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  1. #121
    L'estremista moderato
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…115)

    • A cura di Valter Vecellio

    Quaderno



    Ancora sul 587

    L’offensiva contro l’articolo 587 del codice penale, divampata sulla sentenza della Corte d’Assise di Catania che condannava a due anni e undici mesi Gaetano Furnari, mi pare contenga una certa confusione, almeno sul piano pubblicistico, tra il caso particolare da cui sorge e il principio che rivuole combattere: e si finisce con l’avere l’impressione che quello che in definitiva si chiede è una più dura condanna del Furnari, a farne quasi elemento espiatorio di uno stato di fatto vergognosamente mantenuto dall’indifferenza dei legislatori più che dalla resistenza di un ambiente.

    In realtà l’articolo 587 c’è. Che i giudici di Catania l’abbiano applicato con eccessiva clemenza, come sostengono alcuni, è un discorso; ma altro è il rimproverare loro che non abbiano cominciato, proprio dal caso Furnari, a disapplicarlo. Chiedere che il potere giudiziario si attribuisca una facoltà che è del potere legislativo a me pare mostruoso. Tanto per fare un esempio: i giudici potrebbero anche considerare disapplicabili gli articoli di legge che riguardano la ricostituzione del partito fascista e la apologia del fascismo; e in perfetta buona fede, visto che manifestazioni puramente fasciste, di fascistico rituale, appartengono ormai a uno sparuto folklore e non costituiscono un reale pericolo per la società, per lo Stato (mentre pericoloso è l’altro fascismo, quello che agisce senza gli orpelli e i riti del ventennio, quello che non si vede). Ma se ciò avvenisse, molti di coloro che hanno riprovato la mancata disapplicazione del 587 da parte della Assise di Catania credo leverebbero la più fiera protesta.

    La ribellione del giudice alla legge, anche se esercitata nella forma non clamorosa di una disapplicazione tecnicamente mimetizzata, a me pare sia compatibile, e senz’altro lodevole anzi, in uno Stato tirannico. Ma oggi, in Italia, c’è un libero Parlamento, un’assemblea legislativa liberamente eletta; e se esiste una legge non più rispondente alla realtà, retriva e incivile, non c’è da meravigliarsi che gli avvocati la invochino e i giudici l’applichino. E’ da meravigliarsi, piuttosto, che il ministro della Giustizia, pur dicendosi personalmente impegnato per l’abolizione, lasci intravedere la possibilità di un ripiegamento, di un compromesso, per cui la pena verrebbe ad essere inasprita ma il concetto dell’onore, cui il 587 si ispira, preservato. “Sono”, ha detto reale, “il Ministro di un governo di coalizione e devo prevedere anche le possibili reazioni degli altri”. Ma di chi? La coalizione è formata dal Partito Repubblicano, cui il ministro appartiene, e che se pur sparuto numericamente rappresenta e spesso efficacemente conduce opinioni avanzate; da due partiti marxisti, che non possono non trovarsi su posizioni abolizioniste; da un partito che anche troppo si ispira ai principi della Chiesa Cattolica e che non può essere insensibile a una restaurazione della dignità umana. E c’è poi la Costituzione, che Governo e Parlamento sono tenuti a custodire, a realizzare, a servire; e appunto i principi affermati dalla Costituzione sono in netto contrasto con l’articolo 587, contro questa pena di morte a tariffa mite, contro questa esaltazione della ineguaglianza dei sessi, delle creature umane, dei cittadini.

    Tornando al caso Furnari, bisognerebbe che ognuno di noi – di noi che inequivocabilmente ci siamo pronunciati per l’abolizione del 587 e che, per come possiamo e sappiamo, conduciamo questa lotta – si mettesse a rimeditarlo dal punto della coscienza dei giudici. Se noi ci fossimo trovati a giudicare, è certo che saremmo stati più sereni se avessimo negato all’imputato tutta la clemenza che la legge gli offriva? Per quanto alto, il principio morale che si avrebbe dettato più dura sentenza, non avrebbe avuto carattere “privato” se a portata di mano c’era la legge che consentiva, e anzi imponeva, una pena mite? Dopotutto, la pena non è una vendetta; e che Furnari esca dal carcere dopo due anni e undici mesi o dopo dieci anni certo non andrà ad ammazzare un’altra persona. E ritengo anzi giusto, nel lottare per l’abolizione del 587, che non solo bisogna fare astrazione del caso Furnari e dalla sentenza di Catania, ma augurarci che i giudici di appello non sentano la pressione dell’opinione pubblica e che il maestro di piazza Armerina sia l’ultimo a godere di una legge ingiusta invece che il primo a sentire il peso del mutato e inarrestabile corso delle cose.


    Del tradurre

    Leggo la traduzione, recentemente ristampata, che Clemente Rebora fece, una trentina di anni addietro, di un grande racconto di Tolstoi: “La felicità domestica”. Traduzione, dice l’editore, bellissima, “frutto di un incontro unico e irripetibile, fra uno scrittore grande come Tolstoi, colto nel momento in cui era giunto nella vita ad un approdo provvisorio e sereno di equilibrio…e un poeta come Clemente Rebora, anche lui in un momento particolarmente felice di equilibrio, ed al culmine di una educazione finissima di vita e di letteratura, prima di una svolta, e di una più intima e segreta vicenda”. La svolta cui la nota allude, la vicenda, è stata quella che ha portato Rebora a vestire la tonaca di scolopio o di servita, non ricordo bene; ma è di ciò che qui mi importa. Voglio confessare invece una cosa: che la bellissima traduzione mi ha dato un certo disgusto: “Da ogni parte più intensamente si espanse il profumo dei fiori: copiosa rugiada l’erba irrorava: un usignolo non lungi, nel folto delle serenelle, prese a ciangottare, e udite le nostre voci, si tacque: stellato il cielo quasi fosse disceso su di noi”. “Non appena mi sono avvicinato a voi, dopo tutto quel polverio, caldo, sfaticare, ecco venire un alito di mammola. E non della violetta olezzante, ma di quella primaticcia, brunettina, che odora di nevicella fusa e d’erba primaverile”. E saranno senz’altro di Tolstoi queste serenelle, queste mammole, questa navicella; ma alitano un Pascoli di seconda mano che con Tolstoi non ha niente, proprio niente, a che fare. E il racconto prende un che di lezioso, di cinguettante, per cui si finisce col rimpiangere di esserci imbattuti in questa bellissima e poetica versione, invece che in una dura, grigia, anonima e magari sgrammaticata traduzione. Perché Tolstoi è uno di quegli scrittori che non può essere distrutto da una brutta traduzione (e nemmeno da una sceneggiata televisiva, come abbiamo visto), ma da una traduzione bellissima sì.



    (“L’Ora”, 15 gennaio 1966)
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  2. #122
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…116)

    • A cura di Valter Vecellio

    Quaderno



    I mestieri difficili

    Negli anni della guerra e dell’immediato dopoguerra ho lavorato in un ufficio la cui sigla – UCSEA – oggi non riesco più a decifrare per intero. Le prime due lettere stavano per ufficio comunale; e nel capoluogo l’UCSEA diventava UPSEA e a Roma UNSEA. Uno di quegli uffici improvvisati nell’imminenza della guerra: e si occupavano degli ammassi obbligatori del grano, delle fave, dell’olio e del vino. Odiatissimo dunque dai contadini, dai proprietari terrieri: e specialmente quando vi furono associate squadriglie miste di carabinieri, guardie di finanza e tecnici agrari che di sorpresa piombavano a perquisire, sequestrare ed arrestare.

    Proprietari e mezzadri avevano, presso questo ufficio, l’obbligo di denunciare l’annuale produzione, entro termini stabiliti. L’ufficio possedeva uno schedario di estratti catastali per cui pochissimi riuscivano a sfuggire. I minimi di produzione venivano stabiliti da una commissione di tecnici, e per la verità erano tali da lasciare un certo margine di arrangiamento: e più saggi difatti vi attenevano; venivano in ufficio a denunciare la produzione minima assegnata alla zona in cui i loro terreni erano situati , e si mettevano così al riparo dalla squadriglia. Ma molti si ostinavano a denunciare una produzione irrisoria, incredibile: e le loro dichiarazioni cadevano perciò in contestazione: che era una specie di tremenda lotteria, poiché dal mucchio delle pratiche in contestazione le squadriglie estraevano quelle quattro o cinque cui, volando da un paese all’altro, potevano dedicare la loro attenzione. Proprietari e mezzadri questo lo sapevano e perciò facevano appello al nostro buon cuore, di noi che stavamo a ricevere le loro dichiarazioni, per far sì che venissero “imbrogliate” tra le accettate invece che lasciate nel pericolosissimo limbo delle contestate. Convincerli che non si poteva, e che anzi conveniva loro denunciare quel tanto di produzione che li mettesse al riparo dai guai (che erano grossi davvero, in carcere e multe), era una delle cose più penose, e spesso inutilmente penose, che nella vita mi sia toccato di fare. I più opponevano che quando una cosa si vuole fare si fa! e che mettere la loro denuncia nel mucchio di destra invece che in quello di sinistra a noi non costava niente. E se ne andavano pieni di sdegnato stupore.

