LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 96)
• A cura di Valter Vecellio
QUADERNO
La Sicilia non è Africa
Con questo titolo “L’Avanti!” del 23 aprile pubblica una nota di Fidia Sassano in risposta alle considerazioni che, appunto su un articolo di Sassano, svolgevo il 3 dello stesso mese in questa rubrica. Evidentemente Sassano ha letto con un certo ritardo la mia noticina, forse attraverso “L’Eco della stampa”, così come io ho letto il suo articolo. E dunque siamo pari: io non leggo “L’Avanti!”, per come mi rimprovera, e lui non legge “L’Ora”. Potrei anche dargli le ragioni per cui oggi non leggo “L’Avanti!”, ma ritengo che acuirebbero la nostra polemica invece di spegnerla. E con la stessa intenzione lascio da canto i suoi apprezzamenti, piuttosto gratuiti, sul “palato provinciale” dei lettori di questo mio quaderno, che non c’entrano, e il suo insistere a darmi del letterato.. Anzi: riconosco di essere stato, nelle mie considerazioni alquanto intemperante nei suoi riguardi: e lo riconosco ricordando i dodici anni di carcere che Sassano si ebbe da un tribunale fascista e ritenendo che, quando un uomo ha saputo pagare di persona per l’affermazione della libertà e della giustizia, un discorso che tocca temi di libertà e di giustizia – quale è quello che sulla Sicilia deve essere continuato e precisato – si può fare, per diversi che siano i punti di vista, con serenità e cordialità. Ma mi aveva indignato, in quel suo articolo, il tono sufficiente e insieme euforico: quasi che vaneggiassi pena su una realtà che invece fioriva. In Sicilia c’è una espressione proverbiale che approssimativamente suona così: “Io l’ho appena visto morto, e tu invece mi dici che è vivo”. Io vedo e vivo, giorno per giorno, la condizione della Sicilia e mi pare gravissima. E Sassano veniva invece a dirmi che le mie preoccupazioni erano una specie di finzione letteraria. Ora, sull’ “Avanti” del 23 aprile, dice di aver già notato che le industrie del polo Gela-Siracusa-Priolo sono rimaste quasi del tutto estranee all’economia locale e riconosce che “le condizioni di tanta parte della Sicilia e del Sud sono così gravi da spiegare qualsiasi scatto di indignazione”: e il nostro dissidio ne esce dunque attenuato – o almeno a me pare. Anche perché c’è, da parte sua, un equivoco fondamentale: ha creduto, e continua a credere che io parli, in termini separatisti, di una nazione siciliana nel divenire politico pan-arabo: mentre io parlo di indipendenza, che è tutt’altra cosa. Ed avevo avvertito a chiare lettere che la mia affermazione – su una soluzione del problema della Sicilia più agevole dentro la Repubblica Araba Unita e meno dentro lo Stato italiano – teneva del paradosso. Ma Sassano continua a dirmi che la Sicilia non è Africa. E davvero crede che non lo sappia? Che non lo sappia, voglio dire, che al di là della elementare nozione, cioè storicamente, culturalmente e nell’effettuale ordine delle cose reali e delle pose possibili?
Quel tanto di sangue e di sogno (e di nome) che c’è in me di arabo, mi fa sentire il tempo della Sicilia musulmana – vita, poesia, cultura – profondamente vicino: ma non al punto di barattare il “Discorso del metodo” col “Corano”. E se mi attento a discutere i “valori” del Risorgimento, della Unità, della Costituzione presumo di farlo dall’interno, per quello che tali “valori” contengono di sbagliato nei riguardi della Sicilia e del Sud. E debbo aggiungere che Sassano equivoca nel credere che con l’espressione “sacri testi” io alludessi al Risorgimento, alla Repubblica, eccetera; alludevo precisamente ai testi tecnici sulla questione meridionale, sui quali ancora la classe dirigente del nostro paese “contempla” la condizione del Sud. Né volevo fare di Mattei un separatista, mettergli in mano “una bandiera siculo-africana”: ma soltanto attribuirgli una concreta visione dell’avvenire politico ed economico dei paesi africani e della Sicilia inserita in esso come tramite, in quella funzione che la natura e la storia le conferiscono. Mattei non avrebbe dunque da difendersi da quello che io gli attribuisco. Se mai, penso, non avrebbe gradito la qualifica di “capitano d’industria” che Sassano gli dà. Perché non lo era, perché era soltanto (per fortuna) un uomo politico.
