica estera del governo era la migliore possibile, il partito democratico voluto sempre da D'Alema era la risposta ai problemi futuri del paese, ciononostante la Repubblica rischiava il tracollo. E perché mai - si chiede la voce - un quadro così roseo e felice si accompagna alla punta massima di sfiducia dei cittadini italiani verso una politica capace di cotanti meravigliosi e progressivi risultati? Dov’è la ratio? Forse i cittadini italiani sono impazziti. ‘Sono dei matti’,per dirla con Prodi?”

  5. #465
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    Un caso "speciale"
    La crisi della politica e le preoccupazioni del partito di D'Alema

    Al termine di una giornata piuttosto convulsa per la pubblicazione dei verbali dell'interrogatorio del comandante generale della Guardia di Finanza, Roberto Speciale, la "Velina Rossa" di Pasquale Laurito "diffidava" dallo stabilire collegamenti tra la vicenda concernente il viceministro Visco e l'intervista rilasciata dal vicepremier Massimo D'Alema al "Corriere della Sera" sulla crisi della politica.



    Secondo la "Velina Rossa", infatti, si sarebbe voluto "addirittura far credere che tale intervista sia stata rilasciata per rispondere alla canea montante", quando, sostiene, "tutto si può dire di D'Alema, ma immaginare che possa ricorrere a questi mezzucci per interesse personale significa non conoscere la razionalità del personaggio".

    Ma è proprio perché noi conosciamo la proverbiale e comprovata razionalità del personaggio, che restammo colpiti dal fatto che, nel momento nel quale il governo, a sentire lui, aveva avuto ottimi risultati (la politica estera era la migliore possibile, il Partito democratico, voluto sempre da D'Alema, appariva come la risposta ai problemi futuri del paese, etc.), ecco che la Repubblica – nonostante tutto - rischiava il tracollo. E perché mai, ci siamo chiesti, un quadro così roseo e felice si dovrebbe accompagnare ad un collasso di fiducia dei cittadini italiani, nemmeno si ignorassero i meravigliosi e progressivi risultati di una politica cotanto capace? Dov'è la ratio?

    In fondo, quando nel 1992 implose un sistema, c'era delusione verso il governo, malcontento verso la classe politica, inchieste giudiziarie ovunque.

    Adesso invece, a leggere D'Alema, tutto va benissimo eppure la politica è in crisi. Forse i cittadini italiani sono impazziti? "Sono dei matti", per dirla con Prodi? Allora, quando abbiamo letto i verbali di Speciale, che muovevano un'accusa gravissima ad un viceministro dell'attuale governo, abbiamo pensato che forse davvero avesse ragione D'Alema, ma per quello che ancora non si era visto e non si sapeva, e cioè un'ingerenza della politica su un corpo dello Stato, legata ad un interesse di parte. Non è detto che tale accusa sia vera - anche noi conosciamo Visco come un galantuomo e quindi siamo oltremodo stupiti di quanto abbiamo letto - ma è altrettanto vero che il generale Speciale è un servitore dello Stato di comprovata affidabilità.

    Temiamo che prima di dipanare una tale matassa ci vorrà tempo e la tela potrebbe anche disfarsi irrimediabilmente. Tanto è vero che vediamo un certo nervosismo affiorare nei Ds perché collegato alla vicenda Unipol, per loro ben poco gratificante. Ma quando leggiamo che un deputato molto vicino all'onorevole D'Alema, l'onorevole La Torre, avverte: "non faremo la fine di Craxi", strabiliamo! Sono già a questo punto? Se è così ci dispiace, anche perché l'onorevole Craxi aveva dei meriti politici indiscutibili. Innanzitutto il braccio di ferro intrapreso con il Partito comunista per modernizzare la sinistra italiana. E quali che fossero i mezzi usati, il braccio di ferro Craxi lo aveva vinto. Semmai la fine ingloriosa di Craxi, vilipeso e braccato, ha compromesso i risultati conseguiti. Dai Ds invece, dal loro alto senso morale berlingueriano, ci si aspettava molto.

