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  1. #111
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    Giorgio Napolitano è stato eletto Presidente della Repubblica.
    Mannaggia a questi comunisti bollitori di bambini.
    Una prece per i nostri Nuvolino e Pergolino addolorati.

  2. #112
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  3. #113
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    Elezione Capo dello Stato/Dichiarazione di La Malfa e Nucara

    Il presidente del Pri Giorgio La Malfa e il segretario del partito Francesco Nucara hanno commentato, con la seguente nota, l'elezione del nuovo Capo dello Stato:



    "Con Giorgio Napolitano sale al Quirinale una persona degna. Avremmo preferito che il centrosinistra comprendesse che in un paese diviso come quello uscito dalle elezioni la Presidenza della Repubblica non potesse essere scelta da una maggioranza ristretta come quella che ha votato il nuovo Capo dello Stato. Siamo comunque lieti che la sinistra italiana abbia riconosciuto, con l'elezione del senatore Giorgio Napolitano, l'eredità di Giorgio Amendola e l'impegno politico per l'europeizzazione e la piena collocazione del Partito comunista italiano nell'ambito del socialismo democratico.

    Anche per questa ragione il nostro augurio al nuovo Capo dello Stato è particolarmente sincero, sicuri che per le qualità che gli sono proprie, egli saprà interpretare al meglio le difficili incombenze del suo altissimo incarico".

    tratto dal sito del Partito Repubblicano
    http://www.pri.it


  4. #114
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    L'eredità di Amendola
    Riconosciuta l'evoluzione democratica del vecchio Partito comunista

    Porgiamo i nostri auguri sinceri al nuovo Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Egli è una figura dalle alte qualità politiche che rappresentò degnamente le istituzioni - sia come presidente della Camera sia come ministro degli Interni - e siamo certi che saprà rappresentare al meglio l'incarico che ora l'attende. Conosciamo bene l'integrità politica e la coerenza del senatore Napolitano ed abbiamo sempre apprezzato il coraggio della sua posizione riformista all'interno del vecchio Partito comunista. Le battaglie che sostenne sono tali da certificare in maniera inequivocabile il progetto di occidentalizzazione di quel partito, portandolo ad un approdo certo sulla sponda socialdemocratica, "oltre al guado", per ricordare il titolo di uno dei suoi libri.



    Abbiamo anche un legame indiretto, ma molto sentito, con il nuovo Capo dello Stato perché affonda nella tradizione culturale e nelle contraddizioni profonde della storia del nostro Paese che ancora avvertiamo. Napolitano è infatti un erede di Giorgio Amendola, il figlio del liberale Giovanni, a cui tutti i repubblicani sono rimasti legati per motivi ideali, così come restano legati affettuosamente alla memoria dello stesso Giorgio, nonostante i tanti ed aspri contrasti. Anche perché il filo della storia che lega Giorgio Amendola a Giorgio Napolitano è quello della battaglia per la piena definizione socialista democratica e l'europeizzazione del Partito comunista italiano.

    Fa piacere che la sinistra di oggi abbia riconosciuto con l'elezione di Napolitano, in modo così solenne, quella battaglia di minoranza condotta nel Pci di allora. Napolitano avrebbe sicuramente meritato per le sue qualità un consenso più vasto, a cominciare dal nostro che non c'è stato, e non perché non riconosciamo le qualità che gli sono proprie, ma per il metodo inaccettabile con cui la sua candidatura è stata proposta dalla coalizione. La quale ha sì rinunciato alla sua prima proposta per ragioni interne, visto che non raccoglieva nemmeno il consenso di tutto il centrosinistra, e non certo per aprire un confronto con l'opposizione.

    Ci stupisce quindi che Paolo Franchi sul "Corriere della Sera" rimproveri a Berlusconi una "chiusura sbagliata", verso l'elezione del Capo dello Stato, quando, se c'è stata chiusura, per non dire arroganza - dall'elezione del presidente della Camera, passando per l'elezione del presidente del Senato, fino a quella di chi dovrebbe rappresentare l'unità della nazione - questa è stata tutta del centrosinistra. Dubitiamo che di questo possa oramai più prendere atto Franchi, ma per lo meno ci accontentiamo del fatto che lo riconosca, con l'oggettività che assicurano costantemente i suoi commenti, Luca Ricolfi sulla "Stampa".

    "L'Unione voleva davvero * scrive Ricolfi * eleggere un Capo dello Stato che sia espressione di tutti gli italiani? E crede ancora quel che ha ripetuto per cinque anni, e cioè che il vincitore non debba occupare tutte le cariche istituzionali più importanti? A me pare di no". Tanto che Ricolfi accusa il centrosinistra della stessa "miopia", ed "avarizia" mostrata nella passata legislatura dal centrodestra. Ci permetta solo di notare che il centrodestra non aveva vinto le elezioni con il 49,7% dei consensi alla Camera e si trovava in vantaggio di seggi al Senato nonostante fosse sotto nei consensi. Senza contare che il centrodestra, dall'opposizione, convenne sulla presidenza Ciampi, proprio perché non aveva adottato una spartizione, con il bilancino, delle cariche istituzionali fatta dai partiti della coalizione vincente. La nostra impressione, come l'impressione dell'intera opposizione, è che la candidatura di Napolitano non nasca da un processo ragionato e maturo del centrosinistra, ma dalla rielaborazione ulivista dal manuale Cencelli. Poi non escludiamo, come ha detto l'onorevole Casini, "che da un metodo sbagliato", possa comunque provenire almeno un buon risultato.

