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  1. #101
    L'estremista moderato
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 96)

    • A cura di Valter Vecellio

    QUADERNO

    La Sicilia non è Africa

    Con questo titolo “L’Avanti!” del 23 aprile pubblica una nota di Fidia Sassano in risposta alle considerazioni che, appunto su un articolo di Sassano, svolgevo il 3 dello stesso mese in questa rubrica. Evidentemente Sassano ha letto con un certo ritardo la mia noticina, forse attraverso “L’Eco della stampa”, così come io ho letto il suo articolo. E dunque siamo pari: io non leggo “L’Avanti!”, per come mi rimprovera, e lui non legge “L’Ora”. Potrei anche dargli le ragioni per cui oggi non leggo “L’Avanti!”, ma ritengo che acuirebbero la nostra polemica invece di spegnerla. E con la stessa intenzione lascio da canto i suoi apprezzamenti, piuttosto gratuiti, sul “palato provinciale” dei lettori di questo mio quaderno, che non c’entrano, e il suo insistere a darmi del letterato.. Anzi: riconosco di essere stato, nelle mie considerazioni alquanto intemperante nei suoi riguardi: e lo riconosco ricordando i dodici anni di carcere che Sassano si ebbe da un tribunale fascista e ritenendo che, quando un uomo ha saputo pagare di persona per l’affermazione della libertà e della giustizia, un discorso che tocca temi di libertà e di giustizia – quale è quello che sulla Sicilia deve essere continuato e precisato – si può fare, per diversi che siano i punti di vista, con serenità e cordialità. Ma mi aveva indignato, in quel suo articolo, il tono sufficiente e insieme euforico: quasi che vaneggiassi pena su una realtà che invece fioriva. In Sicilia c’è una espressione proverbiale che approssimativamente suona così: “Io l’ho appena visto morto, e tu invece mi dici che è vivo”. Io vedo e vivo, giorno per giorno, la condizione della Sicilia e mi pare gravissima. E Sassano veniva invece a dirmi che le mie preoccupazioni erano una specie di finzione letteraria. Ora, sull’ “Avanti” del 23 aprile, dice di aver già notato che le industrie del polo Gela-Siracusa-Priolo sono rimaste quasi del tutto estranee all’economia locale e riconosce che “le condizioni di tanta parte della Sicilia e del Sud sono così gravi da spiegare qualsiasi scatto di indignazione”: e il nostro dissidio ne esce dunque attenuato – o almeno a me pare. Anche perché c’è, da parte sua, un equivoco fondamentale: ha creduto, e continua a credere che io parli, in termini separatisti, di una nazione siciliana nel divenire politico pan-arabo: mentre io parlo di indipendenza, che è tutt’altra cosa. Ed avevo avvertito a chiare lettere che la mia affermazione – su una soluzione del problema della Sicilia più agevole dentro la Repubblica Araba Unita e meno dentro lo Stato italiano – teneva del paradosso. Ma Sassano continua a dirmi che la Sicilia non è Africa. E davvero crede che non lo sappia? Che non lo sappia, voglio dire, che al di là della elementare nozione, cioè storicamente, culturalmente e nell’effettuale ordine delle cose reali e delle pose possibili?

    Quel tanto di sangue e di sogno (e di nome) che c’è in me di arabo, mi fa sentire il tempo della Sicilia musulmana – vita, poesia, cultura – profondamente vicino: ma non al punto di barattare il “Discorso del metodo” col “Corano”. E se mi attento a discutere i “valori” del Risorgimento, della Unità, della Costituzione presumo di farlo dall’interno, per quello che tali “valori” contengono di sbagliato nei riguardi della Sicilia e del Sud. E debbo aggiungere che Sassano equivoca nel credere che con l’espressione “sacri testi” io alludessi al Risorgimento, alla Repubblica, eccetera; alludevo precisamente ai testi tecnici sulla questione meridionale, sui quali ancora la classe dirigente del nostro paese “contempla” la condizione del Sud. Né volevo fare di Mattei un separatista, mettergli in mano “una bandiera siculo-africana”: ma soltanto attribuirgli una concreta visione dell’avvenire politico ed economico dei paesi africani e della Sicilia inserita in esso come tramite, in quella funzione che la natura e la storia le conferiscono. Mattei non avrebbe dunque da difendersi da quello che io gli attribuisco. Se mai, penso, non avrebbe gradito la qualifica di “capitano d’industria” che Sassano gli dà. Perché non lo era, perché era soltanto (per fortuna) un uomo politico.

    La perla è l’onore del mare

    Nella collana degli scrittori d’oriente edita dalla “Leonardo da Vinci” di Bari, esce ora “Il poema celeste” di Muhammad Iqbal per cura di Alessandro Bausani. Si tratta della più vasta antologia pubblicata finora in Italia si questo poeta pakistano che nell’Islam dei paesi indiani è considerato come una guida spirituale e politica. Nel Pakistan il giorno della sua morte (21 aprile 1938) è celebrato come ricorrenza nazionale: poiché alle idee declinate nella sua poesia – reazionarie e insieme progressiste – si sono formate, dice Bausani, le nuove generazioni del Pakistan e dell’India musulmana. Concludendo il suo esauriente saggio introduttivo, Bausani dice: “La personalità di Iqbal, pur con tutte le sue manchevolezze, ci mostra una completezza che, dopo il Medioevo, il nostro mondo ha ormai dimenticato. La completezza di chi crede che l’evoluzione e la storia abbiano un senso e una direzione oltre l’uomo e il mondo, una meta al cui raggiungimento tutti noi contribuiamo, un lavoro divino di cui tutti siamo responsabili”. Da questa posizione medioevale, che naturalmente si accompagna alla fede panislamica, Iqbal dialoga con Nietzsche, con Bergson, con Lenin; sicché, come giustamente nota Bausani, il suo panislamismo diventa panumanesimo.

    Ma dell’opera di Iqbal qui vogliamo soltanto segnalare una breve poesia dedicata alla Sicilia: “Passando nel Mediterraneo con la nave in vista delle coste della Sicilia ebbe l’ispirazione per una bella poesia,in urdu, intitolata appunto “Siquillya”, nella quale ricorda le antiche glorie dell’isola”. Le antiche glorie , s’intende, di quando la Sicilia era musulmana. Come se non fossero passati circa otto secoli, come se appena ieri fossero arrivati, i conquistatori normanni. E la sua voce; di un musulmano che nell’anno 1905 da lontano vede la terra di Sicilia affiorare dal mare con le sue coste di roccia, si confonde con quella di Ibn Hamdis, nato a Siracusa intorno al 1055 ed esule in Spagna per sfuggire al dominio normanno. Entrambi piangono la Sicilia come tomba della civiltà araba, entrambi accoratamente ricordano il tempo in cui era popolata la terra degli snelli abitatori del deserto, il mare di agili navi. Ma Iqbal forse non aveva notizia del suo lontano confratello, che certamente l’avrebbe ricordato nella poesia, così come ricorda Ibn Badrun, il poeta che pianse la caduta di Granata in mano ai cristiani.

    E non a caso, credo, questa poesia sia stata tradotta per la prima volta in italiano da un orientalista siciliano, monsignor Rampolla del Tindaro: perché anche per noi siciliani il dominio arabo in Sicilia, così lontano nel tempo e nelle vicissitudini storiche e vicinissime nella fantasia, nella favola, nel mito. Al tempo dei saraceni è legata ogni cosa misteriosa e avventurosa: la ricchezza sepolta, i fantasmi,l’eroismo; ed anche la favola, in certi luoghi concreta, di una specie di sposalizio tra la terra e l’acqua nel verde rigoglio dei giardini, degli orti (in più di un paese siciliano, le contrade di ricca vegetazione sono denominate “del saracino”). Per cui è commovente sentire a questo nostro mito rispondere, dal lontano Pakistan, il mito della Sicilia perduta: perla ed onore del mare, monile sul volto dell’acqua, bruciante bellezza, culla di una civiltà.

