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  1. #201
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    Una strada impervia
    Come farà il governo a risanare le finanze senza tagliare la spesa?

    C'è un problema evidente sulla strada del risanamento finanziario che il ministro dell'Economia Padoa - Schioppa vorrebbe intraprendere per rilanciare la crescita economica, come egli ha detto incontrando le parti sociali. Si tratta del riordino dei conti pubblici, che non è mai cosa facile, soprattutto se poi il nuovo governo presenta già di per sé una compagine ministeriale sovrabbondante come l'attuale. Ma in questo caso l'intervento correttivo per migliorare il deficit dovrebbe essere ben più sostanzioso, soprattutto dopo aver ascoltato l'allarme del presidente della Corte dei Conti Staderini, che ha detto senza mezzi termini che per ridurre il deficit bisogna innalzare l'età pensionabile. E ci chiediamo come possa farlo un governo, al cui interno si trovano componenti che giudicano "criminale" la riforma della previdenza. La nostra domanda è all'onorevole Bertinotti, che ha parlato come sempre con estrema chiarezza: egli giudica il presidente Staderini un criminale? E il ministro Padoa - Schioppa, che ci sembra comprenda bene le ragioni del presidente della Corte dei Conti, cos'è, un collaborazionista?



    In un quadro di questo genere dove si alzano i toni al limite della possibile convivenza, dire che diventi impervia la strada del ministro dell'Economia, è ancora dire poco.

    Il ministro Padoa - Schioppa si renderà ben conto che, in qualunque direzione intenda muoversi, colpisce degli interessi vitali di qualche fazione, o si espone agli strali di parti della maggioranza. Non può alzare le tasse, non vuole provvedere a prelievi forzosi, non può tagliare le pensioni, non può tagliare il welfare in generale e nemmeno le spese dei singoli ministeri. Cosa può fare davvero il ministro Padoa - Schioppa in un contesto di questo genere? Certo c'è la lotta all'evasione, che è cosa nobile e condivisibile, ma mica penseranno davvero nel nuovo governo che essa soltanto sia in grado di risanare i conti? Non scherziamo e non facciamoci illusioni. Per il momento abbiamo capito soltanto che in tali condizioni gli interventi strutturali saranno rimandati al 2007. Questo rinvio potrà forse dare un po' di ossigeno ad un governo in difficoltà, ma sicuramente aggrava le condizioni generali dei conti. Se il governo ha fissato delle priorità, come ha detto il ministro dell'Economia, è assurdo e pericoloso pensare di affrontarle in un secondo tempo. Vanno affrontate subito.

    Roma, 29 giugno 2006



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  2. #202
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    Predefinito Finalmente parte la Rivoluzione Liberale

    Dopo 5 anni di fancazzismo bananas, finalmente si fa qualcosa di buono per l'Italia.

    Basta STATALISMO dirigista berluscomunista, è il momento del liberalismo.

    FORZA PRODI FORZA DI LI-BER-TA'


    Professioni, taxi, banche, farmacie
    il governo decide: liberalizzazione


    ROMA - Liberalizzazioni per taxi, banche, farmacie e professioni. Il governo ha deciso di aprire totalmente al mercato questi settori con un decreto legge in corso di approvazione che l'esecutivo licenzierà insieme alla manovrina. La notizia è stata data in esclusiva dal vicedirettore di Repubblica, Massimo Giannini a Repubblica Radio Tv.

    Si tratta di un provvedimento destinato a trovare il favore dei consumatori e le critiche di alcune categorie interessate. Per fare qualche esempio, diventerebbe possibile a chiunque organizzare un servizio di Taxi con evidenti vantaggi per le tariffe. Ma anche notai e avvocati potrebbero costare meno e l'accesso a determinate professioi (anche quella giornalistica) diventerebbe più semplice.

    "Si tratterebbe - ha detto Giannini a Repubblica Radio Tv - di una vera e propria rivoluzione liberale che segnerebbe in modo importantissimo la politica economica del governo".

