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    L'estremista moderato
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    Leonardo Sciascia, vent’anni fa… 11)

    • a cura di Valter Vecellio

    La mafia, rifletteva Sciascia, è uno Stato in cui si vive come nella propria pelle, senza sapere che è uno Stato ed essendone, senza saperlo, perfetti cittadini. Forse Sirchia aveva cominciato a sentire la pelle bruciare, a non essere più un perfetto cittadino.



    Nel settembre 1980 un misterioso delitto: quello di un frate francescano, padre Giacinto, ambigua, inquietante figura di religioso. Si chiamava Stefano Castronovo e aveva scelto il nome di Giacinto. Lo descrivono come “alto, bello, aitante, tenebroso. Aveva i capelli argentati, lo sguardo magnetico, la corporatura di un atleta. Sembrava un attore di fotoromanzi, non un monaco che aveva fatto voto di castità e di obbedienza a San Francesco”.



    Il 28 marzo del 1969 la polizia al comando del leggendario commissario Angelo Mancano era piombata sul suo convento: “Cerchiamo Luciano Liggio. Sappiamo che si nasconde qui”, aveva detto Mangano a muso duro; e quell’altro, per nulla intimidito: “Qui non c’è nessuno, e senza un mandato di perquisizione non si entra”.



    Mangano il mandato l’aveva, gli agenti entrarono e perquisirono il convento da cima a fondo: di Liggio neppure l’ombra. Non era la prima volta che accadeva e non sarebbe stata l’ultima.



    Frà Giacinto, comunque, era amicissimo di alcuni mafiosi di rango, come i Bontate: don Paolino, e i suoi due figli, Stefano detto il principe e Giovanni, soprannominato l’avvocato.



    La gente parlava. Per esempio sussurrava che nel cimitero patrizio costruito nel 1866, accanto alle vecchie mura del convento, fosse nascosta una necropoli clandestina: decine e decine di cadaveri, morti di mafia. Si sussurrava dell’amore di frà Giacinto per il denaro, di come avesse trasformato il convento in una centrale d’usura; si malignava al tempo stesso che fosse un confidente della polizia; dava informazioni, ma a patto che i suoi amici venissero risparmiati.



    Troppo chiacchierato quel francescano. Forse, meglio per lui e per la reputazione del convento sarebbe stato se l’avessero trasferito da qualche parte, nel Nord d’Italia. Non ci pensò, non ci volle pensare nessuno. Così il 6 settembre del 1980, alle prime ore del mattino, due “amici” andarono a fare visita al monaco. Non fece in tempo a chiedere perché fossero venuti, che due colpi calibro trentotto squarciarono il cuore del frate Giacinto, altri due lo raggiunsero alla testa, per garanzia.



    Quando la polizia arrivò, trovarono nelle tasche del frate cinque milioni in banconote nuove di zecca. Viveva in una sorta di suite: sette stanze, due riservate per le visite, cinque come appartamento privato, mobili ricercati, poltrone frau, ricca biblioteca, televisore, bar personale,impianto hi-fi, e qua e là, inequivocabili segni di passate presenze femminili.



    Al funerale parteciparono solo pochi parenti stretti; padre Timoteo, provinciale dei francescani, la più alta autorità dell’ordine, pronunciò un’omelia che qualcuno ancora ricorda, e concluse l’orazione con una frase che la diceva lunga circa la reputazione di frà Giacinto: “Chi è senza peccato, scagli la prima pietra”.



    Delitto misterioso, destinato a restare tale. Le indagini non procedettero di un passo. Qualche mese dopo venne ucciso anche Stefano Bontate, figlio di don Paolino; poi cadeva Totuccio Inzerillo, che dei Bontate era alleato. I corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provengano facevano piazza pulita dei rivali. Frate Giacinto si era trovato impigliato in questa guerra di mafia?



    Leonardo Sciascia, poco incline ai facili sospetti, intervenne con un articolo pubblicato sull’“Espresso” del 15 settembre del 1980:



    “Negli anni della mia infanzia, a ogni estate, passava per le campagne un monaco raccoglitore: a cavallo

    di una mula, sudicio, barbuto e tenebroso. Era un’apparisione consuetudinaria e attesa, e tuttavia dava una suggestione e soggezione che somigliavano alla paura. Attesa perché portava la cosiddetta “santa figliolanza”. Un foglio silografato con preghiere che si credeva servissero a scongiurare i lampi, che nei primi temporali dell’autunno facevano sempre qualche vittima. Per quel foglio, al monaco non bastavano quei pochi soldi che ne erano il prezzo: voleva sempre altro – frumento, olio, mandorle, pistacchi. A noi bambini si raccomandava di non avvicinarlo e ci raccontavano terribili storie di monaci con carabine sotto la tonaca e capaci di ogni scelleratezza.

    Questa immagine, inscritta tra i terrori infantili, ha avuto poi tante conferme: il monaco di Santo Stefano Quisquina che aveva sparato al vescovo di Agrigento, i monaci di Mazzarino…Ricordo di essere andato con Enrico Emanuelli a Mazzarino, per i fatti in cui i monaci di quel convento erano implicati. Sentimmo tanti ridevoli e atroci aneddoti, ma atrocissimo ci sembrò quello – e mi pare che Emanuelli l’abbia trascritto nel suo articolo – del monaco che, entrato nella farmacia in cui il proprietario non voleva cedere al riscatto, si avvicinò a carezzare il bambino, sul quale era stato messo il riscatto, dicendo: “Quanto è bello, sembra vivo” – come a dire, visto che il padre non pagava, che si poteva considerarlo morto.

    Ben lontani, insomma, da frà Galdino e da padre Cristoforo. E a parte i casi eclatanti, credo che una tradizione di perversità, di delinquenza, di oscuri e sicuri ricatti e ricettazioni percorra la storia di certi conventi siciliani. E siamo a padre Giacinto. Ben conosciuto per i suoi libertinaggi e per i suoi intrallazzi, mai che un padre provinciale si sia scomodato a scomodarlo: magari a fargli fare un comodo viaggio fino a Rimini (dove, se ricordate, a piedi fu mandato padre Cristoforo da Pescarenico). In quanto agli altri poteri, credo che se lo tenessero caro e se ne servissero: e ho l’impressione che la sua esecuzione sia stata decretata in quanto sospetto di delazione. Tra le tante attività di cui parlano i giornali, una ne aveva padre Giacinto che è tipica del “confidente” – e cioè l’usura (in questo momento a Palermo, credo che la mafia stia facendo pulizia di tutti i sospettati di “confidenza”). Che padre Giacinto lo fosse, non si può affermarlo: ma l’ipotesi è tra le più ragionevoli”.



    La tentazione, concludeva Sciascia, era quella di immaginare una storia alla Graham Greene in versione siciliana: quella di un religioso, a un certo punto braccato e dal poliziotto e dal mafioso; il poliziotto per strappargli le confidenze, il sicario mafioso per definitivamente impedirgliele. Appunto, frate Giacinto: il potere e la gloria.



    E sempre a proposito di mafia, straordinariamente attuale risulta la nota pubblicata il 21 aprile del 1980 su “l’Espresso”:



    “Tutte le associazioni segrete che – quale che ne sia il fine – usano il crimine come mezo, si somigliano non solo nella struttura organizzativa e gerarchica, ma anche nella ricerca ed espansione, intorno a sé, di un contesto silenzioso, omertoso e si protezione. Tanto più una società si riconosce nelle leggi che le associazioni segrete vogliono ignorare e abbattere, e se ne sente garantita, tanto meno diffuso sarà, intorno al raggruppamento clandestino, il contesto direttamente o indirettamente protettivo. Nel fenomeno mafioso, cui di solito si fa richiamo a paragone di ogni altra associazione segreta criminale, il tessuto protettivo che lo circonda è così variamente intramato e complesso, così durevole e tenace, che la paura finisce con l’apparire l’elemento secondario. Se poi si tiene presente che la mafia non è mai stata considerata – se non dal fascismo – come fatto eversivo dell’ordine costituito, ma piuttosto come sistema parallelo speculare rispetto all’altro, e all’altro connivente o addirittura integrato, le ragioni della protezione che un’intera società più o meno consapevolmente le accorda appaiono del tutto evidenti. Ed è in effetti da questa condizione “esterna” che la mafia deriva una compattezza “interna”, per cui la rivolta di qualche suo affiliato, se si fa “delazione”, viene oggettivamente, e persino clinicamente, considerata pazzia…Il mafioso – come ha dimostrato Henner Hess – non sa di essere mafioso, vive nella mafia come nella propria pelle. Vive dentro una cosa che non c’è. Ma il brigatista rosso sa bene di vivere dentro una cosa che non c’è, necessariamente deve mettersi a fare i conti con la cosa che c’è. I conti, come insegna Montagne, danno sempre una differenza. Per alcuni sarà la differenza tra la vita e la morte – e la scelta della vita; per gli altri sarà la differenza tra la stima dei sodali e la sopravvivenza – e sceglieranno la morte”.