    Qualcosa di simile al disagio e alla pena che io provavo allora mi capita di provare di fronte a tutti coloro che mi mandano o mi portano manoscritti da raccomandare agli editori; e anzi, più che da raccomandare, da passare addirittura agli editori con il mio benestare per la pubblicazione. Di media, si può dire che me ne capiti uno al giorno: forse perché, in un’area relativamente vasta qual è quella della Sicilia interna, sono il solo ad aver pubblicato una mezza dozzina di libri presso grandi editori. Una mole terrificante di manoscritti: e se dovessi leggerli tutti, non mi resterebbe non dico il tempo di scrivere un libro, ma nemmeno di scrivere un articolo.

    Quando poi vengono a trovarmi di persona, a sorpresa, col manoscritto sottobraccio, le cose si fanno terribilmente difficili. Si svolge di solito questa scena, con lievi varianti da un caso all’altro: racconto delle condizioni ambientali ed esistenziali da cui l’opera è nata; racconto della trama se si tratta di un romanzo, dichiarazione degli intendimenti poetici se si tratta di poesie più significanti con commenti esplicativi e collegamenti. Io sono un pessimo ascoltatore, quasi sempre mi distraggo ascoltando una lettura (e mi capita di distrarmi anche a teatro); riesco però a cogliere quel tanto che basta ad acuire il mio interesse o ad allargare la mia distrazione. Di solito, non mi resta che abbandonarmi totalmente alla distrazione. Ad esibizione conclusa, c’è la richiesta di un giudizio sincero. Sinceramente rispondo che io non riesco a dare un giudizio se non dopo aver letto con tranquillità. Se si tratta di poesie aggiungo – ed è vero – che non sono un buon giudice nemmeno leggendole, che in un anno leggo si e no due libri di poesia, dichiarazione che suscita incredulità e diffidenza, e qualcuno arrivava a chiedermi se io sono proprio quello che scrive, se per caso non si trova davanti a un omonimo. Comunque, il mio ospite mi rassicura, mi lascerà il manoscritto, io potrò leggerlo tranquillamente e poi mandarlo all’editore. Perché io debbo mandarlo all’editore, è un fatto già scontato. Rispondo che detesto leggere manoscritti – ed è vero anche questo – e che avrei da leggerne tanti per tutta la vita non mi resterebbe altro da fare: e gli mostro la pila degli ultimi arrivati. Il mio ospite conviene che sì, ci sono tanti seccatori: ma il suo caso è diverso, il suo lavoro io ho il dovere di leggerlo e di mandarlo all’editore; e lui ed io insieme, lui come rivelazione, io come rivelatore, passeremo alla gloria eterna. Declino il dovere e rinuncio alla gloria adducendo il fatto che presso gli editori esistono persone intelligenti che si dedicano esclusivamente a leggere manoscritti. Non ci crede. Insisto. Avanza dubbi sulla intelligenza di questi lettori. Rispondo che sono intelligenti. Ribatte che forse sì, ma forze non sono onesti. Certifico l’onestà dei lettori editoriali,. Va bene, saranno intelligenti, saranno onesti: ma io il manoscritto debbo mandarlo scavalcando lettori e redattori; a Giulio Einaudi in persona, che dicono sia un uomo intelligente, capace di capire subito il genio. Rispondo che io Giulio Einaudi l’ho incontrato un paio di volte. Evidentemente non mi crede. Gli ripeto il consiglio di mandare il manoscritto alle redazioni delle case editrici, magari a due o tre editori contemporaneamente. E se tutti e tre lo accettano? Sceglierà quello che più gli conviene. E se lo rifiutano tutti e tre? Smetta di scrivere. Mi guarda come se avessi bestemmiato: davvero io, scrittore, posso consigliare ad uno scrittore di smettere di scrivere soltanto per il fatto che due o tre cretini non riconoscano le sue qualità? Rispondo che se a scrivere trova sfogo, piacere, conforto, continui pure: ma lo faccia per privato esercizio, senza cercare editori e quindi risparmiandosi l’amarezza dei rifiuti. Ma se il manoscritto lo mandassi io, nessuno lo rifiuterebbe. Lo rifiuterebbero ugualmente. No. Sì. E così si continua finché per lui non arriva l’ora del treno o per tutti e due la canonica ora del pranzo o della cena. E poi la finale battuta, quando una cosa si vuole fare, si fa; e mandare un manoscritto a un editore, con un giudizio entusiastico, a me non costerebbe nulla.



    Confessano i peccati altrui

    Del famoso “Journal” che va sotto il nome di Jules ed Edmond De Gouncourt benché in gran parte dovuto al secondo, nella prefazione Edmond dice che è una confessione dei peccati altrui, e lievissima dei propri; e se con eguale spregiudicatezza e crudezza avessero consegnato al “Journal” la confessione dei propri pensieri, debolezze, vizi e contraddizioni come consegnano i discorsi e il comportamento e le contraddizioni di Flaubert, Maupassant, Zola, Saint-Beuve, Renan ed altri, avremo avuto un libro assolutamente unico. Quello che invece ne è venuto fuori è un grande ritratto della società intellettuale francese nell’arco di circa mezzo secolo, ma senza i Goncourt. O meglio: con i Goncourt che si prodigano in generosità, lealtà, amicizia verso persone che tutto sommato non meritano così nobili intenzioni e attenzioni. E se infine confessione c’è, se un ritratto dei Gouncourt finisce col venir fuori, è dalla malizia con cui vengono annotati gli altri vizi che balza. E bisogna dire che lo Zola bilioso, invidioso, mugugnante, ritratto dai Goncourt ha dimostrato tanto coraggio e tanta nobiltà quando ha riconosciuto, di fronte a questo “Journal”: “Queste sono le nostre memorie!”; esempio di una fedeltà estrema alla propria poetica della verità, fino al sacrificio totale di quell’amor proprio di cui i Goncourt e più Edmond, lo ritenevano pieno.

    Due sole persone si salvano – per lealtà, per candore, per assenza di vizi – dalla penna dei Goncourt: Alfonso Daudet e Giuseppe De Nittis. Dalla penna di Edmond, cioè: perché si salvano appunto per il fatto che Jules Goncourt è morto, e il superstite Edmond in loro ritrova qualcosa del fratello morto.

    Di questo trasporto di Edmond verso il De Nittis non troviamo preciso riscontro: nel “Taccuino” di De Nittis ora pubblicato dalla Leonardo Da Vinci di Bari: dove Goncourt è nominato senza spicco rispetto ad altri amici che frequentavano la casa del pittore italiano. Concorda invece, ma con minor astio da parte del De Nittis, il giudizio su Degas: il quale più di una volta Edmond nelle sue gratuite cattiverie nei riguardi del De Nittis. Ma De Nittis era portato a scusare tutti, a giustificare tutti, ad accordare a tutti la buona fede: e per lui è un buon uomo anche Degas, anche quando Degas mette in giro, nella Francia in cui si presentiva già il caso Dreyfus, la voce che De Nittis era ebreo e va sputando sdegno per il fatto che è stato insignito della legion d’onore. Paterna è invece l’immagine di Manet nel “Taccuino”: un uomo buono, saggio, sereno nella sua vita familiare in un ambiente che dal diario dei Goncourt appare come un groviglio di oscenità.



    (“L’Ora”, 29 gennaio 1966)
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  3. #123
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    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…117)

    • A cura di Valter Vecellio

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    L’acqua di rose

    Per coloro che dicono il fascismo fosse una dittatura all’acqua di rose ecco un piccolo ma significativo documento di un buio a mezzogiorno all’acqua di rose. Si trova nel registro parrocchiale di uno di quei borghi sorti dal cosiddetto assalto al latifondo: Borgo Petilia, che allora portava il nome del “martire fascista” Gattuso; a pochi chilometri da Caltanissetta, sulla statale di Palermo.

    I documenti sono due, entrambi firmati da Mario Jannelli, allora sottosegretario di Stato alle Comunicazioni, ma uno in effetti, a dire della malafede, della menzogna e del disprezzo che c’era nella celebrata acqua di rose.

    In data 25-1-1942 XX “Borgo Gattuso! Una promessa, speriamo buona. Per ora case mal costruite, umide, fredde; imposte che non chiudono. Bonifica? Ma cominciamo dalla bonifica umana! Sei persone in una stanza (la bidella) senza cucina non è bonifica, è medioevo. Mi convinco che la nemica prima dell’Italia Fascista è la statistica. Abbiamo costruito tanti vani…ma Dio sa come. E’ bella la chiesa. E’ bella la scuola dove c’è aria e luce, due cose che c’erano prima…Speriamo che in seguito si faccia diversamente”.

    Ma appena dieci giorni dopo, il 4 febbraio: “Il mio affrettato giudizio, espresso alcune pagine avanti, che risentiva evidentemente della mattinata fredda e piovosa, che tutto colorava di grigio, ha prodotto una cosa buona: una conversazione con il prof. Mazzocchi Alemanni che con tanta passione e competenza conduce la battaglia contro il latifondo siciliano.

