I consigli di Scalfari al reverendo
di Arturo Diaconale
Eugenio Scalfari sostiene che il governo ha cinque mesi di tempo per recuperare il consenso perduto dall’estate ad oggi. In questo periodo Romano Prodi deve gettare alle ortiche la tonaca da curato di campagna con cui ama travestirsi e indossare le vesti dei consoli romani che, nei periodi d’emergenza, diventavano dittatori semestrali di salute pubblica. Il tutto, sempre secondo Scalfari, per realizzare un programma minimo: liberalizzare i mercati, riformare le pensioni, ritoccare la Biagi, varare Pacs e testamento biologico, barcamenarsi tra laicisti e Cei, riavviare la Tav e continuare la lotta contro l’evasione destinando le risorse alla riduzione dell’imposizione fiscale. A suo tempo Scalfari pronosticò la trasformazione dell’Italia in una grande e migliore Svizzera grazie all’opera del governo di Ciriaco De Mita. Per cui nessuno ora può stupirsi se “il fondatore” immagina che Prodi si travesta da Cesare e in cinque soli mesi riesca ad attuare un programma che, sulla carta sarà pure “minimo”, ma nei fatti ha una portata addirittura rivoluzionaria per l’Italia. Naturalmente non esiste neppure una mezza possibilità che Prodi faccia il Cesare e passi il Rubicone attuando una sola delle misure indicate dal “fondatore” di “La Repubblica”.
Un governo che viene preso con le mani nella marmellata ed è costretto a sconfessare la fiducia chiesta al Parlamento con un decreto che cancella la misura del “tana libera tutti” per gli amministratori imbroglioni, dimostra di non essere in grado di realizzare nulla. Tanto più che sulle liberalizzazioni è ostaggio dei sindacati e delle grandi lobby, e al massimo può prendersela con qualche categoria debole come i tassisti; sulle pensioni e sulla Biagi è paralizzato dai veti e dai diktat delle sue componenti più estreme; sui Pacs e su tutte le questioni etiche è lacerato al proprio interno tra laicisti, papisti e opportunisti di vario genere; sulle grandi opere è inchiodato dalle minacce degli ambientalisti. E, infine, sulla politica fiscale è talmente condizionato dagli ottusi tecnicismi europeisti di Tommaso Padoa Schioppa e dalle ubbie ideologiche di Vincenzo Visco, da essere in grado solo di continuare ad andare avanti lungo la strada dell’aumento progressivo della pressione tributaria.
A stretto rigore di logica una previsione del genere dovrebbe comportare la evaporazione a breve della compagine governativa. Per cedimento strutturale o per implosione. Invece, a differenza di quanti immaginano che alla fine di gennaio il governo arrivi al capolinea, è proprio la consapevolezza che l’esecutivo non è in grado di fare nulla a far pensare che abbia ragione Scalfari quando preventiva altri cinque mesi di ulteriore permanenza di Romano Prodi a Palazzo Chigi. In Italia non c’è nulla di più stabile di un governo precario che si fonda sulla paura delle proprie componenti di ritornare all’opposizione. Prodi, vestito da prete o da console, può tirare un sospiro di sollievo. Non così il Paese. Che più il governo dura, più affonda. Nella crisi generale e del ridicolo della propria classe dirigente.
tratto da http://www.opinione.it/




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