    11) Segue.
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  2. #12
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    Leonardo Sciascia, vent’anni fa… 12)

    • a cura di Valter Vecellio

    La Giustizia.

    Un altro dei temi “forti”, e ricorrenti, in Sciascia, è quello dello giustizia, della legge e del diritto. Lui stesso ne parlava come di una “ossessione”. Un tema che troviamo sviluppato specialmente su “L’Affaire Moro” e in “Porte Aperte”, oltre che in decine di articoli “d’occasione” per giornali e riviste. E si pensi a quello che scrisse a proposito della vicenda Tortora, o sul caso di Adriano Sofri, della cui innocenza era convinto. Pagine che dovrebbero essere scolpite dinanzi a tutti i tribunali e tutte le facoltà di giurisprudenza.



    Nella prefazione a un volumetto che raccoglie e racconta le storie di poveri diavoli ingiustamente perseguitati dall’apparato giudiziario (“Storie di ordinaria ingiustizia”, appunto), Sciascia scriveva:



    “I casi di errori giudiziari e polizieschi che questo libro racconta sono appena la punta di un iceberg. Quelli che sono arrivati ai giornali, che hanno fatto notizia (anche se spesso manchevolmente: nel senso che alla notizia dell’arresto non è poi seguita quella del proscioglimento, o è stata data in termini minimi, irrilevanti). E’ da credere – e anzi con matematica certezza – che tanti altri, tantissimi altri, ne restino sommersi, trascurati dai giornali e non denunciati da coloro che ne sono stati vittime, per quel meccanismo psicologico che nel nostro paese scatta in chi riesce – dopo giorni o anni di sofferenza – a cavarsi, per dimostrata innocenza, dai guai in cui imponderabilmente, imprevedibilmente, imperscrutabilmente, era venuto a trovarsi: e da ciò scaturisce uno stato d’animo più disposto all’offerta di un ex voto alla Madonna o al santo patrono che alla protesta e alla richiesta di un qualche risarcimento: a scanso di ulteriori guai, creduti possibili per la gratuità stessa, l’inconsistenza, l’irresponsabile leggerezza da cui l’errore che l’ha investito, che per giorni e anni l’ha privato della libertà e ha mandato in rovina la sua reputazione, è stato in effetti generato. Ma è da dire, innanzi tutto, che la parola “errore” è alquanto approssimativa, anche se aggiungiamo la specificazione manzoniana di errore che poteva esser veduto da quelli stessi che lo commettevano; alquanto storcendola, se l’accompagniamo ad errore, poiché non di errore Manzoni parla ma di ingiustizia: “una ingiustizia che poteva essere veduta da quelli stessi che la commettevano, un trasgredir le regole ammesse anche da loro, delle azioni opposte ai lumi che non solo c’erano al loro tempo, ma che essi medesimi, in circostanze simili, mostraron d’avere”; e dunque, aggiunge, “è un sollievo il pensare che, se non seppero quello che facevano, fu per non volerlo sapere, fu per quell’ignoranza che l’uomo assume e perde a suo piacere, e non è una scusa, ma una colpa; e che di tali fatti si può essere forzatamente vittime, ma non autori”. Estremamente precise e grandi parole, che cadono in taglio per questo libro, per i casi che vi si raccontano. L’errore è nel vagare sulla verità senza riuscire a scorgerla, nel mancare dei principi, delle regole, degli strumenti che consentono di scorgerla; ma quando i principi ci sono, le regole si conoscono e degli strumenti si dispone, di errore non si può più parlare: vuol dire, semplicemente, che dei principi non si vuole tener conto, le regole non si vogliono applicare, gli strumenti non si vogliono usare. Del che Manzoni poteva anche sentirsi sollevato, per l’evitato pericolo di doverne accusare la Provvidenza, di bestemmiarla; ma noi, che non ci sogneremmo di tirare la Provvidenza in causa, né per accusarla né per assolverla, immane sentiamo il peso di doverne accusare gli uomini, l’umana volontà. Di doverne accusare coloro che in nome nostro giudicano. Perché un errore può anche non esser veduto da quelli stessi che lo commettono: ma per scarsa conoscenza del cuore umano, per difetto d’intelligenza e di perspicacia, per una supervalutazione di elementi invece irrilevanti e trascurabili; ma a patto che le apparenze che lo generano in qualche modo resistano al vaglio critico dei principi, delle regole, degli strumenti di accertamento di cui si dispone. Ed è il classico errore giudiziario, il cui rischio è sempre presente specialmente nei processi indiziari e quelli in cui concorrono testimonianze di riconoscimenti, di identificazione (e in cui la somiglianza di un uomo ad un altro può, dunque, esser fatale a un imputato innocente). Si può anche arrivare ad ammettere come errore quello in cui si è incorsi anni addietro – il caso Gallo – condannandolo per assassinio del fratello un uomo che col fratello aveva soltanto violentemente litigato: solo che da quel momento il fratello era scomparso, andandosene a rifarsi altrove una vita e smentendo il Pirandello del “Mattia Pascal” con riuscire a vivere senza bisogno di una identità anagrafica. La morte presunta era, in quel caso, diventata certezza di morte per assassinio; ma poggiando sul fatto che il ritrovamento del cadavere non è per le nostre leggi, mi pare, condizione sine qua non all’istruzione di un processo per assassinio. Ma si possono ammettere come errori quelli che hanno dato luogo ai casi che qui si raccontano? Si può considerare un errore il caso della signora che fa un mese di carcere perché nella sua automobile i carabinieri trovano una pistola-giocattolo del figlio? E’ possibile che tra le mani esperte di un carabiniere una pistola-giocattolo continuasse a sembrare una pistola vera e che per un mese intero quella finta arma abbia vagato da un ufficio all’altro senza che nessuno la riconoscesse per quello che era, mentre la signora vagava da un carcere all’altro? Vicenda allucinante, forse la più allucinante tra quelle che qui si raccontano: anche se, forse, la meno dolorosa; che se la signora Mazzeo se l’è cavata con un mese di carcere , altri innocenti nel carcere sono arrivati a passare anni.

    Anni addietro, credendo di giocare in paradossi, in un racconto d’immaginazione ho fatto dire a un magistrato alto delle cose sul suo intendere la giustizia che finivano con l’essere, esattamente, una ideologia dell’ingiustizia, dentro quella che si vuol chiamare amministrazione della giustizia. Poteva apparire uno scherzo, e come scherzo – sia pure amaro – avevo lasciato che il personaggio formulasse quell’ideologia che confutava l’esistenza dell’errore giudiziario e affermava una giustizia come rappresentazione, celebrazione, apparato e apparenza. Ma evidentemente era più un presentimento che uno scherzo.

    Io voglio concludere con questa mia risposta, a una domanda sui giudici, data qualche mese fa ad una rivista che s’intitola appunto, “Il giudice”, e ne dibatte i problemi:

    Un giovane esce dall’Università con una laurea in giurisprudenza, senza alcuna pratica forense e con poca esperienza, direbbe Manzoni, del “cuore umano”, si presenta ad un concorso; lo supera svolgendo temi inerenti astrattamente al diritto e rispondendo a dei quesiti ugualmente astratti: e da quel momento entra nella sfera di un potere assolutamente indipendente da ogni altro: un potere che non somiglia a nessuna altro che sia possibile conseguire attraverso un corso di studi di uguale durata, attraverso una uguale intelligenza e diligenza di studio, attraverso un concorso superato con uguale quantità di conoscenza dottrinaria e con uguale fatica.

    Ne viene il problema che un tale potere – il potere di giudicare i propri simili – non può e non deve essere vissuto come potere. Per quanto possa apparire paradossale, la scelta della professione di giudicare dovrebbe avere radice nella ripugnanza a giudicare, nel precetto di non giudicare: dovrebbe cioè consistere nell’accedere al giudicare come ad una dolorosa necessità, nell’assumere il giudicare come un continuo sacrificarsi all’inquietudine, al dubbio.

    Sappiamo, purtroppo, che non da questo sentimento e intendimento i più sono chiamati, vorremmo dire vocati, a scegliere la professione del giudicare. Tanti altri sono gli incentivi, e specialmente in un paese come il nostro. Ma il più pericoloso di tutti è il vagheggiare – e poi il praticare – il grande potere che la nostra società ha conferito al giudice come potere fine a se stesso o come potere finalizzato ad altro che non sia, caso per caso, quello della giustizia secondo legge, secondo lo spirito e la lettera della legge: spirito – si vorrebbe – mai disgiunto dalla lettera. E l’innegabile crisi in cui versa in Italia l’amministrazione della giustizia (e crisi è forse parola troppo leggera) deriva principalmente dal fatto che una parte della magistratura non riesce a introvertire il potere che le è assegnato, ad assumerlo come dramma, a dibatterlo ciascuno nella propria coscienza, ma tende piuttosto a estrovertirlo, ad esteriorizzarlo, a darne manifestazioni che sfiorano, o addirittura attuano, l’arbitrio. Quando i giudici godono il proprio potere invecae di soffrirlo, la società che a quel potere li ha delegati, inevitabilmente è costretta a giudicarli. E siamo a questo punto. Ma non che il referendum sulla responsabilità dei giudici possa risolvere il problema, anche se può apporvi qualche rimedio: il problema vero, assoluto, è di coscienza, è di “religione”.