    Dopo il colloquio e dopo avere attentamente considerato la pubblicazione dell’Ente, dal volume “Assalto al latifondo” alla relazione del detto prof. Mazzocchi Alemanni alla Regia Accademia dei Georgofili, “La redenzione del latifondo siciliano”, è fino ai “Lunari del contadino siciliano”, opera questa veramente di pratica e grande utilità per i contadini, debbo onestamente convenire che: a) il mio giudizio è stato affrettato e, come sempre accade quando si giudica frettolosamente, piuttosto ingiusto; b) la statistica non gioca in quest’opera colossale la sua opera sottilmente perversa; c) l’ubicazione del Borgo Gattuso – dato il programma futuro e la sistemazione dei Borghi che saranno creati e congiunti con rete di strade – è la giusta; d) i difetti di costruzione, d’altra parte ineliminabili di detto Borgo, non sono imputabili all’Ente; e) bisogna aver fede in questa lotta contro il latifondo che per la sua vastità,per le difficoltà che deve vincere – da quelle che oppone la natura a quelle di alcune categorie di uomini – per la somma di mezzi e di volontà che impegna e ci impegnerà, sarà una delle grandi benemerenze del regime che passano alla storia”.

    L’acqua di rose, per il povero Jannelli, sarà stata più bruciante del vetriolo. Perché bisogna considerare questo: il registro è stato mandato a Roma, non si sa da quale grossa autorità del regime domandato, e una volta a Roma si poteva non restituirlo più, o restituirlo con una pagina strappata, o far scolorire chimicamente la dichiarazione incriminata; e invece si è preferito costringere il Jannelli alla più umiliante ritrattazione. La metastasiana voce del sen fuggita al Jannelli toccò rimangiarsela nel modo più stupido, più ridicolo: quasi che dopo aver parlato coi tecnici e letto le pubblicazioni dell’Ente, quella realtà che aveva visto coi propri occhi e in un impeto di sdegno esplicitamente condannata, si fosse di colpo cancellata. E non gli restava che prendersela con le stelle, al modo di don Ferrante: cioè con la mattinata fredda e piovosa, che tutto colorava di grigio.

    I settant’anni di Li Causi

    Nelle edizioni “Libri siciliani” di Pasquale Marchese è uscito in questi giorni un volume di scritti e discorsi di Girolamo Li Causi, a cura di Franco Grasso e con testimonianza e ricordi di Togliatti, Concetto Marchesi, Giuseppe Berti, Pompeo Colajanni, Celeste Negarville ed altri. Occasione alla pubblicazione del libro è il settantesimo compleanno di Li Causi: ma l’interesse che queste duecentocinquanta pagine suscitano, l’esigenza cui rispondono, vanno ben oltre l’occasione. Nella storia siciliana del dopoguerra ad oggi la figura di Li Causi campeggia vigorosamente e dà nome e senso alle lotte più appassionate e coraggiose. Egli ha rappresentato e rappresenta la parte migliore della Sicilia: anche al di là, direi, dello stesso Partito Comunista nella cui ortodossia i suoi intendimenti e le sue azioni hanno avuto svolgimento. Perché la sua biografia è indissolubilmente legata alla storia del Partito Comunista Italiano,ma la sua umanità (voglio dirlo anche se dispiacerà allo stesso Li Causi) ne è al di sopra. Pochissimi uomini ho conosciuto che hanno la serenità di mente e di cuore, lo spirito di tolleranza, il senso della fraternità umana, l’alta pietà (e dico pietà in un significato che implica la conoscenza) di Girolamo Li Causi. E ancora meno ne ho conosciuti che queste qualità riescano ad equilibrare e fondere con una inflessione e sofferta coerenza, con una totale fedeltà e particolari idee e principi.

    Questo libro, dunque, attraverso la scelta e il montaggio che Franco Grasso ha saputo fare degli scritti e dei discorsi di Li Causi, dà un vivo ritratto dell’uomo nella storia siciliana e italiana degli ultimi venti anni. Si apre con un discorso tenuto a Palermo il 19 agosto del 1944, e si chiude con un articolo sulla ducea di Bronte pubblicato su “Rinascita” nel 1962.

    E questo articolo, come la risposta a una lettera del bandito Giuliano (“La voce della Sicilia”, settembre 1947), sono pagine degne di figurare tra le più profonde che siano state scritte sulla realtà storica della Sicilia. La durezza e insieme la pietà con cui si rivolge al bandito, esatta previsione del destino che su Giuliano incombeva (“tu sei perduto, la tua vita è finita: sarai ucciso o a tradimento dalla mafia che oggi mostra di proteggerti o in conflitto con la polizia”), dicono dell’uomo che Li Causi è, della sua acuta capacità di intuire le nascoste realtà della sua terra. E così l’articolo sulla ducea di Bronte, precisa e intelligente sintesi di una vicenda storica dolorosa per noi, vergognosa per coloro che dal 1799 al 1962 sono stati i promotori e i custodi della sanguinosa usurpazione.

    E mi piace chiudere questa breve nota con il saluto che Concetto Marchesi (altro uomo di raro equilibrio) gli indirizzava nel 1956: “Salute a te, Girolamo Li Causi: che tu abbia la gioia di raccogliere la messe che ha seminato con la mano esperta e mai stanca, con l’indomabile animo, con l’intelletto vigile e pronto, con l’opera tua legata alla storia e alla liberazione della nostra terra”.

    (“L’Ora”, 5 febbraio 1966)
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  4. #124
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    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…118)

    • A cura di Valter Vecellio

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    Il difficile e l’impossibile

    La morte di Buster Keaton per me (e probabilmente per tutti coloro che, come me, hanno il ricordo delle sue cose più autentiche, di quando il cinema non parlava e ad accompagnare le impassibili acrobazie di Keaton veniva su dal golfo dell’orchestra il suono sperso del pianoforte) ha qualcosa di irreale: come fosse una di quelle sparizioni che, nelle sue comiche, sospendeva il tempo a interludio di una più frenetica apparizione. E sarà magari, questa impressione, dettata dal ricordo di quel che Emilio Cecchi ha scritto di Keaton, di un suo incontro con Keaton nel lontano 1931, a Hollywood: “Buster Keaton ha il dono delle apparizioni”. E quindi anche quello delle sparizioni.

    L’esemplare ritratto che Cecchi fa del grande comico, e di altri personaggi dell’olimpo hollywoodiano di allora, si trova nel volume “Messico”. Mi pare che altre volte, successivamente, Cecchi ha scritto di Keaton; e una volta riportando la scritta che Keaton si teneva nel suo camerino, non si sa se a dichiarare una poetica o a irriderla: “Perché essere difficili quando con un piccolo sforzo potete diventare impossibili?”; e viene da considerare che in questi ultimi tempi tanta brava gente questo sforzo l’ha fatto. Solo che non è stato un piccolo sforzo: che non si trattava di passare dal difficile all’impossibile, ma dal facile o addirittura dal nulla all’impossibile. E il problema in fondo sta tutto qui: che si può accettare un impossibile che viene dal difficile (esempio certe pagine di Hegel sono impossibili e il consiglio di Bertrand Russell di lasciar perderle è valido fino a un certo punto); ma non un impossibile cje altro non è che la mistificazione del facile.


    Gli antenati normanni

    Ho letto, in questi ultimi giorni, per un lavoro che sto facendo sui narratori siciliani che dicono la realtà della Sicilia, due scrittori siculo-americani, Jerre Mangione e Ben Morreale.

    Del primo, già tradotto in italiano, un libro che tra il divertimento e l’idillio, con finissime notazioni psicologiche, rappresenta il mondo della “piccola Sicilia” nella città di Rochester; del secondo, con l’aiuto di una amica inglese, un libro più duro, più complicato e problematico sia nella psicologia del protagonista che nella tecnica del racconto. Il libro s’intitola “The seventh saracen”, il settimo saraceno; e la ragione del titolo è spiegata chiaramente nel preludio, che raccoglie la leggenda di sei fratelli saraceni consegnati ai vincitori normanni dal tradimento del settimo fratello, e poi più sottilmente, con inquieta coscienza, da tutto il racconto: che è, in effetti, la vicenda di un tradimento e di un rimorso (ma di un rimorso che non travalica mai dalla rappresentazione alla confessione, e anzi avvolto da un volontario cinismo).

    Jerre Mangione ama la Sicilia, la “piccola Sicilia” di Rochester e quella mitica e lontana che rivive nel ricordo della madre: una Sicilia chiamata a paragone di ogni odore e sapore, di ogni dolcezza di vita e di ogni intensità di sentimento; un luogo insuperabile di verità e di bellezza. E si può dire che Mangione ha identificato la Sicilia con la madre, mentre Ben Morreale l’ha identificata col padre: e perciò, in termini quasi freudiani, la detesta e la ama. E un po’ si sente “settimo saraceno”, portatore di un tradimento ma al tempo stesso consapevole della necessità del tradimento: che è poi lo stato d’animo di chi è riuscito a passare la linea dell’integrazione. E si potrebbe, per questo siculo-americano, ripetere il discorso altra volta tentato a proposito di Pietro Chiara e del suo libro “Con la faccia per terra”: considerando, tra l’altro, che anche il libro di Morreale è nato da un viaggio in Sicilia, nel paese dal quale i suoi genitori erano emirati durante una di quelle periodiche crisi delle industrie solfifere. Piccoli industriali dello zolfo, dice Morreale, i miei genitori sono venuti in America per riuscire ad accumulare quel poco denaro che avrebbe permesso loro di tornare a vivere in Sicilia, nella miseria cui erano abituati: e invece in America c’erano rimasti; ed è lui, nato in America, professore di storia in una università americana, che torna a Racalmuto, paese dei suoi genitori, con quella inquieta coscienza che i suoi genitori certamente non ebbero.

