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  1. #41
    L'estremista moderato
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    I BARBARI SONO TRA NOI.



    Si ha l’impressione che il PCI l’abbia sempre, alternativamente, ingiuriato e corteggiato. Non molto tempo fa Amendola l’ha trattato pubblicamente da codardo…Sembra che vent’anni fa lei sia stato chiamato “iena dattilografa” e considerato un trotzkista…

    Effettivamente i miei rapporti col PCI hanno conosciuto alti e bassi, un po’ come quella poesia di Manzoni, quando parlando di Napoleone dice che fu trascinato “due volte nella polvere, due volte nell’altar…”. Prima di pubblicare “Il contesto” agli occhi del PCI ero uno scrittore “Buoni e coraggioso”. Candidato per le liste comuniste, fui promosso a “grande scrittore”. Dopo le dimissioni sono diventato “codardo”. Forse è a causa dei miei scritti sempre contestatari che mi affibbiano quelle tare…In realtà una simile retorica piena di ingiurie non solo non mi induce a riflettere, anzi qualche volta persino mi diverte: a lungo andare i fulmini del PCI finiscono con l’essere comici.



    Malgrado ciò gli intellettuali continuano a lasciarsi sedurre dal PCI.

    In privato, gli intellettuali parlano spesso con disprezzo del Partito…In pubblico è un’altra cosa…Questo vuol dire che il favore di cui gode il PCI sull’intellighenzia è dovuto più a una paura che ispira piuttosto che al prestigio che emana. Gli intellettuali francesi hanno conosciuto qualcosa di simile nel 1950, ma essi avevano una ben più lunga esperienza culturale della libertà. Gli innesti staliniani, quali che siano le loro possibilità di adattamento, faranno sempre fatica ad acclimatarsi durevolmente nel terreno che Voltaire, Diderot e gli uomini dei “Lumi” hanno già dissodato. Gli intellettuali francesi si sono perciò emancipati dalla tutela comunista più in fretta e con maggiore disinvoltura dei loro colleghi italiani. E poi…ciò che è certo è che i francesi, nonostante una tenace convinzione che vuole il contrario, pur essendo stati primi a cadere nella trappola staliniana, sono stati i primi a uscirne…



    Quando Rossana Rossanda scrive sul “Manifesto” di avere la sensazione di “sfogliare un album di famiglia”, leggendo i comunicati delle BR, lei è del medesimo parere?

    Certamente. Diciamo che in quella famiglia i terroristi sono i nipotini…I loro genitori sono gli eurocomunismi di Berlinguer, i loro nonni sono i comunisti vagamente destalinizzati di Togliatti, e i loro bisnonni gli stalinisti dell’epoca d’oro del PCI.



    Ciò vuol dire che lei non ha alcun dubbio circa la responsabilità morale o ideologica del PCI nello sviluppo del terrorismo…

    Risponderò con un aneddoto che mi sembra vada a pennello. Un aneddoto vero, non inventato. Un giorno spiegarono a un vecchio comunista siciliano che aveva vissuto con fanatismo il periodo staliniano e la cui vita si confondeva con una incondizionata fedeltà all’Unione Sovietica…gli spiegarono che il partito aveva deciso di cambiare strategia e di prendere un certo distacco dal mito sovietico. Il vecchio militante rispose: “Sta bene, se questa è la nuova linea del partito, seguiamola”. Più tardi gli spiegarono che il partito aveva di nuovo cambiato strategia e che, ormai, per tener fede al compromesso storico, bisognava prepararsi a governare con la DC. “D’accordo”, rispose, e continuò: “Dirò che Stalin era cattivo e che i democristiani sono buoni, ma lo dirò solamente perché Stalin continua a essere nostro padre e perché la DC continua a essere la nostra odiosa nemica…”. Questo aneddoto, a mio parere illustra perfettamente l’ambiguità della politica dei comunisti. Non dubito assolutamente della buona fede di Berlinguer e dei suoi collaboratori quando parlano di “destalinizzazione” e di “eurocomunismo”, o di “compromesso storico”. O meglio, non dubito troppo…ma è certo che la base del partito percepisce questa nuova parola d’ordine come una semplice astuzia tattica da parte dei suoi dirigenti. Questa base sa che il destino del partito, come essa la conosce, è lo stalinismo e non può essere altrimenti. Anche le BR lo sanno, ed è per questo che, nonostante le loro critiche verso il PCI, esse finiscono per rimanere, moralmente e ideologicamente, vicine al partito.



    Che cosa pensa della tesi secondo la quale le BR sarebbero una creazione del KGB, destinate a uccidere il processo del “governo” del PCI?

    C’è del vero in questa tesi, ma perché cercarvi la mano di Mosca? La realtà è più semplice e più logica: per molto tempo il PCI ha giocato un doppio gioco: da una parte assumeva il discorso rivoluzionario e la sua missione di opposizione “scardinatrice”; dall’altra, invece, riservandosi il monopolio della protesta sociale, aveva finito col diventare un contro-potere conservatore come il potere stesso e, alla fine, complice di uno Stato che lo adulava considerandolo unico interlocutore. Dopo che la “liberalizzazione” dei comunisti è diventata la nuova strategia del PCI, questo partito ha assunto solo la funzione di conto-potere complice e pronto al compromesso. Ha abbandonato il suo discorso rivoluzionario come si abbandona una casa nella quale si è abitato molto a lungo. Ma avendolo fatto troppo il fretta ha lasciato un posto vuoto nel ventaglio ideologico e i terroristi l’hanno occupato come dei veri “abusivi”…Per un’autentica “liberalizzazione” il partito avrebbe dovuto prendere tutto il tempo necessario per devitalizzare il suo vecchio discorso rivoluzionario sottolineandone l’anacronismo. E questo il PCI non poteva farlo, perché non aveva una possibilità di ricambio legittimo.



    E se la prossima vittima delle BR fosse il papa?

    Un papa martire sarebbe un grande avvenimento per la Chiesa. Ma io dubito che le BR dopo aver dato un martire alla DC vogliano fare la stessa cosa per la Chiesa. Le reazioni della gente sarebbero, penso, perfettamente uguali. Niente di più, forse qualcosa di meno: essere martire è più confacente a un papa che a un uomo politico: “Io ti mando quale agnello tra lupi…”.



    Alla fine del film di Francesco Rosi “Cadaveri eccellenti”, film che p stato tratto da un suo libro, un comunista dice: “Se è necessario scegliere tra verità e rivoluzione, noi sceglieremo la rivoluzione”. Una frase un po’ strana, non le pare?

    No, è autentica…Infatti io ho sempre desiderato chiedere al dirigente comunista che l’aveva pronunciata se, pur continuando a fare la “rivoluzione”, continuasse a “far la corte” alla menzogna.



    (Intervista rilasciata a “Le Nouvel Observateur”, 25 giugno 1978, seconda parte)



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  2. #42
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    I BARBARI SONO TRA NOI 3)



    Gli uomini di sinistra, quelli che denunciano il riformismo del PCI senza, peraltro, risolversi ad adottare la violenza rivoluzionaria, che comportamento assumono in questa circostanza?

    Gli uomini di sinistra, lo si sa, in fondo non sono altro che dei cattolici vecchio stile, fanatici, funebri, e non lo sanno…E’ stato veramente un peccato che la chiesa cattolica abbia avuto una così gran fretta ad aggiornarsi secondo i gusti correnti. Se essa si fosse trincerata dietro la sua autorità, se fosse ridiventata chiusa e spietata come ai tempi di Filippo II, dell’Inquisizione, della Controriforma, quelli di sinistra l’avrebbero adottata in numero sterminato, perché il loro più grande desiderio è quello di proibire, di portare l’Inquisizione ovunque…Oggi, in Italia, gli uomini di sinistra si danno un gran daffare per arginare il processo di decomposizione del quale soffrivamo già prima dell’affare Moro. E’ anche possibile che ci riescano. E’ anche possibile che ritornino di moda, soprattutto se il PCI persevera nella sua politica di “compromesso”.