    Sciascia non esita un istante quando si tratta di difendere Enzo Tortora da accuse che si rivelarono infondate, o Adriano Sofri, di cui era amico e di cui apprezzava l’intelligenza e indipendenza intellettuale; ma quelle furono battaglie tutto sommato “facili”. In molti, con lui, si schierarono, contro l’arbitrio che si consumava in nome del “Popolo italiano”, anche se non subito. Molto meno facile difendere il diritto e la legge quando si trattava, per esempio, di casi come quelli che vedevano per protagonista Lorenzo Bozano, il “biondino” accusato e condannato per il delitto di Milena Sutter. Emblematica la nota pubblicata sul “Corriere della Sera” il 13 novembre 1979:



    “…Dico subito – pronti come sono alcuni a cogliermi in apologia di cose e persone che non mi sono mai sognato di difendere – che ritengo Lorenzo Bozano abbia avuto in Italia un giusto processo. Per quanto fondato su indizi, questi erano tanti, e così concomitanti, che il margine di dubbio sulla sua colpevolezza è piuttosto esiguo. Aggiungo che la decisione del giudice francese di negare l’estradizione mi appare – come di fatto à – più un abuso, dettato da ripicche di reciprocità, che una interpretazione della legge. Ma il fatto è questo: che l’estradizione è stata ufficialmente, con una sentenza, negata. Dopo di che la polizia francese ha provveduto, a sua volta, a negare la sentenza: ma nascostamente, ma tortuosamente, con tempi e modi di associazione clandestina e segreta, più che da polizia di uno stato democratico: ha praticamente sequestrato Bozano e lo ha consegnato ad altra polizia, quella svizzera, con la quale doveva già essere d’accordo a che si ricevesse il sequestrato. Un procedimento del tutto oscuro, fino al momento in cui Bozano, che invisibilmente passa il confine e da una polizia all’altra, si materializza nel carcere di Ginevra.

    L’avvenimento è inquietante. Presuppone, al di qua o al di là o al di sopra o al di sotto della legge di ogni Stato e di quelle che regolano i rapporti tra gli Stati, l’esistenza di una consorteria poliziesca internazionale; o almeno di un’intesa tra le polizia, per cui l’impossibile giuridico è reso possibile e viene eseguito senza la minima remora, non solo, ma nell’assoluto disinteresse da parte del potere giudiziario e di quella che si vuol chiamare l’opinione pubblica.

    Che in Italia può anche – la cosiddetta opinione pubblica – sopire l’inquietudine nella constatazione che, in definitiva, uno giudicato colpevole è stato reso alla pena che gli spetta, ma non così in Francia: paese, peraltro, finora molto sensibile alla questione dell’estradizione. Senza dire che nel caso di Bozano si va ben al di là della questione, perché non si tratta di una estradizione più o meno motivatamente accordata, ma di un’estradizione formalmente negata e praticamente invece, eseguita. Si tratta, per la legge francese, per come la vicenda di Bozano è stata da un tribunale francese risolta, di un reato commesso dalla polizia o – ipotesi ancora più inquietante – di una criptopolizia (e pensiamo al recente assassinio di Goldmann) che opera con criteri alla Mike Hammer, il famoso investigatore privato dei romanzi di Spillane che si dedica a riparare quei torti che secondo lui – “nazi” americano di cui si possono cogliere prefigurazioni anche in qualche personaggio di Faulkner – la giustizia, l’amministrazione della giustizia, fa alla giustizia.

    L’avvocato svizzero di Bozano ha impostato nei giusti termini: “Bozano deve essere restituito alla Francia per evitare che la Svizzera diventi complice di un’affaire poco chiaro, a meno che non lo si voglia o liberare o processarlo in Svizzera (per come è possibile, stante che Bozano è imputato di aver ucciso una cittadina svizzera). Ma di questo affaire, nonché poco chiaro e addirittura balzacchianamente tenebroso, i francesi mostrano di non sapere nulla. Il solo giornale che se ne è occupato, ma di straforo, è stato “Liberation”, e dopo più di due settimane. A chiusura di un articolo sull’estradizione di Lanfranco Pace, Jean-Marcel Bouguereau scrive: “Qualche giorno fa, lo abbiamo appreso con ritardo, un altro italiano, criminale di diritto comune che la Francia ha rifiutato di estradare, ‘è stato preso da poliziotti in Svizzera, che si incaricherà di effettuare l’estradizione che la Francia ha rifiutato”. Ma chi lo sa? Chi protesta? Chi s’inquieta di ciò, come di altre cose dello stesso genere?”.



    Per Sciascia è appunto questo, il punto: sapere, protestare, inquietarsene. In Francia come in Italia. Per impedire che quel che può essere risolto dalla legge, alla luce del sole, sia risolto dalla violenza e tenebrosamente. Che tanti siano i casi Bozano che si consumano tra la generale indifferenza, è sotto gli occhi di tutti.



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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    Leonardo Sciascia, vent’anni fa… 13)

    • a cura di Valter Vecellio

    Le polemiche sull’impegno e il coraggio degli intellettuali.

    E’ la metà degli anni Settanta, quando, con insulti anche sanguinosi, si sviluppa una durissima polemica sul “coraggio” e il dovere di “impegno” degli intellettuali. Dura settimane, coinvolge politici, intellettuali, giornalisti.



    Tutto nasce da un’intervista pubblicata sul “Corriere della Sera” al poeta Eugenio Montale. Il pretesto, la “diserzione”, a Torino, dei giudici popolari al processo contro i capi storici delle Brigate Rosse; “diserzione” motivata non tanto da principi ideologici, quanto da paura fisica. Se venisse estratto il suo nome, accetterebbe di fare il giudice popolare?, vene chiesto a Montale; e lui: “Credo di no. Sono un uomo come gli altri, e avrei paura come gli altri. Una paura giustificata dall’attuale stato delle cose, non metafisica né esistenziale”.



    L’effetto è quello della benzina sul fuoco. Alessandro Galante Garrone scrive che Montale gli fa pena: “A nessuno si può chiedere di essere un eroe; ma almeno si può chiedere di vincere la paura”. Italo Calvino, di rincalzo: “Sento come un pericolo che il nostro massimo poeta ci esorti a fare nostra la morale di don Abbondio…”. Interviene Sciascia. Dichiara che mai avrebbe fatto parte di una giuria “per non fare da cariatide a questo crollo o disfacimento di cui in nessun modo e minimamente si sentiva responsabile…C’è una classe di potere che non muta e che non muterà mai se non suicidandosi. Non voglio distoglierla da questo proposito e contribuire a riconfortarla…”.



    Norberto Bobbio spiega le ragioni di quello che considera “il dovere di essere pessimisti”. Giorgio Amendola parla di “nicodemismo”, da Nicodemo, il fariseo del Vangelo: con ciò intendendo l’atteggiamento di chi aderisce a una fede (religiosa o politica poco importa), ma si astiene dal farne pubblica professione. Per Amendola “il coraggio civile non è stata mai una qualità ampiamente diffusa in larghe sfere della cultura italiana”, definisce “aristocratiche” le concezioni di Bobbio, bolla come “disfattisti” Montale e Sciascia.



    Quest’ultimo reagisce: “Il mio disfattismo consiste nel fatto che mentre il PCI si accinge a murare, edificare, io ho osato dire che bisogna rifare le fondamenta, e bisogna usare materiali più adatti. E’ un’affermazione di una verità che tutti abbiamo sotto agli occhi. A esclusione, si capisce, dei ciechi e di coloro che non vogliono vedere”.



    Ma è utile, a questo punto, rileggere quanto Sciascia scrive su “La Stampa” del 25 novembre 1977; un articolo dove si affronta specificatamente il nodo “intellettuali-terrorismo”. Sciascia fa ricorso a un aneddoto:



    “Vinta la Francia e trovata armonia con il governo del maresciallo Pétain, i tedeschi, perseguendo il loro programma di accattivarsi l’intelligenza francese, convocarono anche Ricasso in un loro ufficio tra il poliziesco e il culturale; e per cominciare, mostrandogli una riproduzione di Guernica, con tono blandamente accusatorio e che lasciava intravedere la magnanimità del perdono, l’ufficiale tedesco, l’intellettuale-poliziotto, l’intellettuale a chiusura a lampo (così Giacomo Debenedetti definisce questo tipo di ufficiale in quel mirabile 16 ottobre 1943), affermò: “Voi avete fatto questo”. Al che Ricasso semplicemente rispose: “No, voi”. L’ufficiale si riferiva al quadro. Ricasso al bombardamento della città”.