    E sarebbe davvero tragico scoprire che invece si sarebbero preoccupati di salvaguardare i loro affari dalla posizione di governo, a costo di inibire l'azione dei corpi dello Stato. Ci rifiutiamo di credere ad una tale ignominia. Ma proprio perché l'accusa tratta di questo, su questo serve una chiarezza assoluta, una trasparenza cristallina, una certezza a prova di bomba. Perché altrimenti, senza possedere i meriti di Craxi, la loro fine sarà peggiore.

    Veniamo allora alla crisi della politica. Di ragioni ce ne sono infinite, e anzi potremmo dire che la stessa vita democratica di un paese prevede di per se stessa una crisi, perché la democrazia pretende sempre un superamento, un aggiornamento, un'evoluzione. La politica italiana appare invece ingessata. Basta pensare che in Inghilterra si è ritirato un leader giovane e brillante come Blair nell'età in cui più o meno in Italia si entra in Parlamento per la prima volta. E che sempre in Italia il presidente del Consiglio attuale era uomo di governo nella prima metà degli anni '70. Questo tanto per capire quali siano i nostri tempi. E' chiaro che in queste condizioni c'è un distacco inevitabile, perché non c'è rinnovamento. Ma se il problema fosse solo questo, non ci sarebbe di che preoccuparsi. In fondo, il ricambio generazionale, ad un dato momento, diventa sintomatico. Purtroppo ci pare di capire che le preoccupazioni siano, almeno in casa Ds, ben più gravi.

    Roma, 23 maggio 2007

    tratto da http://www.pri.it

  6. #466
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    Rigore e riforme
    Senza la libera impresa lo sviluppo del Paese non è realizzabile

    Il professor Monti e il presidente di Confindustria, Montezemolo, hanno chiesto una politica forte, capace di dare risposte e soluzioni al paese. Mario Monti ha detto, con un articolo sul "Corriere della Sera", che per una politica forte servono le riforme e che occorre recuperare vigore nel dare spazio al merito e alla concorrenza. Montezemolo ha chiesto idee e soluzioni da partiti che mostrano sovente di eccellere solo in litigiosità.



    Entrambi si sono soffermati sui "costi della politica" e ciò che comportano, come il prezzo delle non decisioni a vantaggio delle corporazioni esistenti, o il decidere contro i giovani, come quando si rinvia nuovamente una revisione strutturale della previdenza, che pure è indispensabile. Sia Monti sia Montezemolo non dovrebbero fare particolari questioni di schieramento o di bipolarismo: sono talmente controverse le attuali coalizioni al loro interno, che forse è il momento di ripensare daccapo la politica italiana. Basta vedere le difficoltà che incontra il ministro dell'Economia nel suo stesso governo, nel momento in cui propone un'azione che merita apprezzamento.

    Anche per i repubblicani la prima questione da affrontare sono i contenuti e non gli schieramenti: tanto che, una volta emersa con chiarezza la linea di intervento del ministro dell'Economia, abbiamo voluto comunicargli il nostro sostegno. Non abbiamo i voti parlamentari di cui dispongono Rifondazione o i Verdi e il Pdci, ma nel momento in cui parti cospicue della coalizione di governo contestano un'azione lungimirante del Ministero di via XX Settembre, è bene che Padoa - Schioppa venga incoraggiato da un settore dell'opposizione come il nostro.

    L'unica prospettiva per il futuro dell'Italia prevede rigore e riforme, e questo prescinde dal bipolarismo: o, meglio ancora, l'unico vero bipolarismo possibile va costruito su questo crinale. Tanto che ne approfittiamo per rincuorare il presidente della Confindustria: quando l'onorevole Bertinotti rivolse un'accusa piuttosto scomposta al sistema capitalistico italiano, noi gli replicammo a tono, perché sappiamo bene, a differenza di altri, che senza libera impresa non c'è sviluppo possibile. E che quando si attaccano le imprese il rischio è di precipitare nel sottosviluppo. Un rischio che stiamo correndo anche oggi, proprio per i discutibili criteri con cui si è voluto dare un governo a questo paese senza tenere conto, per l'appunto, dei necessari e condivisi contenuti che dovrebbero ispirare un'azione di governo.