  3. #203
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    GOVERNO VARA MANOVRA BIS DA 7 MLD, AL VIA LIBERALIZZAZIONI


    Roma, 30 giu. (Apcom) - Al termine del Cdm che ha approvato la manovra bis di correzione dei conti pubblici per il 2006 il premeir Romano Prodi è soddisfatto: "E' stata messa in atto un'azione di risanamento dei conti, ma anche un'azione di impulso per la ripartenza del Paese", una sorta di "motore d'avviamento per la ripresa italiana", ha detto in conferenza stampa. Il presidente del Consiglio ha poi aggiunto: "Abbiamo messo mano al trattamento fiscale delle stock options", ma ha chiarito che nella manovra bis "non ci sarà nessuna variazione delle aliquote".

    La manovra bis illustrata dal ministro dell'Economia, Tommaso Padoa-Schioppa prevede una correzione strutturale di mezzo punto di Pil, cioè lo 0,5%, - ovvero 7 miliardi - "ottenuta interamente con misure strutturali e darà effetti pieni nel 2007 e un po' meno della metà nel 2006". "Dalle misure sulle entrate contenute nella manovra correttiva - ha spiegato il ministro - si attendono 3,5 miliardi di gettito nel 2006 e 5,5 miliardi nel 2007". Le misure antielusione sull'Iva, contenute nella manovra bis, comporteranno "un aumento complessivo del gettito Iva di circa l'1,5%, che in Italia significa più di un miliardo e mezzo di euro", ha aggiunto viceministro dell'Economia, Vincenzo Visco. Mentre il ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro, lasciando palazzo Chigi al termine del Cdm ha annunciato che con la manovra bis Anas potrà contare su un rifinanziamento di 1 miliardo di euro e Ferrovie dello Stato su 1,8 miliardi.

    Insieme alla manovra è stato approvato anche il cosiddetto 'pacchetto Bersani' sulla concorrenza e la tutela dei consumatori, "una vera e propria rivoluzione", ha commentato Prodi. Il pacchetto prevede liberalizzazioni riguardo a banche, farmacie, taxi e professioni, che fa esprimere soddisfazione all'Antitrust, fanno esultare le associazioni dei consumatori - "prodigioso atto di coraggio che produrrà risparmi medi pari a 500 euro annui a famiglia" - e scendere sul piede di guerra i tassisti e l'Ania.

    Ecco cosa prevede il "pacchetto Bersani":

    - abrogazione delle norme che prevedono la fissazione di tariffe obbligatorie fisse o minime da parte degli ordini professionali;

    - non servirà più ricorrere al notaio per il passaggio di proprietà di auto, motorini e barche;

    - i farmaci da banco potranno essere venduti nei supermercati. Previste inoltre la libertà di sconto sui farmaci;

    - sul fronte delle banche stop alle modifiche unilaterali delle condizioni contrattuali dei conti correnti e maggiore concorrenza tra istituti;

    - sul fronte delle assicurazioni limiti all'esclusiva nei rapporti fra agenti e compagnie di assicurazione;

    - per quanto riguarda i taxi, i Comuni avranno la possibilità di bandire concorsi pubblici o riservati per assegnare a titolo oneroso delle licenze;

    - inoltre anche in Italia arriva la class action.

  4. #204
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    La nostra missione
    I soldati italiani a Kabul meritano il sostegno di tutto il Paese

    Se c'è per caso qualche comunista autentico fra i tanti dichiarati tali che sono stati eletti al Senato con l'Unione (di quelli, per intenderci, che hanno assimilato talmente bene la dottrina pacifista dei tempi di Stalin da essere magari ancora convinti che se i sovietici entravano a Kabul, così come erano entrati a Budapest, era solo per portare la libertà - e quando, invece, gli americani entrano in Iraq, è per impossessarsi del petrolio), allora il governo Prodi è davvero a rischio.

    E non basteranno le minacce di elezioni o di ritorsioni politiche a vario livello che sono provenute in queste ore: perché se c'era qualcosa di ammirevole in questi vecchi comunisti era la loro ostinata determinazione in difesa delle loro idee sballate, costi quello che costi. Tutto questo lo capiremo al momento del voto sul rifinanziamento della missione in Afghanistan.