    Sciascia aveva letto l’aneddoto in una di quelle riviste che gli Alleati distribuivano nella Sicilia occupata tra la fine del 1943 e la primavera del 1944. “Me ne sono ricordato”, dice Sciascia, “seguendo la polemica dei democristiani e comunisti muovono contro coloro che presentando “il sistema politico italiano soltanto come putridume” finiscono col dare “indirettamente una giustificazione a quegli intellettuali che, a proposito della rinuncia dei giurati nei processi contro i brigatisti rossi, esaltano quella rinuncia perché questo sistema non merita alcunché, marco e corrotto com’è”.



    Un virgolettato, ha cura di spiegare Sciascia, che appartiene al presidente dei deputati democristiani Flaminio Piccoli, che quel giorno si era davvero scatenato; e infatti a giudizio del dirigente scudo-crociato quegli uomini di cultura non concorrono a creare una riserva morale contro il terrorismo. Piccoli concludeva: “Non sono mai stato d’accordo con Amendola come quando ha polemizzato con quegli intellettuali”. Ironico Sciascia:



    “Come don Abbondio quando il cardinale gli annuncia la conversione dell’Innominato (“Perierat, et inventus est”) di questo accordo non posso che dire: “Oh! Quanto me ne rallegro!”; ma riguardo al terrorismo e alla responsabilità che ne avrebbero questi “uomini di cultura”, la risposta che si deve dare all’onorevole Piccoli e a coloro che pensano come lui è quella stessa di Ricasso all’ufficiale della Gestapo: non noi abbiamo fatto questo, ma voi”.



    Poi l’affondo:



    “Il terrorismo alligna e cresce come erba tra le rovine; e queste rovine siete voi a farle. Gli uomini di cultura, “questi uomini di cultura”, ne danno la rappresentazione, ne fanno il quadro; ma il bombardamento, la devastazione è tutta opera vostra. E non solo: dello stesso terrorismo voi oggi state servendovi, e perché appunto nasconde le rovine, e perché vi consente di accusare coloro che sotto l’erba ancora le scoprono e le denunciano.

    Ma lasciando stare l’onorevole Piccoli e tutti quelli che dalla sua parte (la parte del “voi” di Ricasso) la pensano come lui, quel che preoccupa è la diffusione di un tale atteggiamento accusatorio in area, per così dire, laica.

    Anche Arrigo Levi, direttore di questo giornale, ha parlato di intellettuali che strizzano l’occhio al terrorismo e ha mostrato irritazione verso quei giornalisti che hanno registrato le reazioni dei lavoratori della FIAT allo sciopero proclamato a protesta dall’attentato a Casalegno.

    E a lui – a lui perché dirige “La Stampa”, alla quale collaboro e sui cui finora ho scritto con la massima libertà, a lui perché magari apra con questa mia nota una chiara, franca e diretta polemica – io domando ecco, in che cosa consista strizzare l’occhio al terrorismo, come precisamente lui faccia a riconoscere questo gioco o doppio gioco, quali possano essere la posta e i termini di una simile scommessa che dovrebbe essere occulta ma non è, se lui e altri la scorgono e la classificano.

    Davvero si può credere che vi siano degli intellettuali, o anche solo un’intellettuale, cui si possa attribuire questo ruolo, rivolgere questa accusa? L’intellettuale è uno che esercita nella società civile – almeno dall’affare Dreyfuss in poi – la funzione di capire i fatti, di interpretarli, di coglierne le implicazioni anche remote e di scorgerne le conseguenze possibili. La funzione, insomma, che l’intelligenza, unita a una somma di conoscenze e mossa – principalmente e insopprimibilmente – dall’amore alla verità, gli consentono di svolgere…”.



    Infine l’individuazione di un rischio che già allora si correva, e ora in misura molto più amplificata e difficile da schivare;



    “E quel che c’è da temere è proprio questo: che il consenso cresca intorno alle azioni terroristiche a misura che disagio e disperazione crescono; e che il consenso si tramuti in effettuale collegamento. Un certo consenso è già avvertibile, negarlo significa mettersi dalla parte della menzogna; e della menzogna suicida, per di più.

    Se ci si lascia prendere dalla rabbia per questo consenso che serpeggia e, negandolo, ci si vuol dare alla caccia all’intellettuale che denuncia, si arriverà a promuovere un bel fascismo che si può anche continuare a chiamare antifascismo, ma non si salverà certamente la democrazia. Ha ragione Umberto Eco: ora sappiamo chi sono i veri fascisti. Mi piacerebbe che su questo giornale non se ne intravedessero nemmeno le ombre”,



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  4. #14
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    Leonardo Sciascia vent’anni fa... 14)

    • a cura di Valter Vecellio

    Come abbiamo detto, anche un prestigioso dirigente comunista. Giorgio Amendola (considerato “liberale”, ma non bisogna dimenticare che giustificò l’intervento sovietico in Afghanistan; e quando c’era da affermare un totem ideologico, sapeva essere granitico come marmo), accusa Sciascia di codardia. Hector Bianciotti, giornalista e scrittore argentino naturalizzato in Francia, su “Le Nouvel Observateur” ricorda che già nel 1958 Sciascia era stato accusato di essere una “iena dattilografa”, e considerato un trotzkista; quest’ultimo era, per la sinistra di allora, un insulto infamante.



    Un vero e proprio saliscendi. Prima di pubblicare “Il contesto” Sciascia era definito “scrittore buono e coraggioso”. Dopo aver accettato di candidarsi come indipendente nelle liste del Partito Comunista per il consiglio comunale di Palermo, venne promosso a “grande scrittore”. Quando polemicamente si dimise dal consiglio comunale, fu liquidato come “codardo”, e praticamente considerato un infame quando scrisse “L’Affaire Moro” e si candidò nelle liste del Partito Radicale. Che fosse amico di Marco Pannella rendeva sgomento Renato Guttuso, l’amico di una vita Un su e giù che continua anche ora che è morto: gli si rimprovera, per esempio, di essere stato “vile” e “pavido”. Lo ha fatto anche Marcelle Padovani, la corrispondente italiana del “Nouvel Observateur”: di Sciascia ha voluto dare una rappresentazione davvero ingiusta e ingenerosa, e dire che la Padovani un poco Sciascia dovrebbe averlo conosciuto, dal momento che ha realizzato il bel libro-intervista “La Sicilia come metafora”. Evidentemente la frequentazione non garantisce la comprensione; oppure vi sarà dell’altro, che ignoriamo e che non ci interessa conoscere. In breve: per la signora Padovani, Sciascia sarebbe stato il più grande intellettuale, che però “si riduce nelle misere polemiche sulle Brigate Rosse e l’antimafia”.



    Poiché non si specifica, c’è da presumere che la signora Padovani si riferisca allo slogan “Né con lo Stato, né con le BR”, a cui si volle crocifiggere Sciascia.



    Sciascia questo slogan non lo ha mai pronunciato. Anzi: più d’una volta manifestò, nelle conversazioni, un certo fastidio; e ne ha scritto. Quando le BR uccisero a Genova l’operaio e sindacalista Guido Rossa, “L’Espresso” chiese a Sciascia se si sarebbe comportato come lui; se cioé anche dopo il delitto pensava che fosse giusto, utile e necessario denunciare i terroristi e testimoniare contro di loro.



    Conviene trascrivere la risposta, a beneficio di eventuali, ostinati, increduli. In origine venne pubblicata su “l’Espresso” del 31 gennaio 1979:



    “...il delitto Rossa è stato solo un avvertimento di carattere mafioso. Immagino che procederanno così finché ci saranno dei casi isolati di denuncia; quando non ci saranno più casi, ma l’atteggiamento della denuncia sarà generale, allora vorrà dire che avranno perso...Perché denunciare? Perché si deve convivere nella maggiore tranquillità possibile, perché è necessario il rispetto di tutto ciò che la carta costituzionale impone. Io non ho nessuna affezione per questo Stato così com’è, ma ne ho molta per la Costituzione. La denuncia quindi è un dovere che ha la faccia del diritto e viceversa. Lei mi chiede: ma proprio io che avrei lanciato la teoria “né con lo Stato né con le BR”? Io non ho mai formulato questo slogan. Pago le tasse allo Stato italiano, non le pago né le voglio pagare alle BR. Questo slogan è nato dalla deformazione della mia valutazione negativa della classe politica italiana, valutazione che continua a essere tale. Ma ciò significa volere che questa classe dirigente cambi. Ma non che si avveri il sogno delle BR. Naturalmente io mi sarei comportato come Rossa, pur tenendo presente che bisogna sempre fare i conti con il se stesso sconosciuto. Dico di più: dico che denuncerei qualsiasi tipo di reato contemplato dalle leggi. Ho dei doveri verso me stesso e verso gli altri lasciando anche perdere lo Stato. Chi non ragiona così è in un’orbita diversa, l’ordita della disperazione, di chi non crede più a nulla. Posso tentare di capirli, ma non di giustificarli”.



    Con questo, essendo la prosa di Sciascia chiarissima, è da sperare che si metta finalmente la parola fine a questa polemica che ciclicamente qualcuno vuole accendere.