    (da “L’Ora” 30 aprile 1965)
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  2. #102
    L'estremista moderato
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 97)

    • A cura di Valter Vecellio

    QUADERNO


    La Resistenza nelle scuole

    Difficilmente un giovane di liceo, o di altra scuola superiore, reagisce ad uno di quei temi sui valori stabiliti ed inamovibili della letteratura e della storia nazionale che da cento anni la scuola italiana impone. Il confronto tra Beatrice e Laura, tra Beatrice, Laura e Fiammetta, tra Beatrice e Francesca; l’analisi – naturalmente “estetica” – del decimo dell’“Inferno”, del trentatreesimo del “Paradiso”, del diciassettesimo dei “Promessi sposi”, della “Caduta” di Parini e dell’“Infinito” di Leopardi; il pensierino di Mazzini su religione, patria e famiglia; la frase di D’Azeglio o di Pisacane sul Risorgimento – sono temi che generazioni di italiani, dai bisnonni ai pronipoti, si sono trovati a svolgere sui banchi delle scuole. E sono sempre stati svolti, questi temi, nel più assoluto conformismo: nessuno che abbia mai osato scrivere che i confronti, di cui la scuola italiana prevalentemente si delizia, sono, oltre che odiosi, insensati; o che non vale la pena di scrivere tre pagine di carta uso protocollo su un pensiero di Mazzini che ormai anche i parroci sanno con più spregiudicatezza formulare.

    Con il tema sulla Resistenza, precettato dal Ministero a tutte le scuole d’Italia, è accaduto però il miracolo, specialmente nel Sud: molti, moltissimi ragazzi hanno reagito. La vecchia crosta del conformismo scolastico è stata frantumata: ma quel che è venuto fuori è appunto la confusione e il torbido che soltanto la crosta del conformismo riusciva a nascondere.

    L’ampiezza e l’incidenza di questo fenomeno di reazione appare – da quel poco che mi è stato confidato – piuttosto grave. E sarebbe forse il caso di autorizzare i professori a rendere aperta relazione di quel che i ragazzi hanno scritto sulla Resistenza, in modo che l’opinione pubblica possa prendere coscienza dello stato della nostra scuola.

    Perché – questo è il punto – la Resistenza non è un tema di ricorrenza, quale quello sulla festa degli alberi o sulla giornata della Croce Rossa, ma è il tema stesso della scuola: dell’educazione, della formazione, della coscienza degli italiani; la chiave di volta, insomma, di ogni intendimento e di ogni azione presente e futura. Stando invece a quel che tanti ragazzi hanno scritto, la superiorità morale e storica del fascismo rispetto all’opposizione clandestina, al fuoruscitismo, alla rivoluzione popolare è così assoluta e indiscutibile che, riportando retrospettivamente tale visione alla storia del Risorgimento e dell’Unità d’Italia, uguale risalto di superiorità assumerebbero la legittimità borbonica e il potere temporale. Che è un bel risoltato, dopo un secolo di esaltazione risorgimentale.

    Le cause di questa situazione sono molteplici. La prima, d’ordine generale che non tocca cioè soltanto la scuola, è che la Resistenza è stata ulteriore ragione di differenza, se non di divisione, tra Nord e Sud (nell’atmosfera celebrativa questa verità mi pare sia stata detta soltanto da Giorgio Bocca); e la classe di potere ha fatto di tutto, in vent’anni, per dare alla Resistenza il carattere di una rivoluzione “rossa” scongiurata dal tempestivo e salutare avvento di una restaurazione di quei valori giuridici e ideali che anche il fascismo, pur con certe distorsioni e con certi equivoci, conteneva e che la rivoluzione del Nord aveva messo in pericolo. Per cui il Sud si convinse che in effetti si era risparmiato un bel guaio: e questa convinzione ebbe modo di coltivare e rafforzare attraverso quei processi che tendevano a ridurre i fatti rivoluzionari alle proporzioni di reati comuni, con responsabilità individuali o di un solo partito politico. E basti ricordare tutto il movimento investigativo e giudiziario che si ebbe intorno al fantomatico “oro di Dongo”: vicenda che è stata mossa con tale e suggestiva abilità che si può dire l’oro di Dongo ha avuto contro la Resistenza la stessa efficacia che la cagliostresca collana ebbe contro Maria Antonietta e la monarchia francese.

    Ridotto un movimento rivoluzionario alla rubrica giudiziaria, le regioni d’Italia che non avevano partecipato appena sentirono un momento di smarrimento alla minaccia del “vento del Nord”: ma alla caduta del governo Parri (e in Sicilia anche prima, con l’arresto di Finocchiaro-Aprile e di Varvaro), videro lo Stato, quello che aveva fermato Garibaldi all’Aspromonte, proclamato lo stato d’assedio contro i Fasci socialisti, fornito ai fascisti anche i cannoni per distruggere le Camere del Lavoro, lo Stato di Morra di Lariano e di Bava-Beccaris, riaffiorare integro nelle sue strutture. E persino molti meridionali, che pure avevano partecipato valorosamente alla Resistenza, tornado nei loro paesi si mimetizzarono nell’opaca realtà del quieto vivere.

    Nelle scuole, il 25 aprile fu soltanto un giorno di vacanza: come il 4 novembre o il Corpus Domini. Anche i libri di testo, del resto, prevalentemente davano all’avvenimento il significato di un tragico incidente – “i fratelli hanno ucciso i fratelli, questa orrenda novella vi dò” – verificatosi in una parte dell’Italia quasi per malinteso e comunque senza efficiente rapporto con la realtà storica della Repubblica Italiana. E credo che un maestro o un professore che avesse voluto fornire del fascismo o della Resistenza una più esatta ed efficace interpretazione la conseguenza di una ispezione o di un’inchiesta forse non avrebbe potuto evitarla. Se non ricordo male, un’antologia per le scuole medie di Natalino Spegno, in cui si parlava troppo di Resistenza, e in cui c’era troppo Gramsci, fu segretamente bandita.

    Non c’è dunque da meravigliarsi che tanti ragazzi del Sud, scrivano oggi con indifferenza e insofferenza, se non addirittura con vituperio, di un avvenimento fino a ieri conosciuto più nelle sue declinazioni giudiziarie che nella sua portata storica.


    I secoli di Dante

    Ho letto, non so più dove, che un professore interpreta il dantesco “tra Pachino e Peloro” in straordinaria estensione, da Pachino al golfo di Venezia, con dentro i mari Jonio e Adriatico. E mi chiedo com’è mai possibile arrivare ad affermare una cosa simile; e di quante interpretazioni insensate e gratuite come questa dovremmo liberarci per leggere, veramente e finalmente Dante; e se non è il caso di adottare nelle scuole una edizione della “Divina Commedia” senza commento, con un piccolo glossario a piede di pagina e brevi notizie sui personaggi storici.

    I commenti scolastici sono in gran parte di una spaventosa insulsaggine, si esauriscono nell’indicare bellezze che ciascun commentatore ritiene nascoste o velate, soltanto schiuse al suo acume e alla sua sensitività. L’impressione che mi resta del Dante fatto a scuola posso esprimerla con un verso di Lorca: “La vemos llenarse de agujeros sin fondo” – l’ho visto riempirsi di buchi senza fondo: i buchi della poesia, o i buchi della non poesia (che è la stessa cosa). Perché questa è la realtà: a forza di succhiellare poesia e non poesia, Croce e i crociati hanno ridotto la “Divina commedia” come un colabrodo. E la scuola continua questa nefasta operazione.

    Per fortuna Dante, coi suoi sette secoli, è più forte dei dantisti, dei professori, dei crociati.



    (da “L’Ora” 8 maggio 1965)
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  3. #103
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 98)

    • A cura di Valter Vecellio

    QUADERNO


    Dante e la Sicilia

    Nel “Dizionario della Divina Commedia” di Giorgio Siebzehner-Vivanti, ripubblicato in edizione economica da Feltrinelli (e forse è da considerare come il miglior contributo alle celebrazioni dantesche in atto), viene posto come “uno degli insoluti problemi danteschi” il fatto che nel terzo del Purgatorio Federico e Giacomo, figli di Costanza e di Pietro D’Aragona, siano chiamati “l’onor di Cicilia e d’Aragona”, quando nel settimo della stessa cantica viene fuori su entrambi un giudizio nettamente opposto: che hanno ereditato dal padre i regni, ma non le virtù; e questo giudizio si fa più greve a carico del solo Federico nel diciannovesimo del Paradiso (“Vedrassi l’avarizia e la viltate/ di quel che guarda l’isola del foco”), e viene ribadito subito dopo nel ventesimo, con l’immagine della Sicilia che piange per il malgoverno di Federico.