    Come il settimo saraceno, che col tradimento cercò di mimetizzarsi tra i normanni vincitori, tornando in Sicilia e scoprendo che i siciliani lo riconoscono siciliano e non americano, il protagonista del libro cerca nel passato della Sicilia, nella storia, il punto in cui mimetizzarsi, il razziale che gli renda più facile il passaggio da siciliano ad americano: e lo trova, appunto, nei normanni…Praticamente, un dramma tipico della società americana viene trasferito da Guy (questo è il nome del protagonista: normalizzazione, più che americanizzazione, di Gaetano) in una società, quale la nostra, assolutamente ignara di conflitti e mimetizzazioni razziali. E si arriva al grottesco di questo dialogo di Guy con le zie:

    “Com’era nonno Giuliano”, chiese Guy. Rosa era seduta al tavolo e sbucciava fave; Pappina, seduta dall’altra parte, le schiacciava con un martello da calzolaia.

    “Che vuol dire, Gaetano?”.

    “Voglio dire, era alto o…”.

    “No, era basso; molto più basso di te, ma forte”.

    “Io l’ho sempre immaginato alto”.

    “No, era più basso di te, ma solido; non grasso, solido”.

    “Era di colorito chiaro?”.

    “Sì, come te: così chiaro che potevi vedere il sangue sulla sua faccia”.

    “Aveva gli occhi azzurri, dunque”.

    “Aveva gli occhi scuri”, Rosa disse.

    “Comunque non era di origine normanna, no?”.

    “No, veniva da Campobello”.

    “Voglio dire, i suoi antenati venivano dalla Normandia”.

    “No, erano tutti di Campobello, non si è mai parlato d’altro”.

    “Ma io li ho immaginati provenienti dalla Normandia”.

    “E dov’è la Normandia?”.

    “In Francia”.

    “Più lontano di Caltanissetta?”.

    “Sì, più a nord dell’Italia”.

    “Più lontano di Roma?”, domandò Rosa.

    “Sì”.

    Rosa levò alte le braccia: “Mai papà Giuliano andava più lontano di Caltanissetta”.



    (“L’Ora”, 12 febbraio 1966)
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  5. #125
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…119)

    • A cura di Valter Vecellio

    Quaderno



    I fuscelli e la trave

    Tutta quella brava gente che con pio zelo ed esultanza liquiderebbe per fucilazione alla schiena almeno i nove decimi della Comunità Europea degli Scrittori, in questi giorni (dopo la condanna degli scrittori Siniavskij e Daniel) ha scoperto che non solo detta Comunità esiste (denominata più brevemente Comes ma che ha dei doveri nella misura della sua importanza, e principalmente quello di intrigarsi negli affari interni dell’Unione delle Repubbliche Sovietiche e Socialiste in ordine alla libertà di pensiero.



    Il mai (da me) abbastanza ricordato e lodato vicerè Caracciolo diceva che tutti i governi sono tirannici, da quello inglese (che era allora ed è ancora il meno tirannico) a quello del gran turco. E io aggiungo – se questa libertà mi è concessa – che tutti i governi, tutti i poteri, tutte le forme ed espressioni di autorità, tutti gli uomini che governano, che comandano, che condannano, suscitano in me la più profonda avversione e apprensione. E già scrivendo questo non so se le leggi del nostro paese mi consentano o no di scriverlo: e sarebbe un bel caso se coloro che spasimano di angoscia per la sorte dei due scrittori russi mi accusassero di idee sovversive o addirittura di un reato. Comunque è proprio così che la penso: ogni governo ha una più o meno evidente essenza di tirannia, e ogni uomo investito di autorità ripete più o meno evidentemente l’immagine del tiranno.



    Sulla Russia sovietica ritengo che ormai tutti dovremmo avere un’idea precisa: è un paese, uno Stato, che ha realizzato grandi cose, anche nel campo dell’istruzione pubblica e con particolare riguardo alla cultura scientifica,ma basta entrare, in una mostra internazionale d’arte, nei padiglioni russi per sentirsi cascare le braccia. Non sono anticomunista ma mi ci sono per un momento sentito quando anni addietro, ho visto la sezione russa alla biennale dell’incisione di Lugano. C’erano cose di uno squallore da far accapponare la pelle. E veniva da chiedersi se davvero l’arte in Russia non producesse niente di diverso e di meglio, se davvero un regime politico poteva riuscire a cancellare un secolo di storia dell’arte e a concentrare (verbo usato nell’accezione del campo di concentramento), gli artisti in una così piatta, anonima, irrimediabile mediocrità. La risposta, purtroppo, non può che essere affermativa: in Russia ci saranno artisti capaci di svolgersi dentro un margine, sia pure ristretto di libertà, di vivere certe esperienze e di rappresentare certe cose; solo che (e da ciò il purtroppo), lo faranno a loro rischio e pericolo, e certamente con la pena della ufficiale riprovazione ed esclusione.



    La Russia, insomma, è un grande paese pieno di terribili contraddizioni. Tra un paio d’anni, con tutta probabilità, sarà in grado di mandare un uomo a passeggiare sulla luna; ma sulla terra continua a processare gli scrittori non sufficientemente leali o non sufficientemente conformisti nei riguardi dello Stato socialista. Personalmente, tengo a dichiarare, mi importa ben poco della passeggiata sulla luna se per controparte ci saranno uomini costretti a passeggiare in un’area di tre metri per quattro a causa delle loro idee.



    Un punto, comunque, dovrebbe essere ben chiaro a tutti: che gli scrittori non leali o non conformisti vengono processati e condannati in base a una legge dello Stato sovietico. E qui, prima di guardare questa trave che è nell’occhio dello Stato russo sarebbe evangelico esercizio guardare i tanti fuscelli che sono nell’occhio dello Stato italiano.



    Proprio accanto alle notizie sul processo di Mosca, i nostri giornali hanno portato i resoconti di casi e processi relativi alla obiezione di coscienza: e la coincidenza era quasi un’astuzia della ragione, e non tanto sottile da non poter essere colta da chiunque. In effetti, il processo contro gli scrittori in Russia e contro gli obiettori di coscienza e gli apologisti dell’obiezione di coscienza in Italia, erano intrinsecamente uguali, qualitativamente uguali. La differenza consisteva soltanto in questo: che quella specie di “corpo mistico” cui gli obiettori di coscienza si rifiutavano era una parte dello Stato italiano, cioè l’esercito; mentre il rifiuto di Siniavskij e Daniel andava allo Stato russo nella sua totalitarietà. Il concetto giuridico su cui è fondato lo Stato sovietico (e qui forse mi esprimo impropriamente e approssimativamente) è esattamente uguale a quello su cui è fondato l’esercito italiano: rifiutarsi all’esercito, presidio della indipendenza e della libertà della nazione, è inconcepibile allo stesso modiche inconcepibile il rifiutarsi alla edificazione del socialismo, allo Stato che procede a tale edificazione.



    Né va dimenticato che or sono pochi anni, in piena guerra fredda (e quindi in un momento in cui più conveniva dimostrare la reale esistenza della libertà in Occidente), abbiamo assistito in Italia a una specie di resurrezione di foro privilegiato, di giurisdizione speciale, in un processo in cui la giustizia militare sottrasse alla giustizia civile due scrittori, rei di aver malinconicamente scherzato sul gallismo dei soldati italiani in Grecia; e che nemmeno con tutta probabilità deteniamo un record altissimo e assoluto su tutte le nazioni democratiche per quanto riguarda denunce e processi tendenti a limitare la libertà di espressione e di pensiero. Se Siné facesse in Italia quel che fa in Francia su De Gaulle e sul regime, riuscirebbe ad accumulare tante condanne da passare in carcere la vita: e questo per fermarci a un solo paragone; chè i paragoni, si sa, sono odiosi.



    (“L’Ora”, 26 febbraio 1966)
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  6. #126
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…120)

    • A cura di Valter Vecellio

    Quaderno



    La zanzara e l’elefante

    Molto probabilmente gli storici scopriranno domani che negli anni Sessanta è insorto una specie di conflitto tra i poteri, per dirla approssimativamente, politici dello Stato italiano e il potere giudiziario; e che in tale conflitto molte istanze di rinnovamento sono state ritardate se non bruciate. E non sarà difficile analizzarne le cause, identificabili anche oggi nella continuità dello Stato ambiguamente mantenuta attraverso quei rivolgimenti politici che avrebbero invece dovuto fare una specie di tabula rasa.