    Una volta lei ha paragonato la DC e il PCI ai due teologi di cui parla Borges, che si erano odiati per tutta la vita prima di scoprire, nell’Inferno, che avevano abitato la stessa anima…

    E’ vero. Sono convinto che un giorno democristiani e comunisti arriveranno a capire che l’Inquisizione, lo stalinismo, abitano la stessa anima. Forse la DC sarà la prima ad accorgersene, e rendendosi contro che non c’è abbastanza spazio per due nella stessa anima, si deciderà finalmente a cacciare il PCI. Oggi ad ogni modo la DC ha completamente in mano il gioco politico. E la cosa rischia di andare per le lunghe.



    Il suo pessimismo è veramente così puro? Dopotutto l’eroe del suo ultimo libro si chiama “Candido”…Non è strano, per un uomo come lei, ricorrere a questo personaggio volterriano, che non la finiva mai di propinare al prossimo formule di felicità?

    No, veramente non è così strano come sembra. Attraverso questo moderno Candido ho voluto inventare una formula di felicità che consisterebbe nel “coltivare” la propria testa piuttosto che il proprio giardino; di fidarsi più di quello che noi pensiamo, piuttosto che di quello che gli altri pensano per noi e non cercare di ridare la vita a cose morte…



    Cose morte…ossia?

    Il marxismo, per esempio, questo cadavere gigantesco, questa carogna che fa marcire la testa di quelli che non osano pensare. Da un’infinità di tempo infatti tutti sanno che il marxismo è morto, ma, in Italia, tutto accade come se i morti potessero parlare. Prima si è accennato a Candido. Quanto a me preferisco parlare di Pangloss, quel miserabile Pangloss che, al cospetto di un carnaio, osava dire, in nome di tutta la filosofia della storia, che tutto è per il meglio nel migliore dei modi…Oggi Pangloss sarebbe marxista se all’epoca di Voltaire era leibniziano. Secondo Pangloss la felicità è proprio come l’immaginano gli intellettuali. Una felicità di idee, una felicità promessa, anche se questa promessa passa per l’Inferno.



    Per Dante l’Inferno era assai più interessante del Paradiso…

    Anche per me, purtroppo, ed è per questo che ne parlo così spesso.



    La Sicilia, la sua Sicilia – senza la quale, lo dice lei, non sarebbe mai stato scrittore – è forse una delle raffigurazioni possibili di questo Inferno?

    Il mio rapporto con la Sicilia appartiene più all’ordine del risentimento. Io sono nato in questa terra e la vivo come una sofferenza, senza amarla, forse, ma al di là dell’amore che tanti siciliani pretendono di avere per essa. Da quando scrivo non faccio che parlare del potere, della Chiesa, del fascismo e, in maniera diffusa, di tutte quelle attitudini “mafiose” della classe politica italiana. Da questo punto di vista la Sicilia era assai marginale in rapporto all’Italia, lo stesso rapporto dell’Italia col resto dell’Europa. Ma oggi è a Bruxelles che si decide il numero delle vacche che dovranno partorire nella campagna di Siracusa o di Agrigento…



    La Sicilia di cui lei parla rassomiglia più a quella del “Gattopardo”, sono pochi gli aristocratici lucidi e scettici…non se ne incontrano molti.

    A me è sempre parso che la Sicilia descritta da Lampedusa nel “Gattopardo” non sia altro che un’astrazione geografica e climatica sottratta al tempo e alla storia. Quella Sicilia abitata da scettici e aristocratici ha forse dato modo a Lampedusa di scrivere un bel libro, ma se Stendhal avesse avuto il tempo di fare quel viaggio in Sicilia che tanto aveva desiderato, avrebbe potuto scrivere quel libro con l’anticipo di un secolo…



    Perché lei dedica uno dei suoi libri “Recitazione della controversia liparitana”, la cui vicenda si svolge nella Sicilia del XVIII secolo, ad Aleksander Dubcek?

    La Sicilia del XIII secolo cercò di inventare la libertà più o meno come ha fatto la Cecoslovacchia al tempo della “primavera di Praga”. Quando nel 1712 gli spagnoli lasciarono la Sicilia si poté assistere alla nascita di una classe parlamentare laica e liberale. Quei borghesi fecero molte cose per la libertà,ma ebbero troppo poco tempo, visto che sette anni dopo, nel 1719, gli spagnoli tornarono con la loro Inquisizione. Tutto ciò non rammenta qualcosa?



    Dopo quella “normalizzazione”cosa è diventata la sua Sicilia?

    Da allora, in Sicilia, come nel resto d’Italia, il potere divenne invertebrato, diffuso, e di conseguenza, infinitamente perfido. Lo Stato non è altro che una piovra e la mafia, in Sicilia, conta sempre, tra i suoi tentacoli, i più efficaci. Sì, la mafia, la cui semplice etimologia contiene la storia intera della Sicilia. Un dizionario del 1868 registra la parola come un neologismo importato in Sicilia dai piemontesi, al seguito di Garibaldi…Ma forse proviene dalla Toscana, dove “maffia” con due effe, significa miseria e “smaferi”, sbirri. Il medesimo dizionario asserisce che questi due termini definiscono il medesimo individuo che in Sicilia viene chiamato mafioso. La miseria amministrata dagli sbirri: come riassumere meglio tre secoli di “sicilianità”…



    (Intervista rilasciata a “Le Nouvel Observateur”, 25 giugno 1978, terza parte)



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  3. #43
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    I BARBARI SONO TRA NOI 4)



    Ma quando ha scoperto di essere essenzialmente siciliano?

    Dopo la guerra, quando il governo uscito dalla Resistenza – il governo presieduto da Parri – fece arrestare i separatisti siciliani. Io ero, a priori, piuttosto contrario ai separatisti, ma quella intrusione del potere romano, mi ha precipitato nell’atavismo siciliano. E non ne sono più uscito.



    Cosa vi ha trovato?

    Per prima cosa la mia infanzia, della quale non si può proprio dire che fu infelice. Spesso ritrovavo il clima di quell’infanzia nella “Vita di Henry Brulard” di Stendhal, perché il modo di vivere a Racalmuto – questo è il nome del mio villaggio – negli anni 1920-1930 non era poi così differente da quello di Grenoble centocinquanta anni prima…Mio nonno lavorava in una solfatara e così mio padre. Ho potuto seguire gli studi medi e superiori, una vera fortuna. Grazie a mio padre e a mio nonno, poi alla mia professione di insegnante, esercitata tra il 1949 e il 1969, ho potuto scoprire il vero senso della parola “sicilianità”, un determinato modo di esistere, di sentire le cose, di ricordarsene. La sicilianità è per prima cosa una sensibilità profondamente materialista, polposa: è la carne dei miei libri.



    Come le è venuto in mente di diventare scrittore?

    Come tutti quelli per i quali scrivere è un piacere sensuale. Quando sono andato al liceo a Caltanissetta ho incontrato un professore – proprio Vitaliano Brancati – che sul settimanale “Omnibus” pubblicava brevi cronache di vita siciliana. Ho voluto farlo anch’io, mi sembrava facile…



    In quegli anni quali erano le sue letture?