    Per quello che concerne l'opposizione, noi aspettiamo il vertice della CdL, ma la nostra idea è che sia sensato raccogliere la posizione di coloro che chiedono di dare un sostegno ai nostri soldati impegnati sul campo. E' ovvio che dispiacerebbe votare con un governo che ritira i militari dall'Iraq, nonostante ne riconosca la funzione svolta per la stabilità di quel Paese, così come insieme ad esponenti della maggioranza che distinguono la missione in Iraq da quella in Afghanistan, discettando magari su quale sia di guerra e quale no.
    Perché per noi, nella sostanza, le missioni in Afghanistan ed in Iraq sono facce diverse della stessa medaglia, e non crediamo affatto che ritirando l'una si possa rafforzare l'altra. Senza i nostri soldati in Iraq, i nostri soldati in Afghanistan sono esposti ad un rischio maggiore, in quanto ora i terroristi sanno che l'Italia può essere intimidita e non è in grado di reggere le sue posizioni ed i suoi impegni precedentemente presi. Di più, sanno di poter contare su forze politiche che sono contrarie financo ad una missione che vede coinvolti i principali Paesi europei, oltre l'America, e sotto l'egida di alti organismi internazionali. Non ci aspettiamo certo che gli uomini di Bin Laden restino con le mani in mano, ma crediamo anche che i nostri soldati siano in grado di fronteggiare qualunque situazione avversa e meritino il maggior sostegno possibile da parte del Paese. Vogliamo invitare tutta l'opposizione a farglielo avere, senza troppo preoccuparsi delle sorti dell'attuale governo. Il quale, se non potrà condurre la sua politica internazionale, nemmeno quella monca e confusa che lo contraddistingue sulla base delle sue sole forze - se non grazie al sostegno esterno di un'opposizione contro la quale si voleva adottare una nuova politica estera - è meglio che riconosca il suo fallimento assoluto e torni, lui sì, a casa.

    Roma, 30 giugno 2006



    tratto dal sito del Partito Repubblicano
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  5. #205
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    Maggioranza gia' in crisi

    Ed ecco il paradosso istituzionale: tutti i governi, in Italia, sono costituzionalmente deboli, così li vuole un sistema costruito con il proporzionale ed avente al centro il Parlamento, ma tali governi li abbiamo presi ed infilati dentro lo stampino di un bipolarismo innaturale, talché la maggioranza del governo Prodi già non esiste più, ma la crisi non si può fare. Risultato: non governi più forti e mobili, ma più deboli e rigidi. Un capolavoro al contrario.
    Io stesso sono convinto che su temi come la politica estera le forze politiche serie non speculano e non fanno tatticismi, ma votano secondo quelli che sono gli interessi del Paese. Nel caso dei nostri soldati in Afghanistan è interesse italiano restare.



    L'ho scritto. Ma quale che sia l'opinione di ciascuno, il problema non è quello di lanciare appelli all'opposizione perché sia responsabile, o strizzare l'occhiolino ad un'Udc che tanto ci tiene. E' tutto avanspettacolo, perché quando una maggioranza di governo si spacca sulla politica estera, semplicemente non esiste più. Punto, il resto è irrilevante. Ora, per tenere fede allo stampino bipolare, per non concedere vantaggi all'odiato Berlusconi, è probabile i comunisti (senza offesa, si chiamano così) deglutiscano l'appoggio a quella che chiamano “politica imperialistica e coloniale”, sebbene tristi per la cattiva sorte che continuerà a toccare ai “resistenti” tagliagole. Ma anche questo, a ben vedere, non è così importante, perché l'assenza d'unità politica può anche non portare ad una crisi, ma questo non significa che il governo potrà governare.
    Abbiamo appena messo alle spalle un referendum costituzionale che, per onestà, non risolveva questi problemi, ma almeno provava ad affrontarli. Bocciata la riforma, siamo fermi impalati. Parisi già minaccia le elezioni anticipate, che, a meno di tre mesi dalle scorse, è un argomento suicida. Non credo che questo sia il clima adatto a parlar di cose serie, e, quindi, a mettere mano alle riforme che servono. Certa è una cosa: più dura questa situazione più l'Italia ne pagherà le conseguenze. E chi pensa la politica non sia solo ginnastica propagandistica farà bene a cominciare a pensare ad una sede diversa, di marca costituente, con la quale porre fine allo strazio.