    In pratica succede questo: che davanti alle leggi dello Stato prefascista la Costituzione della Repubblica è come uno schermo trasparente, una pagina non scritta. Di tanto in tanto, e più frequentemente in questi ultimi tempi, qualche caso viene a esplodere su questo schermo: e la coscienza degli italiani se ne inquieta. Poi tutto torna come prima. Non più una puntura di zanzara sul corpo dell’elefante: quale, appunto, il caso della Zanzara del liceo Parini. Un elefante che ha in corpo non soltanto le leggi dello Stato prefascista e fascista, ma anche il Concilio di Trento, il Sillabo, il Santo Uffizio e l’Indice dei libri proibiti (cosa di cui, peraltro, la Chiesa stessa va liberandosi). Non basta infatti la legge fascista del 1933 (che non è poi nemmeno una legge, a quanto pare, ma soltanto una circolare) a giustificare l’ispezione corporale che un magistrato ha fatto eseguire sui ragazzi che redigendo il giornale scolastico “La Zanzara”, sono tutt’al più incorsi in un reato d’opinione: bisogna ricorrere al Concilio di Trento e all’Inquisizione per spiegare una simile procedura. Che cosa si aspettava di trovare il magistrato, sul corpo di due ragazzi e di una ragazza di diciassette anni? Il segno del diavolo, la “marque des sorcières” (Viene davanti il quadro di Clovis Trouille: degli inquisitori che cercano sul corpo della ragazza il marchio delle streghe; e, si capisce, lo trovano).

    Fatti come questo, in un paese che si dice moderno e libero sono incredibili. E intollerabili. Bisogna una volta per tutte mettere fine a questa ambivalenza e ambiguità dello Stato, a questa interna contraddizione, a questo dissidio tra la Costituzione e le leggi, i regolamenti, le circolari; tra le aspirazioni della nazione e le tenaci sopravvivenze illiberali; tra le conquiste di verità e di libertà cui il mondo si avvia e le pesanti remore e ipoteche reazionarie, quando non addirittura da “braccio secolare” che continuamente insorgono.

    E non diremo di più: perché è di uso, di obbligante e rigoroso uso, lasciare la parola alla magistratura giudicante.


    Un pittore siciliano a Milano

    E’ difficile oggi imbattersi in un pittore che abbia, come Giorgio Carpinteri, tutte le carte in regola. Le carte in regola, dico, con la pittura; e quindi anche con la morale che, anche se i più se ne dimenticano o non se ne curano, esiste nell’arte né più né meno che in ogni fatto umano. Carpinteri sa dipingere; e al saper dipingere è arrivato attraverso un intenso processo di ricerca, di travaglio, senza lasciarsi fuorviare dalle mode, senza subire le suggestioni delle altrui ricerche ed elucubrazioni; e altro non vuole che fare della pittura che sia pittura, buona e vera pittura. E che in questa restituzione della pittura alla pittura, in questo suo rifiutarsi al giuoco di quella specie di apocalisse alla moda in cui le arti figurative sono venute a cacciarsi in questi anni, egli riesca ad esemplare originalità e novità di risultati, può apparire un paradosso, nell’infuriare delle “gag” ottiche e materiche. Un paradosso piuttosto antico ma sempre nuovo. E viene da ricordare quel pensiero di Samotracia: che ad un artists vero basta slacciare una fibbia per aprire una nuova visione del mondo, “e i cretini, invece…”.

    Ma oltre al saper dipingere coerentemente e consapevolmente, che è già un gran fatto, in Carpinteri mi pare di trovare una peculiare qualità (che è poi la ragione per cui scrivo questa nota, da non addetto ai lavori quale sono): ed è la polemica, la rabbia, l’inadattabilità sentimentale e morale alla realtà nella quale vive, nella quale ha scelto di vivere. E in ciò è forse da ricercare il senso – non dichiarato, non esteriormente ravvisabile – del suo essere siciliano. Perché alla “memoria siciliana”, per usare la giusta espressione di Renata Usiglio, succede in Carpinteri – ma senza alcun salto, in un naturale processo di acquisizione – un rapporto, forse più esatto sarebbe un urto, con la realtà che noi siciliano diciamo (in un significato abbastanza complesso e polivalente) “continentale” e di questa realtà sa cogliere, dalla sua condizione di emigrato – con acutezza, con ironia, con pena – le contraddizioni e gli eccessi. Più precisamente, con precisa allusione a un grande precedente: le disparetes.



    Parigi vale ancora una messa.

    Non c’è persona, da Roma in giù più scopertamente, da Roma in su più discretamente, che sentendo che venite da Parigi o che ci andate non faccia un malizioso ammicco di intesa e non alluda ai piaceri di cui siete reduci o cui vi darete. Persone, anche, che a Parigi ci vanno frequentemente: e sanno bene che molte ore delle loro giornate parigine scorrono di solito nell’albergo Lutezia, in lunghe conversazioni con gli italiani di Parigi, che si lamentano di Parigi; e quando ne escono, non fanno che spostare la loro conversazione a un cafè del boulevard Saint Germani, di Montmartre o di Montparnasse. Ma basta allontanarsene, ed ecco che il mito erotico di Parigi torna a risplendere: una Parigi che non esiste più e che forse non è mai esistita (E della città vista in dimensione erotica, eroticamente vissuta da un italiano, abbiamo uno spietato ragguaglio, forse non abbastanza conosciuto e capito, in un libro di Mario Tobino.

    Per me, poi, Parigi è tutta in un triangolo che sta tra le rue de Bourgogne, il Louvre e il Lussemburgo: e questo triangolo credo di conoscere ormai in ogni strada. Raramente ne sconfino. Mi è capitato l’altro giorno: mi sono ridotto, stanchissimo, fino alla chiesa di San Rocco, e mi sono guardato bene dall’entrarvi, ricordando che appunto a San Rocco il Manzoni era cascato dalla sella del volterianesimo come Paolo sulla strada di Damasco (E se Manzoni non fosse entrato a San Rocco?). Di domenica pomeriggio, invece, sono entrato senza preoccupazione a Saint Germain des Prés: a sentir messa. Il monumento di Picasso a Guillaume Apollinaire, dentro il sagrato, mi rendeva libero da quell’apprensione che mi aveva fermato davanti a San Rocco. Immaginate un po’ il nostro parroco, vescovo o cardinale alla proposta di collocare, dentro il cancello del sagrato, un monumento a un poeta autore di versi come questi: “Tu l’ignores ma vierge à ton corps sont neuf portes/j’en connais sept eddeux me sont celées…Huitième porte de la grande beauté…Neuvième porte plus mysterieuse ancore…”, e così via. Farebbero salti di indignazione da toccare la cupola delle loro chiese. E invece il parroco o prevosto o abate che sia di Saint Germain probabilmente è fiero di quella statua di Picasso, dedicata a un poeta erotico, editore di letteratura erotica, che è stata collocata dentro l’antico sagrato.

    Comunque: invece che andare a sedere ai Deux Magots, davanti alla tazza di caffè che il cameriere, riconoscendovi italiano, vi assicura fatto all’italiana, ma con un sogghigno che altro non promette che il solito disgustoso beveraggio, ho preferito sentire messa a Saint Germain; e così, riposando, mi sono ripassato un po’ di cattolicesimo francese, da Port Royal a Teilhard de Chardin. Il quale Teilhard de Chardin dice il professor Besterman, discendeva in linea collaterale da Voltaire: e forse questo filo geneaologico è da intendere in più aperto e profondo senso. Nel senso per cui ascoltare messa a Saint Germain non è la stessa cosa che ascoltarla a San Pietro.



    (“L’Ora”, 26 marzo 1966)
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  7. #127
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    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…121)

    • A cura di Valter Vecellio

    Quaderno



    Chi l’ha visto?

    Nel 1878 Raffaele Starrabba pubblicava nell’“Archivio Storico Siciliano” un saggio su Guglielmo Raimondo Moncada, ebreo convertito del secolo quindicesimo: una biografia accurata, ricca di documenti, ma che lasciava il desiderio di saperne di più su un tanto singolare personaggio. A conclusione, lo Starrabba così riassumeva il risultato delle sue ricerche: “Guglielmo Raimondo Moncada adunque, secondo a me pare, fu uomo d’ingegno superiore alla comune e di studi abbastanza estesi. Indotto ad abiurar le proprie credenze e il proprio culto per sottrarsi alla persecuzione che infieriva contro i suoi correligionari egli cercò e trovò il mezzo per riabilitarsi agli occhi delle autorità politiche e religiose la mercè di uno zelo forse affettato per la conversione degli ebrei: così egli pervenne al conseguimento di pingui prebende, di carezze e di onori. La versatilità del suo ingegno, il corredo della conoscenza d’idiomi ignorati quasi universalmente al suo tempo, e dalla orientale erudizione, che in Europa era patrimonio esclusivo degli Israeliti, gli giovarono efficacemente a conquistare l’ammirazione dei suoi contemporanei; così che la sua figura cosi presenta, a dir così circondata di quella specie di luce fosforica, ch’è l’aureola che circonda allo spesso quegli uomini, i quali come lui, sono riusciti ad abbagliare gli occhi a chi è stato loro da presso, ma, non avendo dato opera ad alcun che di sodo e di veramente utile, non sono riusciti ad aver lunga fama oltre la tomba. Se non che da questi il nostro si differisce abbastanza per aver ideato un’opera che gli avrebbe dato un titolo incontestabile di benemerenza tra gli orientalisti, s’ei l’avesse compiuta, e che nel piccolo saggio che ce n’è pervenuto basta forse per riconoscere in lui il merito di essere stato il primo a far conoscere all’Europa e all’Italia il Corano”.