    Diderot, Manzoni, Casanova, Paul-Luis Courier…Tra i dodici e i quattordici anni a Racalmuto non ho letto che loro e con tanta passione. Più tardi ho scoperto Voltaire, Stendhal e qualche scrittore siciliano (Verga e De Roberto). Ma la rivelazione più importante e, in un certo senso, più traumatizzante, fu quella di Pirandello, che cominciai ad amare attraverso un film muto di Marcel L’Herbier, “Il fu Mattia Pascal”. Di colpo cominciai a divorare tutto quanto Pirandello aveva scritto. Vi ritrovai la mia vita di tutti i giorni e quella del mio villaggio, una vita intessuta dagli sguardi “ossessivi” degli altri, dal drammatico gioco dell’essere e del sembrare, la perdita dell’identità…Sono questi i temi che mi ossessionano e ho potuto dare loro un’espressione letteraria per la prima volta proprio grazie a Pirandello. Poi la mia biblioteca ideale si arricchiva: vi ho messo Dante, Boccaccio, Guicciardini, Montaigne, Gide, Tolstoi. Mi basterebbe leggerli e rileggerli per riempire gli anni che mi restano ancora da vivere.



    Da dove viene il suo essere affascinato dall’illuminismo?

    I “lumi”, come si dice, hanno inventato il diritto, la ragione, la giustizia. Oggi, in Europa, quando si parla di libertà, si adoperano le medesime parole di Voltaire. Da parte mia non sottoscrivo assolutamente la requisitoria che i “nuovi filosofi” francesi oppongono ai lumi facendo del loro razionalismo la matrice del gulag. No, i lumi sono l’ideologia di una borghesia pacifica e intelligente. E’ vero, c’è stato Rosseau che è all’origine di tutte le disgrazie di oggi, ma per consolarsi basta leggere Diderot…



    Per capire il secolo in cui vive, preferisce Marx o Freud?

    Freud, senza dubbio.



    Perché?

    Freud è sempre utile a un romanziere. Gli permette di capire la natura dell’uomo dal di dentro, ma non ho bisogno di aggiungere che considero le cure psicanalitiche una vera e propria truffa di tipo religioso. D’altra parte, nel mio romanzo “candido” ho proposto che il diaconato sia immediatamente concesso agli psicanalisti.



    Si sa che tra gli autori francesi lei ama molto Malraux; non è un po’ strano per un amico dei “lumi”?

    La cosa si può spiegare. Tra i 13 e i 17 anni, ma non più in là, ho avuto una grossa passione per D’Annunzio. La cotta mi è passata quando mi sono accorto che D’Annunzio era caduto dalla parte sbagliata. Dalla parte del nazionalismo, dalla parte del fascismo. Mi è passata grazie agli americani: Steinbeck, Caldwell, Faulkner, e grazie anche a quello che si è potuto leggere di Hemingway sotto il fascismo. Quando ho letto Malraux ho avuto l’impressione di scoprire un D’Annunzio che era cascato dalla parte giusta, e ciò me lo ha fatto amare. A parte la mia esperienza personale, “L’espoir” è un bellissimo libro, uno dei più importanti libri del nostro tempo. E lo dico con sicurezza, perché l’ho riletto di recente.



    Lei ama gli eroi?

    Sì, ho un gusto molto stendhaliano per gli eroi, e mi sembra perlomeno grottesca la teoria secondo la quale un popolo può, anzi deve, non tener conto degli eroi. Al contrario, mi sembra invece che il crepuscolo dei semidei, oggi, è stato fatale alla sensibilità pubblica. Vedrei volentieri la nascita di nuovi eroi, nella scienza, per esempio. Faccio mille voti per la nascita di eroi colti ed eretici.



    Molti, di questi ultimi tempi, la considerano quasi un mago, perché ogni suo libro conteneva profezie che il corso del tempo ha reso vere e ha attuate.

    Non erano profezie, ma deduzioni.



    O forse lei è proprio lo Sherlock Holmes di quell’incredibile romanzo poliziesco che è l’Italia di oggi?

    Sherlock Holmes è troppo, troppo rigoroso, troppo tecnico. In compenso però, mi pare di avere qualche tratto di Maigret: il colpevole non mi interessa, mi interessa invece studiare una situazione, un “contesto”. E poi come dice Simenon, Maigret è un tipo che “sbircia sempre un po’ nel futuro”.



    Stando così le cose possiamo chiederle qualcosa di molto importante: siamo minacciati dai barbari?

    Sì, credo proprio di sì. Sant’Agostino, Cipriano, Orosio e gli altri scrissero su questo tema già venti secoli fa e ci sono parecchie rassomiglianze con la nostra propria vita. Sì, i barbari sono alle porte. O meglio, sono entrati già nelle nostre città, nelle nostre teste, ma coloro che vogliono ricattarci minacciando la barbarie se non ci comportiamo come essi vogliono, sono certamente più pericolosi della barbarie stessa.



    A chi sta pensando?

    A quelli, per esempio, che difendono la “democrazia” o lo “Stato” senza mai dirci cosa mettono in queste vuote parole.



    (Intervista rilasciata a “Le Nouvel Observateur”, 25 giugno 1978, quarta parte)



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  4. #44
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    I BARBARI SONO TRA NOI 5)



    Le fa piacere passare per uno scrittore impegnato?

    Certo, io mi sento “impegnato”: ma con me stesso e con gli altri “me stessi”. I due più grandi scrittori impegnati che io conosco sono André Gide e Georges Bernanos, ed essi lo furono veramente, sino in fondo. Tuttavia, il primo, che si sentiva comunista, scrisse la verità sull’Unione Sovietica, e il secondo, che era cattolico, scrisse contro il mondo cattolico che esaltava la crociata di Franco. Ben vengano dunque gli intellettuali impegnati, ma purché si battano sempre contro il Principe, contro i Poteri, contro le Chiese, anche se si tratta di quelle in cui credono.



    Quando era insegnante in Sicilia, desiderava divenire il più grande scrittore italiano del dopoguerra?

    Non ci ho mai pensato. Ma cosa è poi un grande scrittore? A questo proposito la storia ha commesso tali e tanti errori che è meglio essere prudenti. Quando si tratta di distinguere il genio tutti si sbagliano. Anche il tempo. Detto ciò, io ho sempre voluto essere “qualcuno”. Il posto dove vivo meglio è il mio paese nativo, dove infatti sono “qualcuno”, dove sono come sarei stato anche se non avessi mai scritto i miei libri.



    Se lei cambiasse nome, sparisse, diventasse anonimo…crede che la leggerebbero con spirito differente?

    Forse..Ma io non ho mai usato uno pseudonimo e mi sembra impossibile poter essere scrittore nascondendo il proprio nome. Lo può fare solamente colui che odia suo padre, come Stendhal. Piuttosto sarei tentato di scrivere il mio nome come lo si scriveva nei documenti prima del 1850: Xaxa. Sarebbe un modo come un altro per avvicinarmi ai miei antenati poveri.



    Per chi scrive, lei, ora?

    Sono del parere che uno scrittore, quando scrive per gli altri, scriva sempre per se stesso. Auerbach, parlando di Montaigne ha detto che ha scritto un libro per il quale non esisteva pubblico: penso che ciò sia vero per ogni scrittore in ogni epoca. Quando nei miei libri non si viene a sapere chi è l’assassino è perché anch’io non lo so e che al limite, come in “Todo Modo”, potrei essere io. O il lettore.



