LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…115)
• A cura di Valter Vecellio
Quaderno
Ancora sul 587
L’offensiva contro l’articolo 587 del codice penale, divampata sulla sentenza della Corte d’Assise di Catania che condannava a due anni e undici mesi Gaetano Furnari, mi pare contenga una certa confusione, almeno sul piano pubblicistico, tra il caso particolare da cui sorge e il principio che rivuole combattere: e si finisce con l’avere l’impressione che quello che in definitiva si chiede è una più dura condanna del Furnari, a farne quasi elemento espiatorio di uno stato di fatto vergognosamente mantenuto dall’indifferenza dei legislatori più che dalla resistenza di un ambiente.
In realtà l’articolo 587 c’è. Che i giudici di Catania l’abbiano applicato con eccessiva clemenza, come sostengono alcuni, è un discorso; ma altro è il rimproverare loro che non abbiano cominciato, proprio dal caso Furnari, a disapplicarlo. Chiedere che il potere giudiziario si attribuisca una facoltà che è del potere legislativo a me pare mostruoso. Tanto per fare un esempio: i giudici potrebbero anche considerare disapplicabili gli articoli di legge che riguardano la ricostituzione del partito fascista e la apologia del fascismo; e in perfetta buona fede, visto che manifestazioni puramente fasciste, di fascistico rituale, appartengono ormai a uno sparuto folklore e non costituiscono un reale pericolo per la società, per lo Stato (mentre pericoloso è l’altro fascismo, quello che agisce senza gli orpelli e i riti del ventennio, quello che non si vede). Ma se ciò avvenisse, molti di coloro che hanno riprovato la mancata disapplicazione del 587 da parte della Assise di Catania credo leverebbero la più fiera protesta.
La ribellione del giudice alla legge, anche se esercitata nella forma non clamorosa di una disapplicazione tecnicamente mimetizzata, a me pare sia compatibile, e senz’altro lodevole anzi, in uno Stato tirannico. Ma oggi, in Italia, c’è un libero Parlamento, un’assemblea legislativa liberamente eletta; e se esiste una legge non più rispondente alla realtà, retriva e incivile, non c’è da meravigliarsi che gli avvocati la invochino e i giudici l’applichino. E’ da meravigliarsi, piuttosto, che il ministro della Giustizia, pur dicendosi personalmente impegnato per l’abolizione, lasci intravedere la possibilità di un ripiegamento, di un compromesso, per cui la pena verrebbe ad essere inasprita ma il concetto dell’onore, cui il 587 si ispira, preservato. “Sono”, ha detto reale, “il Ministro di un governo di coalizione e devo prevedere anche le possibili reazioni degli altri”. Ma di chi? La coalizione è formata dal Partito Repubblicano, cui il ministro appartiene, e che se pur sparuto numericamente rappresenta e spesso efficacemente conduce opinioni avanzate; da due partiti marxisti, che non possono non trovarsi su posizioni abolizioniste; da un partito che anche troppo si ispira ai principi della Chiesa Cattolica e che non può essere insensibile a una restaurazione della dignità umana. E c’è poi la Costituzione, che Governo e Parlamento sono tenuti a custodire, a realizzare, a servire; e appunto i principi affermati dalla Costituzione sono in netto contrasto con l’articolo 587, contro questa pena di morte a tariffa mite, contro questa esaltazione della ineguaglianza dei sessi, delle creature umane, dei cittadini.
Tornando al caso Furnari, bisognerebbe che ognuno di noi – di noi che inequivocabilmente ci siamo pronunciati per l’abolizione del 587 e che, per come possiamo e sappiamo, conduciamo questa lotta – si mettesse a rimeditarlo dal punto della coscienza dei giudici. Se noi ci fossimo trovati a giudicare, è certo che saremmo stati più sereni se avessimo negato all’imputato tutta la clemenza che la legge gli offriva? Per quanto alto, il principio morale che si avrebbe dettato più dura sentenza, non avrebbe avuto carattere “privato” se a portata di mano c’era la legge che consentiva, e anzi imponeva, una pena mite? Dopotutto, la pena non è una vendetta; e che Furnari esca dal carcere dopo due anni e undici mesi o dopo dieci anni certo non andrà ad ammazzare un’altra persona. E ritengo anzi giusto, nel lottare per l’abolizione del 587, che non solo bisogna fare astrazione del caso Furnari e dalla sentenza di Catania, ma augurarci che i giudici di appello non sentano la pressione dell’opinione pubblica e che il maestro di piazza Armerina sia l’ultimo a godere di una legge ingiusta invece che il primo a sentire il peso del mutato e inarrestabile corso delle cose.
Del tradurre
Leggo la traduzione, recentemente ristampata, che Clemente Rebora fece, una trentina di anni addietro, di un grande racconto di Tolstoi: “La felicità domestica”. Traduzione, dice l’editore, bellissima, “frutto di un incontro unico e irripetibile, fra uno scrittore grande come Tolstoi, colto nel momento in cui era giunto nella vita ad un approdo provvisorio e sereno di equilibrio…e un poeta come Clemente Rebora, anche lui in un momento particolarmente felice di equilibrio, ed al culmine di una educazione finissima di vita e di letteratura, prima di una svolta, e di una più intima e segreta vicenda”. La svolta cui la nota allude, la vicenda, è stata quella che ha portato Rebora a vestire la tonaca di scolopio o di servita, non ricordo bene; ma è di ciò che qui mi importa. Voglio confessare invece una cosa: che la bellissima traduzione mi ha dato un certo disgusto: “Da ogni parte più intensamente si espanse il profumo dei fiori: copiosa rugiada l’erba irrorava: un usignolo non lungi, nel folto delle serenelle, prese a ciangottare, e udite le nostre voci, si tacque: stellato il cielo quasi fosse disceso su di noi”. “Non appena mi sono avvicinato a voi, dopo tutto quel polverio, caldo, sfaticare, ecco venire un alito di mammola. E non della violetta olezzante, ma di quella primaticcia, brunettina, che odora di nevicella fusa e d’erba primaverile”. E saranno senz’altro di Tolstoi queste serenelle, queste mammole, questa navicella; ma alitano un Pascoli di seconda mano che con Tolstoi non ha niente, proprio niente, a che fare. E il racconto prende un che di lezioso, di cinguettante, per cui si finisce col rimpiangere di esserci imbattuti in questa bellissima e poetica versione, invece che in una dura, grigia, anonima e magari sgrammaticata traduzione. Perché Tolstoi è uno di quegli scrittori che non può essere distrutto da una brutta traduzione (e nemmeno da una sceneggiata televisiva, come abbiamo visto), ma da una traduzione bellissima sì.
(“L’Ora”, 15 gennaio 1966)




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