    Comunque si voglia interpretare l’espressione “l’onor di Cicilia e d’Aragona”, in concreto riferimento a Giacomo e Federico, rispettivamente re d’Aragona e di Sicilia, o in astratto riferimento alla dinastia, è certo che una contraddizione, coi giudizi poi formulati nel settimo del Purgatorio e nel diciannovesimo e ventesimo del Paradiso, c’è. Anche ammettendo, come molti commentatori dichiarano, che nel terzo del Purgatorio Dante, per bocca di Manfredi, intenda parlare dell’onore, cioè della gloria e del prestigio, di tutta la dinastia aragonese, è ovvio che il tutto include la parte, e che Giacomo e Federico non sono degni custodi di tale onore. Il tentativo di qualche studioso, di aggirare l’ostacolo con la considerazione che nel terzo del Purgatorio è Manfredi che parla e non Dante, è poi alquanto puerile: come giustamente nota in proposito il Siebzehner-Vivanti. Dante non pone mai in bocca ai suoi personaggi dei giudizi che egli non condivida. Appare dunque pienamente sensata l’ipotesi che propone l’autore del “Dizionario della Divina Commedia”: che scartando altre insostenibili spiegazioni, non resta che ammettere l’intervento di un fatto che abbia portato Dante a modificare radicalmente il suo giudizio, e questo fatto dovette verificarsi tra la stesura del terzo e del settimo canto del Purgatorio, cioè dentro un periodo di tempo relativamente breve.

    Per quel poco che sappiamo della vita di Dante, questa ipotesi pone un problema di impossibile soluzione. E’ una ipotesi da cui non possono rampollare che altre ipotesi.

    E’ abbastanza chiaro, intanto, che il giudizio di Dante grava più su Federico che su Giacomo, e che il suo compianto direttamente tocca la condizione del regno di Sicilia. Nel tempo intercorso tra la stesura del terzo e quella del settimo sarà dunque avvenuto (o Dante avrà avuto notizia di) un fatto diciamo storico per cui i due fratelli regnanti, e più Federico, come poi si vede nei due canti del Paradiso, si rivelarono inetti e tiranni. Questo fatto, conoscendo la psicologia e il carattere di Dante, poteva però non essere storico, della storia del regno di Sicilia, o di quello di Aragona, ma della storia personale del poeta: una diretta esperienza del malgoverno di Federico oppure una delusione assolutamente privata nei suoi possibili rapporti col re di Sicilia.

    Alla voce “Sicilia” il Siebzehner-Vivanti ritorna sul piccolo problema, osservando che Federico agli inizi del suo regno aveva fatto nascere in tutti grandi speranze, ma le deluse poi completamente scendendo a larghe concessioni ai baroni, per cui si arrivò in Sicilia a una condizione di anarchia: ed è probabilmente per questo motivo, dice, che Dante si esprime con tanto disprezzo nei confronti di Federico. Ma questo è un motivo che possiamo chiaramente decifrare noi, nella prospettiva storica: difficilmente Dante avrebbe potuto scorgerlo, tanto più che l’anarchia baronale pienamente si scatenò dopo la morte di Federico. Più idoneo a spiegare il disprezzo di Dante sarebbe un vero e proprio fatto che, rivelando la “mala signoria” in cui la Sicilia era ancora una volta caduta, avesse colpito il poeta nella sua coscienza della libertà e della giustizia (termini, beninteso, da riportare al senso che potevano avere per Dante). E qui bisognerebbe vagliare la storia del regno di Federico, per estrarne il motivo che avrebbe potuto colpire di repulsione il sentimento di Dante: e sempre resterebbe un larghissimo margine di improbabilità.

    Più attendibile, tutto sommato, sarebbe l’ipotesi del motivo personale: e cadrebbe in taglio quel viaggio di Dante a Palermo, vagheggiato da tanti eruditi siciliani e mai, sia pure minimamente, provato.



    Dante e Michele Amari

    E’ noto che l’idea che fondamentalmente muove “La guerra del Vespro” di Michele Amari è considerata da quasi tutti gli storici d’oggi tanto gratuita che lo stesso Amari, sulle notizie e sui documenti di cui disponeva, avrebbe potuto riconoscerla per tale se solo si fosse un po’ distaccato da “pregiudiziali ideologiche di tipo democratico”. In realtà sono state queste pregiudiziali ideologiche a fare di Michele Amari il grande e appassionato storico che è. E c’è poi da dire che, nei riguardi del Vespro la sua pregiudiziale trovava riscontro anche nella testimonianza di Dante, e precisamente ai versi 67-75 dell’ottavo canto del Paradiso. Questi versi non lasciano il più piccolo sospetto che tra la causa(la “mala signoria”) e l’effetto (la rivoluzione popolare palermitana) ci siano state le trame di una congiura: che è appunto la tesi di Michele Amari.

    Ma lasciando da parte Dante, a favore della tesi di Amari c’è per noi questo punto: che se i siciliani del 1282 somigliavano ai siciliani dell’epoca a noi contemporanea, una rivolta popolare preparata e mossa da una congiura non avrebbe avuto la minima probabilità di successo. Questa verità avvertiva lo stesso Amari quando scriveva: “Forse perché son nato in Sicilia e in Palermo, io ho potuto meglio comprendere la sollevazione del 1282, sì com’essa nacque, repentina, uniforme, irresistibile, desiderata ma non tramata, decisa e fatta al girar d’uno sguardo”. Perché una congiura presuppone una gerarchia, una organizzazione, un piano: cosa assolutamente repugnanti alla “indole del sicilian popolo”: della quale indole, aggiungeva Amari, “ognun può vedere i lineamenti nella generazione che vive”. Tutta la congiura, insomma, si riduceva per Amari a quell’istantaneo “girar d’uno sguardo”: che è in definitiva, almeno per noi, immagine più persuasiva di tutte le prove storiche che vengono addotte per sostenere l’opposta tesi di una congiura pazientemente ordita da Giovanni da Procida.

    n commentatore ritiene nascoste o velate, soltanto schiuse al suo acume e alla sua sensitività. E a questo punto – per fatto personale, come si suol dire – viene da sorridere al ricordo di quel che da parte di qualche critico ci è stato rimproverato, cioè il considerare l’uomo siciliano con particolari caratteri e carenze, e non i siciliani nella loro individualità, nella loro diversità e indifferenze. E’ poco scientifico, ci è stato detto, questo nostro parlare del siciliano. E sarà magari poco scientifico, ma il fatto è che da Michele Amari a Giuseppe Tomasi questo modo di considerare il carattere “del sicilian popolo” ha raggiunto risultati di profonda verità, sul piano della scienza come su quello della poesia. Con buona pace di tutti i più affilati e moderni metodi scientifici.



    (da “L’Ora” 15 maggio 1965)
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  4. #104
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    • A cura di Valter Vecellio

    QUADERNO

    La prova del dialogo

    Ho assistito lo scorso venerdì, e un po’ ho partecipato, a un dibattito sul “dialogo” tra marxisti e cattolici. A Racalmuto, in una sala del Circolo di Cultura incredibilmente affollata. Conducevano ilvero e proprio “dialogo” il professor Pancamo, marxista, e il professor Riccio, cattolico. Non era la prima volta che si trovavano a dialogare, e già entrambi sono stati duramente attaccati dall’ “Amico del popolo”, giornale della Curia agrigentina; e mi è parso di capire che i termini dell’attacco andassero al di là di una valutazione e riprovazione del “dialogo”, toccando della personale malafede dei due dialoganti.

    Io ritengo invece che la buonafede di Pancamo e Riccio, e di molti di coloro che credono nel “dialogo” e ne aprono la pratica, sia assoluta e appassionata. Ritengo anche che la loro preoccupazione e vocazione a promuovere il “dialogo” sia dettata da una specie di stato di necessità: l’incombente pericolo della fine dell’uomo,l’ansia di stabilire la pace nell’uomo e nel mondo. E tuttavia mi pare che nel “dialogo” ci sia l’elemento di un’altra e diversa fine dell’uomo. Per dirla con un’immagine: avvicinandosi per dialogare, le punte dell’avanguardia, o di retroguardia che siano, del mondo cattolico e del mondo marxista, le vediamo agitare in alto – come reciproco saluto, come garanzia,come caparra del patto – gli scalpi di Voltaire e di Diderot, di Russell e di Sartre. Il che, francamente, è un prezzo che segna davvero la fine dell’uomo. Riuscire a non fare esplodere l’atomica, e fare invece esplodere l’ideologia che può nascere dal “dialogo”, non è poi un gran risultato.