    Come in “Todo Modo”…

    “Todo Modo” (espressione spagnola tratta da sant’Ignazio di Loyola che significa “con ogni mezzo”), è un romanzo costruito, come “Il contesto”, su una trama di romanzo poliziesco. Ci troviamo in Sicilia, in un eremo-albergo, fondato e condotto da un prete che ha letto tutti i libri e che, virtuoso del paradosso, parla con la stessa competenza di vini o di sant’Agostino o della pietra filosofale, di Sartre, o del Cristo dipinto da Olilon Redon. Inoltre asserisce che il candore di Candido vale lo spavento di Pascal,sbuffa se gli si domanda il suo parere sulla riabilitazione del Diavolo voluta da Paolo VI, e ritiene che il miglior modo di fare all’amore è quello immediato, alla svelta, che offrono le prostitute. Il suo eremo-albergo non ha che cinque clienti – cinque belle donne che passeggiano in bikini nel sottobosco. Ma un giorno un vero e proprio corteo di macchine ufficiali si ferma davanti all’ingresso rovesciando una marea di ministri, di deputati, di banchieri, di direttori di giornali e di vescovi, persone che “hanno la loro parte in piccole, medie e grandi industrie”: da anni portano denaro in Svizzera, a centinaia di milioni, a miliardi. Arrivano come ogni anno per fare un ritiro e darsi agli “esercizi spirituali”. Con la scusa della religione si complotta, e già all’indomani, quando in file ben allineate quel “bel mondo” passeggia al limitare del bosco borbottando il rosario, un colpo d’arma da fuoco va a colpire il più ricco e il più influente dei senatori, che crolla al suolo…prima vittima di una serie molto lunga…E qui, alla fine di una spettacolare inchiesta intellettuale, condotta secondo le buone vecchie regole della logica, io lascio al lettore l’incarico di scoprire l’autore dei delitti, e questo per lui è la possibilità di poter sottolineare che, nei meandri del potere, dove è il grande capitale ad armare la mano degli assassini, ha ben poca importanza l’identità di chi è stato delegato a uccidere.



    La sua costante apologia dell’ambiguità ha indotto molti a considerarla uno scettico.

    Sono scettico, è vero, e di conseguenza ritengo che le sole cose che siano sicure, in questo mondo, sono le coincidenze. L’ho imparato da Borges e da Alberto Savinio. Questi due geniali scrittori mi hanno insegnato a dubitare di tutto, anche dell’improbabile, anche della verità.



    Malraux credeva almeno nell’avvenire della verità…

    In fondo, anch’io ci credo, ma temo che sarà la menzogna.



    (Intervista rilasciata a “Le Nouvel Observateur”, 25 giugno 1978, quinta e ultima parte)



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  5. #45
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    SAREMO PERDUTI SENZA LA VERITA’



    Sciascia scrive di Moro. In una casa dalla facciata bianca e rossa di guardia su un poggio ombrato di vigneti che appare all’improvviso tra il polverone di una trazzera. Lavora di lena in una stanzetta con aria condizionata, una sedia, un tavolino ingombro di carte e di libri. Scrive fitto con una portatile, ha già riempito un centinaio di fogli senza alcuna correzione. Il libro su Moro si apre con un breve brano di Borges, bello, profondo ed enigmatico. “Sembra suo”, dico.

    Comincio sempre i miei lavori con una frase emblematica che è un po’ il simbolo-guida di quello che voglio scrivere.



    E’ calmo, i capelli scuri sempre ben ravviati, gioca un po’ col nipote Fabrizio. Poi parliamo di Moro, di questa grande tragedia del paese, di questo libro già destinato a far scalpore e che nasce, pagina dopo pagina, nella quiete della campagna di Racalmuto. Sciascia, nei giorni caldi del caso Moro, proclamò la necessità di salvare l’ostaggio. Sostenne delle dure polemiche. Ed è ancora di questa idea, anche se comprende benissimo che la sua tesi dividerà gli animi.

    Moro me lo sogno anche di notte, è difficile cercare di ricostruire questa vicenda così enorme. Ho letto tutto di lui, per immedesimarmi nel personaggio, per capirlo. Mi baso solo sulle cose concrete, le lettere da lui scritte in cattività, i comunicati delle BR. Basta saper leggere e saper comprendere. Devo scrivere ancora un centinaio di pagine e poi consegnerò tutto a un editore francese.



    Che morale può ricavare da questa vicenda? Ho seguito per quasi due mesi il caso Moro, ma devo confessare che tutto mi è rimasto oscuro.

    In un mio libro – se non ricordo male “Il Contesto” – ci sono queste due battute: “Tutti i nodi vengono al pettine”, dice uno. E l’altro risponde: “Quando c’è il pettine”. Ecco: il caso Moro è un grande e terribile nodo venuto al pettine. Ma il problema è che questo nostro paese riesca a trovare il pettine. Per conto mio, direi di averlo: un piccolo pettine, un pettine tascabile. E anche se il nodo è troppo grosso, troppo diabolicamente complicato, sto tentando di scioglierlo. La menzogna genera menzogna. L’Italia è un paese senza verità. Bisogna rifondare la verità se si vuole rifondare lo Stato. Se non riusciamo ad arrivare alla verità sul caso Moro, siamo davvero perduti. E’ stato un delitto che ci ha tutti coinvolti: ognuno ha le sue responsabilità, con le proprie colpe. Ma come nella “Fattoria degli animali” tutti sono uguali e però ci sono più uguali degli altri, bisogna di fronte al caso Moro cercare quelli che sono più colpevoli degli altri, più degli altri responsabili. Le BR, d’accordo. Ma le BR sono uno strumento, un meccanismo, che ha fonte d’energia e centrale d’impulsi altrove. E non sto alludendo a interventi stranieri, di servizi segreti stranieri; che pure è possibile ci siano. Sto parlando di energie ideologiche, di impulsi che per la loro ambiguità possono servire per accendere contemporaneamente fatti rivoluzionari e fatti repressivi; interscambiabili, mutuabili…Ecco, a me pare questo l’insegnamento fondamentale da trarre dal caso Moro; e direi anche che è il messaggio di Moro: rompere la possibilità che l’atto follemente rivoluzionario venga mutuato in altro, che serva ad altro.



    Le lettere di Moro servono da base al suo libro. Cosa dicono veramente?

    Delle lettere di Moro direi che bisogna innanzitutto farne una lettura candida. Voglio dire: bisogna prima sgombrare la nostra mente dal pregiudizio – che ci è stato inoculato dai mezzi di informazione che, bisogna dirlo, per tutta la durata della vicenda si sono comportati come mezzi di regime – dal pregiudizio che Moro non era se stesso, che era diventato un altro Moro: un uomo che aveva perduto il senso dello Stato, stravolto dalla paura di morire. Se si scorre la vita di Moro, negli scritti e nelle azioni, viene fuori invece che Moro continuava a essere se stesso nel modo più lineare e assoluto. Si può non essere d’accordo – come io non sono stato e non sono – su quello che Moro pensava della DC e dello Stato; ma dire che nella “prigione del popolo” avesse mutato pensiero è una menzogna: malvagia, delittuosa, menzogna. E scendo nel particolare: se Moro pensava che lo Stato dovesse piegarsi al ricatto, se lo pensava da prima – e lo conferma Gui – perché non avrebbe dovuto continuare a pensarlo quando oggetto del ricatto era lui? Non era un eroe, si capisce, e perché poi avremmo dovuto pretendere da lui eroismo? Era un professore, un uomo di sereni studi, di serena vita familiare; credo non abbia mai pensato di potersi trovare, nella sua vita, in una situazione drammatica, per la quale occorresse eroismo…Il cosiddetto senso dello Stato non lo aveva mai avuto. Uno dell’opposizione, durante la discussione su uno dei suoi governi di centro-sinistra, gli fece accusa di nutrire la dottrina del non-Stato. Accusa giustissima, penso. Una volta stabilito che Moro continuava a essere se stesso, che continuava a pensare come sempre aveva pensato, e che in lui la paura di morire non arrivava al grado di sconvolgerlo – e anzi gli dava una maggiore testamentaria lucidità – si può anche procedere a una decifrazione, più particolare e sottile delle lettere. Porsi, per esempio, queste domande (e cercarne altre): perché Moro rivolge la sua prima lettera a Cossiga? Perché non parla mai del ministro di Giustizia, che pure era il più idoneo a entrare nella discussione dello scambio? Perché parla così freddamente della scorta massacrata, vietandosi quella pietà che pure doveva sentire per uomini che stavano con lui da anni? Perché scrive contro Taviani una lettera in cui sembra far proprio il punto di vista delle BR? E così via, domande su domande…E sto cercando di darmi delle risposte.



