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  1. #301
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    Il governo di Nerone

    Geronimo dal Giornale - La vecchia torre di Babele, a confronto, era un esempio di chiarezza. Il governo, ormai, è in preda alle convulsioni. L'aula del Senato ieri pomeriggio ha dovuto sospendere il dibattito sulla Finanziaria, rinviandolo ad oggi, perché quasi tutti si sono accorti che discutevano sul nulla. Il govergo, infatti, stenta a scrivere il famoso maxiemandamento forte di quasi 800 commi sul quale dovrà porre la questione di fiducia.

    Un mostro legislativo che fa impallidire quello di Lochness. Orribile nell'aspetto e incomprensibile nella voce. La confusione, dunque, regna sovrana e quasi più nessuno riesce ad avere un quadro di ciò che si sta approvando. Quel che si avverte con chiarezza è solo una cosa. Questa Finanziaria è stupidamente offensiva per le tasche e per il futuro di tutti, come dimostrano le proteste operaie di Mirafiori, delle università, delle forze dell'ordine e di tutte le categorie produttive.

    È un'onda anomala di protesta mai vista prima d'ora, tanto che lo stesso segretario dei Ds, Piero Fassino, ha detto chiaro e tondo che bisogna «cambiare passo». Non sappiamo se questo è il nuovo nomignolo del governo. Quel che sappiamo, però, è che questo governo, con l'aiuto appassionato della sua maggioranza, ha introdotto nelle vene del Paese il veleno dell'incertezza e dell'insicurezza. Per l'oggi e per il domani.

    Lo scandalo non è l'ennesimo voto di fiducia. È accaduto e accadrà, anche se l'abitudine sta diventando intollerabile. La cosa più grave è un'altra. In sessant'anni di vita repubblicana e in trent'anni di leggi finanziarie, le commissioni Bilancio di Camera e Senato mai non erano state in grado di concludere l'esame del disegno di legge. E dopo le commissioni Bilancio lo stesso destino è toccato alle aule di Montecitorio e di Palazzo Madama, bloccate dal voto di fiducia sul nascere della discussione e non alla fine dell'esame, come accaduto, invece, negli ultimi anni con i governi del centrodestra.

    Una pietra tombale, insomma, sulla sovranità parlamentare che avrebbe dovuto indignare innanzitutto i presidenti delle Camere, avvertiti per tempo che quella legge finanziaria presentata dal governo era irricevibile, per quantità e qualità delle norme in essa contenute. Non è solo un problema di forma. Una legge sottratta all'esame del Parlamento (a proposito di ostruzionismo, la maggioranza al Senato ha presentato da sola 1900 emendamenti, ridotti poi a poco meno di 300), le continue prese di distanza di molti ministri e le proteste così diffuse, generalizzate e rabbiose nel Paese avrebbero dovuto suggerire uno spacchettamento delle migliaia di norme contenute nella legge finanziaria e una sua semplificazione.

    Oltre, naturalmente, alla presa d'atto dei 33 miliardi di maggiore gettito tributario, che avrebbero potuto consentire un freno all'oppressione fiscale. Così non è stato. E come Nerone componeva la sua ode mentre Roma bruciava, anche Vincenzo Visco recita la sua poesia mentre il Paese protesta, accreditando a se stesso e al suo governo il merito di queste maggiori entrate, continuando, però, a mettere tasse e balzelli con un cinismo e un sorriso inquietanti.

    Geronimo

    tratto da http://www.tgcom.mediaset.it/

  2. #302
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  3. #303
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    Siamo alla frutta



    L'Unione litiga, la CdL anche: e i problemi del Paese si aggravano. Una semplice rassegna stampa dei quotidiani indipendenti mostra titoli come i seguenti: "Riforma, Prodi sotto assedio", "La Stampa", venerdì 15 dicembre. Oppure, "Fase due, Prodi gela Fassino e Rutelli", "Corriere", sempre il 15. "Prodi: accelero, ma niente fase 2. Tensione con Fassino e Rutelli", "la Repubblica", ibidem. Andando alle cronache ed ai commenti all'interno possiamo leggere frasi come: "ormai il sospetto è che Palazzo Chigi e parte dell'Unione, Ds in testa, contemplino due Italie che non coincidono più nello loro analisi", "Corsera". Oppure: "l'atteggiamento critico dei Ds inquieta il mondo prodiano", "La Stampa". E se Fassino chiede "un cambio di passo", "la Repubblica" cita la risposta del premier nella sua intervista a Sky: "Non parliamo di cambiamenti di direzione o di fase 2. Questa è una tappa, qui c'è un cammino, che deve essere proseguito". "Pro-se-guito", scandisce.