    Ma al di qua del terrore che il “dialogo” mi incute, del terrore ideologico, c’è da muovere una fondamentale obiezione: c’è oggi in Italia, nelle cose, un solo motivo da cui coloro che credono nel “dialogo” possano trarre auspicio se non slancio? La risposta non può che chiudere esiguamente il cerchio: auspicio al “dialogo” sono appunto coloro che dialogano. Che è troppo poco, considerando che sul problema della pace, fondamento primo del “dialogo”, non riescono a stabilire un minimo punto d’incontro nemmeno i cattolici e i marxisti che siedono nello stesso governo.

    La scuola al Consiglio comunale

    I professori Dolce, Mosca e Picaro, dell’istituto magistrale “Manzoni” di Caltanissetta, hanno promosso un esperimento che credo sia del tutto nuovo nella scuola italiana: nello svolgimento di quella materia denominata “educazione civica”, che di solito è tra le più nozionalmente inerti, hanno voluto proporre ai loro alunni la concreta visione di un istituto democratico nella sua articolazione e funzione. I ragazzi hanno così assistito a una seduta del consiglio comunale in ordine alla discussione e approvazione dei bilanci.

    E immagino che i consiglieri, informati della presenza degli studenti, abbiano mantenuto la discussione nei limiti e nel decoro che si usano definire parlamentari, senza quelle punte di intemperanza (a dir poco) che il più delle volte caratterizzano le sedute consiliari: sicché in definitiva l’esperimento si sarà risolto in una effettiva educazione civica, e non soltanto per gli studenti.

    L’altra America

    Diceva Tocqueville che il grande privilegio degli americani è quello di commettere errori riparabili: e questo privilegio abbiamo visto scattare, più o meno tempestivamente, fino a Kennedy. Ma appunto dall’assssinio di Kennedy si è aperto per l’America il tempo degli errori irreparabili: perché se immediatamente, nell’emozione e confusione dell’ora, l’uccisione del presidente Kennedy è parsa provenire dalla oscura America senza legge, da quel margine d’America che ancora viveva oltre la frontiera della Costituzione e che era una specie di termine dialettico per l’affermazione e la validità di quel mito che meno di trent’anni fa Giaime Pintor vagheggiava e definiva (“Vuoti e oscurità sono stati colmati nella nostra anima dalla presenza di questa America”); se questa impressione abbiamo avuto, già la pubblicazione del rapporto Warren insinuava ben più grave sospetto; e oggi l’assassinio di Kennedy ci appare in un preciso schema: errore non riparato da cui sorge la serie degli errori non riparabili.

    L’altra America, America che godeva del privilegio di commettere errori riparabili, che aveva cioè la forza di ritrovare la verità dopo l’errore, di ristabilire la legge, di riaffermare per gli altri come per sé il principio del proprio costituirsi, se ne è andata forse nel momento stesso in cui ha rinunciato a contare i colpi sparati sul presidente. E sembra una cosa da niente, un problema poliziesco male affrontato e peggio risolto: ed apre invece al “grande paese” un destino che tragicamente coinvolge il destino di altri paesi, forse del mondo intero.

    Il tranquillo americano

    Il grande privilegio che Tocqueville attribuiva all’America operava anche nella misura in cui l’America, cioè la grande (e a volte aurea) mediocrità americana, sapeva ascoltare le sue minoranze più provvedute e ragionevoli. Nelle ultime pagine di quel gran rapporto sulla guerra civile spagnola dell’ambasciatore Bowers, Roosevelt dice: “Abbiamo commesso uno sbaglio: avevate ragione voi, su tutta la linea”. Bowers aveva sostenuto, come tutta l’intelligenza americana, la necessità di un concreto aiuto alla Repubblica spagnola: e coincidendo la vittoria di Franco con l’addensarsi della minaccia nazista alle frontiere dell’Europa libera, Roosevelt e l’America prendevano coscienza dell’errore. Ancora qualche anno: e l’America avrebbe pagato e riparato l’errore con qualche centinaia di migliaia di morti.

    Dunque gli intellettuali,oggetto di costituzionale diffidenza da parte dell’opinione pubblica americana, hanno in effetti rappresentato nella storia degli Stati Uniti la costante custodia del privilegio indicato da Tocqueville. E si può dire che la storia americana ha avuto, in questo senso, una specie di moto pendolare: distaccandosi dagli avvenimenti dell’intelligenza, ecco toccare l’errore; e quindi il movimento di ritorno, la riparazione. Ma dopo Kennedy questo movimento sembra si sia arrestato: i “tranquilli americani” hanno avuto forse definitivamente la meglio.

    Di questo tipo di american, “tranquillo” perché non ha il minimo lampo di coscienza e di intelligenza nei suoi compiti proconsolati e diplomatici in ogni parte del mondo, e particolarmente in quel “terzo mondo” in cui oggi ribolle la storia, Graham Greene ha dato un preciso esemplare nel libro che appunto si intitola “Il tranquillo americano”: talmente preciso che possiamo riconoscerlo tra gli americani del Vietnam e di Santo Domingo con tutta facilità. E un “tranquillo americano” è Goldwater che, mancato al potere forse soltanto per l’incidenza emotiva della tragedia di Dallas, oggi si trova come al centro di un giuoco di specchi che dal Texas giunge alla Casa Bianca.

    (da “L’Ora” 22 maggio 1965)
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    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 100)

    • A cura di Valter Vecellio

    QUADERNO

    L’abisso tra le due Italie

    “Il Giorno” pubblica una inchiesta di Giorgio Bocca sugli italiani dopo la congiuntura: un viaggio da Pachino a Trieste, un pungente ragguaglio della quotidiana realtà italiana.

    Per intelligenza, per cultura, per onestà, Bocca, è a mio parere, il miglior giornalista che sia venuto fuori in questi ultimi anni. Le sue inchieste, i suoi servizi, agevolmente possono valicare (e valicano) il limite del giornale e diventare libro: durevole testimonianza di momenti ed aspetti della vita italiana negli anni del miracolo e della congiuntura. E come del miracolo e dei miracolati Bocca ci ha dato un libro esemplare e dei congiunturali: che non sono, come dei miracolati, gli italiani noti, celebri o di occulta potenza e ricchezza: ma gli italiani piccoli e anonimi.

    E già la straordinaria capacità di Bocca a prendere per il giusto verso una realtà anche sfuggente e contraddittoria, nelle puntate che riguardano la Sicilia ha fatto buona prova. Si troverà sempre qualcuno, qui disposto a dire che non è vero niente, che anche la congiuntura è elemento dell’unità d’Italia, che partendo da Torino e Milano le ondate congiunturali si propagano fino a Pachino: ma ciò non modificherà l’effettuale verità che Bocca riesce a cogliere, cioè il sempre più duro contrasto tra le due Italie. “Ma a misurare di persona l’abisso che separa le due Italie mi è venuto il solito sgomento che però fa presto a passare quando si torna indietro nell’Italia egemone che parla dice e ragiona come le comoda credendo che l’altra Italia sia lì con tanto d’orecchi ad ascoltarla. Mi sembra di vederli, gli esperti economici, gli operatori economici del Nord, quando dicono e scrivono che il “risparmio è sempre assente dalla Borsa o che la programmazione, se fosse vincolante ci farebbe fare la fine della Jugoslavia”. E credono che l’altra Italia stia lì ad ascoltare e a leggere con la pelle d’oca, con il bolo isterico per l’ansia, invece no, invece tutti in piazza di sera, sotto gli alberi…”.