    Ma la luce fosforica di cui parla lo Starrabba è di ben altra natura: è la luce del segreto, del mistero. Già misteriosamente il personaggio scompare nella biografia dello Starrabba, attraverso un ultimo documento in cui il nome del re, il vicerè di Sicilia Gaspare de Spes ordina al Segreto di Girgenti di prender possesso dei benefici, già concessi a Guglielmo Raimondo Moncada, “per lu delictu commisso in Roma” da costui: e sembrerebbe riferirsi a un delitto di cui anche il Segreto doveva essere a conoscenza. Ma più misteriosamente ancora il Moncada ricompare nelle più tarde ricerche di Umberto Cassuto (“Gli ebrei a Firenze nell’età del Rinascimento”, 1918): col nome di Flavio Mitridate, maestro di lingue e misteri orientali a Pico della Mirandola.

    L’identificazione è data per certa dal Cassuto; e pare al Garin, nonostante manchino “numerosi punti di sutura”, molto attendibile. Ma resta da stabilire se il Guglielmo Mitridate e il Flavio Mitridate di cui Pico e i suoi amici parlano nelle loro lettere, in tempi diversi, siano la stessa persona. Comunque: tra il Guglielmo Raimondo Moncada che lo Starrabba lascia al 1483 su un delitto commesso a Roma e il Flavio Mitridate che il Cassuto ritrova tre anni dopo al servizio di Pico, c’è un vuoto che occorre colmare. E tanto incuriosisce il personaggio che vien voglia di pubblicarne i connotati con dicitura “chi l’ha visto?”, come usava fare un settimanale popolare per le persone scomparse. Ed è appunto quello che faccio. Chi ha visto, per caso, fortuitamente, su un qualche documento, in margine ad altre ricerche, Guglielmo Raimondo moncada o Flavio Mitridate, tra Roma e Firenze, tra il 1483 e il 1486?


    Uno scultore a Messina

    Nel grande ritorno dell’“Art Nouveau” o “Modern Style” o più genericamente, del Liberty, l’incontro con lo scultore messinese Antonio Denaro è una piacevole e genuina sorpresa: perché a interpretare e rivivere le forme del “liberty” Denaro è arrivato nativamente, originalmente: non per suggestione culturale o,peggio, di moda. Si ha anzi l’impressione che le forme dell’Art Noveu siano in lui evocazione di memoria, deformate e assottigliate nella favolosa e sensuale ottica del lontano ricordo, dell’indecifrato desiderio, dell’infantile eros senza nome.

    Autodidatta, il Denaro si avvicinò alla scultura dapprima come ad un caos da cui sbozzare e sprigionare drammatiche forme, quasi in antagonismo con la materia. Poi, quasi avesse scoperto la docilità della materia, la disponibilità della materia alla dolcezza, all’idillio, alla grazia, cominciò a trarne forme sottili e librate: di danza, di volo, di giuoco. E si ha stando in mezzo alle sue statue, il senso di star dentro una specie di “ronde”: e mi riferisco appunto a “La ronde” di Scnitzier di cui Max Ohuls prima e Vadim recentemente hanno cavato opere cinematografiche di diverse valore ma di uguale carica erotica. Un carosello di figure femminili, insomma, che per un momento fanno coppia magari con un soldato (com’è malinconicamente in una scultura di Denaro: e forse mi è venuto da questo pezzo il richiamo a “La ronde”); e poi si sciolgono in una loro aerea e tentatrice libertà, in un loro richiamo erotico da cui il giro potrà continuare all’infinito. E ci auguriamo per lo scultore e per noi che il firo continui, che continui questa “ronde” di sensualità e di grazia in cui Denaro ha raggiunto un felice equilibrio, una compiuta maturità.


    Lo sviluppo della società italiana

    Una raccolta di saggi “Sullo sviluppo della società italiana” di Giorgio Ceraini Sebregondi ha pubblicato, qualche mese addietro, l’editore Boringhieri: a cura di Ubaldo Scassellati poiché il Ceriani Sebregondi è morto, poco più che quarantenne, nel 1958. Nato a Romanel 1916,laureato in legge, fece le sue prime esperienze nel servizio commerciale della FIAT. Lavorò poi, per breve tempo nella casa editrice Einaudi, partecipò attivamente alla resistenza, fu dirigende del Movimento dei Lavoratori Cristiani e di quell’effimero Partito della Sinistra Cristiana, fece esperienze “aziendale e sindacale” all’Ansaldo di Genova, passò all’Associazione per lo sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno, collaborando col professor Saraceno alla realizzazione della Cassa per il Mezzogiorno. Ai margini del potere politico dei cattolici (e bastino i nomi della rivista “Cultura e realtà” e “Terza Generazione”), la sua storia personale si può considerare tipica e in un certo senso esemplare di un tentativo di “integrazione”, per così dire della cultura nel potere: un potere storicamente se non naturalmente refrattario alla cultura. E, tutto sommato, la sua storia è per me più importante delle sue riflessioni: la storia di un elemento della classe dirigente italiana degli anni Cinquanta particolarmente dedito allo studio dei problemi del Sud e impegnato nella realizzazione degli strumenti per risolverli. La storia di una sconfitta, insomma, se consideriamo le teorie, le proposte e l’attività del Sebregondi a confronto con l’attuale condizione del Mezzogiorno. E altri potrà trovare nei suoi saggi l’anello che non tiene, il punto che implicava la sconfitta: io li ho letti soltanto (e non senza difficoltà) in funzione del personaggio.



    (“L’Ora”, 9 aprile 1966)
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  8. #128
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    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…123)

    • A cura di Valter Vecellio

    QUADERNO



    Il libro di Ruggero

    I monumenti che ci restano del regno normanno di Sicilia hanno come peculiarità morale ed estetica la tolleranza religiosa e politica in cui si sono realizzati, il “dialogo” tra le culture mediterranee da cui originalmente (e finora irrepetibilmente) sono sorti. E un monumento di questa grande ed unica stagione della storia mediterranea si può considerare anche “Il diletto di chi è appassionato per le peregrinazioni attraverso il mondo” di Abu Abdallah Muhammad ibn Muhammad ibn Idris, una delle opere geografiche tra le più scrupolose e relativamente attendibili del medioevo, e forse la più compiuta, comunemente nota come “Il libro di Ruggero” di Edrisi o Idrisi per il giusto accostamento che la posterità operò tra il nome del geografo arabo che condusse l’enorme lavoro e quello del sovrano normanno che lo volle e lo patrocinò. E della volontà di Ruggero, della generosità con cui protesse il lavoro, Idrisi fa ampia e commossa dichiarazione nella premessa:

    “Alla nobiltà del tratto egli accoppia la bontà dell’indole: ai benefici la cordialità. E con ciò l’animo valoroso, l’intelletto lucido, il profondo pensiero, la imperturbabile calma, il diritto vedere e provvedere, e nel maneggio degli affari, l’abilità che vien dal sommo acume dell’ingegno. I suoi provvedimenti sono strali che mai non falliscono: gli affari più intralciati gli tornano agevoli a ravvivare; a tutto il governo ci sopravvede; i suoi sonni valgono quanto le veglie della comune degli uomini; le sue sentenze sono le più giuste che magistrato abbia mai pronunziate: i suoi doni rassembrano mari profondi e copiosissime piogge. Noverar poi non sapremmo le sue cognizioni nelle discipline matematiche e nelle politiche…Tra le sublimi dottrine e i nobili intendimenti di Ruggero è da notare che quando si estesero le province del suo reame e ingigantirono i propositi del suo governo: quando i paesi italiani gli obbedirono e i popoli accettarono la sua sovranità, gli piacque di appurare le condizioni de’ suoi stati e ritrarle con la certezza della riprova. Saper volle per filo e per segno del suo reame e confini, le vie di terra e di mare, in qual clima giacesse ciascuna provincia, quali mari e golfi le appartenessero. Non contento a questo, bramò di conoscere tutti gli altri paesi e regioni dei sette climi nei quali scienziati si accordano a divider la Terra e i traduttori e i compilatori li segnano in loro pergamene, e quali e quante parti di ciascuna regione tornassero a ciascun clima e si dovessero in quello comprendere e annoverare”.

    L’opera veniva quindi ad obbedire a una esigenza pratica e a una sete di conoscenza: ma, dice giustamente Umberto Rizzitano, “com’è facile immaginare le notizie più interessanti ed anche le più attendibili ed originali sono quelle riguardanti l’Africa settentrionale, la Spagna, l’Italia insulare e peninsulare per le quali Idrisi ha potuto fare tesori quasi sempre di informazioni dirette ed esperienze personali”, che “gli vennero invece a mancare quando si trattò di descrivere la Germania, la Polonia e la Russia…”, e a ciò forse è da aggiungere la fretta di finire l’opera nelle sue ultime parti, stante le condizioni di salute di Ruggero, che infatti moriva qualche settimana dopo il compimento del “Libro”.