    Se questo è in sintesi estrema il quadro che offre la maggioranza di governo, non è meglio lo stato interno ai partiti di maggioranza, dove nei Ds si contesta il partito democratico - Mussi e Salvi contro Fassino - e nella Margherita gli equilibri congressuali, dato che le posizioni di Rutelli e Parisi "restano assai distanti", nonostante i tentativi di mediazione. Per sorvolare sullo scontro di prospettiva fra chi pure, in Ds e Margherita, vorrebbe il partito democratico: "Mai con gli eurosocialisti", dicono i margheritini. "Entrate nel Pse", chiedono invece i Ds.

    E' chiaro che un insieme così frazionato non troverà una facile ricomposizione nei giorni a venire. Anzi, questi appaiono forieri di nuovi contrasti. Sempre da parte della Margherita: "Europa" contro Diliberto e "il suo poco sale in zucca", o con il timore che entri nell'agone anche Mastella. Intanto vi è "il chiarimento" richiesto da Di Pietro, di cui finora si sapeva solo del suo antagonismo con Mastella. Secondo Di Pietro, un chiarimento "è improcrastinabile" per la presenza stessa di Idv nella maggioranza. Il problema è quello della prescrizione di fatto per i reati contabili, roba da Berlusconi: e per Di Pietro non è un complimento. Siamo alla frutta. Chissà se nell'attesa del caffè c'è qualcuno fra tutti questi signori che riesca a gettare un occhio sui problemi del Paese, per accorgersi che in tanto putiferio si possono aggravare, ma non certo risolvere. Un governo serio, una maggioranza responsabile, se ne preoccuperebbero. E il problema serio di questo Paese è che l'opposizione non sta affatto meglio ed è inutile, dannoso e strumentale trincerarsi, come fa Berlusconi, dietro il "veto" dei piccoli partiti.

    Roma, 15 dicembre 2006


    tratto da http://www.pri.it

  4. #304
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    La strada da percorrere
    Rafforzare l'area liberale, democratica e riformatrice in Italia

    Il governo ha passato lo scoglio della Finanziaria e tira dritto. L'ha superato grazie al voto dei senatori a vita, ma tutto questo non sembra nemmeno turbare le fatidiche convinzioni di cui si vive a Palazzo Chigi. E' vero che la maggioranza è già nuovamente in fibrillazione per ciò che concerne la "fase 2", ma Prodi è certo di potere superare queste incertezze e dispensa battute. Vedremo se avrà ragione o cosa riuscirà a inventarsi per sopire contraddizioni che minano dal suo interno la stabilità politica e gli obiettivi che si prefigge in maniera tanto eclatante.



    L'opposizione si è mobilitata e si mobilita, nelle piazze e nel Parlamento, giungendo perfino ad usare termini insultanti per definire la sua avversione all'azione del governo. Non escludiamo un senso di frustrazione che traspare nelle dichiarazioni di alcuni suoi esponenti, frustrazione che sembra avere poco di politico. Di fatto si rischia di dovere attendere cinque anni prima di iniziare un nuovo percorso, ed è probabile che la situazione del Paese nel frattempo si aggravi: la nostra idea è che la terapia economica scelta dal centrosinistra non realizzerà il risanamento e affosserà la ripresa.