    (Intervista rilasciata a “La Sicilia” 14 agosto 1978, prima parte)



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  6. #46
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    SAREMO PERDUTI SENZA LA VERITA’



    Ha tracciato una specie di identikit del cervello delle BR? E queste BR cosa sono in effetti, una sigla, uno strumento, un movimento rivoluzionario?

    Non è difficile a un uomo di immaginazione, farsi una immagine del capo, o di uno dei capi delle BR. Magari non corrisponderà alla vera: ma è probabile, probante e coerente rispetto ai dati su cui l’immaginazione si fonda. Ecco: non è giovane; ha fatto il partigiano con ritardo o marginalmente, per cui sta ora realizzando il sogno giovanile dell’azione e del commando; è ben mimetizzato nel patito in cui ha sempre militato, forse considerato senza ambizione e velleità dai suoi più vicini: non conosce per nulla il Sud, e forse ha accanto qualcuno del Sud che gli racconta, come Crispi a Garibaldi, di un Sud pronto ad esplodere; non ha mai letto nulla al di là dei sacri testi, e non sa che ripeterli; anche perché è fanaticamente certo di quelle verità, che quelle verità non potranno che realizzarsi così come dopo la notte viene il giorno; e infine ha quel tanto di concretezza da non sperare che quelle verità possano realizzarsi al di fuori della forza comunista tout court, del comunismo, per dirla con un’espressione di Moro, nella sua “unicità…”. Insomma, le BR sono veramente rosse…



    Perché lo Stato non ha trattato. E’ una scelta giusta a suo parere? E l’iniziativa “umanitaria” del PSI meritava migliore considerazione?

    Lo Stato non ha trattato per debolezza. Nella misura in cui si è creduto forte (ma si è davvero creduto forte?), era debole. Uno Stato forte non ha paura di trattare. Poniatowski, ministro degli Interni francese, di uno Stato che è veramente Stato, ha detto che quando ci sono in gioco vite umane innocenti, lo Stato tratta. E dopo deve saper annientare i focolai di eversione, radicalmente. Poniatowki, che senso dello Stato ne ha, la pensa dunque esattamente come Moro. Ma dette da Moro – che peraltro senso dello Stato non ne aveva mai avuto – queste cose sono apparse segni di stravolgimento, di follia…E in quanto alla rottura del fronte statolatrico da parte del PSI, io penso che non sia stata mossa dalle sole ragioni umanitarie. Il Psi aveva da un lato la preoccupazione del “compromesso storico” che il rapimento di Moro veniva a cementare(e c’era il pericolo lo cementasse ancor più la morte), e dall’altro, probabilmente, aveva avuto una qualche avvisaglia di un dissenso all’interno delle BR, e quindi intravisto la possibilità di una trattativa non indecorosa da parte dello Stato. Del resto, leggendo con attenzione i comunicati delle BR, una qualche traccia di inquietudine interna si può ravvisare.



    Cosa c’è dopo Moro?

    Ci attende da una parte la verità, e quindi la possibilità di andare avanti, di migliorare, e dall’altra la antica menzogna da continuare a servire: e quindi altra violenza, altro sangue, la convivenza col terrorismo, fino a quando, come rimedio, come salvezza – e salutata come salvezza da un popolo stanco e nauseato – non interverrà la fine della libertà.



    Tutti i suoi libri hanno un messaggio, una morale. Qual è la morale del caso Moro?

    Appunto questa: che non bisogna avere paura della verità, se non si vuole perire. Moro è stato un uomo da me non amato, e forse non amabile; ma il modo come è morto, come – dalle sue parti è stato fatto morire, quello che nelle sue lettere ha lasciato come constatazione e come previsione, è una grande e tragica lezione. Teniamocela nel sentimento e nella ragione. E cerchiamo di essere veramente cristiani. Cristiani di questa insegna: “La verità vi farà liberi”.



    (Intervista rilasciata a “La Sicilia” 14 agosto 1978, seconda e ultima parte)



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  7. #47
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    PERCHE’ “L’AFFAIRE MORO”



    Sciascia, lei sostiene nel suo libro che non c’è differenza tra il Moro di prima e il Moro prigioniero. Perché?

    Il punto centrale della questione è questo. Non c’è un Moro di prima, grande statista, e un Moro prigioniero che non ha il senso dello Stato. Moro non è mai stato un grande statista, e non ha mai avuto il senso dello Stato. Moro è stato un grande politicante e un grande democristiano. Questo viene fuori nel modo più chiaro leggendo quello che Moro ha scritto e soprattutto leggendo il discorso in difesa dell’onorevole Gui al Parlamento. Quindi quelli che hanno inventato un grande statista che non era più un grande statista hanno commesso, umanamente parlando, un delitto. E’ questo per me il nodo del dramma: il misconoscimento di quest’uomo, l’aver fatto di quest’uomo, che era lucido e continuava a pensare come sempre, un pazzo, un uomo impazzito di paura. Agli italiani è stata offerta questa terribile mistificazione. Non ho mai avuto nessuna simpatia per il Moro politicante, ma ho sentito un grande affetto per quest’uomo solo, negato, tradito.



    Perché secondo lei le lettere le ha scritto proprio il “vero” Moro?

    Perché Moro era un uomo assolutamente pragmatico. Credo che esistessero per lui due soli principi: fede cattolica e libertà. Per il resto, c’erano la trattativa, la mediazione, la duttilità continua. Non era un uomo da cozzare contro la realtà. Era un uomo che qualsiasi realtà si proponeva di far ingoiare nelle sabbie mobili del cattolicesimo italiano.



    Decifrando le lettere ha trovato anche una continuità di linguaggio tra “prima” e “dopo”?

    E’ sempre il suo linguaggio, ma in un certo senso è diventato più strumentalmente chiaro nelle lettere, anche se c’è una oscurità di allusioni, di rimandi, che non sono tutti facili da decifrare, cosa che può fare solo chi lo ha conosciuto da vicino.



    Mi pare di capire che ciò che lo rende in un certo senso solidale con Moro è il riconoscere in lui quello che lei definisce un comportamento dignitoso.

    Sì, perché evidentemente che lui ha mantenuto di fronte alle BR la stessa posizione che aveva adottato nel discorso in difesa dell’onorevole Gui. Ha rifiutato il processo alla DC. Secondo me questi atti del processo a Moro, che le BR dicono di avere, non esistono. Moro avrà parlato loro in termini politici, mai in termini penali, da imputato. Avrà riconosciuto errori politici perché li conosceva già da prima, ma secondo me non ha avuto paura di loro. Il massimo a cui è arrivato nelle accuse ai suoi compagni di partito credo sia contenuto nella lettera a Taviani, ma perché era stato ferito personalmente. Chi sostiene il contrario dovrebbe rileggersi le lettere. Lui non perde mai le staffe, mantiene sempre una compostezza formale straordinaria.



    Qual è stata la ragione principale che l’ha spinta a scrivere questo libro?

    L’indignazione contro questa mistificazione e il conformismo che si è mosso contro quest’uomo senza più potere. Ritengo che i mezzi di informazione di questo paese, almeno i più grandi, si sono comportati ignobilmente durante tutta la faccenda. E’ per questo che ho deciso che i diritti d’autore vengano utilizzati per finanziare una ricerca su come la stampa italiana ha trattato il caso Moro.



    Lei ritiene che si dovesse trattare con le BR?