    Non sappiamo fuori e dopo il regno normanno quale fortuna l’opera di Idrisi abbia avuto nel mondo latino; e del resto, tanti rapporti, legami ed imprevisti della cultura araba verso la nostra ancora ci sfuggono (e basti pensare che l’ipotesi di uno studioso spagnolo su certa escatologia musulmana passata nella “Divina Commedia” sembrava, appena pochi anni fa, poco serie se non addirittura ridicola: e ora ha trovato invece prove concrete). Ma sappiamo che nel 1592 usciva a Roma un compendio del “Libro” e che nei primi del secolo successivo c’era già una traduzione latina. Nel 1632 il Padre Domenico Magrì, maltese, nel Collegio Romano, traduceva dall’arabo “ad verbum” la parte relativa alla Sicilia; e ne trovò copia manoscritta, nella biblioteca del dottor Domenico Schiavo, Francesco Tardia che, annotandola per come sapeva e poteva, la pubblicava nell’ottavo tomo degli “Opuscoli di autori siciliani” (Palermo 1764). Successivamente, tra il 1836 e il 1840, usciva in Francia una traduzione integrale. Poi Michele Amari, nella “Biblioteca arabo-sicula” (Torino, 1880-81), traduceva la descrizione della Sicilia, cui si aggiungeva più tardi, nella traduzione di Celestino Schiapparelli, quella dell’Italia di terraferma (Atti dell’Accademia dei Lincei, 1883),

    Ora, a celebrare i vent’anni dell’autonomia siciliana, ad iniziativa di un comitato dell’Assemblea Regionale, ‘editore Flaccovio ha pubblicato “Il libro di Ruggero” nelle parti che riguardano l’Italia: in bella edizione, e anzi con una certa giuccheria. La traduzione, che offre la possibilità di una scorrevole lettura (mentre più faticosa sarebbe la lettura delle bellissime traduzioni di Amari e Schiapparelli) è del professor Umberto Ruizzitano; e anche la breve e precisa introduzione, e le note che soprattutto riguardano l’identificazione dei luoghi e per le quali il nuovo traduttore dichiara il suo debito all’Amari e allo Schiapparelli, la cui fatica in questo senso è stata esemplare.

    Presentando il libro, l’onorevole Lanza, presidente dell’Assemblea Regionale, dice che l’opera, nel rifiuto delle suggestioni leggendarie e mitiche, si può considerare come la prima moderna; e ricorda che fu concepita nel palazzo che è oggi sede dell’Assemblea regionale siciliana. E se un tale richiamo vuole essere un avvertimento, un monito, noi malinconicamente lo sottoscriviamo.



    (“L’Ora”, 25 giugno 1966)
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  9. #129
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    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…124)

    • A cura di Valter Vecellio

    QUADERNO

    Come’era la Spagna

    Barcellona. Albergo Colon: nel trentesimo anniversario delll’“alzamiento”. E appena arrivato, affacciandomi al balcone, mi rendo conto che il Colon di cui parla André Malraux nelle prime pagine de “La Speranza” (stupende pagine, grandissimo libro; forse il più grande che sia stato scritto in questi trent’anni), doveva essere situato in altro luogo di Barcellona. Questa Avenida de la Catedral, che pure è una piazza con alberi e colombi, non può essere quella in cui il 19 luglio del 1936, giusto trent’anni fa, operai e impiegati di Barcellona si lanciarono vanamente, sanguinosamente, all’assalto dell’albergo in cui militari e fascisti si erano asserragliati. Ho avuto il torto di non portare con me il libro di Malraux; e non ho un preciso ricordo della descrizione del luogo e dei fatti. Ecco: le truppe e i fascisti venivano dalle caserme a monte, avanzavano verso la città, nella città: scendevano per le “ramblas”, per i “paseos” in cui la città dal compatto nucleo dell’antico quartiere gotico, si irraggia splendidamente. Ma all’altezza dell’albergo Colon, improvvisamente si accorgono che la città proletaria è già tesa, pronta, decisa a fermarli. Il generale Goded è arrivato dalle Baleari per prendere il comando dell’“alzamiento” in Catalogna, ci sono ancora tante altre truppe che debbono scendere verso la città, e aspettando i rinforzi che spazzeranno via la canaglia male armata e senza disciplina, i fascisti occupano la centrale telefonica, l’Eldorado, il Colon. Sparano dalle finestre, dalle terrazze. Il Colon è al centro: imprendibile anche perché protetto dal fuoco incrociato che viene dall’Eldorado e dalla centrale telefonica. Ondate di operai e di impiegati in colletto si lanciano contro l’albergo, cadono in mezzo alla piazza, tra gli alberi, tra i colombi, tra i tavolini dei caffè, come nello sgranarsi di un rosario. La tradizione insurrezionale di andare avanti, sempre avanti, contro il nemico. E la rabbia, l’odio, l’impeto della vendetta finalmente possibile. Il Colon è lì, con le sue cento e più finestre che vomitano fuoco, con le lettere del suo nome, sul tetto, diventate nidi di mitragliatrici. Colon, il nome ispanizzato dell’uomo che scoprì l’America: cento, duecento persone saranno morte guardando quel nome che dalle O spazzava di mitraglia la piazza. Si esponevano vanamente alla morte, morivano soltanto per testimoniare la rivoluzione. E continuarono a morire fin quando si verificò, poco prima di mezzogiorno, uno degli avvenimenti più eccezionali della guerra civile spagnola: tre reggimenti della guardia civile, comandati da un colonnello cattolico, mossero con disciplina, con precisione, all’assalto del Colon. Malraux chiama il colonnello Ximènes, ma il vero nome era Escobar: e prima di sapere che lo stesso Escobar, negli ultimi giorni della guerra civile, per fare pace con Franco, con la stessa decisione con cui aveva dato l’assalto al Colon, si era dato a reprimere il dissenso comunista a Ciudad Real e ad Almadén, prima di sapere di quest’atto inglorioso che bruciava la sua gloria di Barcellona, mi chiedevo perché mai Malraux gli avesse cambiato nome. Dalle pagine de “La Speranza” il personaggio è straordinario.

    Nella realtà storica, un po’ meno: anche se bisogna mettere in conto del suo finale atteggiamento la mancanza di una visione politica delle cose. Il dottor Negrin, ultimo presidente del Consiglio, vedeva l’Europa sull’orlo della guerra: bisognava stringere i denti, resistere per altri sei mesi; e la Spagna si sarebbe trovava alleata della Francia e dell’Inghilterra nella guerra contro il nazi-fascismo. Escobar, ed altri che come lui erano stati leali verso la Repubblica, vedevano invece nella continuazione della guerra un macello inutile.

    Chiamiamo dunque Ximènes questo vecchio colonnello che alla testa di tre reggimenti della guardia civile, disarmato, muove all’assalto del Colon. Avvenimento eccezionale, dicevo, come se, a parte ogni considerazione sulla legalità e lealtà che muoveva Escobar contro l’“alzamiento” fascista, nelle giornate del luglio 1960 gli operai che manifestavano nelle piazze di Genova o di Modena si fossero trovati accanto battaglioni di carabinieri, coi colonnelli in testa. Il paragone s’intende vale soltanto per l’impressione che gli operai di Barcellona dovettero provare alla vista di quelle odiate lucerne d’incerata, fino a quel momento sempre dall’altra parte, dalla parte del privilegio e dell’oppressione, che si lanciavano contro i fascisti. Uguale sorpresa, ma di sgomento, ma di terrore, ne ebbero i fascisti: ognuno pensò di difendere se stesso, cadde quel fuoco incrociato che avrebbe consentito più lunga resistenza; e dieci minuti dopo l’albergo Colon era preso.

    Affacciato al balcone del Colon non riesco a vedere la piazza, l’avenida de la Catedral, come scena di quell’avvenimento di trent’anni fa. E qualche ora dopo, risalendo la via Layetana, dislargandosi questa nella piazza di Catalogna coi giardinetti sopraelevati, coi violoni che vi sfociano a V. L’albergo Colon non c’è più, non c’è più la centrale telefonica; la piazza è circondata di banche, di grandi magazzini; forse non c’è più nemmeno l’Eldorado.

    Qui trent’anni fa morivano a grappoli

    Tavolini, fontane, schermi per lavori in corso, bambini, colombi, un frenetico passeggio sui marciapiedi, un flusso denso e continuo di gente che entra ed esce da El corte inglése, un magazzino grande come la Rinascente di Milano che promette favolosi sconti di fine stagione. Davvero qui, trent’anni fa, in questo giorno, la gente è morta a grappoli, a festoni, avventandosi verso quel lato della piazza che è ora il più cieco, il più chiuso? Sembra che nessuno ne sappia niente, nessuno ricordi, nemmeno gli anziani, nemmeno quegli stessi (e ce ne saranno tra coloro che stanno qui, davanti al bicchiere di “orchata”, davanti al boccale di birra) che vissero quelle ore, che sopravvissero al fuoco di quella mattina. “Era la Spagna tesa e secca,diurno tamburo di suono sordo, pianura e nido d’aquila, silenzio di sferzante intemperie…”. E ora, com’è ora la Spagna, trent’annni dopo, col generalissimo che –dicono –continuamente cede al sonno e tra poco scivolerà nel lungo eterno sonno?

    I giornali domandano agli avvocati, ai professori, ai tecnici: come vedete l’immediato futuro della Spagna? I più vedono il ritorno del re, parlano di riforme, di socializzazione, di socialismo. E intanto il tribunale supremo restituisce, con una mostruosa sentenza, al conte Sàstago quelle terre che, in parte alla fine del secolo scorso, in parte nel 1931, la dus famiglia aveva abbandonato ai contadini.