    Forse è possibile che il centrosinistra riesca a dare una svolta in senso riformatore, come vorrebbero Fassino e Rutelli, ma questo non può essere certo, perché la stessa coalizione di maggioranza ha formazioni insensibili a qualunque istanza di modernizzazione del Paese. Lo dimostra la reazione virulenta del senatore Sgobbio alle parole del leader di Confindustria che chiede riforme. Quando l'onorevole Tremonti dice che vi è una coalizione di sinistra che fa politiche della peggiore destra, in senso conservatore, ha ragione. Lo si vede anche nel conflitto apertosi sui Pacs o sui diritti del malato.

    Ammesso anche che, il governo di centrosinistra, rappresenti una parentesi di quattro o cinque anni - e poi il timone del Paese torni al centrodestra - non vi è la certezza che la situazione migliori.

    A parte una crisi dell'opposizione visibile nelle scelte di Casini, la vecchia Cdl non si è mostrata adeguata alle esigenze del governo del Paese. Ha dato, a nostro avviso, una prova migliore rispetto al presente governo, ha dimostrato delle capacità, ma anche dei ritardi preoccupanti sul versante delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni. Sono queste, infatti, le principali emergenze dell'Italia, a cui il governo Berlusconi non ha saputo rispondere, nonostante le intenzioni, e che rischiano di restare insoddisfatte ancora più clamorosamente da questa nuova esperienza di governo.

    Entrambe le due coalizioni si rendono conto di questa impasse, ma è sintomatico che nessuna delle due sappia dare una soluzione positiva. Il centrosinistra è penalizzato dalle componenti radicali, la Cdl da una scarsa cultura liberale, che possiedono solo alcune componenti di Forza Italia, forse qualcuna della Lega. Il Pri aveva battuto un colpo con il piano di Lisbona, che comunque è rimasto lettera morta, e nemmeno siamo in grado di sapere se con una vittoria del centrodestra sarebbe stato ripreso o se invece ci saremmo trovati in minoranza.

    Le due risposte politiche che si vogliono dare ai tanti problemi, sia nel centrosinistra (con il partito democratico), sia nel centrodestra (con il partito unico dei moderati) non sono adeguate a questa esigenza di rilancio. La prima perché intenderebbe collocare il partito democratico nel partito socialista europeo, la seconda perché vorrebbe il partito moderato in quello popolare. Per essere certi di un processo liberalizzatore in Italia, serve una chiara e determinata forza liberale, che non c'è. In Europa l'Eldr è in prima linea per la modernizzazione del nostro vecchio continente, in Italia una forza di questo genere manca del tutto. Per questa ragione fondamentale il Pri si è preoccupato di rafforzare il suo legame con la casa liberaldemocratica europea, e intende rilanciarne contenuti, valori e proposte. Sappiamo che da soli non siamo sufficienti a compiere tale sforzo, ma siamo anche consapevoli che un tentativo va fatto, chiamando i liberali ed i democratici a raccolta, a cominciare dalle prossime elezioni amministrative fino alle europee. E' una strada impervia, ma è l'unica che ci sentiamo davvero di dover percorrere.

    Roma, 18 dicembre 2006

    tratto da http://www.pri.it

  5. #305
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  6. #306
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    L'allarme di Napolitano
    A Palazzo Chigi non sentono, non vedono e straparlano

    Evidentemente a Palazzo Chigi non hanno inteso - e nemmeno mostrano voglia di intendere - il richiamo del Capo dello Stato sulla legge Finanziaria. Le reazioni degli ambienti vicini al premier, e del premier stresso, sono infatti di due tipi.
    La prima, è quella di ritenere il problema sollevato dal Colle di tipo tecnico - procedurale, come se la tutela delle prerogative del Parlamento dipendesse interamente dalla necessità di rivedere l'iter delle leggi di bilancio. Una volta che si riforma l'iter, il problema è risolto. Sembra che Prodi stesso abbia detto che in fondo il presidente della Repubblica ha solo "ricalcato" la vigorosa denuncia fatta da lui e Padoa - Schioppa. Questa è l'interpretazione di comodo, minimalista, che fra l'altro è anche velenosamente offensiva nei confronti del Capo dello Stato, il quale si limiterebbe a ripetere le preoccupazioni del governo.