    Il fatto è che la mamma degli idioti è perennemente gravida, e ancor più quella dei fanatici che, annota Sciascia nella nota di prefazione ad “A futura memoria”, sono tanti:



    “...godono di una così buona salute non mentale che permette loro di passare da un fanatismo all’altro con perfetta coerenza, sostanzialmente restando immobili nell’eterno fascismo italico. Lo stato che il fascismo chiamava “etico” (non si sa di quale eticità) è il loro sogno e anche la loro pratica. Bisogna loro riconoscere, però, una specie di buona fede: contro l’etica vera, contro il diritto, persino contro la statistica, loro credono che la terribilità delle pene (compresa quella di morte), la repressione violenta e indiscriminata, l’abolizione dei diritti dei singoli siano gli strumenti migliori per combattere certi tipi di delitti e delle associazioni criminali come mafia ‘ndrangheta, camorra. E continueranno a crederlo”.



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  5. #15
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    Leonardo Sciascia, vent’anni fa… 15)

    • a cura di Valter Vecellio

    Già, il fanatismo: miscela micidiale, letale, se unito alla stupidità e all’arroganza. Era un caldo fine settimana quel 24 e 25 giugno 1978 a Parigi, quando il CIEL (Comitato degli Intellettuali per l’Europa delle Libertà, che aveva tra i suoi scopi lottare contro le negazioni delle libertà culturali), organizzò un forum intitolato: “Terrorismo e progetto totalitario in Italia”.



    All’incontro presero parte tra gli altri Alberto Ronchey, Maria Antonietta Maciocchi, Giuseppe Are, Philippe Sollers e doveva intervenire anche Sciascia, che fece pervenire un illuminante messaggio, significativamente intitolato da “Le Quotidien de Paris”, “Il termometro della vendetta”.



    La nota di Sciascia comincia con una citazione ricavata dal un saggio di Jean Starobinski sul XVII secolo, “L’invenzione della libertà”, da cui ricava la definizione di “Uomo dei lumi”, che

    “nel momento in cui propugna il diritto di opporsi a qualsivoglia autorità acquisisce il senso della contraddizione. Da quel momento può anche succedere che si trovi in contraddizione con se stesso: egli diviene allora, il primo critico delle idee dalle quali è attratto e delle formule che ama, fino al punto di volere tentare l’esperienza del loro contrario. Sotto questa definizione possiamo collocare tutti gli intellettuali: tutti coloro, cioè, che hanno la capacità, i mezzi e il tempo per tener desta la propria intelligenza. Cosa che comporta non il registrare passivamente, ma piuttosto il ‘criticare’, in forma attiva. Vale a dire: tutti gli intellettuali sono stati, o sono, uomini ‘dei lumi’”.



    Fatta questa premessa, Sciascia prova a “saggiare” la condizione nella quale vive una persona così definita; e gli giunge in soccorso la riflessione di Voltaire nel “Dizionario filosofico”:



    “…la più grande disgrazia per l’intellettuale non è essere oggetto di invidia da parte dei suoi colleghi, o vittima di intrighi, o di essere disprezzato dai potenti; ma il fatto di essere giudicato dagli imbecilli. Imbecilli che, talvolta, vanno parecchio oltre; può specificatamente quando, all’imbecillità, si somma il fanatismo e, al fanatismo, lo spirito di vendetta”.



    Sempre da Voltaire, Sciascia ricava la classifica degli elementi che fanno lega contro gli intellettuali, o generalmente contro quanti “pensano con la loro testa”. Classifica che va in ordine di importanza, dal più debole al più grave:



    1) L’invidia dei colleghi.

    2) Gli intrighi.

    3) Il disprezzo dei potenti.

    4) L’imbecillità.

    5) L’imbecillità più il fanatismo.

    6) L’imbecillità più il fanatismo più lo spirito di vendetta.



    Ed ecco come Sciascia sviluppa ulteriormente il suo discorso:



    “Voltaire, perché è lui stesso che li ha individuati, è vissuto in una società nella quale questi elementi erano tutti contro di lui, benché fossero poco efficaci, come si vede quando confrontiamo la qualità eccezionale di quel che egli dice, e la stessa quantità con i contraccolpi provocati: contraccolpi, tutto sommato, leggeri. Gli elementi elencati nel punto 6 – sono tre e, insieme fanno una somma terribile – contro di lui funzionarono fino a un certo punto. Li abbiamo visti funzionare, con forza integrale e totale, sotto il fascismo: contro Giovanni Amendola, Piero Gobetti, Antonio Gramsci, e forse di recente, ma in modo più oscuro, in periodo antifascista, contro Pier Paolo Pasolini. E’ certo che, se non fosse stato mortalmente colpito dallo spirito di vendetta, Pasolini avrebbe dovuto fare i conti – dolorosamente, giorno dopo giorno – con l’imbecillità e il fanatismo…”.



    C’è una possibilità di difesa? E se sì, quale? Invidia, intrighi, disprezzo dei potenti, perfino l’imbecillità anche quando si sposa il fanatismo, dice Sciascia, possono essere fastidiosi, ma tutto sommato poco dannosi, inefficaci. Ma se a quei cinque “ingredienti” si sposa “lo spirito di vendetta”, ecco che occorre fare attenzione, tutto cambia:



    “…E’ lo spirito di vendetta, la possibilità di esercitarlo, che rende concretamente pericolosi e velenosi tutti gli altri. L’invidia dei colleghi è un sentimento che cresce, inevitabile e quasi naturale, in proporzione al talento di colui che ne è fatto oggetto, al punto che va considerato una specie di certificazione: più si ha talento, più si è oggetto di invidia. Isolato, questo sentimento, sarebbe del tutto inoffensivo: al limite, divertente. Ma per poco che si possa accompagnare con lo spirito di vendetta, con la volontà e la possibilità della vendetta, gli effetti saranno da quel momento tutti quelli che, per citarne uno solo, mediocri scrittori hanno rovesciato su uno scrittore di talento, Pasternak. E’ possibile evitare anche gli intrighi, facendo propria quella precauzione che gli uomini dei lumi adottarono e che si può anzi considerare una loro peculiarità: isolarsi, starsene lontani dalle grandi città, la solitudine. Si capisce, se l’azione dello spirito di vendetta è debole; quando è forte la fuga in campagna non basta, e allora, può essere necessario fuggire oltre frontiera (come fu il caso per Voltaire). Quanto al disprezzo da parte dei potenti, finché si tratta solo di disprezzo basta non prestarvi attenzione o respingerlo, con più o meno forza secondo l’epoca e le sue vanità. Ai tempi di Voltaire, per esempio, i potenti erano molto più sensibili al disprezzo degli intellettuali: oggi, possiamo addirittura dire che ne sono fieri. Questa fierezza chiarisce bene che l’ingresso dell’imbecillità nel mondo è ormai un fatto compiuto, quasi ufficiale: essa procede graziosamente sottobraccio al fanatismo. E l’intellettuale può ancora continuare a dire ciò che egli pensa e fors’anche permettersi qualche frecciata all’indirizzo di questa coppia.

    Ma le cose vanno in maniera diversa, e diventano parecchio più gravi, se allo strascico dell’imbecillità e agli orpelli del fanatismo si aggrappa poi quel piccolo servile, sempre pronto, instancabile cortigiano che ha come nome spirito di vendetta”.



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  6. #16
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    Leonardo Sciascia, vent’anni fa… 16)

    • a cura di Valter Vecellio

    Anche Sciascia fu vittima di questo spirito di vendetta, sia pure, per fortuna sua e nostra, in modo assai meno cruento, rispetto ad Amendola, Gobetti, Gramsci, Pasolini. Anche lui, comunque, ebbe la sua parte. Potrebbe essere, al riguardo, divertente – amaramente divertente – raccogliere una sorta di catalogo con tutte le ingiurie, gli insulti, le diffamazioni di cui Sciascia fu fatto oggetto. Da destra come da sinistra; e per darne rapida, succinta idea, qualche esempio, tra i tanti che si potrebbero fare. Esce “Il Contesto” e un critico di vaglia come Walter Pedullà, su “L’Avanti!” del 2 gennaio 1972 scrive:



    “Il razionalismo di Sciascia è sempre stato un’illustrazione di idee correnti, ma ora siamo alla chiacchiera qualunquista camuffata da riflessione superiore e distante di grande moralista. Il suo linguaggio raggiunge la chiarezza che riesce così facile all’ovvio, mentre l’essenzialità è un dettaglio marginale della superficie. La musica delle frasi che ha ospitati in altri tempi significati sorprendenti e incisivi ora spesso “canta” o declama pettegolezzi sociologici, politici e morali…uno Sciascia in sostanza reazionario è la novità di questo romanzo, il cui meglio consiste nelle citazioni, quando tornano al loro posto e alla loro epoca senza illudersi di aver parlato anche a nome di tutti gli uomini futuri…”.



