LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 106)
• A cura di Valter Vecellio
QUADERNO
Jaki
Jaki, che in serbo vuol dire “il forte” è pseudonimo di Joza Horvat. Più propriamente sarebbe da dire “nom de guerre”: poiché quest’uomo, anche fisicamente forte, è in guerra con sé stesso e col mondo. Da Nazarje pri Celju, piccolo paese della Slovenia, a pochi chilometri dal confine con l’Austria, piccolissimo anzi, che nel suo nome evoca idillio cristiano, e così appare nelle sue case sparse tra gli orti e dominate da una solitaria chiesa bianca, Jaki fa guerra ai demoni antichi e nuovi, alla natura e alla storia, ai mostri che la natura suscita e che il sonno della ragione produce.
Ed ecco che abbiamo nominato Goya: “El sueno de la razon produce monstruos”, i capricci, i disastri. Il pittore che più gli si può avvicinare: per quella testimonianza ed esorcizzazione del mondo, del tempo storico, attraverso le angosce, i demoni, i fantasmi della propria coscienza, del proprio essere. Ma in Jaki è anche qualcosa di ariostesco, di avventuroso, di spavaldo: quale appunto si addice ad un uomo che sotto ad ogni mostro o disastro che rappresenta o conferma la sua vittoria firmandosi il forte. Lotta contro i mostri e li atterra: su un foglio di carta, su una lastra di rame, sui mattoni, sui piatti, sulle pareti, sui tavoli sulla neve, su qualsiasi cosa si possa disegnare o incidere: continuamente, instancabilmente con una forza e una velocità incredibili: con tecniche inventate, o che sembrano inventate, al momento: con strumenti imprevedibili. Gli basta per esempio un pezzo di carta metallizzata da scatola di biscotti: ed ecco che la spalma di nero e sul nero servendosi di uno di quei pennini con asticciola che quando noi andavamo a scuola costavano due soldi, incide minutamente in un arabesco sottilissimo e fitto, un fantastico uccello, un mostro, una crocifissione. Oppure stende su un foglio strati di quei colori a cera che si usano nelle scuole: e con mano straordinariamente ferma e veloce, servendosi di una punta qualsiasi fa sorgere da una tumefazione di colori tutta un’utopia. Oppure dategli la sezione di un tronco d’albero: e con fiamma ossidrica, colori e vernici ottiene mostruose pietrificazioni di zoologia fantastica.
E siamo così al secondo nome, di scrittore stavolta, il cui mondo confina con quello di Jaki: Jorge Luis Borges, l’autore di quel “Manual de zoologia fantastica”, di quelle “Ficciones”, finzioni che sono labirinti di tempo e di spazio di storia e di utopia, di memoria erudita e di ossessioni. Solo che in Jaki, nelle sue cose, non stinge il minimo sospetto di quella suggestione libresca, di quella rara erudizione, di quella sottile cultura esoterica che in Borges sono peculiari. Ma della “Zoologia fantastica” di Borges passi come questo possono introdurre alla zoologia di Jaki: “L’idea del cielo come animale riapparve col Rinascimento, in Vanini; il neoplatonico Marsilio Ficino parlò dei peli, denti e ossa della terra; e Giordano Bruno stimò che i pianeti fossero grandi animali tranquilli, di sangue caldo e abitudini regolari, dotati di ragione. Al principio del secolo XVII, Keplero disputò all’occultista inglese Robert Fludd la paternità dell’idea della terra come mostro vivente “la cui respirazione di balena, corrispondente al sonno e alla veglia, produce il flusso e il riflusso del mare”. L’anatomia, l’alimentazione, il colore della memoria e la forza immaginativa e plastica del mostro furono studiate da Keplero…”. Studiate da Keplero, e rappresentate da Jaki potremmo aggiungere. E prendiamo a caso qualche animale della fauna borghesiana: “Di otto zampe dicono provvisto (o carico) il cavallo del dio Odin, Sleipnir che è di pelo grigio e va per la terra, per l’aria e per gli inferni…”; “la fama di Behemoth raggiunse i deserti dell’Arabia, dove gli uomini alterarono e ingrandirono la sua immagine. Da ippopotamo o elefante lo fecero pesce che si sostiene sopra un’acqua senza fondo, e sopra il pesce immaginarono un toro, e sopra il torno una montagna di rubino…”. Baldanders è un mostro successivo un mostro nel tempo: nel frontespizio della prima edizione del romanzo di Grimmelshausen è raffigurato un essere con testa di satiro torso d’uomo ali spiegate d’uccello e coda di pesce, che con una zampa di capra e un artiglio d’avvoltoio calpesta un mucchio di maschere, che possono essere gli individui della specie.