    Quest’ultima notazione si riferisce a Pachino, le cui sere davvero sembrano uscire da una pagina di Brancati. Ed è a Pachino che un commerciante di tessuti alla domanda se conosce le cause della crisi, risponde: “Certo che le conosco; è proprio da quando hanno aperto gli altri due negozi in piazza”. Perché il fatto è questo: la congiuntura in Sicilia è da secoli che la subisce; e di questa che agita l’altra Italia non avverte alcun sintomo. Tanto per fare un esempio: chi è abituato a mangiare pane e sarde non avverte il rincaro o la mancata importazione del caviale: sarà sensibile soltanto al cattivo raccolto del grano e alla scarsità di passa delle sarde. E continuando, come sempre, l’avara raccolta del grano e la abbondante pesca delle sarde, ecco che si sta sotto gli alberi, a sentire la musica in palco, mentre l’allarme della congiuntura, gridato nell’indecifrata lingua tecnologica, trascorre come un aquilone nel cielo della sera.

    La pazzia moralizzatrice

    A proposito di quel dipendente dell’INPS, giudicato diciassette anni fa da medici, affetto da schizofrenia e particolarmente versato nella mania moralizzatrice, viene spontanea la considerazione che, dentro la società in cui viviamo, forse è da considerarsi propriamente pazzo, clinicamente pazzo chi veramente crede di poter moralizzare o soltanto di poter concorrere, quali che siano i mezzi di cui dispone, ad un’opera di moralizzazione. Uno scrittore francese dell’Ottocento, la cui opera è oggi in processo di rivalutazione, ha scritto dei racconti in cui principi morali che allora sembravano inamovibili venivano relativizzati e rovesciati per cui in un mondo di prostitute si stabiliva una morale da prostitute e in un mondo di ladri una morale da ladri. E allora sarà parsa una specie di fantascienza oltre che un attentato ai buoni costumi. Oggi si può dire che ci siamo già. E ricordo con un certo sgomento (affetto come sono di mania moralizzatrice) la frase che ho sentito pronunciare da un giovane, con serietà e convinzione: “La pena mia non è che si ruba, è che io non mi ci trovo in mezzo”. Grande frase, da scrivere sulle pedagogiche bandiere.

    La prova superata

    In un mio libro di circa dieci anni fa raccontavo questo breve aneddoto: “Un comunista autore di un libro sulla vita sovietica, venne una volta a Regalpetra, ai contadini limpidamente spiegò cosa un colcos fosse: l’effetto fu straordinario, ad avere buono orecchio si poteva sentire lo sciamare dei voti verso partiti che i colcos promettevano, il PC ebbe il suffragio più basso che mai a Regalpetra si sia registrato”.

    Qualche mio amico comunista ha individuato l’oratore di cui facevo il nome, mi ha rimproverato di avere scherzato su uno degli uomini più seri ed onesti del Partito Comunista. In realtà io non scherzavo per niente: il fatto che Paolo Robotti (perché si trattava appunto di lui) avesse dato un preciso ragguaglio sulle fattorie collettive sovietiche, senza tener conto delle convenienze elettorali, senza considerare l’effetto negativo che le sue parole potevano avere nella particolare psicologia dell’elettorato cui si rivolgeva, a me pareva facesse onore all’uomo e al comunista.

    Ora quest’uomo che dice la verità – quale che sia la circostanza, la convenienza, l’ambiente – ritrovo alle pagine de “La Prova”,il libro in cui Robotti racconta la sua vita dal 1931 al 1947 (Leonardo Da Vinci editore, Bari). Di questo lungo racconto due brani sono stati pubblicati da un rotocalco recentemente e sono quelli su cui si appunterà l’attenzione dei recensori di destra e forse la disattenzione di quelli di sinistra. Poiché sono un resoconto della atroce esperienza vissuta da Robotti nelle carceri russe, nel più acuto periodo dello stalinismo: esperienza che per il protagonista si risolve nella riconferma del proprio ideale, della propria fede: ma nel lettore di buona fede provoca più profonde inquietudini di quante non sia riuscita mai a provocarne tutta una letteratura deliberatamente diretta a mostrare di che lacrime e sangue grondasse il mito di Stalin. E l’inquietudine non viene dalla rivelazione dei sistemi inquisitori, peraltro ormai noti anche per opera kruscioviana, ma dalla fermezza, dalla resistenza, dalla integrità dell’uomo che soffre l’inquisizione, la tortura. E’ umano – si chiede il lettore – che una persona non abbia il minimo dubbio, che almeno per un momento non vacilli e non si smarrisca e non si rivolti al sistema che consente una inquisizione così vasta ed atroce? Dov’è l’Europa della ragione, l’Europa della libertà e della giustizia, tutto un patrimonio di lotta, di sangue, di idee, in quest’uomo che, in piedi per quarantotto ore di fronte a un imbecille ufficiale di polizia, afferma la propria innocenza e al tempo stesso la propria fede nel sistema di cui l’ufficiale fa parte?

    Queste domande che mi inquietano, io non pongo nel senso che da uno che abbia vissuto quell’esperienza la risoluzione più giusta sarebbe stata quella del rifiuto e dell’apostasia, ma piuttosto in questo altro senso: del dubbio cui aveva diritto, cui abbiamo diritto. E d’altra parte so bene che la forza e la grandezza del comunismo è stata ed è in uomini come Robotti: e che la sua prova oscuramente ripetuta da tanti altri uomini, in un tremendo momento è la prova stessa da cui l’idea comunista è uscita dolorosamente vittoriosa.

    (da “L’Ora” 5 giugno 1965)
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  6. #106
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    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 101)

    • A cura di Valter Vecellio

    QUADERNO


    Non era il suol d’amore

    - E ora c’è il petrolio! – dice l’italiano con rimpianto, disappunto, rammarico.

    - C’era anche allora – risponde l’arabo con un sottile sorriso.

    Siamo a Tripoli, di fronte al mare, tra i due alti pilastri che i fascisti levarono – ci racconta l’arabo – per lo sbarco di Goering; e in cima portavano simboli di Roma, oggi sostituiti da una specie di San Giorgio e da un veliero in bronzo.

    L’arabo in cui ci siamo imbattuti parla benissimo l’italiano, e verso gli italiani mostra quella cordialità e curiosità che qui raramente si incontra.

    E’ certo che, in Libia non ci amano. I ventisettemila italiani che sono rimasti, e quelli che vi arrivano, per lavorare, sono senza dubbio rispettati; ma gli italiani che vengono per vedere, e più quelli che vengono per rivedere, gli italiani con macchina fotografica e nostalgia, suscitano diffidenza e avversione. Dalla sua posizione di inamovibile riposo, dietro il velo della sonnolenza, l’occhio dell’arabo acutamente tocca la vostra macchina fotografica, la segue come l’oggetto della sua ipnosi: ma nel momento in cui la linea dell’obiettivo coincide con quella del suo sguardo e voi state per muovere, quasi impercettibilmente, il pollice sullo scatto, eccolo balzare per attaccar briga: e dal suo discorso concitato affiora, ripetuta, la parola “italiano”.

    Forse l’arabo di cui stiamo parlando ha degli italiani un buon ricordo, forse conosce anche la storia del nostro paese così come benissimo ne conosce la lingua. Certo è che ha intelligenza e dignità, fiducia nell’avvenire della sua gente, nella ricchezza che già scorre e nel lavoro. Perché a Tripoli veramente ci si sente dentro una realtà nuova, dentro una realtà in movimento. Non come da noi, che bisogna andare a Gela o a Priolo per avere notizie delle industrie; e appena si svolta una collina, appena si perdono di vista quelle strutture, quelle tralicciate, ecco lo squallore dei porti di Siracusa e di Licata, ecco la Sicilia di cent’anni addietro, l’immobile Sicilia del rigagnolo, dell’asino, dell’aratro a chiodo.


    La dignità del riposo

    Ma è facile giungere alla piccola rivalsa. Basta al turista italiano fare i 60 chilometri di litoranea per andare a Cabrata (la famosa litoranea di cui allora persino parlavano i libri delle elementari: ed è poi la stessa fettuccia di asfalto che corre tra un capoluogo e l’altro della Sicilia); e lungo la strada lo spettacolo degli arabi abbandonati al riposo, dentro ogni minima striscia d’ombra che cade dalle case, ci fa sentire parte di una civiltà attiva e produttrice, lontanissimi da questa condizione d’ozio e di sonno in cui l’arabo tranquillamente affonda.La stessa impressione, insomma, che un torinese può avere percorrendo una strada della Sicilia e un tedesco percorrendo una strada del Piemonte. C’è sempre un sud da disprezzare e da amare, per fortuna. Per mio conto, soltanto da amare. E ricordo quel che Luis Cernuda scrisse, nelle sue pagine sul Messico, della dignità del riposo e dell’ozio: “In terre anglosassoni le persone non sanno riposare, né i loro corpi adattarsi naturalmente al riposo.