    Poi c'è una seconda interpretazione più diretta, quella di dire che in fondo il governo ha fatto ciò che faceva anche il governo precedente, e che dunque l'accusa va rivolta ad entrambe le esperienze governative, non solo a quella attuale. Questa è un'interpretazione più puerile, come quelle che davano i bambini sorpresi con le mani nella marmellata, che si giustificano dicendo che l'avevano visto fare da un bambino più grande. In ogni caso le due interpretazioni falliscono completamente il bersaglio che il presidente Napolitano ha esposto chiaramente all'attenzione dell'opinione pubblica, quale quello della tenuta democratica del Paese. E questo non ha nulla a che vedere con l'iter della Finanziaria o con le responsabilità del ministro Tremonti. E' un problema che si rivolge all'attuale esecutivo, il quale si dimentica di rappresentare una scarsa metà della popolazione italiana, che non gli ha dato la maggioranza in una delle due Camere, come ammetteva - e ne riconosciamo volentieri l'onestà intellettuale - il solo ministro Mastella nel vortice delle polemiche.

    E se Tremonti ha sbagliato a varare maxiemendamenti a colpi di fiducia, è anche vero che il governo Berlusconi disponeva di una maggioranza netta nelle due Camere, tale da non porre in dubbio l'approvazione di un disegno di legge sulle base dello scarto numerico. Allora, effettivamente, la fiducia poteva essere giustificata dall'ostruzionismo dell'opposizione. Ci dispiace per Prodi ed i suoi sostenitori, ma questo stesso argomento è debole nei confronti del loro governo, e non perché l'opposizione non faccia ostruzionismo, che però pure non ha praticato, ma perché, allo scarto minimo nella seconda Camera, si aggiunge il conflitto nella maggioranza. Dissidio che non è esploso grazie all'uso della fiducia, ma che certo non si è risolto, tant'è che si annuncia, e bellicosamente, in tutta la sua ampiezza, già sulla sola ipotesi riformatrice avanzata dal governo, la fatidica "fase 2". Se accadesse che davvero il governo debba mai imporre un'ipotetica fiducia su una eventuale "fase 2", a fronte dello scontro che perdura e continuerà a perdurare nella sua maggioranza, ecco concretizzati i timori del Capo dello Stato: e cioè l'involuzione democratica del Paese, con un Parlamento incurante delle differenze che lo animano, preoccupato solo della sua sopravvivenza davanti alla protervia del governo. Perché un governo che non ascolta il Parlamento, che non ascolta la protesta del Paese * "sono matti", ricordate? * che non ascolta nemmeno i centri studi e le istituzioni preposte, siano esse la Confindustria o la Banca d'Italia, può solo definirsi protervo. E vogliamo essere generosi.

    E' vero che il ministro dell'Economia, in Aula, per la prima volta ha riconosciuto che le critiche sulla crescita sono da ritenere fondate. Ma perché allora non aprire il dialogo, non cambiare passo? Ora ci ha detto che il governo ne ha l'intenzione, e lo farà. Ne dubitiamo, proprio per le forze che lo compongono e sono ostili a tale strategia. E sarà da vedere se questa volta basterà la fiducia per nascondere la crisi che mina dal primo giorno questa coalizione. Il governo quindi, per ora, ha scelto una strada stretta e scoscesa, che rasenta un precipizio. Quando pure c'era la possibilità alternativa di una discussione responsabile con l'opposizione. Il Capo dello Stato si ricorderà il tavolo dei volenterosi, che andava nella direzione esatta delle sue parole.

    Prodi si è preoccupato di disfarlo, paventando una fine anticipata del suo gabinetto. Non è detto che durerà poi tanto più a lungo, ma è da credere che la sua durata rappresenti un aggravamento per le condizioni del Paese.

