Leonardo Sciascia, vent’anni fa… 11)
• a cura di Valter Vecellio
La mafia, rifletteva Sciascia, è uno Stato in cui si vive come nella propria pelle, senza sapere che è uno Stato ed essendone, senza saperlo, perfetti cittadini. Forse Sirchia aveva cominciato a sentire la pelle bruciare, a non essere più un perfetto cittadino.
Nel settembre 1980 un misterioso delitto: quello di un frate francescano, padre Giacinto, ambigua, inquietante figura di religioso. Si chiamava Stefano Castronovo e aveva scelto il nome di Giacinto. Lo descrivono come “alto, bello, aitante, tenebroso. Aveva i capelli argentati, lo sguardo magnetico, la corporatura di un atleta. Sembrava un attore di fotoromanzi, non un monaco che aveva fatto voto di castità e di obbedienza a San Francesco”.
Il 28 marzo del 1969 la polizia al comando del leggendario commissario Angelo Mancano era piombata sul suo convento: “Cerchiamo Luciano Liggio. Sappiamo che si nasconde qui”, aveva detto Mangano a muso duro; e quell’altro, per nulla intimidito: “Qui non c’è nessuno, e senza un mandato di perquisizione non si entra”.
Mangano il mandato l’aveva, gli agenti entrarono e perquisirono il convento da cima a fondo: di Liggio neppure l’ombra. Non era la prima volta che accadeva e non sarebbe stata l’ultima.
Frà Giacinto, comunque, era amicissimo di alcuni mafiosi di rango, come i Bontate: don Paolino, e i suoi due figli, Stefano detto il principe e Giovanni, soprannominato l’avvocato.
La gente parlava. Per esempio sussurrava che nel cimitero patrizio costruito nel 1866, accanto alle vecchie mura del convento, fosse nascosta una necropoli clandestina: decine e decine di cadaveri, morti di mafia. Si sussurrava dell’amore di frà Giacinto per il denaro, di come avesse trasformato il convento in una centrale d’usura; si malignava al tempo stesso che fosse un confidente della polizia; dava informazioni, ma a patto che i suoi amici venissero risparmiati.
Troppo chiacchierato quel francescano. Forse, meglio per lui e per la reputazione del convento sarebbe stato se l’avessero trasferito da qualche parte, nel Nord d’Italia. Non ci pensò, non ci volle pensare nessuno. Così il 6 settembre del 1980, alle prime ore del mattino, due “amici” andarono a fare visita al monaco. Non fece in tempo a chiedere perché fossero venuti, che due colpi calibro trentotto squarciarono il cuore del frate Giacinto, altri due lo raggiunsero alla testa, per garanzia.
Quando la polizia arrivò, trovarono nelle tasche del frate cinque milioni in banconote nuove di zecca. Viveva in una sorta di suite: sette stanze, due riservate per le visite, cinque come appartamento privato, mobili ricercati, poltrone frau, ricca biblioteca, televisore, bar personale,impianto hi-fi, e qua e là, inequivocabili segni di passate presenze femminili.
Al funerale parteciparono solo pochi parenti stretti; padre Timoteo, provinciale dei francescani, la più alta autorità dell’ordine, pronunciò un’omelia che qualcuno ancora ricorda, e concluse l’orazione con una frase che la diceva lunga circa la reputazione di frà Giacinto: “Chi è senza peccato, scagli la prima pietra”.
Delitto misterioso, destinato a restare tale. Le indagini non procedettero di un passo. Qualche mese dopo venne ucciso anche Stefano Bontate, figlio di don Paolino; poi cadeva Totuccio Inzerillo, che dei Bontate era alleato. I corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provengano facevano piazza pulita dei rivali. Frate Giacinto si era trovato impigliato in questa guerra di mafia?
Leonardo Sciascia, poco incline ai facili sospetti, intervenne con un articolo pubblicato sull’“Espresso” del 15 settembre del 1980:
“Negli anni della mia infanzia, a ogni estate, passava per le campagne un monaco raccoglitore: a cavallo
di una mula, sudicio, barbuto e tenebroso. Era un’apparisione consuetudinaria e attesa, e tuttavia dava una suggestione e soggezione che somigliavano alla paura. Attesa perché portava la cosiddetta “santa figliolanza”. Un foglio silografato con preghiere che si credeva servissero a scongiurare i lampi, che nei primi temporali dell’autunno facevano sempre qualche vittima. Per quel foglio, al monaco non bastavano quei pochi soldi che ne erano il prezzo: voleva sempre altro – frumento, olio, mandorle, pistacchi. A noi bambini si raccomandava di non avvicinarlo e ci raccontavano terribili storie di monaci con carabine sotto la tonaca e capaci di ogni scelleratezza.