    Io distinguo tra trattativa e cedimento. Secondo me la trattativa andava intavolata e tirata avanti al massimo, e sono convinto che era quello che Moro voleva in effetti. Certo la liberazione dei tredici, come chiedevano le BR, sarebbe stato un cedimento che la debolezza di questo Stato non permetteva. Ho detto la debolezza, non la forza. Perché uno Stato forte poteva anche arrivare a questo cedimento. Sono gli stati impotenti che si permettono dei terribili rigori.



    A chi piacerà questo libro e a chi dispiacerà?

    Non dispiacerà a una gran parte dei miei lettori abituali, né a molte persone oneste. Forse non dispiacerà ai socialisti ed è probabile che dispiaccia a tutti gli altri esponenti del mondo politico. Ho scritto questo libro guardando al caso Moro come a un’opera già scritta e cercando di fornire un’interpretazione. Se questa interpretazione coincide con dei fatti che risultano ai socialisti o a chicchessia, io ne traggo un certo conforto. Per esempio ho notato che tra le confidenze di Craxi a Mitterrand c’è quella che riguarda lo scambio di uno contro uno. Ma questo risultava già evidente da una lettera di Moro. Che a Craxi risulti come un fato, è per me la controprova di aver visto giusto.



    Come definirebbe sinteticamente la posizione della DC e del PCI durante il caso Moro?

    La posizione assunta dalla DC è innaturale. Questa posizione di intransigenza era invece naturale al PCI.



    Allora come si sarebbe comportato lei al posto di un esponente del PCI, di uno degli amici di Moro, di Moro stesso?

    E’ difficile per me mettermi nei panni di un esponente del PCI. Se fossi stato amico di Moro avrei fatto di tutto per affermare che Moro era lo stesso di prima, e non avrei mai firmato una dichiarazione di disconoscimento. Se fossi stato in lui, al suo posto, avrei scritto per chiedere delle trattative. Non posso dire per paura di morire forse no. Ma certamente perché era il solo mezzo che consentisse di comunicare con l’esterno. Se lui avesse detto alle BR: “Ammazzatemi perché non richiederò mai di trattare” non avremmo saputo assolutamente nulla.



    Da “l’Espresso”, 24 settembre 1978)



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  8. #48
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    IO VI ACCUSO!



    Cosa l’ha spinto a scrivere un libro sulla prigionia e sulla morte di Aldo Moro?

    Mi è parsa subito, dopo aver letto sui giornali della sua morte, una cosa che gli dovevo: accomunato a lui nell’accusa di non amare lo Stato, questo Stato. E poi volevo smascherare quello che mi pareva e mi pare un delitto. Perché Moro è stato ucciso due volte: dalle BR e da coloro che lo hanno negato, che lo hanno disconosciuto, che hanno detto cioè di non riconoscere nel prigioniero delle BR il Moro di prima.



    Smascherare in che senso?

    Nel senso che quelli che lo hanno negato non possono restare nascosti dietro la ragione di Stato. La ragione di Stato potevano anche difenderla, ma non dicendo che Moro era diventato un altro. Moro era rimasto indefettibilmente fedele a se stesso, a se stesso cristiano, a se stesso, soprattutto, democristiano, Presentarlo come impazzito di paura è stato, cristianamente, umanamente, un delitto.



    Nei brani pubblicati in questi giorni del diario di François Mitterrand, sono riportati alcuni giudizi di Bettino Craxi: il segretario del PSI, durante la prigionia di Moro, si mostrava fiducioso sulla possibilità di risolvere tutto con uno scambio.

    Penso che Mitterrand abbia riferito esattamente le confidenze di Craxi. All’idea del segretario del PSI sullo scambio uno contro uno c’ero arrivato anch’io, Cioè: avevo capito da una lettera di Moro che le trattative potevano svolgersi non solo attraverso la liberazione in blocco dei tredici prigionieri, chiesta dalle BR, ma anche attraverso liberazioni singole. Bastava leggere con attenzione la lettera per capire che Moro era diventato il conduttore della trattativa e che questa poteva risolversi su basi quasi simboliche: il presidente della DC contro una sola persona, forse, che ancora non era in carcere, ma che doveva andarci.



    Chi sarebbe questa persona?

    Non lo so esattamente, ma Moro parla di un “altro” che dovrebbe andare invece che in prigione, in esilio. Così com’è congegnata la frase, si può pensare che “l’altro” in prigione ancora non ci fosse.



    Scrivendo il libro lei si è servito di notizie esclusive, non apparse sui giornali? Ha attinto da fonti private e riservate?

    Assolutamente no. Non ho cercato nemmeno un contatto con la famiglia Moro. Ho voluto auscultare i documenti resi pubblici fino a quel momento. Anche perché ho voluto dimostrare che quelle poche lettere bastavano per avere del caso una immagine vera, reale, quell’immagine che per circa due mesi l’informazione ha ignobilmente alterato. E per informazione intendo i giornali, la radio, la televisione.



    Alterato in quale direzione?

    Nella direzione dei cosiddetti “amici di moro”, di coloro cioè che non lo riconoscevano più. La definizione del presidente della DC come di un “grande statista” ripetuta ossessivamente dai suoi “amici” e ripresa in continuazione dai giornali, era pure in funzione mistificante: Moro era stato “grande statista”, poi era diventato preda impazzita delle BR. Ma il presidente della DC non è mai stato – se non forse da prigioniero – un “grande statista”. E’ stato soltanto un grande democristiano. E questo tengo a metterlo in chiaro: che non sono diventato un ammiratore del Moro politicante, del Moro democristiano.



    Ma chi sono, più precisamente, gli amici di Moro?

    Sono quelli che hanno firmato la dichiarazione distribuita ai giornalisti il 25 aprile nella sede della DC, in cui sostenevano che chi scriveva quelle lettere non era più il vero Moro.



    E i comunisti che hanno fatto capire di condividere, grosso modo, quella dichiarazione…

    I comunisti hanno agito come ci si aspettava agissero. Amano lo Stato, questo Stato, loro. Nel dramma di Moro, la polemica di alcuni mesi prima contro coloro che non amano questo Stato così com’è, è stata una specie di overture.



    Passiamo alla struttura del libro: com’è congegnata?

    E’ congegnata un po’ come quella degli altri miei libri, di un certo filone: “Gli atti relativi alla morte di Raymond Russel”, “I pugnalatori”, “La scomparsa di Majorana”. Solo che “L’Affaire Moro” è scritto con più impeto, come un’invettiva. E’ una ricostruzione della vicenda attraverso le lettere del presidente della DC, i comunicati delle BR e le successive dichiarazioni degli uomini politici. Il libro si apre con alcune considerazioni di Pier Paolo Pasolini pubblicate negli “Scritti corsari”. Moro come inventore di un nuovo linguaggio democristiano, e che grosso modo suonano così: “Stranamente, quest’uomo, che è il meno implicato di tutti, per un’enigmatica correlazione ha inventato questo linguaggio che suona come una specie di latino incomprensibile”. E si chiude con la citazione di un racconto delle “Finzioni” di Borges: un tale ha scritto un libro giallo la cui soluzione non è quella che sembra. Ma solo alla fine del libro c’è una frase che fa pensare alla soluzione del giallo è quella sbagliata, che per trovare la soluzione vera bisogna tornare a leggere daccapo tutto quanto. Insomma, “L’Affaire Moro” è letteratura e spero sia buona letteratura, di quella che fa sentire la verità,



    Che cos’è che l’ha colpito nelle lettere?

    Direi la lucidità e la compostezza formale. Moro non ha mai perso la testa. Dico di più: non ha mai avuto paura di morire Ha persino conservato il senso dell’ironia. Quando, per esempio, parla di Flaminio Piccoli, o quando ricorda a Leone le tante solidarietà sperimentate. La lettera più notevole e più importante è l’ultima, nell’ordine in cui le conosco: quella diretta alla moglie e pubblicata dal settimanale “O.P.”, in cui in sostanza Moro parla del suo caso come di una vera e propria appendice della strage di Stato. Ed ecco una domanda grave: perché i giornali, che esplodono con lettere meno significative come quelle che stanno uscendo in questi giorni, non hanno ripresa per intera questa lettera?