Porta una spada alla cintura, e nelle mani ha un libro aperto con le figure di una corona, un veliero, una coppa, una torre, una creatura, alcuni dadi, un berretto a sonagli e un cannone: “L’agnello vegetale di Tartaria detto anche “borametz” o “polypodium borametz”, è una pianta che ha forma d’agnello, coperta di lanugine dorata. Cresce su quattro o cinque radici; le altre piante le muoiono intorno, ed essa si mantiene rigogliosa; a tagliarla, n’esce un succo sanguigno…In altri mostri si combinano specie o generi animali; nel “borametz” il regno animale e il vegetale…”; “Il centoteste è un pesce creato dal ‘karma’ di alcune parole, per la loro postuma ripercussione nel tempo. Una delle vite cinesi del Buddha riferisce che incappò nelle reti di certi pescatori. Questi dopo infiniti sforzi, trassero a riva la rete e vi trovarono un enorme pesce, con una testa di scimmia, un’altra di cavallo, un’altra di volpe, un’altra di cane, un’altra di cervo, un’altra di tigre, e così via fino a cento…”. E potremmo continuare in questo giuoco, risparmiandoci di descrivere con parole nostre gli animali mostruosi che popolano il mondo di Jaki, la sua era: l’era jakiana, come lui (scherzosamente e no) dice. Ma bisogna avvertire che se questi mostri provengono a Borges dalle favolose faune di antichi testi religiosi, di antiche storie naturali, dagli incubi e dalle invenzioni della letteratura mondiale, in Jaki esclusivamente (o quasi) sorgono, proprio come in Goya, dalla coscienza in sé inquieta e tempestosa e dalla reazione della coscienza alla realtà storica. Tutti i richiami che, di fronte alle sue cose, si possono fare a particolari momenti, nomi ed espressioni della letteratura e dell’arte, possono servire a noi; ma non hanno assolutamente alcun valore e significato per lui. Si definisce ed è, un primitivo. L’unico apporto libresco nel suo mondo è rappresentato da HG.Wells: scrittore assolutamente insufficiente a scatenare il tremendo caos, la tremenda era jakiana.
Jaki è nato il 4 marzo del 1930 a Murska Sabota, quasi sul confine tra la Jugoslavia e l’Ungheria. La sua famiglia era stata parte di quel mondo che nel suo crepuscolo e nella sua dissoluzione aveva coinvolto tanti e diversi destini; di quel mondo di quel tempo storico, in cui nostalgie e presentimenti, dinastici miti sensuali e tragedie, ambiguità e alienazioni e metamorfosi trovavano estrema declinazione: l’impero austriaco, diciamo il mondo asburgico.
Nella città dell’impero erano accadute stranissime cose: a Praga lussuose case di piacere improvvisamente si erano mutate in case di lutto e mediocri commessi viaggiatori in scarafaggi; a Vienna, un consigliere in pensione si era dato a scrutare ossessivamente con un binocolo militare le finestre illuminate, in cerca di celesti terresti veneri, mentre una dama di corte aveva trovato in una prostituta la sua controfigura da offrire al desiderio di un sultano, e sempre a Vienna, nell’organizzazione delle feste giubilari per l’imperatore, era venuto fuori l’uomo senza qualità. Ancora a Praga, appena scoppiata la guerra del quattordici, un richiamo di nome Schweyk, un idiota, aveva irrimediabilmente compromesso l’unione e la felicità dell’impero, il morale, delle armate combattenti, il raggiungimento della vittoria. Avvenimenti piuttosto strani, e più strani e grevi quelli che in essi si presentavano.
In un certo modo, gli atroci simboli di Jaki, le sue spaventose allegorie e metamorfosi, provengono da quel mondo. Non sappiamo fino a che punto se ne renda conto, ma è indicativa, la sua passione a raccogliere le reliquie, a collezionare oggetti di quel tempo perduto. Quando con orgoglio di collezionista mostra il grande, pesantissimo libro di immagini offerto a Francesco Giuseppe nella festa del giubileo (quella stessa da cui rameggia il grande libro di Musil), viene sa sospettare che quelle immagini ambiguamente in lui suscitino una dorata nostalgia e una profonda paura: quella stessa ambiguità che anche a livello del comune e banale sentimento, trascorre di musica e di morte nel destino degli Asburgo.
(da “L’Ora”, 18 settembre 1965)




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