    In cambio qui gli atteggiamenti di un riposo sono naturali ai corpi, così naturali che fin nelle posizioni peggiori possono adattarsi con la miglior grazia…Il corpo conserva ancora in questa terra la sua naturale dignità. E in nulla il corpo manifesta così bene la coscienza della sua dignità come nell’abbandono…Questo clima, fra gli altri vantaggi, ha quello di indicare con più evidenza quanto la vanità e la noia contribuiscano agli accessi dell’attività umana. Per vivere, è necessario affaticarsi tanto? Se l’uomo fosse capace di starsene quieto nella sua stanza per un quarto d’ora! Ma no: deve far questo, e poi quello, e poi quell’altro ancora.

    Intanto, chi si assume il lavoro di vivere? Di vivere per vivere? Di vivere per il guisto di essere vivo e niente più?”.



    Il virus della romanità

    - Questa è la toga romana – dice con fierezza l’arabo al turista che gli domanda del barracano. E lo svolge per mostrarlo, e poi se lo avvolge col gesto del generico di cinecittà che sta per uscire di campo.

    E questa è forse la sola particola che vent’anni di fascismo hanno lasciato in Libia.


    Coloro che detestano gli inglesi

    Brancati diceva che per conoscere una persona basta chiederle che cosane pensa degli inglesi: e se risponde che li detesta è meglio fuggirne la conoscenza, il colloquio, l’incontro. D’accordo con Cernuda: gli inglesi non sanno riposare. Ma in compenso hanno tante altre qualità.

    Di queste qualità una idea se ne può avere a Malta. Che è per tanti caratteri un pezzo di Sicilia: nel paesaggio, nelle facce e nelle abitudini; ma vive in un ordine e in un decoro che la Sicilia non ha mai conosciuto. E non è che non abbia problemi economici in tutto uguali ai nostri: ottomila disoccupati su trecentomila abitanti, un continuo flusso di emigrazione, poche industrie, una stentata agricoltura. E camminando per le strade di La Valletta, di Rabat, di Medina sorge uno di quei “se” che spesso gratuitamente applichiamo al passato, alla storia: e se gli inglesi, passata la tempesta napoleonica, fossero rimasti in Sicilia così come sono rimasti a Malta? Tutto sommato, credo che sarebbero stati più intelligenti e meno duri dei generali e dei prefetti piemontesi di cui abbiamo goduto dopo l’unità.

    E’ certo, comunque, che in Libia nessuno ci rimpiange; mentre a Malta non sono pochi quelli che rimpiangono gli inglesi. Già prima di partire per Malta, alla dogana di Siracusa, un maltese ci dà ragione del rimpianto, la sua ragione di commercio e di morale: tutti quegli inglesi che spendevano il loro stipendio, fino all’ultimo soldo (non come gli americani, dice, che si portano dietro tutto e spendono soltanto per le donne), e che se ne sono andati; e l’istituzione del Casinò, dove sono i maltesi a spendere tutto, a giocarsi tutto. “Che se ne fa Malta dell’indipendenza?”, dice. Ma poi passa a confrontare Malta all’Italia, e che l0Italia fa paura con tutti i soldi che ci vogliono, che appena scambiato un biglietto da diecimila, è già volato via, con tanti poveri e con tanta gente che pazzamente spende. Ci vede pazzi per il denaro: chi non ne ha perché non ne ha; chi ce l’ha per il modo come lo spende. “Anche i preti sono pazzi per il denaro. Sono andato in chiesa, volevo offrire una candela alla Madonna. E il prete mi dice, indicando una cassetta: butta lì il denaro. Io volevo con le mie mani accendere la candela. Il denaro. Butta lì il denaro. Non l’ho buttato”.

    - Ha fatto bene – dicono gli italiani che lo ascoltavano. Il maltese si meraviglia dell’approvazione: è l’ultima cosa pazza che gli capita di sentire in Italia.



    (da “L’Ora” 12 giugno 1965)
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  7. #107
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    • A cura di Valter Vecellio

    QUADERNO


    L’uomo di lettere

    “La più grande disgrazia di un uomo di lettere non è quella di essere oggetto dell’invidia dei suoi colleghi, vittima degli intrighi, disprezzato dai potenti; ma di essere giudicato dagli imbecilli. Gli imbecilli qualche volta superano ogni misura: soprattutto quando il fanatismo si unisce alla stupidità, e il gusto della vendetta al fanatismo. E un’altra grande sventura dell’uomo di lettere è, di solito, quella di non avere alcun appoggio”.

    Questo giudizio di Voltaire, che per me è sperimentata verità, confesso che con l’andare degli anni ha quasi il potere – come dice uno scrittore napoletano a proposito degli influssi jettatori dei suoi colleghi – “di fermarmi la penna in mano”. Perché è inutile che diciate, con la chiarezza che gli intelligenti vi riconoscono, cose sensate ed oneste, che s’appartengono ai “destini generali” (e quindi anche a quelli degli imbecilli): gli imbecilli, e gli imbecilli fanatici, stanno lì, pronti a intendere o a farvi dire il contrario. Vi hanno già catalogato e sistemato, non potete sfuggire al pregiudizio se poi vi attentate ad usare l’ironia siete del tutto perduti: le figure dell’ironia sono, per gli sciocchi di casa nostra, del tutto incomprensibili (e questa è forse la ragione stessa per cui “I promessi sposi”, libro da tutti gli italiani difeso come una bandiera, è in effetti uno dei libri più detestati della nostra storia letteraria).

    Ma la parte più interessante del giudizio di Voltaire è quella che mette l’accento sulla mancanza di appoggi: l’uomo di lettere, dice, “è un po’ come i pesci volanti: se si innalza un poco, gli uccelli lo divorano; se si immerge sott’acqua, se lo mangiano i pesci”. Bellissima condizione, anche se tremenda. Ma quanti sono oggi, in Italia, gli uomini di lettere disposti ad accettarla e viverla?


    Un avvenire che non viene mai

    Con queste parole di Amiel – “Noi ci serbiamo a un avvenire che non viene mai” – si chiude un curioso libretto autobiografico di Antonio Canepa, palermitano, professore di storia delle dottrine politiche nell’Università di Catania, comandante dei gruppi armati del Movimento Indipendentista nella zona etnea e in quella zona ucciso dai carabinieri.

    La breve autobiografia, pubblicata nel 1940, è presentata con ingenua e complicata mistificazione: ne è dato come autore un Jean Sorédan, che in una nota ringrazia un dottor Guido Colozza, segretario di Canepa, per i dati e le informazioni che gli aveva fornito: la traduzione dal francese è attribuita a un Federico Vitanza Scotti al quale Canepa, in una lettera stampata su carta verde e alligata al libretto, blandamente rimprovera qualche inesattezza del Sorédan. Questo giuoco mistificatorio, di mistificazioni che escono una dall’altra come scatole cinesi, è in parte frutto del temperamento di Canepa e in parte dettato dalla contingente necessità di dire e non dire, di dare ambiguità a certe affermazioni che nel 1940, diciottesimo dell’era fascista, potevano essere pericolose. Sotto le dichiarazioni di ortodossia fascista Canepa infatti velava l’affermazione di principi democratici: “Veramente grande è colui che sa ascoltare con paziente serenità le argomentazioni di un avversario…Sono tre le virtù, immensamente rare, che sole valgono a conciliare l’uomo con se stesso e col mondo: la tolleranza, la moderazione, la semplicità…Questa guerra, come tutte le guerre, è un giuoco temerario nel quale i veri interessi dei popoli non hanno parte…”: e quando il suo immaginario biografo gli domanda se crede che dalla guerra sorgerà l’ordine nuovo, sbandierato dai nazi-fascisti, recisamente risponde di no.

    Questa stessa ambiguità è nel suo voluminoso “Sistema di dottrina del fascismo”, attraverso il quale riesce a far passare tanta dottrina allora proibita, tanto pensiero “eretico”.