    Roma, 24 maggio 2007

    tratto da http://www.pri.it

  7. #467
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    Italia in bilico
    Più sfiducia verso il governo che consenso all'opposizione

    Noi siamo sempre stati dell'idea che un voto amministrativo vada preso per tale, non pregiudichi l'azione del governo, ma al limite mandi un segnale sulla sua popolarità. Il voto parziale che si è tenuto domenica scorsa e lunedì è anche di difficile lettura perché in alcuni casi le alleanza cittadine, vedi Agrigento, hanno scompaginato maggioranza ed opposizione. La disaffezione al voto testimoniata dall'ulteriore calo degli elettori che si sono recati alle urne, penalizza le forze moderate che dimostrano in questi frangenti minore capacità organizzativa e forse è anche indice di una insoddisfazione diffusa nel ceto medio per la vita politica italiana.



    In base alle prime proiezioni, l'opposizione ha un successo a Reggio Calabria e riconquista Verona nettamente, avendo superato le divisioni interne che ne avevano pregiudicato i risultati della passata amministrazione comunale. Il centrosinistra tiene a Genova, considerata la linea del Piave della coalizione di maggioranza, si afferma all'Aquila ed è in vantaggio a Taranto. A Parma il candidato del centrodestra è in testa ma è probabile si vada al ballottaggio. Nei comuni lo spoglio è iniziato dopo le 15,00 e le notizie sono ancora insufficienti per una qualche compiuta valutazione.

    L'impressione è che da questo voto non sia cambiato granché e le due coalizioni riproducano la situazione fotografata alle politiche di un anno fa: si giocano il primato per poche migliaia di voti. Se vi è poi una più ampia delusione verso il governo nazionale e i partiti che lo sostengono - come hanno registrato negli ultimi mesi i sondaggi - potremo vederlo solo a spoglio concluso, ma certo non c'è una caduta su se stessa della maggioranza, come non c'è un'alternativa immediata spendibile. L'esito del voto dovrebbe dunque indurre tutti a riflettere sulle difficoltà di governare un paese con un margine ristretto di consensi, soprattutto se la sfiducia nei confronti del governo è superiore alla fiducia nei confronti dell'opposizione.

    Non staremo quindi ad accapigliarci per stabilire chi ha vinto e chi ha perso. Piuttosto sarebbe il momento di cercare una soluzione politica nuova, capace di avere un margine maggiore di consenso nel Paese, e una coesione interna tale da poter garantire una migliore capacità di decisione. Il voto delle amministrative confermerebbe l'esigenza di questa prospettiva, ma certo essa ancora non emerge.

    Roma, 28 maggio 2007

    tratto da http://www.pri.it

  8. #468
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    Predefinito Editoriale del Corriere della Sera

    Il centrosinistra alla prima prova del voto
    Una bruciante sconfitta
    di
    Pierluigi Battista