    Roma, 21 dicembre 2006

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  7. #307
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    Panettone amaro
    Appare precaria la serenità di Prodi dopo la Finanziaria

    La Finanziaria è legge dello Stato. Ha terminato il suo iter: la protesta e le critiche che hanno coinvolto l'intero Paese e i principali centri di analisi italiani ed esteri, le sono passate sopra. Non è stato ascoltato nemmeno il Capo dello Stato che ha preso giustamente le distanze da una manovra abnorme che ha mortificato lo stesso ruolo del Parlamento. Se tutto ciò non bastasse, si è assistito allo spettacolo disarmante dei principali partiti della maggioranza che hanno bocciato la manovra nel loro dibattito interno, per poi smentirsi all'esterno, sostenendola. Una citazione particolare merita a proposito l'onorevole Fassino che, in fatto di doppiezza, batte Togliatti. Non ci si stupisca poi se gli elementi principali della manovra - tasse escluse, ovviamente, e stendiamo un velo pietoso - che resteranno nell'agenda dei prossimi mesi sono due.



    (Panettone amaro)

    Il primo si ricava dall'ammissione del ministro dell'Economia che la Finanziaria appena varata non serve per la crescita. Con una sola frase Padoa-Schioppa ha dato ragione a tutti i suoi critici, e non si comprendono dunque tante virulente polemiche da parte sua, quella con Confindustria la più recente.

    Il secondo, più emblematico e paradossale, è il fatto che prima ancora che la Finanziaria entri in vigore, già si sa che deve essere corretta. E questo per via del cosiddetto emendamento "salvaladri" che ha indignato il Capo dello Stato e anche alcuni ambienti del governo. Solo alcuni ambienti, perché altri sono direttamente padri putativi di detto emendamento e presto si identificheranno chiaramente.

    Questi due aspetti irrisolti rendono piuttosto amaro il panettone di Prodi e di Padoa-Schioppa. Perché, ammettendo che la Finanziaria non dà la crescita, il governo dovrà domani preoccuparsene, provocando la diatriba sul riformismo che finora è rimasta in sordina nella maggioranza. Sarà un po' come agitare un nido di vespe giganti.

    Non andrà meglio con la "salvaladri", vista la spessa patina di moralità con cui si è presentata al Paese la nuova maggioranza. Ecco bello e pronto un colpo di spugna sui reati di bilancio che fa impallidire. E si impallidisce di più se si sostiene che è stato impiantato per errore nella Finanziaria. Beato chi ci crede, e ce ne accorgeremo quando si tratterà di cancellarlo.

    Può darsi che le feste e gli scioperi dell'informazione diano un po' di serenità al governo nei prossimi giorni. Ma su queste basi, appena si riprende con la normalità, Prodi e Padoa-Schioppa torneranno in affanno. Buone feste.

    Roma, 22 dicembre 2006

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  8. #308
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    Le prossime spese clientelari

    di Arturo Diaconale

    La finanziaria è passata. E Romano Prodi tira un sospiro di sollievo nella convinzione che, finita la buriana e superate le feste, l’opinione pubblica incomincerà a dimenticare la vergogna di una manovra fatta solo di sacrifici inutili e pesanti. L’idea del Presidente del Consiglio non è affatto peregrina. Gli effetti negativi della finanziaria non saranno immediati ma verranno diluiti nel tempo. La gente verrà distratta da altre vicende. Ed il governo potrà sperare di vedere risalire quella curva di consensi che dalle elezioni ad oggi è precipitata in maniera vertiginosa. Tanto più che il modo per blandire qualche categoria e recuperare il terreno perduto esiste. Ed è stato graziosamente fornito dal precedente governo di Silvio Berlusconi. Si tratta delle maggiori entrate fiscali riscosse dallo stato nel primo semestre. Quei 37 miliardi di Euro che sono spuntati all’improvviso senza che nessuno li avesse preventivati. E che costituiscono una massa di manovra non indifferente per risalire la china. Nessuno ne parla più. Come se si trattasse di una faccenda di poco conto. Ma il Ministero dell’Economia ha i forzieri colmi dell’inatteso gettito fiscale provocato dalle misure varate dal precedente esecutivo. Non si tratta di pochi spiccioli ma, come si è detto, di 37 miliardi di Euro. Di una cifra, cioè, praticamente identica a quella della nuova legge finanziaria.