    Davide Giacalone
    www.davidegiacalone.it

    tratto da http://it.groups.yahoo.com/group/Repubblicani/

  6. #206
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    Competitività/Nucara: se Unione sincera si puo' discutere

    ''Se il centrosinistra dimostrera' con i fatti di aver un piano autentico di liberalizzazioni, lo stesso che avrebbe voluto portare avanti Silvio Berlusconi contro buona parte della sua maggioranza, e' chiaro che si apre uno spazio per una discussione seria sulle possibilita' di rilancio economico del Paese''. E' quanto afferma il segretario del Pri Francesco Nucara. ''Non vorremmo solo scoprire, poi - rileva - che nel bunker si trovasse il ministro Bersani, ritenendo piuttosto singolare che i vari Diliberto, Pecoraro Scanio, e Bertinotti, abbiano maggiore passione liberalizzatrice di quanta ne mostrarono An e l'Udc nella passata legislatura''.

    Roma, 3 luglio 2006 (ANSA)



    tratto dal sito del Partito Repubblicano
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  7. #207
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    Liberali e no
    Il centrosinistra atteso dalla prova del Dpef

    C'è un vecchio detto che recita più o meno così: "Quando l'albero è fronzuto e vigoroso tutti sotto all'ombra dell'albero, quando comincia a tremare e perde vigoria tutti a scappare, e quando è caduto tutti corrono a far legna dall'albero della cui ombra avevano goduto".

    Leggendo i giornali di ieri e l'altro ieri apprendiamo il mea culpa generalizzato di tutti i componenti della coalizione del governo Berlusconi. Ci meraviglia che quasi tutti siano pentiti per non aver proceduto da soli o collettivamente a un più vasto sistema di liberalizzazioni.



    In verità, in quei vertici tra Palazzo Chigi e Palazzo Grazioli, gli unici che volevano procedere alle liberalizzazioni erano Silvio Berlusconi e i repubblicani.

    Il Piano di Lisbona preparato dal ministro La Malfa aveva in programma ben altro che la pilloletta acida del decreto Bersani. Ad opporsi a questo piano non fu certamente Berlusconi, bensì An, e in particolare Alemanno, e l'Udc, con l'indifferenza della Lega e il cauto sostegno del Nuovo Psi.

    Come si vede gli "illiberali" erano tanti, ma tra questi non c'era l'allora presidente del Consiglio.

    Va ricordato il vigoroso intervento dell'on. Ignazio La Russa contro la liberalizzazione delle professioni.

    Ovviamente non sono critiche né tantomeno accuse a chi sosteneva tesi diverse dalle nostre. Avrebbero potuto, gli stessi partecipanti ai vertici, sostenere anche oggi le loro tesi di allora.

    Se hanno cambiato opinione ce ne compiacciamo, ma evitiamo, come diceva Spadolini, di acquistare "tre palle a un soldo" per tirarle addosso a chi colpa non ha. Anzi, se avessero ascoltato Berlusconi, l'avvio delle liberalizzazioni ci sarebbe già stato.

    Gli alleati (?) della CdL stanno enfatizzando troppo il decreto del Governo. Come dice Panebianco sul "Corriere" di domenica e Polito sul "Riformista" di ieri, per ora è stata lasciata in pace la base sociale che orientativamente vota centrosinistra.

    Ma è possibile procedere seriamente alle liberalizzazioni pensando che si possano "penalizzare" solo alcuni settori della vita economica? E la tanto conclamata concertazione di Prodi, dove è andata a finire?

    Probabilmente la concertazione vale solo per Sindacati e Confindustria, mentre è abolita per tutti gli altri segmenti della società italiana.

    La domanda ultima che ci poniamo è se l'attuale Governo ha in mente un piano che può realizzare in tempi diversi, secondo un programma cadenzato, oppure il programma è la "vendetta" contro categorie sociali che politicamente non gli appartengono.

    Il prossimo appuntamento è il Dpef.