    Di fronte ai dati inequivocabili di questa bruciante sconfitta elettorale, la prima tentazione dell'Unione, si comprende, è la minimizzazione autodifensiva, l'aggrapparsi autoconsolatorio alla linea del Piave dei risultati di Genova, delle performances di Taranto e L'Aquila, del ribaltone di Agrigento. Errore comprensibile, ma pur sempre un errore. Come quello commesso dall'allora premier Berlusconi quando stentava a prendere atto della riscossa del centrosinistra guidata da Rutelli e Fassino nelle elezioni amministrative successive al 2001. Errore madornale, non solo perché ridimensionerebbe per eccesso di autoindulgenza il significato dirompente di questo voto. Ma perché non permette di capire come, proiettati nei futuri confronti elettorali, i numeri di questi giorni prefigurano una sicura disfatta della coalizione che attualmente ha in mano le redini del governo.
    Una sconfitta elettorale potrebbe essere addirittura una scossa salutare. Ma solo ad alcune, tassative condizioni. Primo: capire che se il Nord abbandona la sinistra in forme tanto massicce, non solo nel Lombardo-Veneto, ma con dimensioni clamorose anche in Piemonte, e persino in Liguria, vuol dire che è un'intera immagine del governo a essere bocciata. Dopo la sconfitta siciliana, qualcuno ha accusato la linea «rigorista » del ministro Padoa- Schioppa di esserne la causa. Ma, riferita al Nord, quella giustificazione appare risibile. Nell'Italia settentrionale non si punisce forse il governo per la ragione opposta? Chi non vota più per i partiti dell'Unione, o regala percentuali del 70 per cento all'opposizione, o addirittura premia la Lega davvero vuole punire il governo perché troppo moderato o «di destra»? O invece non ha percepito in questo governo una curvatura troppo «di sinistra», ostile alla libertà economica, arcigna e punitiva nei confronti dei ceti produttivi del Paese?
    Secondo: capire che il logoro refrain secondo il quale queste non sarebbero elezioni a forte valenza politica rappresenta un rimedio illusorio, una formula magica che procura più danni di quanti ne vorrebbe esorcizzare. Perdere nelle elezioni amministrative per la sinistra è, semmai, ancora peggio perché la partita ha avuto luogo proprio sul suo terreno preferito, con un robusto radicamento territoriale e una qualità della classe dirigente locale complessivamente più pregiata. Se perde rovinosamente anche qui, nel territorio, la sinistra non dovrebbe ricavarne una lezione ancora più amara? Terzo: capire che troppe linee divergenti e declinate in forme persino rissose depotenziano l'immagine del governo fino a livelli oramai preoccupanti. Il governo scelga una linea, la difenda, la porti fino in fondo. Se Tommaso Padoa-Schioppa indica una linea di riforma economica, una proposta moderna e innovativa sulle pensioni, la maggioranza lo sostenga, senza aspettare di ridursi a entità elettoralmente sempre più esigua, dalla Sicilia fino all'intera Italia del Nord.
    Quarto: capire che il Partito democratico appare debole, asfittico, in taluni casi (come a Taranto) perdente non solo con il centrodestra ma persino nella competizione con la sinistra «radicale». Un partito che, invece di nascondersi la verità, dovrebbe trovare coraggio e fantasia, e procedere (lo ha meritoriamente sollecitato Dario Franceschini) più speditamente nella scelta di un leader che dia identità e carattere a un nuovo soggetto politico che non può restare acefalo e prigioniero dell'incantamento oligarchico. Per troppo tempo. Quando il tempo, forse, sta già scadendo.
    29 maggio 2007
    omar proietti

  9. #469
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    Riflessione post voto
    Per l'Edera il prossimo appuntamento sono le elezioni europee

    Su una base dei dati più completa di quella che abbiamo potuto vedere nella sola giornata di ieri, le cose sono andate molto peggio per la maggioranza di centrosinistra che guida il paese. Tanto che Riccardo Barenghi sulla "Stampa" parla addirittura di "batosta", e Battista sul "Corriere della Sera" di "bruciante sconfitta". Lo scarto fra l'opposizione e la maggioranza nel nord del Paese appare quasi incolmabile, e Genova, che pure resta nelle mani dell'amministrazione del centrosinistra, sembra quasi un capoluogo assediato, non solo all'esterno, ma anche all'interno. E se non bastasse, la maggioranza patisce in regioni come la Lombardia, il Piemonte ed il Veneto. Notiamo che, dove il centrosinistra si afferma, ciò avviene a vantaggio della sinistra radicale, come a Taranto e all'Aquila, o grazie ai transfughi del Polo, come ad Agrigento, a dimostrazione che il partito democratico, non solo non ha riscosso entusiasmo, ma ha perfino prodotto una emorragia di voti a sinistra.



    E' fin troppo facile evidenziare come il governo nella sua infinita querelle interna non abbia saputo convincere l'elettorato, aumentato la delusione e lo scontento, e che la reazione della parte più produttiva del Paese sia maturata nell'insofferenza per i provvedimenti fiscali varati.