    Un'ultima considerazione la merita ancora la candidatura D'Alema, se non altro perché Giuliano Ferrara sul "Foglio" la difende in nome di un'alta soluzione politica, il rovesciamento stesso dello scontro lacerante che aveva diviso il Paese per la campagna elettorale e il dopo elezioni. Non escludiamo affatto che Ferrara possa avere ragione. Il punto è che così come era nata e portata avanti, sembrava una pistola carica puntata alla testa. Non solo dell'opposizione, ma anche del futuro governo Prodi.

    Roma, 10 maggio 2006

    tratto dal sito del Partito Repubblicano
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  5. #115
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    Predefinito Caro

    Simoncelli leggo con piacere che continui a usare una sottile ironia, fra l'altro molto intelligente.
    Ti avevo invitato a discutere su qualche tema , ma non hai risposto forse preferisci usare la tua popolare ironia, ne sono contento e felice.
    Forse non hai letto i miei interventi , io ero per D'Alema e non per altri,ti prego un'altra volta non confonderti.
    Ciao a presto.

  6. #116
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    Una novità passata inosservata tra le pieghe della Finaziaria: "Per il 2006 - è scritto all'art. 5 del decreto ministeriale 2o7 del 28 marzo - le disposizioni di cui al decreto mistreriale del 26 gennaio 2001 numero 13 e successive modificazioni, sono differite al 2007 ed in tale anno verranno valutate anche le proposte pervenute entro il 31 gennaio 2006". Firmato: Letizia Moratti.
    Una disposizione in stile burocratico, non facile da interpretare. In concreto i soldi per la ricerca vengono tagliati!!!!!
    Il lamalfino che cosa faceva?????

  7. #117
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    Simoncelli, lascia perdere: questi sono ex-comunisti di forza italia che fingono di stare nel PRI perchè per Berlusca anche lo 0,1% poteva essere importante, ragionarci è inutile.

  8. #118
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    Exclamation Sono sempre gli stessi

    La Quercia e i nomi Lo strano caso di Amato

    In attesa di sapere se davvero oggi avremo il nuovo presidente della Repubblica con il concorso dell'opposizione, si può osservare che questa vicenda ha già rivelato cose significative. Ha rivelato l'esistenza di un veto diessino (non dichiarato) su Giuliano Amato, fino a poche settimane fa indicato da tutti come il naturale candidato dell'Unione per la presidenza, quello che anche il centrodestra avrebbe votato. Dopo avere sostenuto a lungo la candidatura unica di Massimo D'Alema, messi di fronte a una controproposta della Casa delle Libertà che indicava una rosa di nomi (fra i quali, appunto, Amato), i Ds hanno immediatamente replicato candidando Giorgio Napolitano, degnissima persona e anche dotato di un profilo istituzionale più che adeguato per ricoprire il ruolo.

    Ma Amato no. Lo hanno fatto scivolar via nel silenzio. Sembra di capire, perché non è dei loro, non è un diessino. Questo è un fatto singolare. Amato, a tacere del resto, è l'attuale vicepresidente del partito socialista europeo, formazione della quale i Ds fanno parte. A ben quattordici anni da quando entrarono nell'Internazionale socialista e dopo una ormai lunga milizia nel partito socialista europeo, i diessini faticano tuttora a considerare «dei loro» un socialista il cui profilo politico-culturale, a ben guardare, non è poi così lontano da quello di Napolitano.

    Perché? I comportamenti fin qui tenuti danno la sensazione che i Ds si percepiscano come un «grande malato». Hanno ottenuto, come partito, un risultato elettorale poco entusiasmante. Si sono visti sottrarre la presidenza della Camera dall'abile e sornione Fausto Bertinotti. Come capita alle organizzazioni che si sentono minacciate hanno reagito freneticamente (una sorta di over-reaction, di reazione all'eccesso) pretendendo la Presidenza della Repubblica, come se le trattative per quell'ufficio, data la sua natura, non obbligassero a mettere in campo anche considerazioni diverse dall'interesse di partito. È vero che i Ds, primo partito della coalizione, sono assai sacrificati, non avendo espresso il premier. Però, va loro ricordato che essi hanno dimostrato di essere i primi a credere tuttora nella persistenza del «fattore K». Non è questa l'unica ragione per la quale hanno riproposto, come nel 1996, l'anomalia di una coalizione il cui leader non è espressione del partito di maggioranza? Se la prossima volta presenteranno un loro uomo come candidato premier e vinceranno, non ci saranno le attuali difficoltà.

    Al fondo, sembra esserci lo stesso irrisolto problema che i Ds si trascinano dietro da un quindicennio, quello della loro identità. Un problema che non è stato risolto fino in fondo in quattordici anni (e sono tanti) di appartenenza all'Internazionale socialista. Un problema che rischia di affossare anche il progetto del partito democratico. Non è questa, sia chiaro, la solita, ormai ridicola, richiesta di nuove abiure. Per giunta, ci sono aspetti che i Ds hanno ereditato dalla antica appartenenza (come, nei migliori di loro, la serietà personale e il realismo politico) apprezzati anche da quelli che, come chi scrive, non furono mai teneri col Pci. È invece questione di avere uno scatto di reni, abbandonare vecchi codici, non contare più solo su solidarietà personali nate in un'altra stagione politica. Senza di che, la questione dell'identità dei Ds rimarrà irrisolta danneggiando loro e noi tutti.
    Angelo Panebianco
    09 maggio 2006

  9. #119
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    Predefinito Da come ho capito ieri sera

    in questo caso, D'Amato non è dei loro perchè non ha la loro tessera.
    Fermo restando che generalmente, come mi pare dicesse Calvin, per far carriera (continuativa) nei DS devi avere un passato nel PCI o ascendenti familiari del PCI.
    Vedremo cosa succederà col Partito Democratico.

    Tex Willer

  10. #120
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    Predefinito Dal Governo ombra ... a fare ombra al Governo Prodi


 

 
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