    Non è peregrino, allora, insistere nel pretendere di sapere come il governo intenda utilizzare l’inatteso regalo ricevuto dal centro destra. Perché, escluso che i 37 miliardi possano servire a ridimensionare la pressione fiscale, esiste il fondato sospetto che finiscano tutti nelle solite operazioni clientelari. E vengano gettati in maniera insulsa ed indiscriminata nella gigantesca fornace della spesa pubblica. Magari sotto forma di generosi aumenti contrattuali per particolari categorie privilegiate del pubblico impiego. Qualcuno, a questo proposito, è riuscito a calcolare quanto costerà alle casse dello stato la decisione di ripristinare le commissioni esterne per gli esami di maturità presa solo per blandire i sindacati della scuola ed elargire un po’ di soldi ai professori alla vigilia dell’estate?

    tratto da http://www.opinione.it/

  9. #309
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    Predefinito dalla voce di domani

    la sinistra vuole la dittatura!

    Fa un certo effetto leggere, dopo anni in cui si accusava Berlusconi di volere un regime e di instaurare una dittatura, di eminenti editorialisti vicini al centrosinistra che consigliano a Prodi di assumere i panni del dittatore. Come ha scritto Eugenio Scalfari su "Repubblica" di mercoledì, di “dittatore di salute pubblica”. E subito è un coro di consensi. Bocca lo si può capire, Foa lascia perplessi, e perfino Salvati, che la ritiene una “esagerazione”, ma pur sempre “efficace”. Scalfari ha scomodato precedenti illustri: “Nell’antica Roma era prassi legale quando bisognava risolvere problemi gravi ed urgenti. Durava sei mesi, massimo un anno non rinnovabile. L’errore di Cesare fu di chiederlo e ottenerlo a vita”. Un salto siderale nella storia che appare stordente. Cerchiamo allora di ragionare. E’ vero: la Repubblica (romana) quand’era minacciata, ricorreva alla dittatura. Cincinnato, ad esempio, che poi tornò al suo aratro. Ma qui chi minaccia la Repubblica? Forse i barbari che scendono in piazza contro la legge Finanziaria? Difficile una situazione del genere nell’antica Roma, dove la minaccia era rappresentata dall’esterno, ed il Senato si sforzava di interpretare i bisogni dei cittadini, non di contraddirli. E’ chiaro allora - e Scalfari non ne fa questione - che la minaccia alla stabilità è tutta interna, dovuta allo stato conflittuale che agita la coalizione. Come scrive Salvati, “non è possibile andare avanti con un ministro che dice una cosa e l’altro che lo contraddice”, una prassi comune del governo, per la verità. D’altra parte, va dato atto al presidente Prodi di essersi posto il problema fin dalla campagna elettorale, quando in una conferenza stampa disse che si doveva discutere finché si poteva, ma che era chiaro che ad un dato momento sarebbe spettato a lui - in qualità di presidente del Consiglio - di prendere le decisioni, e agli altri di “ubbidire”. Questo il termine usato. Apriti cielo. La reazione di Bertinotti non fu, diciamo, molto accondiscendente. Se adesso lo è diventata, se Rifondazione è pronta ad ubbidire, è una novità di cui si può prendere atto volentieri. Ma Prodi si limitava a pensare ad un premierato forte, non ad una dittatura. Le parole non sono casuali. Scalfari chiede la dittatura “per salvare la res publica dallo sfarinamento e dal dominio delle lobby”. Benissimo. Poi aggiunge che occorre anche “il ridimensionamento del clan prodiano che ha procurato più danni che vantaggi”. Strana chiosa. I partiti e le lobby minacciano la res publica ed anche il clan personale del futuro dittatore. E quando mai un dittatore non ha un clan personale - visto che non ha un partito che lo sostiene - un clan che chiede più potere? Come fa Scalfari ad immaginare un dittatore che esercita il suo potere senza nessuno che lo sostenga? Una tale contraddizione dovrebbe essere sufficiente a far cadere una tale ipotesi e a rivelarne l'inconsistenza. Quali poteri demiurgici si riconoscono mai a Prodi per riuscire in una tale impresa? Noi temiamo che qualcuno abbia perso la testa. Anche perché Prodi, lo dice Scalfari, non è Cesare, piuttosto, scrive, “dà l’immagine di un curato di campagna”. E allora, ci perdoni Scalfari, ma come può un curato di campagna assumere il ruolo di un dittatore? Non vorremmo che da una parte si sottovalutasse Prodi e dall’altra lo si sopravvalutasse, per cui egli non ha il carisma del dittatore ma deve esercitarne il mandato - e deve esercitarlo non solo contro i partiti che lo sostengono e lo imprigionano, ma anche contro il suo clan. Ma nemmeno Bonaparte fu capace di tanto e, se Prodi non è Cesare, tantomeno è Bonaparte. Tutto è talmente confuso che crediamo finisca e cada da sé, e che ci si misuri realisticamente con i problemi di una coalizione divisa ed ingovernabile. Il nostro timore è che, incominciando ad invocare la figura di un dittatore, un dittatore vero si possa alla fine far arrivare. E questo, state certi, che del parroco di campagna avrà ben poco.