    Ha mai avuto momenti di incertezza nel leggere le lettere e nello scrivere poi il libro?

    Certo, nelle lettere ci sono incongruenze, contraddizioni, persino errori. Ma una volta conosciuto e riflettuto sul Moro di prima, tutto diventa più semplice, più lineare. No, non ho avuto molte incertezze. Soltanto un certo smarrimento là dove si parla – senza una parola di pietà – degli uomini della scorta. Ma l’ho superata nella considerazione che appunto negandosi la pietà, abbia voluto dire qualcosa, e qualcosa di molto grave.



    Qual è il senso finale del suo libro?

    Mi sono messo davanti alla vicenda Moro come davanti a un’opera letteraria già scritta. Solo che la soluzione offerta da quest’opera è sbagliata: bisogna tornare a rileggerla. Io ne offro una chiave; chi vuole si rilegga, nella memoria, tutto il caso, e forse troverà la soluzione giusta.



    Da “Panorama”, 26 settembre 1978)



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  9. #49
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    DALL’OSSERVATORIO DI RACALMUTO



    Leonardo Sciascia viene da Racalmuto, in provincia di Caltanissetta.In quelle zone ha fatto l’impiegato all’ammasso del grano durante la guerra, poi il maestro elementare, poi lo scrittore. Lì ha una casa e una piccola vigna, e lì ha scritto, con l’aiuto dei ritagli di giornale e del dizionario del Tommaseo, le sue considerazioni sull’affare Moro. Dieci giorni fa ha visto il suo paesaggio cambiato; quello che ha visto lo ha scritto sul quotidiano “L’Ora”.

    Sembra, secondo le ore, secondo la luce, o che il verde stia incenerendosi per una nascosta o lenta combustione, o che specchi d’acqua si siano formati in impossibili inclinazioni: come appesi alle colline, come pensili, insomma: ora grigio, ora abbagliante, questo paesaggio fino a qualche giorno addietro verdeggiante. La spiegazione di questo mutamento è di ordine economico. I vigneti in questa zona, quasi tutti di uva da tavola, vengono coperti da grandi fogli di plastica trasparenti: a ripararli dalla pioggia e a che l’uva si conservi intatta per una tardiva vendemmia. Più tardi si raccoglie, più cara si vende. E riparata dalla plastica può durare anche fino a Natale. La visione di questi vigneti involtati nella plastica mi dà un senso di orrore, mi suscita ossessione. Anche perché ho provato a camminare dentro un vigneto coperto. Vi si stabilisce una stagnante afa, vi si soffoca. E si finisce per sentirsi vicino a un’apocalisse in cui, invece che il fuoco, fogli di plastica trasparenti piovono dal cielo ad avvolgere il mondo.



    Parliamo della sua vita, dei suoi libri, della sua formazione.

    Negli anni della mia formazione c’era l’America, Dos Passos…Con Bernardo, oggi direttore didattico a Milano, eravamo lettori terribili degli americani. Trovammo una cartolina di Bompiani, che chiedeva ai lettori di proporre libri; noi due proponemmo un’antologia di scrittori americani curata da Vittorini, e questa uscì, nel 1941, e noi ne ottenemmo una copia. Ma non so più se sia la copia che ho qui, o quella che ha Bernardo: uno di noi deve averla comprata. La mia formazione seguì un filone laico, cristiano, civile. Mi ricordo Martinetti, un filosofo cristiano, che non prestò giuramento ai fascisti, e Rensi; capii Spinoza attraverso di lui. Anche Rensi non prestò giuramento, ma quanti furono in tutto? Undici? Savinio mi ha dato del fascismo più coscienza che Croce. C’era in biblioteca la “Critica” di Croce, ma non ci trovavo niente. Savinio invece era l’Europa. E mi ricordo anche, proprio ora, di un libro ritrovato da poco, “Pan”, di Hamsun, la sua rapidità di scrivere un racconto, il modo di rappresentare la scrittura, le impressioni. E poi, naturalmente, Manzoni che lessi prima della scuola. Dopo Stendhal, ci sono vari gradi dello stendhalismo: c’è chi mette in ordine di bellezza “Il rosso e il nero”, poi “La certosa di Parma”, infine – in cime “Henri Brulard”, considerato il piùbello. Ma fino a qualche anno fa preferivo la “Certosa”.



    Cinque libri da proporre a un giovane d’oggi?

    Primo “I promessi sposi”, come appendice “La colonna infame”. Poi “Guerra e pace”, poi “La certosa di Parma”, il “Lord Jim” di Conrad (uno scrittore in cui entri con diffidenza, ma che poi ti prende in un modo che vorresti continuare all’infinito. Come quando qui fanno il formaggio, mi affascina qualcosa di altro da me…). Poi “L’isola del tesoro” di Stevenson, che è come “L’Odissea”…Poi ci sono due libri di memorialistica che mi stanno a cuore: le “Memorie” di Saint Simon e il “Diario” di Renard. E infine, per accorgersi che la letteratura italiana è buona, Lorenzo Magalotti…



    Siamo arrivati, inevitabilmente, al di là dei cinque, e mancano i siciliani…

    C’è Verga, è grande ma non lo amo, è reazionario. L’anno in cui scrive “I malavoglia” emigrano dalla Sicilia cinquantamila persone e Verga sta a dire che è una maledizione lasciare il proprio paese. Io ci vedo una superstizione tomistica. Amo di più De Roberto: “I vicerè”, un grande libro. Ho amato anche Vittorini, ma ora mi cadono le braccia, ora non ci rovo grandi differenze con Saroyan, è tradotto, non riletto. Pavese invece non l’ho mai amato, ha qualcosa di povero, di subalterno: è tradotto, ripetuto, stanco, poco vero. Non solo perché le sue terre non sono le mie. Fenoglio è diverso, ha forza propria…”La malora”, che cosa bellissima che è…



    E Pasolini che hai citato nel libro?

    Ecco, negli anni Sessanta avevo fatto pubblicare a mie spese duecento pagine di un libricino di poesie, con favole espiane, sul fascismo. Una per pagina, si chiamava “Le favole della dittatura”, è un libro che non ho più neppure io. Un amico lo dette a Pasolini e lui scrisse un articolo che era più lungo del libro stesso. Sì, lì nacque il nostro rapporto, ci siamo scritti e visti spesso. Come poeta mi interessava molto, come romanziere molto meno. Come pamphlettista moltissimo, ha detto delle verità straordinarie. E come hanno fatto tutti presto ad annetterselo, appena è stato ucciso!



    Hai mai pensato di lasciare la Sicilia?

    Mai! E’ come quando mi chiedono perché fumo: la governante disse a Gorki: “Ma perché fumi?”. E lui rispose pronto: “Ma perché vivi?”.



    E tra i russi il tuo preferito è Tolstoj, i Tolstoj della nonviolenza, della non partecipazione al potere?

    Sì, la penso anch’io così. Il potere è violenza, sotto qualsiasi forma violenza. E’ necessario che sia esercitato, così come sono necessari i becchini, ma bisogna starne lontani…Certo, è una strategia della sopravvivenza, ma questa è la cosa terribile della nostra epoca, il non vedere più possibile fare la rivoluzione. Di qui nasce la disperazione, il gesto rivoluzionario viene restituito moltiplicato dal gesto controrivoluzionario. E’ difficile capire noi stessi, io credo che sia anche molto rivoluzionario che ci sono delle cose non vanno “mai” bene.