La perla è l’onore del mare
Nella collana degli scrittori d’oriente edita dalla “Leonardo da Vinci” di Bari, esce ora “Il poema celeste” di Muhammad Iqbal per cura di Alessandro Bausani. Si tratta della più vasta antologia pubblicata finora in Italia si questo poeta pakistano che nell’Islam dei paesi indiani è considerato come una guida spirituale e politica. Nel Pakistan il giorno della sua morte (21 aprile 1938) è celebrato come ricorrenza nazionale: poiché alle idee declinate nella sua poesia – reazionarie e insieme progressiste – si sono formate, dice Bausani, le nuove generazioni del Pakistan e dell’India musulmana. Concludendo il suo esauriente saggio introduttivo, Bausani dice: “La personalità di Iqbal, pur con tutte le sue manchevolezze, ci mostra una completezza che, dopo il Medioevo, il nostro mondo ha ormai dimenticato. La completezza di chi crede che l’evoluzione e la storia abbiano un senso e una direzione oltre l’uomo e il mondo, una meta al cui raggiungimento tutti noi contribuiamo, un lavoro divino di cui tutti siamo responsabili”. Da questa posizione medioevale, che naturalmente si accompagna alla fede panislamica, Iqbal dialoga con Nietzsche, con Bergson, con Lenin; sicché, come giustamente nota Bausani, il suo panislamismo diventa panumanesimo.
Ma dell’opera di Iqbal qui vogliamo soltanto segnalare una breve poesia dedicata alla Sicilia: “Passando nel Mediterraneo con la nave in vista delle coste della Sicilia ebbe l’ispirazione per una bella poesia,in urdu, intitolata appunto “Siquillya”, nella quale ricorda le antiche glorie dell’isola”. Le antiche glorie , s’intende, di quando la Sicilia era musulmana. Come se non fossero passati circa otto secoli, come se appena ieri fossero arrivati, i conquistatori normanni. E la sua voce; di un musulmano che nell’anno 1905 da lontano vede la terra di Sicilia affiorare dal mare con le sue coste di roccia, si confonde con quella di Ibn Hamdis, nato a Siracusa intorno al 1055 ed esule in Spagna per sfuggire al dominio normanno. Entrambi piangono la Sicilia come tomba della civiltà araba, entrambi accoratamente ricordano il tempo in cui era popolata la terra degli snelli abitatori del deserto, il mare di agili navi. Ma Iqbal forse non aveva notizia del suo lontano confratello, che certamente l’avrebbe ricordato nella poesia, così come ricorda Ibn Badrun, il poeta che pianse la caduta di Granata in mano ai cristiani.
E non a caso, credo, questa poesia sia stata tradotta per la prima volta in italiano da un orientalista siciliano, monsignor Rampolla del Tindaro: perché anche per noi siciliani il dominio arabo in Sicilia, così lontano nel tempo e nelle vicissitudini storiche e vicinissime nella fantasia, nella favola, nel mito. Al tempo dei saraceni è legata ogni cosa misteriosa e avventurosa: la ricchezza sepolta, i fantasmi,l’eroismo; ed anche la favola, in certi luoghi concreta, di una specie di sposalizio tra la terra e l’acqua nel verde rigoglio dei giardini, degli orti (in più di un paese siciliano, le contrade di ricca vegetazione sono denominate “del saracino”). Per cui è commovente sentire a questo nostro mito rispondere, dal lontano Pakistan, il mito della Sicilia perduta: perla ed onore del mare, monile sul volto dell’acqua, bruciante bellezza, culla di una civiltà.
(da “L’Ora” 30 aprile 1965)




Rispondi Citando