    Il ritratto che vien fuori dall’autobiografia è quello di un uomo fondamentalmente romantico ed anarchico, effettualmente autodidatta (e con tutta la confusione e presunzione dell’autodidatta), ma con pronunciate venature illuministiche. Parlando della sua formazione dice di aver esumato il “Dictionnaire philosophique” di Voltaire e persino gli scritti di Bayle; e veramente in quegli anni, autori come Bayle e Voltaire erano così scarsamente frequentati che a buon diritto può dire di averli esumati.

    Il suo gusto per l’avventura era straordinariamente vivo: aveva tentato, nel 1933, di occupare con le armi della Repubblica di San Marino e di resistervi per qualche tempo, per dire al mondo che in Italia l’antifascismo era vivo anche nella nuova generazione. Ma il complotto fu scopetto, e i congiurati furono arrestati, parte in territorio italiano e parte a San Marino. In Italia furono dati per pazzi; a San Marino si ebbero dure condanne. Di ciò Canepa tace nella sua autobiografia. Ma è chiaro che, finita l’avventura sanmarinese, Canepa si diede a scalare la cattedra universitaria con uguale spirito di beffarda avventura: nel giro di tre mesi buttò giù il ponderoso “Sistema di dottrina del fascismo”, suscitando la diffidenza del massimo organo di stampa dei fascisti, che vi notava la fede fascista ridotta a una aridissima categoria kantiana, e il consenso dei cattedratici, che invece vi riconoscevano esattezza metodologica. Successivamente pubblicava uno studio sulla organizzazione del partito fascista che incontrava il consenso dei dottrinari e dello stesso “Popolo d’Italia” che lo aveva attaccato per il Sistema: per cui,giovanissimo, si trovò incaricato per la storia delle dottrine politiche prima nell’Università di Palermo e poi in quella di Catania. Aveva capito, come già i comunisti, che ai giovani antifascisti meglio conveniva operare dal di dentro. Forse in questo periodo, intorno al 1940, egli ebbe modo di stabilire contatti col servizio segreto inglese: persone degne di fede, che gli furono vicine fin dal suo arrivo all’Università di Catania e per tutto il periodo della guerra e dell’azione indipendentista, assicurano che questi contatti ci furono, e si concretarono in azioni di sabotaggio in Sicilia.

    E crediamo che dalle stesse fonti provengano le informazioni che Filippo Gaja offre nel suo “L’esercito della lupara”. Gaja dice anzi che dopo un’azione di sabotaggio condotta contro l’aeroporto di Gerbini, Canepa passò nel nord d’Italia per svolgere una missione; e precisamente intorno a Firenze ebbe a partecipare, nei primi del ’44, ad elezioni partigiane. Ma comandanti partigiani della Toscana, da noi interpellati, lo escludono; a meno che, come ci ha detto uno di loro, Canepa non sia stato uno di quegli elementi di collegamento dei servizi inglesi, i quali si muovevano da una formazione all’altra con assoluta autonomia e senza mai entrare in effettiva confidenza coi partigiani. Il che può essere appunto il caso. Certo è, comunque, che nell’estate del ’44 Canepa è di nuovo in Sicilia: indipendentista ma, afferma il Gaja, con la tessera del Partito Comunista in tasca. Affermazione questa, non comprovata da alcun documento o testimonianza, anche se sono indubitabili gli intendimenti effettivamente rivoluzionari, di rivoluzione sociale, che il Canepa portava dietro il Movimento Indipendentista. Prima la Sicilia indipendente, diceva Canepa; e poi o le terre o le teste.

    Ma a rimetterci la testa fu proprio Antonio Canepa, teorico e guerrigliero della rivoluzione indipendentista siciliana. Il 17 giugno 1945, alle porte di Randazzo, una pattuglia dei carabinieri intimò l’alt a un motofurgoncino, proveniente da Cesarò, guidato da Giuseppe Amato (oggi consigliere comunale di Catania per il PSIUP), con a bordo Canepa. Nino Velis, Carmelo Rosano, Nando Romano e il giovanissimo Giuseppe Giudice. La sequenza del fatto, ansiosa e veloce, non risulta del tutto chiara dal ricordo dei protagonisti: Amato ricorda di aver visto un carabiniere tirar giù dal furgoncino il ragazzo Giudice e di aver poi sentito il primo sparo; Velis ricorda invece prima lo sparo, forse da parte di Canepa contro i carabinieri. Discordanza abbastanza comprensibile, se si considera che Amato vide la scena voltandosi per un momento indietro e Velis l’aveva invece di fronte. La differenza del punto di vista tra Canepa e Amato fu d’altra parte, con tutta probabilità, quella che segnò il tragico destino di Canepa, Rosano e Giudice: perché Amato sapeva di aver già guadagnato la curva, mentre Canepa vedeva ancora la pattuglia dei carabinieri. Sarebbero bastati un paio di metri ancora, e sarebbero stati fuori tiro; ma Canepa battè sulla spalla di Amato, che era il segnale stabilito perché si fermasse; Amato si fermò, sentì uno sparo e poi il grido di Canepa: “Perché sparate, che bisogno c’è di sparare?”, il che vuol dire che erano stati i carabinieri a sparare il primo colpo, forse per intimidazione. Poi seguirono altri scoppi, uno dei quali fu quello della bomba a mano che Canepa portava in tasca e che gli dilacerò la coscia (la bomba, evidentemente, fu colpita da una pallottola). A questo punto Velis che scappava per i campi e Romano e Giudice a terra, colpiti, Amato si lanciò col furgoncino nella discesa verso Randazzo, portando Rosano agonizzante e Canepa ferito. Alle prime case abbandonò il furgoncino, raccomandando alla gente di portare in ospedale i feriti. E così fu fatto: ma Rosano arrivò morto, e Canepa vi morì dissanguato. Pare che carabinieri e medici fossero convinti di avere tra le mani dei banditi. E che i carabinieri non si siano dati a preoccuparsi molto (o forse se ne preoccuparono anche troppo), lo dice il fatto che Romano, che era soltanto ferito, fu portato al cimitero di Giarre per essere seppellito; e soltanto la solerzia del becchino evitò la raccapricciante conseguenza.

    Così, fortuitamente o deliberatamente, lo Stato italiano scese al primo compromesso con la destra indipendentista.



    (da “L’Ora” 19 giugno 1965)
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  8. #108
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    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 103)

    • A cura di Valter Vecellio

    QUADERNO


    L’aquila e il serpente

    Una rivista di divulgazione storica dedica un intero numero sulla rivoluzione messicana: avvenimento per noi mitico, e legato ai miti del cinema americano. E’ difficile, infatti, dire o sentire i nomi di Villa e di Zapata senza vedere affiorare i volti di Wallace Beery e di Marlon Brando. E a questo proposito bisogna dire che i volti del vero Villa, del vero Zapata sono molto più interessanti di quelli di Beery e di Brando. Dal confronto, le maschere dei due attori sono davvero, come nell’antica favola, vuote e in autentiche; e più quella del Marlon Brando famoso, assolutamente lontana dalla tragica pensosità, dell’assorta malinconia che tutte le fotografie della rivista offre, rendono a Zapata. Perché il maggior pregio del fascicolo consiste nella documentazione fotografica senza con ciò voler togliere merito alla parte scritta, e specialmente alla introduzione di Giuseppe Cintioli.

    Si ritrovano al vivo, nelle fotografie, quei personaggi e quelle scene che Martin Luis Guzman, testimone e protagonista della rivoluzione, diede in un libro che Hemingway teneva tra quelli che gli avevano insegnato qualcosa e che in Italia, splendidamente tradotto da Mario Socrate, fu pubblicato da Rizzoli nel 1942 (e sarebbe quanto mai opportuna una ristampa in edizione economica). Il titolo del libro è “L’Aquila e il serpente”. Vi si incontrano tutti i protagonisti impareggiabilmente colti nella loro psicologia, nel loro modo di essere e di agire: da Villa a Huerta, da Caranza a Obregon, a Gutierrez. Ma personaggio centrale è Villa con la sua ingenuità e la sua ferocia, con le sue collere tempestose, con le sue commozioni profonde. Indimenticabile resta il racconto della rivelazione di un principio morale applicato alla guerra su cui lo stesso Guzman, con una paura che si può dire intrepida, intrattiene Villa: e il commosso stupore di questi a sentire dal “dottore” che chi accettala resa è obbligato a non condannare la morte. Ed anche più giganteggia il personaggio nelle pagine finali, quando Guzman – che è stato sottosegretario alla guerra nel governo di Gutierrez messo su da Villa e Zapata, e vuol fuggire da Villa come è fuggito da Gutierrez – va a domandargli, con tremendo rischio, un salvacondotto per passare negli Stati Uniti.