    Su “Rinascita” del 21 gennaio 1972 è la volta di Mario Spinella:



    “…Confessiamo di non riuscire a vedere in Sciascia che uno scrittore minore, e sia pure, entro questi limiti ben precisabili, non certo secondario, in un panorama letterario, come quello italiano moderno, che assai raramente riesce ad andare oltre le ancor più facili vie dell’intimismo o del patetismo piccolo borghese di fronte al quale, lo ripetiamo ancora una volta, l’illuminismo borghese di Sciascia va pur sempre considerato con un occhio critico più comprensivo e meno severo…”.



    Napoleone Colajanni, su “L’Unità”, è colpito dalla “banalità delle tesi del racconto” di Sciascia. E poi, col fiero piglio del pedagogo infiammato:


    “occorre spirito critico, contributo originale, ricerca libera e impegnata; tutte cose che Sciascia potrà certamente ritornare a dare se sarà capace di superare la sua crisi…”.



    Giovanni Roboni, sui “Quaderni Piacentini”:



    “Sciascia…è precipitato al livello di un terrorismo piccolo-borghese, per non dire qualunquista”.



    Perfino Grazia Cherchi, su “Linus”, a proposito dell’ “Affaire Moro”, affonda i suoi artigli:



    “Libro inutile e nato morto, di cui ci siamo dimenticati subito e senza sforzo”.



    il tempo davvero, a volte, come si dice, è galantuomo. Sono passati più di vent’anni: il libro è ancora lì, lettura obbligata per chi vuole capire qualcosa di quei giorni; è di Grazia Cherchi, invece, che si è smarrito il ricordo.



    Ancora: Goffredo Fofi scrive che



    “…l’opera di Sciascia e il suo aspetto profondamente reazionario finisce per prevalere sui non pochi meriti, la sua programmatica sfiducia nel popolo, sul suo ostinato amore per gli ostinati ribelli, la sua amara e inutile vecchiaia su quel che di nuovo la sua opera pure avrebbe potuto avere”.



    Esiste un dovere della memoria. Per questo vale la pena – in senso letterale e per nulla metaforico – ricordare qualcuno dei giudizi sommari, liquidatori. Che dovette patire:



    “In lui lo sdegno non fa il salto dal fegato al cervello, e non si tramuta in una passione creativa capace di prefigurare una meta, magari oscura,ma comunque posta al di là del nostro fronte visivo. La fredda ironia di Voltaire vedeva la rivoluzione francese. Quella di Sciascia un’Italia perbenista che non è mai esistita” (Angelo Guglielmi)



    “’Il Contesto’ è il documento dell’involuzione di un autore che dice di cercare l’uomo, di parlare all’uomo, e non è più capace di immaginare un uomo vero” (Napoleone Colajanni).



    “Vendo ergo sum, questo il credo di Sciascia, in nome del quale si sente autorizzato a disprezzare tutti gli altri. Credo di un bottegaio, e del resto legittimo come tutti i credi, ma che stride un po’ con le pretese di quel moralista di rango che Sciascia vorrebbe essere” (Massimo Fini).



    “Sciascia sta finendo piuttosto male per conto suo…Era un buono scrittore, talvolta ottimo, ma le sue recenti sortite, a cominciare dall’operetta sul caso Moro, sembrano piuttosto modeste” (Eugenio Scalfari).



    “Il nuovo Sciascia ci fa una gran pena…A me pare che Sciascia si è messo a combattere Sciascia. Sciascia contro Sciascia, impegnato a demolire, articolo dopo articolo, l’immagine di sé stesso…” (Giampaolo Pansa).



    “Ci ho pensato a lungo e sono giunto alla conclusione che…”Il Giorno della civetta” di Leonardo Sciascia è uno splendido libro sulla mafia; una fotografia perfetta,ma non uno strumento di lotta contro la mafia” (Nando Dalla Chiesa).



    La verità, indubbiamente, rende la vita scomoda a chi la dice, e Sciascia nel corso della sua vita ha dette troppe, insopportabili verità. Un tipo di impegno che si paga duramente. Il prezzo è la solitudine, l’isolamento. Ma, come affermava spesso “saremmo perduti senza la verità”.



    “Come si definirebbe?”, gli fu infatti chiesto una volta. “Uno che cerca si semplificare secondo verità”, rispose. In queste poche parole c’è tutto il mondo e l’impegno dello scrittore, del polemista, dell’intellettuale. Una volta ebbe a dire: “Bisogna, come diceva Seneca per gli schiavi, cominciare a contarsi. Si scoprirà allora, che siamo isolati, ma non soli. Non numerosi, ma sufficienti per contrapporre, come diceva De Sanctis, l’opinione alle opinioni correnti…



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  7. #17
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    Leonardo Sciascia, vent’anni fa… 17)

    • a cura di Valter Vecellio

    Non mancarono le occasioni per “contarsi”. Si cercò di mettere Sciascia sulla graticola, “colpevole” per quel che diceva, ma “colpevole” anche perché taceva. Illuminante al riguardo una dichiarazione rilasciata il 22 marzo del 1978 all’agenzia “ANSA”:



    “Non scrivo sui giornali da circa quattro mesi. Per tante ragioni. E non ultima quella di una stanchezza e di un disgusto che mi prendono ogni volta che la più piccola verità che mi trovo a dire viene travisata da intolleranti e dagli imbecilli. Ma sul quotidiano “Paese Sera” di domenica il mio silenzio viene chiamato in causa e interpretato in un articolo di fondo del direttore, Aniello Coppola: con la stessa arroganza e incomprensione che si è adoperata per interpretare le mie parole. Con lo stesso terrorismo, per chiamare le cose con il loro nome. C’è terrorismo e terrorismo, d’accordo, ma non si può chiamare altrimenti quel che per ora si adopera contro il silenzio dei cosiddetti intellettuali. Di questo silenzio, ieri, sul “Corriere della Sera”, Moravia ha dato le più vere e lucide motivazioni. Avrei poco da aggiungere. Voglio solo notare come Coppola, che su “Paese Sera” di domenica parla delle istituzioni da difendere, in quello di lunedì puntualmente si smentisce e afferma che lo Stato non ha retto alla prova. Un uomo che dirige un giornale, anche se il giornale dura appunto un giorno, dovrebbe avere delle idee un poco più ferme. E, quanto meno, se vuole combattere il terrorismo, deve evitare dei metodi terroristici. Il fatto è che questa specie di terrorismo verbale è stato battezzato nella stessa parrocchia in cui è stato battezzato quello che spara: la parrocchia dello stalinismo innestatosi con indefettibile continuità sul fascismo e sul nazismo. Solo che i terroristi che sparano sono, disgraziatamente, molto più precisi di quanto non sia Coppola nello scrivere”.



    Successivamente su “Panorama” del 4 aprile 1978 Sciascia precisava ulteriormente il suo pensiero:



    “…Domenica 19 marzo “Paese Sera” è tornato ad occuparsi di me. Il suo direttore, Aniello Coppola, ha polemizzato, come dice “l’Unità” con letteraria espressione, col mio silenzio. Il mio silenzio riguardo al sequestro dell’on. Moro. E certo, a uno che polemizza col silenzio, sarebbe saggio rispondere col silenzio. Ma in certi momenti non si può essere saggi; e io, poi, raramente lo sono.

    L’articolo di Coppola consisteva in un rifacimento della favola di La Fontaine sulla cicala e la formica, ma trasposta da un significato economico a un significato politico: io sarei stato la cicala e, secondo Coppola, tacevo – forse spaventato – di fronte alla massa di formiche che si muoveva in solidarietà e cordoglio per gli agenti uccisi e l’on. Moro rapito. Le formiche, inutile dirlo, erano la classe operaia, erano il popolo.

    E’ di molti uomini di sinistra, il vedere la classe operaia e popolo come formiche: al livello delle proprie scarpe. Comunque, a me va benissimo essere paragonato alla cicala. Di fronte alla favola di La Fontaine, la mia simpatia è sempre stata per la cicala. E poi Coppola avrebbe dovuto tener conto di quel proverbio che, a somiglianza di quello che prescrive di non molestare il can che dorme, raccomanda di non toccare la cicala che tace (quest’ultima osservazione la debbo alla confidenza di un onorevole comunista; non ne faccio il nome, ma mi par giusto confessare che non è mia). Più tardi, in risposta alla mia risposta, Coppola scrisse: “Leonardo Sciascia sfugge alla questione che gli avevo posto”. Chi ha voglia di leggere il suo articolo, o di rileggerlo, cercherà invano la questione che dice di avermi posto. Mi ha semplicemente attaccato: gratuitamente e scioccamente. La questione me la pone nel suo secondo articolo, ed è questa: “Vale la pena di difenderlo questo nostro Stato?”. Dieci mesi fa ho detto: così com’è non vale la pena di difenderlo. Oggi dico: così come va diventando, siamo noi che dobbiamo difendercene.