    Roma, 3 luglio 2006



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  8. #208
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    Libertà e liberalizzazioni autoritarie
    di Arturo Diaconale

    Ma un liberale può essere contrario alle liberalizzazioni? La Cdl si macera su questo interrogativo di fronte al decreto con cui il governo di Romano Prodi conta di incominciare a colpire e smantellare le tante corporazioni del Paese. Ma si tratta di un interrogativo fasullo. Per la semplice ragione che un liberale non può non essere favorevole alle liberalizzazioni. A condizione che le misure tese a liberalizzare il mercato e a rimuovere le incrostazioni corporative siano effettivamente liberali. Ma come si misura il grado o tasso di liberalismo di un provvedimento? E’ sufficiente che il governo lo definisca tale e che i media fiancheggiatori lo accolgano come il primo e sacrosanto passo nella battaglia contro il corporativismo? Oppure è necessario e indispensabile che per essere considerato liberale un provvedimento di liberalizzazione sia realizzato nel rispetto dello spirito e della forma delle libertà costituzionali?

    Se il criterio è il primo, hanno ragione Marco Follini e Bruno Tabacci, cioè gli statalisti post-democristiani della Cdl che si sono improvvisamente convertiti al liberalismo di Prodi e agli interessi del “partito del Corriere della Sera”. E i titubanti del centro destra farebbero bene ad allinearsi di corsa alla linea dettata dalla fabbrica del consenso di via Solferino. Ma se il criterio è il secondo, non si può non rilevare come le liberalizzazioni realizzate per decreto dal governo di centro sinistra non abbiano proprio nulla di liberale. Per la semplice ragione che sono delle liberalizzazioni autoritarie ispirate a una logica esclusivamente punitiva di categorie considerate ostili e nemiche del blocco sociale della maggioranza. Diciamola tutta e con grande franchezza. A Prodi non importa un fico secco di liberalizzare. Vuole punire in maniera esemplare alcune categorie: i tassisti, i notai, i farmacisti. E, dopo aver per tanto tempo parlato di concertazione con i rappresentanti dei gruppi sociali, vara un decreto che non solo non recepisce alcuna osservazione degli interessati, ma li condanna a una protesta tanto rumorosa quanto inutile.

    La logica che ispira il provvedimento, dunque, non è quella sacrosanta della eliminazione dei lacci e lacciuoli che imbrigliano il mercato. E’ quella, niente affatto liberale ma marxista, del “colpiscine uno per educarne cento”. Oggi è la volta dei tassisti, dei farmacisti, dei notai. Ma già la grande stampa compiacente e asservita preannuncia che tra non molto toccherà ai professionisti, alle partite Iva, ai piccoli e medi imprenditori, ai proprietari di immobili e a tutte quelle altre categorie del ceto medio che hanno la riprovevole colpa di non aver votato per il centro sinistra. Chi si macera nella Cdl, dunque, sbaglia. Con le liberalizzazioni autoritarie e punitive non si imita Reagan ma Lenin. O, più modestamente, Castro.

    tratto da L'Opinione 4 luglio 2006

  9. #209
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    La giusta direzione
    Per il risanamento un progetto serio, non escamotage

    Il Tg3 delle 19,00 di lunedì scorso ha riferito, nel suo commento destinato alla giornata politica, che il Pri, con l'Udc, era disposto al dialogo con il centrosinistra sulle liberalizzazioni proposte dal governo. Il Tg1 delle 20,00 nella stessa giornata, recitava poi che La Malfa non era d'accordo con il Nuovo Psi, che dall'opposizione voleva votare la manovra finanziaria. Siamo molto contenti che la Rai segua con nuovo interesse le posizioni del partito, ma forse è il caso di spiegare più esaurientemente quali esse siano, per evitare confusioni.

    Il Pri ha valutato positivamente il fatto che il governo abbia aperto la strada alle liberalizzazioni. C'è stata l'intervista alla "Stampa" di La Malfa sabato scorso, che esprime perfettamente la nostra posizione a riguardo: "Si va nella direzione giusta". Ma, nella stessa intervista, La Malfa denunciava a chiare lettere che non c'era nulla da parte del governo, nessuna proposta, sul risanamento finanziario: e questo nonostante che il ministro dell'Economia Padoa - Schioppa avesse detto a suo tempo che il problema dei conti pubblici era di "enorme urgenza". Se, nonostante tali allarmate ed allarmistiche dichiarazioni, tutto quello che poi fa il governo a riguardo è una correzione dei conti dello 0,5, evidentemente o l'urgenza non c'era - e Padoa - Schioppa si sbagliava - oppure egli non sa cosa fare per intervenire, o peggio, non può intervenire per ragioni politiche.