Questa immagine, inscritta tra i terrori infantili, ha avuto poi tante conferme: il monaco di Santo Stefano Quisquina che aveva sparato al vescovo di Agrigento, i monaci di Mazzarino…Ricordo di essere andato con Enrico Emanuelli a Mazzarino, per i fatti in cui i monaci di quel convento erano implicati. Sentimmo tanti ridevoli e atroci aneddoti, ma atrocissimo ci sembrò quello – e mi pare che Emanuelli l’abbia trascritto nel suo articolo – del monaco che, entrato nella farmacia in cui il proprietario non voleva cedere al riscatto, si avvicinò a carezzare il bambino, sul quale era stato messo il riscatto, dicendo: “Quanto è bello, sembra vivo” – come a dire, visto che il padre non pagava, che si poteva considerarlo morto.
Ben lontani, insomma, da frà Galdino e da padre Cristoforo. E a parte i casi eclatanti, credo che una tradizione di perversità, di delinquenza, di oscuri e sicuri ricatti e ricettazioni percorra la storia di certi conventi siciliani. E siamo a padre Giacinto. Ben conosciuto per i suoi libertinaggi e per i suoi intrallazzi, mai che un padre provinciale si sia scomodato a scomodarlo: magari a fargli fare un comodo viaggio fino a Rimini (dove, se ricordate, a piedi fu mandato padre Cristoforo da Pescarenico). In quanto agli altri poteri, credo che se lo tenessero caro e se ne servissero: e ho l’impressione che la sua esecuzione sia stata decretata in quanto sospetto di delazione. Tra le tante attività di cui parlano i giornali, una ne aveva padre Giacinto che è tipica del “confidente” – e cioè l’usura (in questo momento a Palermo, credo che la mafia stia facendo pulizia di tutti i sospettati di “confidenza”). Che padre Giacinto lo fosse, non si può affermarlo: ma l’ipotesi è tra le più ragionevoli”.
La tentazione, concludeva Sciascia, era quella di immaginare una storia alla Graham Greene in versione siciliana: quella di un religioso, a un certo punto braccato e dal poliziotto e dal mafioso; il poliziotto per strappargli le confidenze, il sicario mafioso per definitivamente impedirgliele. Appunto, frate Giacinto: il potere e la gloria.
E sempre a proposito di mafia, straordinariamente attuale risulta la nota pubblicata il 21 aprile del 1980 su “l’Espresso”:
“Tutte le associazioni segrete che – quale che ne sia il fine – usano il crimine come mezo, si somigliano non solo nella struttura organizzativa e gerarchica, ma anche nella ricerca ed espansione, intorno a sé, di un contesto silenzioso, omertoso e si protezione. Tanto più una società si riconosce nelle leggi che le associazioni segrete vogliono ignorare e abbattere, e se ne sente garantita, tanto meno diffuso sarà, intorno al raggruppamento clandestino, il contesto direttamente o indirettamente protettivo. Nel fenomeno mafioso, cui di solito si fa richiamo a paragone di ogni altra associazione segreta criminale, il tessuto protettivo che lo circonda è così variamente intramato e complesso, così durevole e tenace, che la paura finisce con l’apparire l’elemento secondario. Se poi si tiene presente che la mafia non è mai stata considerata – se non dal fascismo – come fatto eversivo dell’ordine costituito, ma piuttosto come sistema parallelo speculare rispetto all’altro, e all’altro connivente o addirittura integrato, le ragioni della protezione che un’intera società più o meno consapevolmente le accorda appaiono del tutto evidenti. Ed è in effetti da questa condizione “esterna” che la mafia deriva una compattezza “interna”, per cui la rivolta di qualche suo affiliato, se si fa “delazione”, viene oggettivamente, e persino clinicamente, considerata pazzia…Il mafioso – come ha dimostrato Henner Hess – non sa di essere mafioso, vive nella mafia come nella propria pelle. Vive dentro una cosa che non c’è. Ma il brigatista rosso sa bene di vivere dentro una cosa che non c’è, necessariamente deve mettersi a fare i conti con la cosa che c’è. I conti, come insegna Montagne, danno sempre una differenza. Per alcuni sarà la differenza tra la vita e la morte – e la scelta della vita; per gli altri sarà la differenza tra la stima dei sodali e la sopravvivenza – e sceglieranno la morte”.
11) Segue.




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