    (“L’Ora”, 20 agosto 1966)
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…125)

    • A cura di Valter Vecellio

    QUADERNO


    Ora donna Maria si riprende le terre

    Donna Maria Fernanda de Cordoba e don Bernardo de Quiros cedettero parte delle loro terre di Sàstago ai contadini negli ultimi anni del passato secolo; e c’è da credere la cessione sia avvenuta sotto forma di enfiteusi, come da noi quelle terre sulle quali ancora i contadini pagano il cosiddetto “censo”. Più tardi, nel 1931, lo stesso conte che ora le rivendica, aveva ceduto il resto: “en buena o en mala hora”, come dicono i giornali: spontaneamente, cioè, per liberarsene o nel timore che l’avvento della Repubblica e la paventata riforma agraria portassero ad una brusca e radicale espropriazione. Probabilmente, dopo trentacinque anni, il conte avrà fatto valere in tribunale la “mala hora”, cioè la Repubblica e la minaccia della espropriazione, come una di quelle condizioni e circostanze analoghe alla privazione della capacità di intendere e di volere; ma soprattutto ha fatto valere la ragione puramente burocratica che le terre “esteban legalmente inscritas a su nombre en el registro de la Propriedad”, cioè in catasto. O i contadini avevano trascurato di chiedere quella che da noi si chiama voltura o qualche impiegato del catasto aveva lasciato inevasa la pratica. Tanto è bastato, comunque, perché la proprietà del conte tornasse integra come ai tempi in cui la Spagna era in guerra con gli Stati Uniti per difendere gli ultimi scampoli del suo impero.

    La sentenza del tribunale supremo ha suscitato una certa inquietudine, i giornali – con tutto il rispetto per il signor conte e per il supremo tribunale – si sono levati a chiedere l’intervento di don José Solis (ministro,mi pare di capire, dell’agricoltura); e il sindaco di Sàstago, don Pedro Surribas, è andato a Madrid proprio per parlare con don José: in primo luogo per ringraziarlo dell’interessamento al problema, e poi per sapere a che il suo interessamento approderà, visto che secondo sentenza il conte di Sàstago può disporre come vuole delle sue terre. E non solo delle terre, ma anche dei due milioni di pesetas che il Municipio di deve per tributi non legittimamente incassati. Ma in quanto a questo, niente da fare: “El ayutamiento de Sàstago no tiene dinero”, dice il sindaco. Le terre però sono lì, sotto il sole: e i contadini continuano a lavorarle. Ma ora che c’è don José Solis di mezzo, aggiunge il sindaco, i contadini sono passati dalla massima preoccupazione alla calma aspettazione, solo che ancora le intenzioni del conte non sono chiare.

    Le intenzioni del conte, in verità, sono chiarissime: vuol tenersi le terre, assegnatole in enfiteusi, con nuovi patti, a chi gli pare. Sembra anzi che richiederà, ai contadini che aspirano alla concessione, immacolate fedine penali e non si sa che altri requisiti. Lui è il padrone, giusto come nel secolo scorso i suoi antenati.


    C’è un boom…all’italiana

    Questo episodio mi fa riflettere che, in quanto dittature di classe, quella franchista è di una coerenza perfetta. Il fascismo di casa nostra aveva dei cedimenti demagogici: faceva qualche scuola, migliorava le condizioni degli insegnanti, tentava qualche riforma, formulava propositi contro il latifondo. In Spagna niente di tutto questo. Le ultime scuole, a Madrid, le ha fatte costruire la Repubblica; quelle venute su in questi anni sono scuole confessionali, cattoliche, che non tutti possono pagarsi e che non basterebbero in ogni caso a contenere tutta la popolazione scolastica che resta fuori dalle scuole statali. Lo stipendio di un maestro delle elementari è di circa tremila pesetas, vale a dire trentamila lire: e non è poi vero che la vita in Spagna sia meno cara che in Italia. In pieno boom ci sono paesi con due cinematografi e nessuna scuola: chi può, va a imparare a leggere, scrivere e far di conto da uno che appena conosce le cose che insegna, e pagando un “duro”,cioè cinquanta lire, ogni sera. Esattamente come cent’anni fa al mio paese: sorgeva uno splendido teatro comunale, ma i ragazzi andavano a scuola serale da un prete.

    Perché in Spagna c’è il boom, un boom all’italiana: un qualcosa di simile a quello edilizio di Agrigento, che si sa come è andato a finire. E vien fatto di pensare che in fondo una dittatura di tipo fascista è qualcosa di molto simile a una cattiva democrazia, e che non abbiano poi fatto una gran strada. Un fascismo scaltro può avere il suo miracolo economico né più né meno che una democrazia di un certo tipo. E i miracolati sono in ogni caso di uguale estrazione: padri, figli, nipoti e mezzani del regime.

    Non so se il proverbio che lega l’esistenza della prostituzione a quella delle campane sia da intendere nel senso che dove c’è un campanile, e dunque un paese, il fenomeno si verifica; o non piuttosto nel senso che il fenomeno si appartiene ai paesi cattolici. Ma qualche che sia il senso del proverbio, certo è che la prostituzione è particolarmente rigogliosa nei paesi cattolici, e quasi inavvertibile nei paesi protestanti. Non si può non tener conto, naturalmente, delle condizioni economiche; ma dove la temporalità cattolica ha avuto ed ha stabile dominio, coesistono le condizioni dell’arretratezza economica e del rilasso morale. Certi paesi, in Sicilia, erano indicati – campanilisticamente, dagli abitanti di altri paesi – come di larghe vedute in fatto di morale sessuale: ed erano quelli dove il clero secolare e comunità monastiche più si addensavano. E non occorre ricordare la morale vigente nel quartiere di San Nicola a Catania, quando l’omonimo convento vi fioriva: De Roberto ne ha dato rappresentazione viva e precisa. E queste considerazioni, questi ricordi, mi vengono camminando a sera alta per Barcellona: tra la calle de Fernando e la Puerta de la Paz. Ma bisogna aggiungere che c’è in giro una quantità di marinai americani snelli, lindi, rosei che sembrano usciti dai films dei tempi di Fred Astaire, e che qui si accompagnano alle prostitute più lerce.


    Meraviglioso architetto Gaudì

    Mi piacerebbe fare tutto un discorso su Gaudì, l’architetto della Sagrada Famiglia, del parco Guell. Dieci anni fa, quando sono venuto per la prima volta a Barcellona, non ne conoscevo nemmeno il nome: camminavo per il paseo de Gracia, e improvvisamente mi sono trovato di fronte alla casa Milà. Ne ho avuto una impressione così forte chei due giorni che mi restavano li ho passati cercando tutte le cose di Gaudì. E ora rifaccio il pellegrinaggio, cominciando appunto da casa Milà.

    Dieci anni fa ho avuto soltanto il piacere della scoperta, il senso di trovarmi di fronte all’opera di un genio. Ora sono in grado di potere analizzare le mie sensazioni, di trovare rapporti e rispondenze, di collocare questo grande architetto nella storia della sua arte e del suo tempo (gazie, soprattutto, alle tre o quattro monografie che ho letto in questi anni). Ma qui mi preme fermare due impressioni. La prima riguarda l’uso del ferro battuto, i capricci e le fantasie cui Gaudì lo piega specialmente nelle ringhiere dei balconi; e mi pare provenga dalla tradizione di attaccare alle ringhiere, nelle case di Barcellona e un po’ anche in quelle di Madrid, quegli intrecci di foglie di palma e le palme stesse, della domenica che precede la Pasqua. La seconda riguarda l’uso delle ceramiche a colori, particolarmente nel parco Guell: in cui ritrovo il giuoco infantile della ricerca a disposizione decorativa dei cocci di vecchi piatti, un giuoco che oggi i ragazzi non fanno più ma cui un tempo tutti, nella estate, in campagna, ci dedicavamo con passione. I cocci erano chiamati “lisciari” nell’agrigentino, “granapiatti” nel nisseno: e non sono mai riuscito ad accertare da dove provenga il primo termine (a meno che non venga appunto dallo spagnolo “lijar”, far rilucere, forbire), mentre il secondo, denaro-piatti, dice dell’uso di scambiare i cocci tra i ragazzi, quasi come moneta. E ritrovare in Gaudì questi due elementi di tradizione e di memoria, della Spagna come della Sicilia, è un fatto che mi commuove.


    Il complimento dell’anarchico

    Trent’anni fa Bonaventura Durruti e il colonnello Escobar fermavano, proprio qui dove il paseo di Gracia, la strada segnata dal genio di Gaudì, sfocia nella piazza di Catalogna, la rivolta fascista: l’anarchico e il colonnello della guardia civile, l’ateo e il cattolico praticante: per la prima volta vicini nella storia di Spagna. Si incontravano nell’albergo Colon, subito dopo che Escobar vi aveva annientato i fascisti; e l’anarchico rivolgeva al colonnello un complimento tutto spagnolo: “Avete avuto fortuna, attraversando la piazza”. E fortuna, nella discrezione e nello stile degli spagnoli come Durruti e come Escobar voleva dire coraggio.

    Ma il coraggio non basta.



    (“L’Ora”, 21 agosto 1966)
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

 

 
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