    Da qui il dubbio che la liberalizzazione sia davvero un progetto serio e non piuttosto un escamotage per nascondere l'incapacità del governo di affrontare il nodo del risanamento. Il Pri non intende essere ostile pregiudizialmente al governo, ed è disposto a valutarlo sui fatti. Il Paese non può permettersi un atteggiamento di pura contrapposizione, ed è nostro interesse che il governo agisca bene, anche se non lo sosteniamo. Ma, prima di giudicare, vogliamo vedere chiaro: e dunque non capiamo come si possa dire che i conti del paese siano peggiori del '92, e poi uscirsene con le liberalizzazioni, senza al contempo intervenire pesantemente sui conti stessi.

    Poi, se il governo fa le liberalizzazioni, se ha un piano serio (che ancora non si conosce), noi non staremo a preoccuparci da dove si inizi a liberalizzare: l'importante è che si inizi e non che si finisca o, peggio ancora, si finisca col rimangiarsi quello che è stato promesso. Scriviamo questo, perché nella serata di lunedì abbiamo appreso delle critiche del ministro di Grazia e Giustizia al provvedimento e vediamo diversi distinguo della maggioranza a riguardo, che lasciano perplessi.

    Allora il Pri è interessato ed aperto al confronto, ma non siamo degli ingenui. Nell'insieme dell'opposizione notiamo che i commenti a riguardo dell'iniziativa del governo sono diversamente graduati.

    L'onorevole Fini, ad esempio, ha sollevato un'obiezione di metodo. Egli ha ragione, anche perché nella parzialità del metodo si coglie un'impostazione molto diversa da quella annunciata dal governo, che sarebbe dovuta essere la concertazione. Come ha ricordato anche il sindaco Veltroni a proposito, "serve la massima concertazione possibile". Invece nel caso di categorie come farmacisti e tassisti non c'è stata nessuna concertazione. Ora noi capiamo benissimo che il governo non possa concertare che con alcune categorie ben definite. Ma non ci si può poi stupire che quelle escluse, e soggette a provvedimenti piuttosto rilevanti sullo stato del loro stesso ordine professionale, si ribellino. Vedremo se il governo è capace di affrontare questa rivolta di alcuni ceti sociali, mentre concerta amabilmente con altri, o se invece dovrà mollare la presa per sottrarsi alla accusa di iniquità che già gli viene mossa.

    L'onorevole Capezzone ieri invitava i liberali del centrodestra ad uscire dal proprio "bunker" per discutere delle magnifiche idee liberalizzatrici del nuovo governo. Gli abbiamo risposto che noi siamo disponibilissimi e lo confermiamo, ma non vorremmo poi scoprire che nel bunker si trovano lui ed il ministro Bersani per ripararsi dal malcontento dei loro stessi alleati. Perché, se c'è qualcuno che appare davvero assediato, è proprio chi nel centrosinistra ha proposto all'ordine del giorno della sua agenda un capitolo pur indispensabile come questo per la competitività del Paese.

    Roma, 4 luglio 2006



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  10. #210
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    La logica che ispira il provvedimento, dunque, non è quella sacrosanta della eliminazione dei lacci e lacciuoli che imbrigliano il mercato. E’ quella, niente affatto liberale ma marxista, del “colpiscine uno per educarne cento”. Oggi è la volta dei tassisti, dei farmacisti, dei notai. Ma già la grande stampa compiacente e asservita preannuncia che tra non molto toccherà ai professionisti, alle partite Iva, ai piccoli e medi imprenditori, ai proprietari di immobili e a tutte quelle altre categorie del ceto medio che hanno la riprovevole colpa di non aver votato per il centro sinistra. Chi si macera nella Cdl, dunque, sbaglia. Con le liberalizzazioni autoritarie e punitive non si imita Reagan ma Lenin. O, più modestamente, Castro.
    Una liberalizzazione, in quanto tale, non potrà mai essere considerata marxista, poiché invece di danneggiare, in realtà potenzia il settore liberalizzato e agevola il consumatore. Se la destra vuole colpire la sinistra, può farlo se la sinistra non farà lo stesso con i grossi monopoli, quelli cruciali per l'economia nazionale. Altrimenti è meglio tacere e votare a favore!

 

 
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