    Dieci mesi fa mi appariva come un guscio che racchiudesse, per dirla vittorinianamente, putredine e morte. Oggi mi appare come un guscio vuoto che può essere da un momento all’altro, e forse senza che ce ne accorgiamo, comunque riempito. Comunque: ma in ogni caso, per noi pericolosamente. E dicendo noi intendo tutte le persone che in questo momento sentono e pensano come me; e sono tante, più di quante un Coppola possa immaginare. E non sono formiche. E da questo punto non parlo più con Coppola e con coloro che la pensano (si dice per dire) come lui. Parlo, appunto, con coloro che sentono e pensano come me, con i lettori dei miei libri (che sono tanti, tanti), con tutti quelli cui la pena per la sorte dell’on. Moro, il dolore per la scorta massacrata,l’angoscia per la violenza dilagante, non impediscono di vedere le cose come sono e come stanno per essere; con tutti quelli, insomma, che hanno memoria e giudizio”.



    Sciascia poi ricorda che sempre, anche nel corso delle campagne elettorali che aveva fatto assieme ai comunisti, si era sempre dichiarato contrario al compromesso storico, e a favore di un governo di salute pubblica in cui avessero parte i comunisti. Racconta un aneddoto: dopo un comizio, in un paese dell’interno della Sicilia, un dirigente comunista lo consigliò di non fare uso di quell’espressione “governo di salute pubblica”, perché evocava la Rivoluzione francese e la ghigliottina, cose che procuravano timore tra la gente e che la allontanavano. D’opposto avviso lo scrittore, convinto che la gente, gli elettori proprio di quello volessero sentir parlare, non della ghigliottina beninteso, piuttosto di qui valori, come giustizia, diritto, legge uguale per tutti, che con la Rivoluzione francese si era cominciato ad acquisire.



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  8. #18
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    Leonardo Sciascia, vent’anni fa… 18)

    • a cura di Valter Vecellio

    Scrive Sciascia:



    “…Del resto, la Costituzione della Repubblica italiana stava lì, con tutti quei principi dentro e anzi portati più avanti. Poiché quello che stava accadendo in Italia era appunto questo – lo Stato che stava svuotandosi della Costituzione – mi pareva fosse operazione di salute pubblica che tutti i partiti che erano stati artefici della Costituzione ritrovassero quel compromesso che valesse a restaurarla e magari a rifondarla, e facendo principalmente leva sulla idea della giustizia sociale e della giustizia in quanto amministrazione, in quanto giustizia penale.

    Questo era anzi il punto da affrontare immediatamente, senza dilazioni: l’attenzione della giustizia penale, della legge che cadesse uguale per tutti, che prontamente e inflessibilmente colpisse ogni maneggio irregolare e fraudolento della cosa pubblica. Di questo la maggioranza degli italiani si sarebbe appagata. Troppo poco, diranno i rivoluzionari: ma in un Paese come il nostro, soltanto l’applicazione della legge sarebbe un fatto rivoluzionario., Quello che Pasolini chiamava “il processo al Palazzo”, bisognava che il Palazzo se lo facesse in parte da sé, in parte con l’aiuto degli altri”.



    Dai risultati delle elezioni però, altre indicazioni si vollero ricavare:



    “Nessuno, dentro si mosse per cominciare il processo; né gli altri mossero incitamento a che cominciasse. La mia esperienza al consiglio comunale di Palermo fu, in tal senso, significativa: non solo fu dichiarato apertamente, da uomini responsabili del PCI, che non si sarebbe fatto il processo al passato, ma nulla vidi muoversi che almeno annunciasse il processo al presente”.



    Le elezioni politiche, osserva perplesso Sciascia, avevano dato a DC e PCI, a ciascuno e ad entrambi, la certezza di essere stati approvati così come erano:



    “Restarono dunque a specchiarsi, l’uno nell’altro, senza curarsi della Costituzione che marciva dentro il guscio dello Stato. E questo è stato, per me, nella polemica che ho avuto con Amendola e con altri comunisti, un vero rompicapo: com’è che sostenessero che lo Stato è nostro, di tutti, quando – e bastava la sola specula della giustizia penale – a evidenza era dimostrato che non era nostro, che non era di tutti. In questo senso io dicevo che non valeva la pena di difenderlo. Ma dicevo anche – e lo dicevo allora come lo dico ora – che bisognava difendere noi stessi, sentire il dovere verso noi stessi di non avere paura: e che soltanto per questa difesa, per questo dovere, superando la mia innata e poi ragionata paura di giudicare, io sarei andato giurato al processo di Torino.

    Lo dicevo a chiare lettere, l’ho ripetuto in televisione un mese fa. Ma grande è la malafede e l’imbecillità e il fanatismo di cui si è circondati. Con mezzi terroristici, polemizzando col mio silenzio, vogliono che io dica: o che bisogna difendere questo Stato così com’è, o che hanno ragione le BR. Tutta la mia vita, tutto quello che ho pensato e scritto, dicono che non posso stare dalla parte delle BR. E in quanto a riconoscermi nello Stato così com’è (e sarebbe esatto dire com’era fino al rapimento dell’on. Moro), continuo a dire di no.

    Capisco che ci sia, da parte dei fanatici, l’esigenza di etichettarmi una volta per tutte o come rivoluzionario o come reazionario. I fanatici hanno bisogno di star comodi. Per mia parte, dico di essere semplicemente, in questo momento, un conservatore. Voglio conservare, di fronte allo Stato che se ne è svuotato, la Costituzione. Voglio conservare la libertà e la dignità che la Costituzione mi assicura come cittadino; e la libertà di cui ho goduto come scrittore, e la dignità che come scrittore mi sono guadagnata.

    Questa libertà e dignità sento oggi che sono in pericolo. In quanto cittadino capisco – ma non approvo – che molti siano disposti a barattare libertà e dignità per un po’ d’ordine pubblico, di sicurezza: in quanto scrittore mi batterò affinché questo baratto non si compia. Metto in conto la sconfitta, e anzi la prevedo: ma non posso che battermi, finché avrò un margine, sia pur piccolo, sia pure insicuro. Il ripristino dell’ordine pubblico, da noi è sempre stato pagato caro: a prezzo di un vero e profondo disordine, che corrode anche le menti più lucide e le coscienze più nette. Ed è già cominciato, a guardar bene”.



    Concludeva Sciascia dicendo di essere stato in più d’una occasione vicino ai comunisti; e di provare un sentimento di grande, crescente inquietudine per quello che stava accadendo in loro, e attraverso loro, al Paese:



    “…E dovrebbe inquietare anche loro, o almeno quelli di loro che veramente credono nella democrazia, nel pluralismo e in tutte le nobili cose che hanno detto in questi anni.

    La mia affermazione che lo Stato è oggi un guscio vuoto, di cui mostreranno forse di scandalizzarsi – loro lo fanno ogni giorno, accortamente, velatamente: la salvezza dello Stato la dicono nelle loro mani, nelle mani della classe operaia, nelle mani delle loro masse. Questo è – facendo mia una espressione di Moravia – un già visto rovinoso, un già visto tragico. Pretenderei da loro, dovrebbero pretenderlo tutti, dovrebbe soprattutto pretenderlo la classe lavoratrice, un fatto non già visto; che entrassero nel governo dello Stato non per la porta della repressione”.



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  9. #19
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    Leonardo Sciascia, vent’anni fa… 19)

    • a cura di Valter Vecellio

    IL CASO MORO



    A un certo punto la vicenda Moro sembrò evolvere e trasformarsi nel caso Sciascia: tante erano ormai le polemiche suscitate dall’ “Affaire Moro”. Un buon termometro è costituito dal dibattito che avviò “l’Espresso”, pubblicando nel fascicolo del 22 ottobre 1978 alcun pareri di contrari o di favorevoli alle tesi sostenute da Sciascia: quelli di Alberto Moravia, di Fedele d’Amico, di Giorgio Bocca; accanto a quelli di due militanti politici: Antonello Trombadori, deputato del PCI, e Claudio Martelli, vicesegretario del PSI. Rileggere i loro interventi è utile.



    Lo Stato ha resistito, grazie a Dio

    Di Fedele d’Amico



    Che il problema di appurare la verità sulle lettere di Moro appassioni un autore di gialli è ovvio, e non sollecita commenti. Ne sollecita però il curioso particolare che tra la soluzione di quel problema e la decisione di non trattare con i brigatisti il nostro autore veda un nesso: come se quella decisione si fosse basata sulla premessa, secondo lui falsa, che quelle lettere non esprimessero il pensiero del firmatario. In realtà formulare una decisione, conoscere il pensiero di Moro, riusciva al governo affatto secondario, tanto è vero che nel suo seno le opinioni sul credito da attribuire a quelle lettere erano divise, ma la decisione fu unanime. Tuttavia che in quella decisione Sciascia, oltre a fiutare ipocrisia, scorga una nefanda ingratitudine di democristiani e comunisti verso un uomo che aveva utilmente lavorato per loro, questo è interessante perché rispecchia una mentalità diffusa.