    Non abbiamo mai pensato che dal voto parziale delle amministrative potesse o dovesse venire una spallata al governo, ma certo il segno che affiora dovrebbe essere tale da far scaturire per lo meno qualche riflessione su quanto è stato fatto - e come - in questi primi mesi, oltre che destare qualche allarme. Registriamo, non solo con la flemma con cui il presidente del Consiglio ha valutato il risultato elettorale, ma anche con la decisione di aumentare il contratto del pubblico impiego (in maniera molto più cospicua di quanto pure guadagnano gli operai del nord) che il governo intende perseverare negli errori commessi finora. E che persevererà ad oltranza, dato che ora si prepara ad una ennesima tappa della concertazione con i sindacati sulle pensioni, e che la sinistra radicale, visto il "flop" del partito democratico, si sente già autorizzata ad alzare ulteriormente il tono della voce. Quella che domenica è stata in fondo solo la perdita di un primo scontro, potrebbe trasformarsi in una sconfitta campale. Sulla base delle prime reazioni c'è da credere che il centrosinistra non sia in grado di fare niente per ovviare a questa situazione. Il problema è che, come abbiamo scritto ieri, non vediamo un'alternativa già pronta e soddisfacente, se non quella che si manifesta nella delusione profonda per l'attuale maggioranza.

    Perché è vero che Berlusconi ed il centrodestra sono in grado, sulla base di questi risultati, di sbaraccare la compagnia cantante di Fassino e Rutelli, ma non offrono le condizioni di garantire al paese una maggiore omogeneità di intenti e di capacità di scelte. Basti pensare alla polemica tra Udc e Forza Italia (non sappiamo se si è superata o meno: in alcuni casi, anche elettorali, non parrebbe); basti pensare ad un'alleanza variabile della CdL che comprende frange che rischiano di riprodurre i medesimi problemi interni all'attuale maggioranza.

    E' vero che Berlusconi ha una consistenza tale da assicurare una leadership più salda, ma affidarsi alle sole capacità carismatiche di Berlusconi non offre una soluzione di lungo termine. L'impressione che abbiamo dal voto nel suo complesso è che occorra riaprire un cantiere dove mettersi a lavorare per offrire un progetto nuovo al paese.

    E veniamo ai risultati del Partito repubblicano, che offrono diverse varianti ed una costante interpretativa. Dove il partito si allea in coalizione, ottiene un riconoscimento significativo. E' avvenuto a Trani, Reggio Calabria, Rieti, ma anche a Canosa di Puglia, Palagiano - per evidenziare i dati più positivi * e ad Agrigento: cioè nei comuni principali in cui il Pri era presente con una sua lista. Ma anche a Carrara dove, proponendo un sindaco della sinistra più modernizzatrice, il Pri ha ritrovato amici che fino a ieri sembravano persi. Le due strade sembrano entrambe percorribili per il partito: quella di sostenere un processo di cambiamento del paese, o interno alla sinistra. Strade che hanno pari legittimità. Mentre l'ipotesi terzista, che pure è cara a tanti, appare dai dati di Genova e Varese francamente impraticabile. E questo significa che abbiamo ancora molto da fare per ridare al Pri una consistenza elettorale nazionale alla quale non intendiamo rinunciare e a cui non rinunceremo per nessuna ragione al mondo. Soprattutto poi se non ci sono ragioni per rinunciarvi. Il prossimo appuntamento per il Pri, come deciso dal congresso, sono le elezioni europee.

    Roma, 29 maggio 2007

    tratto da http://www.pri.it

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    L'Unione in difficoltà
    Dopo solo un anno è stato disperso il consenso del Paese

    Più ancora dei dati elettorali, che pure sono tali da aver creato un qualche scompenso nelle forze della coalizione di governo, è il dibattito politico successivo a dare la misura esatta delle difficoltà in cui si imbatte l'Unione ed i suoi alleati. Ed avrà anche ragione Gianfranco Pasquino nel dire che minimizzare le sconfitte appare come "un'operazione ipocrita quanto controproducente", ma in questo caso, per la verità, non vediamo proprio nessuno che se la senta di minimizzare. Tanto che davvero ci sarebbe da ritenere opera vana il voler scongiurare in queste condizioni la crisi di governo.