  10. #310
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    Non è una cosa seria
    Le due anime della coalizione impediscono un percorso costruttivo

    Il presidente del Consiglio, nella conferenza stampa di fine anno, si è sforzato di mandare al Paese un segnale di fiducia e di ottimismo. Potremmo anche apprezzare tale volontà, ma sinceramente abbiamo dei dubbi sull'autentica possibilità di realizzarla, anche perché non vediamo strumenti attuativi convincenti. Pensiamo alla riforma della previdenza che pure nel governo - e non solo, ovviamente - si ritiene questione dirimente. Il presidente del Consiglio ha voluto anche qui "tranquillizzare gli italiani": e allora ha spiegato che "la riforma grossa delle pensioni l'abbiamo già fatta, con i governi Amato e Dini e con il mio precedente Governo". In realtà, Prodi, per essere credibile, avrebbe dovuto aggiungere anche quanto fatto da Maroni nel governo Berlusconi. Inoltre, secondo Romano Prodi, il sistema andrebbe semplicemente "adattato e affinato per l'andamento demografico". E, attenzione: "Il sistema pensionistico italiano non è più di retroguardia in Europa". Ma il problema delle pensioni non può essere circoscritto ad altri sistemi europei, poiché gli altri Paesi hanno un ben diverso debito pubblico: una differente analisi statistica potrebbe anche portare a decisioni in linea con i sistemi europei. Un insieme di argomenti, insomma, che non ci sembra offrire una buona base di partenza per una riforma della previdenza, semmai per il contrario.



    E non consola nemmeno il fatto che dal governo si siano già alzate le barricate - vedi le dichiarazioni a tambur battente del ministro Ferrero - dato che il presidente del Consiglio parla di una maggioranza coesa, che deciderà insieme. Decideranno pure insieme, ma la coesione della maggioranza è una realtà che verificheremo nel suo divenire. Quindi non c'è nessuna ragione, sulla base di quanto detto da Prodi, per credere che si arriverà davvero ad una riforma efficace della previdenza. Non solo, ma egli non ci è parso convincente nemmeno quando ha detto di ritenere fondamentali ed indispensabili per il rilancio del Paese misure adatte allo sviluppo e alla crescita che saranno predisposte prossimamente. Ma se è vero che tali misure sono indispensabili, perché non ce n'è traccia in Finanziaria? Perché si vogliono affidare ad una seconda fase della vita del governo, quella stessa seconda fase che parti della maggioranza richiedono e che altre rifiutano? Abbiamo compreso, invece, che Prodi è costretto ad una mediazione infinita con queste due anime della coalizione, in assenza di quella piattaforma sulla quale pensa davvero di riuscire a convincerle sulla strada da seguire. Sempre che non pensi che, facendo solo chiacchiere e promesse, la conflittualità che divide le due anime dell'opposizione, alla fine si stemperi da sé. Prodi dimostri di essere leader: consulti gli alleati e chi più desidera, ma decida in maniera chiara e limpida.

    Roma, 28 dicembre 2006

    tratto da http://www.pri.it

 

 
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