    Come è stato possibile che sull’affare Moro tutta l’informazione abbia avuto un tale atteggiamento uniforme, quasi una regia…

    Ma era una regia o un moto spontaneo di aggregazione conformistica? Io ho sempre dei dubbi sulle regie in Italia. Un po’ come Michele Amari quando parla della “Guerra del Vespro”. Deve smontare la faccenda della congiura, a un certo punto trova l’argomento principale e dice: la congiura non c’era, perché se ci fosse stata, non sarebbe riuscita, in un posto come la Sicilia. Ora, forse, è così anche in questo caso. Perché come dice Michele Amari, se ci fosse stato l’accordo anche di tre persone, forse non sarebbe riuscito. Io propendo a credere che sia stata un’aggressione spontanea, fondata sul conformismo, utile al compromesso storico che si vedeva realizzato. C’erano certo degli elementi concordati, ma continuo a credere che tutto fosse spontaneo in questo maledetto Paese, in questo senso maledetto: dove si aspetta sempre un fascismo, comunque sia…



    Da “Lotta Continua”, 27 ottobre 1978, prima parte)



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  10. #50
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    DALL’OSSERVATORIO DI RACALMUTO



    Ma i punti di contatto tra questa impostazione di conformismo e le reazioni della gente normale, per esempio qui in Sicilia?

    Io, per esempio, ho saputo la notizia del rapimento da un conducente di taxi. Mi ha detto: “Ho sentito questa notizia, certo mi dispiace per quei cinque uomini: non c’entravano”. Quindi Moro, secondo lui, “c’entrava”. Poi sono andato in casa di un amico. La moglie era davanti al televisore, sconvolta. A un certo punto torna la cameriera che era andata a fare la spesa. La moglie le dice: “Sai, hanno rapito Moro”, tutta terrorizzata. E lei fa: “Che bello!”, cioè finalmente toccava a uno di loro. Lì Montanelli ha scritto un articolo giusto, vero, che risponde allo stato d’animo del paese. Poi, lentamente lo stato d’animo è mutato. La gente pensava: sì, ci sono stati cinque morti, ma per forza ci deve essere il sesto? Più che il timore di conseguenze. Credo che fosse un moto di riflessione e di pietà…Questa lunga prigionia…quest’uomo che scriveva quelle lettere che apparivano disperate.



    “Disperazione e speranza”, hai scritto.

    Certo, aveva paura di morire, ma non perdeva mai la calma rispetto a quello che era stato prima. Un tergiversatore, un temporeggiatore, uno capace di fare compromessi, riducendo a compromesso per stanchezza gli altri.



    Un po’ come l’Ivan Il’ch di Tolstoj, davanti alla morte per malattia, un misto di disperazione e di speranza. C’è quel rapporto col medico che equivale al potere…

    Sì…è vero, non ci avevo pensato, ma è molto vero.



    Quando ricorda il paradosso di Kizevetten, che aveva studiato a scuola: “Tutti gli uominisono mortali, Caio è un uomo, Caio è mortale”.

    Sì, “ma questo riguarda Caio”. Sì, è giusto. Io ho pensato piuttosto a Calderon, “La vita è un sogno”. Avevo scritto quando Moro era ancora vivo, un trafiletto su “L’Ora” su questo…



    In una parte del libro, quella che riporta la telefonata del giovane brigatista, c’è scritto: “La pietà entrò in lui nel momento dell’adempimento”. Quasi a significare che è l’adempimento, l’entrare nelle cose, il solo modo per suscitarla. Questo vale sia per il brigatista che per Moro?

    Sì, credo che quell’esperienza, Moro l’abbia modificato assai. Credo che sarebbe uscito un uomo diverso. Trombadori nella lettera all’“Espresso” scriveva: “Forse si riservava di fare come Cesare con i pirati, trattare per massacrarli…”. No, credo che l’avesse modificato assai.



    Ma dove sta il momento della modificazione, in Moro detentore del potere, politicamente democristiano da trent’anni?

    Credo che sia stato nel contatto umano. Nel parlare con loro, nel discutere…credo che abbiano parlato interminabilmente. Io mi immagino che stesse in un appartamento normale, da impiegati, a Roma, con tutti i servizi, con una certa libertà di movimento. Certo, l’appartamento avrà avuto tutti gli accorgimenti per impedire che Moro potesse essere ritrovato. Ma credo che vi svolgesse una vita così…Un amico mi ha detto che magari un brigatista gli avrà detto: “Onorevole, quando esci di qui, trova un posto a mio cognato”. Io mi immagino sempre conversazioni, e non interrogatori. Credo che Moro non abbia subito il processo, non si sia fatto processare. La sua abilità deve essere stata questa: di non farsi processare.



    Adesso hai a disposizione, oltre alle lettere, anche il memoriale…

    La mia impressione è che si tratti di una registrazione fatta in tempi diversi, con un certo disordine. Una cosa conversativamente, non con domande e risposte processuali. Credo anche che le BR abbiano visto questo materiale registrato dopo aver ucciso Moro, e hanno avuto la sgradita sorpresa di accorgersi che non significava nulla. Molto probabilmente quindi non lo avrebbero pubblicato o lo avrebbero pubblicato con interpolazioni e digressioni. Così com’è il memoriale ci pone un dilemma. O Moro ha giocato con e BR non dicendo nulla che non fosse già a conoscenza dell’uomo della strada italiano, oppure Moro ne sapeva tanto quanto l’uomo della strada. Coloro che sostengono che questo memoriale è stato estorto a Moro debbono ammettere che un uomo che è stato parecchie volte ministro, che ha presieduto il governo per anni, che era stato a capo del più grande partito italiano che governa l’Italia da trent’anni fosse, per qualità e funzioni, un idiota. Quando l’ha scritto, Moro era in un terribile delusione riguardo ai suoi amici, per cui le BR che sembravano non chiedere contropartite e avevano la sua gratitudine. E credo anche che quelli che Moro aveva intorno non mentissero quando dicevano che lo avrebbero rilasciato.



    Nel memoriale non c’è nulla di nuovo, è vero. Ma c’è la conferma di tante cose, ci sono accuse specifiche, che vengono dall’interno della DC. Come spieghi che tutti ci passino una spugna sopra?

    Per loro Moro è “pazzo”, e a un pazzo non si risponde.



    Come fa la mafia?

    C’è stato tempo fa in Sicilia un caso Valachi, lo chiamavano il Valachi siciliano. Finì in manicomio criminale. E del resto don Calò Vizzini non ha mai querelato nessuno. E’ una regola non rispondere mai.



    Se tra un po’ di tempo qualcuno rifacesse le stesse accuse a uno dei ministri citati, per esempio a Donat Cattin sulle centrali nucleari?

    Ah, allora lui potrebbe rispondere: “Ma quello lo ha già detto Moro”, e Moro è un pazzo…Io invece trovo, nelle lettere, che le tesi di Moro sono tesi giuridiche apprezzabili. Quello che dice sui rapimenti è una tesi giuridica che merita attenzione. Se ci tocca convivere con il terrorismo, la tesi di Moro ha una sua validità. Perché parliamoci chiaro:questo Stato non è stato capace di impedire il rapimento di Moro, non è stato capace di ritrovarlo in 55 giorni. Quindi, non dico Moro, ma il cittadino ha diritto a un altro tripodi salvaguardia. Questo mi pare giuridicamente ineccepibile: è la salvaguardia della trattativa, no? Del resto io ne parlo nel libretto: Poniatowski, ex ministro degli Interni in Francia, era del parere che gli scambi si dovevano fare e scambi anche in Italia se ne sono già fatti. Quello di Sossi mancava di un piccolo perfezionamento, ma la trattativa c’era stata. Poi ci sono stati i palestinesi…



    Da “Lotta Continua”, 27 ottobre 1978, seconda parte)



    49) Segue
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

 

 
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