    Intanto si prenda atto che vi è una divaricazione ampia, assoluta, senza margini apparenti di mediazione, fra partito democratico e Rifondazione comunista. Lo si evince dalla lettura dell'intervista del segretario di Rc Giordano, al "Corriere della Sera". Quelle di Giordano sono parole minacciose: "Se Rc non decide, non vota". E forse sono più tranquilli gli esponenti del futuro Pd, Rutelli e Fassino, che chiedono un cambio di passo, o una verifica, per dirla con Mastella? Facciamo notare, tra l'altro, che si tratta di richieste vecchie, presentate ed accantonate, poi nuovamente presentate, in una sorta di minuetto che davvero non convince nessuno. Chi nemmeno si preoccupa di apparire tranquillo è il premier, che fa sapere come la misura sia colma, ed intima che ora si farà come deciso dal governo, cioè da lui, e che bisogna obbedire in silenzio.

    Purtroppo non solo non ci sono molti Garibaldi nella sua coalizione, ma non si vedono nemmeno le decisioni annunciate. Magari l'intenzione di far coincidere la leadership dell'Ulivo e il premierato, come sostenuto da Prodi, potrebbe essere sufficiente per qualcuno a far scattare il licenziamento da Palazzo Chigi, che assume consistenza, visto il quadro rovinoso della situazione, aggravato dalle accuse reciproche che si rivolgono parti della maggioranza. E hai voglia a chiedere maggiore coesione e capacità di decisione a quest'ultima.

    Senza neanche aver bisogno di ricordare che c'è chi pure sostiene l'esigenza di formare un partito democratico del "nord", ben diverso da quello "centralista" nato a Roma, è evidente che è più facile andare incontro ad un cupio dissolvi del centrosinistra.

    Quindi è vero che oggi Berlusconi e la CdL ricompattata d'incanto, sembrano avere in mano le sorti del paese. Ma attenzione a non scambiare, come qualcuno è pure incline a fare, il malcontento verso il governo Prodi in nostalgia per quello precedente. E' vero che alcuni elettori del centrosinistra hanno deciso di dare il loro voto ai partiti dell'opposizione, ma l'impressione che abbiamo è che la maggior parte di essi abbia deciso di non votare, per sottolineare un malessere profondo. Quindi non è il caso di farsi illusioni di sorta. Sotto questo profilo ha fatto bene Berlusconi a desistere dall'andare al Quirinale per chiedere le dimissioni del governo. E' anche se è più che evidente dal voto di domenica che questo esecutivo non ha più il consenso del Paese, è inutile mettergli fretta. Certo: restando al suo posto, l'attuale compagine rischia solo di far marcire i problemi, ma è meglio allora aspettare che una visione più lungimirante possa trasparire dalla maggioranza, per valutare il da farsi. Dovrà essere il centrosinistra a prendere atto che non vi sono le condizioni per continuare ad andare avanti. Il che significa che alle dimissioni si potrebbe arrivare attraverso la volontà dello stesso presidente del Consiglio. Ad appena un anno dalle passate elezioni politiche i tempi sono già maturi. E se vi è ancora una sinistra in Italia capace di fare scelte politiche tali da evitare un nuovo ciclone elettorale, questo è il momento di prendere delle decisioni, magari chiedendosi, visti gli esiti, se non si è fatto qualche errore.

    Quanto a Prodi, ora egli appare sempre più sbatacchiato dai marosi, senza nessuno in condizione di difenderlo. E' vero che il premier si è detto convinto di poter contare su risultati da conseguire nel medio periodo, ma il problema è che non sembra poter trovare più nessuno disposto a dargli tanto tempo in credito. Serve una svolta. Ma non la chiede solo l'opposizione. La chiedono componenti importanti della stessa maggioranza.

    Roma, 30 maggio 2007

    tratto da http://www.pri.it

 

 
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