    Quale? Quella che da anni si documenta eminentemente nelle reazioni dell’uomo della strada, cioè dal qualunquismo piccolo-borghese, ai sequestri di persona. Ogni volta che qualcuno ha invitato il governo a ostacolare il pagamento dei riscatti e comunque a perseguire poi, a riscatto eventualmente versato, pagatori e mediatori, quella mentalità ha opposto, e vittoriosamente, le sue ragioni “umane”: è in gioco una vita, ogni mezzo va tentato per salvarla, che faresti tu se rapissero tuo figlio, come può pretendere lo Stato di metterti i bastoni tra le ruote? Ché sola realtà tangibile, per quella mentalità, è il caso singolo, personale, isolato da qualunque contesto sociale e giuridico e politico. La considerazione che l’intervento di leggi volte a impedire che la prassi del sequestro si diffondesse era infinitamente più “umano” del tamponamento di un caso singolo, le era inaccessibile; perché una mentalità organicamente incapace di guardare oltre l’evento che ha sotto gli occhi hic et hunc non può vedere nelle ragioni del diritto altro che un sistema di formalismi astratti, l’obbedienza ad un Moloch.





    Per questo il contegno tenuto dalla stampa e dalle forze politiche e sindacali, nella sua immensa maggioranza decisamente contrario alla trattativa, ci provocò un sospiro di sollievo. Di fronte all’enormità del caso, gli italiani dunque avevano scoperto il senso dello Stato? Allora quei sei non erano caduti invano. Tuttavia maggioranza di responsabilità non è unanimità del Paese, e che quella mentalità non fosse spenta nel Paese ma soltanto tacesse repressa, già la vocazione demagogica di un capopartito l’aveva intuito, inducendosi ad alcune, maldestre astuzie. Oggi Sciascia le ridà respiro, convocando i lettori di gialli impegnati a fornirgli i fondi necessari a diffamare su scala di massa il solo momento di concorde decoro civile che la stampa italiana abbia mai avuto.



    Ma questo sarebbe ancora niente. Nella sua intervista a Rita Cirio, il nostro scopritore di altarini afferma: “Certo la liberazione dei tredici, come chiedevano le BR, sarebbe stato un cedimento che la debolezza di questo Stato non permetteva. Ho detto la debolezza e non la forza. Perché uno Stato forte poteva anche arrivare a questo cedimento. Sono gli Stati impotenti che si permettono questi terribili rigori”.



    La debolezza dunque, non la forza. Ma in che senso “questo Stato” era ed è debole? Nel senso che il suo governo, quand’anche l’avesse voluto, non avrebbe potuto liberare cittadini ormai soggetti all’autorità giudiziaria, né l’avrebbe potuto l’autorità giudiziaria, cui non è consentito rilasciare reclusi né detenuti in attesa di giudizio se non a norme di leggi determinate, che non contemplano certo casi, come omicidi; né l’avrebbe potuto fare il presidente della Repubblica, il quale, non può graziare, anche lui, se non a certe condizioni (tra cui il ravvedimento del condannato), che stavolta non si ravvisavano.



    In una parola, la debolezza di “questo Stato”, nel caso specifico, consisteva semplicemente nell’essere uno Stato di diritto, una democrazia. Forse sarebbe stato soltanto quello che il qualunquismo di cui sopra ha sempre sognato e qualche volta ottenuto, lo Stato che si fonda su potere assoluto dell’esecutivo, libero da controlli e codici e formalismi e altri disumani impicci. Che poi questo Stato forte, messo davanti all’aut aut dei tredici, avrebbe ceduto, è proprio sicuro? Davvero i suoi forzuti rappresentanti avrebbero consentito a creare un precedente che rischiava di farne, uno dopo l’altro, altrettanti Moro? Ma che in astratto “potesse”, non c’è dubbio. Appunto per questo, non si sa mai, noi preferiamo lo Stato debole.



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  10. #20
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    Leonardo Sciascia, vent’anni fa… 20)

    • a cura di Valter Vecellio

    Altro che fermezza, era empietà!

    Di Claudio Martelli



    Se si debba trattare o non trattare. Se un atto autonomo di clemenza da parte dello Stato sia trattare. Se trattare equivalga a cedere. Se sia in gioco la vita dell’ostaggio o la sopravvivenza dello Stato. Se questa dipenda dal sacrificio di quella?Se sia giusto il sacrifico. Questi problemi tremendi, che sovrastarono allora il caso Moro tornano ora nel caso Sciascia. Sono essi il nodo da sciogliere. In che modo? Non ripeterò gli argumenta ex auctoctoritate: la Svezia trattò, la Germania trattò, perfino Israele trattò, per gli “altri” cittadini italiani si è trattato e si tratta, sapendo per esperienza che è quasi sempre l’azione vera o simulata della trattativa che consente di prolungare prima, di salvare poi, la vita dell’ostaggio e insieme di connetterci materialmente con i sequestratori e forse, di acciuffarli.



    La vita dell’ostaggio, la cattura dei colpevoli. Prioritari esattamente in questa successione. Una sorta di illuminismo cristiano è ciò che ispira questa mediazione. Forse è questo illuminismo che ritorna alla mente di Sciascia dopo l’esperienza del consiglio comunale di Palermo; dal suo esilio di Racalmuto all’esilio di Ferney, in cerca di ciò che possa parlare a noi in Voltaire, libertino, deista, lottatore contro il Medio Evo residuo della ragione di Stato e dell’intolleranza celle religioni positive. Questa mediazione che in casi drammatici della vita comunemente si accetta, questa mediazione tra la legge e la persona non dispone di un retroterra giuridico affermato, occupa un campo problematico, una ragione incerta che non può opporre argomenti che, per limpidezza logica e intimidazione politico-psicologica, siano pari a quella che sciorinano e sciorinerebbero i formalisti dello Stato di diritto, felici della loro contagiosa malattia, la schizofrenica separazione tra la legge e la persona. Un segnale di pericolo simile a quello di Sciascia ci trasmette il discorso di Solzenicyn agli studenti di Harvard: “Io che ho passato tutta la mia vita sotto il comunismo affermo che una società dove non esista una bilancia giuridica imparziale è una cosa orribile. Ma nemmeno una società che dispone in tutto e per tutto solo della bilancia giuridica può dirsi veramente degna dell’uomo”.



    E’ appena il caso di ricordare che nel caso di Aldo Moro, sequestrato e in pericolo di vita, non fu usata neppure l’imparzialità giuridica che sarebbe consistita nell’adottare quella prudenza, quegli accorgimenti, quei silenzi, quelle vie oblique (sì, quelle vie oblique), che comunemente si adottano e che, forse, avrebbero consentito di salvargli la vita come quella di altri ostaggi fu salvata mediando la legge non con la propaganda della sua durezza, ma con un’azione benefica. Di fronte a un uomo politico eminente l’imparzialità è venuta meno: l’alternativa tra lo statista e lo Stato è stata irresponsabilmente introdotta ed esasperata da una campagna retorica e fracassante della RAI, della stampa, di cinque o sei partiti sul piede di guerra contro ogni voce e ogni intenzione non conformisti. Ma chi mai introdurrebbe l’alternativa tra la vita di un industriale rapito e quella non dico dello Stato, ma della sua industria? E perché sarebbe più stretto il vincolo e quindi da non doversi allentare, tra uno statista e lo Stato? Forse perché lo Stato, o meglio il Governo, avrebbe dovuto più immediatamente esporsi essendo in gioco, come si dice, l’esistenza di un uomo suo? E non accade forse lo stesso, non è forse altrettanto alto il rischio di dissacrazione, quando a trattare per conto dello Stato, non è il Governo ma un’altra delle strutture in cui quello si articola, la polizia o la magistratura, a trattare, dicom con un criminale dirottatore o con il sequestratore di un’innocente scolaresca?



    Ecco, pensando a una scolaresca tremante e in pericolo, ho scritto naturalmente “innocente”. Forse parte della spiegazione è qui. Intendo la spiegazione della gigantesca campagna che costituì ed alimentò di ogni genere di argomenti l’immobile superpartito della fermezza. Un rimosso ma attivo inconscio preilluminista e precristiano dispone a considerare un uomo di Stato diversamente dai passeggeri di un aereo, da una scolaresca, da un possidente rapiti o sequestrati. L’imparzialità giuridica che dovrebbe rendere tutti uguali di fronte alla legge viene per lui sospesa nel senso che per lui, e per lui solo, non si fa e non si lascia fare quanto per gli altri si fa o si lascia fare ai confini della legge.



    Da chi esercita potere rappresentando gli altri si chiede forse di più, magari che si sacrifichi, e gli fu chiesto. E se l’uomo politico esita, e, come gli altri farebbero in circostanze analoghe, implora aiuto, si decreta che, poiché parla in balia dei carcerieri, debba venir sacrificato per salvare la Repubblica.



    Così è stato; per non parlare di politica.



    Ora, non fare quanto per altri fu fatto e quanto è possibile per salvare una vita in pericolo si designa, nei catechismi della fede come empietà; nei codici civili come omissione di soccorso. Di entrambe le cose vi è traccia nel comportamento di molti italiani “responsabili” lungo quei cinquantacinque giorni.



    E’ questa la verità scandalosa che, mi sembra, i primi capitoli dell’Affaire Moro mi fanno riemergere.



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