    Ma in verità da questo ragguaglio per immagini della rivoluzione messicana, noi volevamo trarre due considerazioni: la prima, che nella documentazione fotografica di personaggi ed avvenimenti relativamente vicini (o relativamente lontani), già consacrati nel mito, già consacrati nel mito, già assunti nella forma dell’arte o comunque nella rappresentazione, il paradosso della natura che imita l’arte, dell’arte che è più forte della natura, viene a rovesciarsi: e la natura, la realtà, riprendono l’antica primogenitura; la seconda, del tutto marginale, che la pittura messicana nata dalla rivoluzione ha avuto da noi un’influenza non ancora pienamente valutata e che tale influenza ha toccato particolarmente i pittori siciliani.


    Soggetto per un film da intitolare “Il dialogo”

    Benché si trovi in molte antologie della novellistica italiana, e persino in quella scolastica di Ermenegildo Pistelli, la “Novella del Grasso legnaiuolo”, attribuito dal Milanesi ad un Antonio Manetti, vissuto tra il 1423 e il 1497, è pochissimo conosciuta. Ed è una delle più belle della nostra letteratura, anche se bisogna evitare di portarne l’importanza e il significato al punto di ritrovarci dentro “l’uomo che perde sé di Pirandello”, come fece il Pancrazi: che è una di quelle esagerazioni dettate dal sentimento e risentimento della “toscanità”. Perché è vero che si tratta di una beffa giuocata sul principio di identità, e di un personaggio che nella straordinaria architettura della beffa perde se stesso, ma né Filippo Brunelleschi che architettò la beffa, né il povero Grasso che la subì, né il Manetti (o chi fosse) che se ne fece cronista, hanno avvertito nel giuoco quegli smarrimenti e quelle incrinature esistenziali per cui, oggi, un simile fatto, a leggerlo su un giornale, si direbbe tout court pirandelliano.

    Concepita da Brunelleschi, e con la partecipazione di Donatello, la beffa si snoda in un disegno fragile e preciso: calcolata in ogni dettaglio interno (la psicologia del Grasso) ed esterno (la partecipazione di quasi tutta una città). Il Grasso si convince di essere diventato Matteo per tutta una concatenazione di elementi che anche oggi, ad un uomo di animo semplice, potrebbero apparire attendibili. Il Grasso, bisogna dire, non è un Calandrino: ha anzi una qualità che è in fondo quella che lo smarrisce nella beffa, cioè un certo amor proprio, una certa malizia.


    Santa Felicissima

    Giuseppe Quatriglio, infaticabile ricercatore di cose siciliane, ha trovato una lastra incisa, forse nei primi del secolo scorso, da un certo Giuseppe Ciaccio, con l’effige di Santa Felicissima: “il cui corpo”, dice la didascalia incisa, “si venera nell’Infermeria dei Reverendi Sacerdoti al Papireto” e la cui festa si solennizza il primo marzo. Dall’immagine, rozzamente soave, Quatriglio ha mosso una ricerca che l’ha portato a scoprire il corpo, ormai dimenticato, ormai non più solennizzato, della santa; e tutte le notizie che riguardano il culto.

    Indubbiamente si tratta di una santa Filomena, 72 San Giorgio, di Santa Fortunata. Ma così com’è rappresentata nella lastra, come una madame Recamier da sacrestia, e con un nome così radioso, viene da rimpiangere che il culto di questa santa sia caduto in disuso. Tra i tanti santi che abbiamo, questa vergine e martire “di anni 21” potrebbe, che so, essere elevata a protettrice dei giovani che entrano nelle liste elettorali, e con funzioni illuminatrici.



    (da “L’Ora” 3 luglio 1965)
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  9. #109
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    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 104)

    • A cura di Valter Vecellio

    QUADERNO


    L’orologio fermo

    Un italiano che insegna in una università californiana, tornando in patria per le vacanze dopo un rapido giro per tre o quattro capitali europee, diceva di avere l’impressione che in Europa si fosse verificato un curioso e imprevedibile fenomeno: una specie di conversione al gollismo. Non, beninteso, a livello ufficiale, dove le posizioni di immutata fedeltà in politica estera sono costantemente dichiarate e ribadite (ad eccezione che in Francia, naturalmente); ma a livello di quella che si suol chiamare pubblica opinione, e più avvertitamene negli ambienti intellettuali.

    La constatazione, in prima, non può meravigliare. Davvero l’Europa si è convertita al gollismo? Con tutta la noncuranza che ostentiamo nei riguardi dei colpi di testa del generale, come di fronte ad uno che dà in delirio di grandezza e in spirito di contraddizione e che purtroppo bisogna compatire, sopportare ed anche blandire, davvero sotto sotto si è verificata una conversione al gollismo? E in che misura, individualmente, ci troviamo coinvolti in questo mutamento?

    A rifletterci un po’, la cosa appare però più semplice e persino ovvia, e non richiede esami di coscienza ed analisi. La popolarità del generale De Gaulle in Europa è innegabilmente cresciuta negli ultimi tempi: ma soltanto per il fatto che a tener testa agli Stati Uniti, a far da remora alla loro avventatezza, nell’area, per così dire, atlantica, è rimasto soltanto lui. Anche gli inglesi, si sa, fanno i loro sforzi; ma il solo a farli senza mezzi termini, con spregiudicatezza, da pari a pari e magari con un certo disprezzo, è il vecchio De Gaulle. La battuta che “anche gli orologi fermi due volte al giorno segnano l’ora giusta” si adatta perfettamente alla politica del generale. Il suo orologio è fermo a vecchi rancori, ad astratte idee di grandezza: ma a volte la storia trova un segno preciso su quel quadrante. Il che non capita quando gli orologi vanno, ma vanno male.



    La Grecia in casa

    L’indignazione di certi inviati dei gruppi giornali italiani di fronte alle condizioni economiche e sociali della Grecia è, in un certo senso, meravigliosa. Gridano: agricoltura arretrata, intrallazzi, mezzo milione di emigrati! E ci sarebbe da portarli ad occhi bendati in Sicilia, e dir loro che è Grecia: e sentiremmo così, finalmente, le loro voci indignate di fronte a una realtà che, fino a questo momento, è stata nelle loro carte considerata come lievemente in ritardo ma in sicuro cammino, dietro le magnifiche sorti e progressive dell’Italia.

    Stupisce, per esempio, che a costoro si riveli chiara la nozione (in Grecia sempre dicendo) che l’emigrazione è miseria per coloro che partono come per coloro che restano. Mezzo milione di emigrati! Come se la Sicilia, su cinque milioni di abitanti, non ne avesse avuti in questi ultimi anni appunto mezzo milione.



    Un polacco in Sicilia

    Gran viaggiatore e poligrafo, curioso dei costumi e delle religioni dei popoli, studioso di storia e di scienze sperimentali ed astratte, il conte Jan Potocki è entrato recentemente ad arricchire la letteratura francese con un’opera narrativa di straordinaria narrativa riesumata, dai manoscritti, dalle bozze di stampa e dalle rarissime edizioni, dal critico Roger Callois.

    L’opera – “Manuscrit trouvé à Saragosse” – pubblicata da Gallimard nel 1958 esce ora in versione italiana nelle edizioni Adelphi, in una collana che accoglierà libri eccezionali, di eccezionali esperienze di vita e di fantasia. E veramente questo “Manoscritto trovato a Saragozza”è nel genere fantastico, allucinato, “nero”, un piccolo capolavoro (e dico piccolo poiché il genere, a mio parere, non ne comporta di grandi).

    L’essenza dell’opera è, come esattamente dice Callois, in “quei ricorsi senza fine che, come un rimorso tenace, si ostinano a contestare l’ordine razionale così penosamente raggiunto, e che sembrava a Potocki una conquista decisiva”, in “quella rivincita delle tenebre, illusoria ma inquietante”, da cui ancora oggi possiamo trarre l’utile lezione che impedisca all’“esprit de riguer”, col ricordargli “che l’abisso, da cui per miracolo è uscito, resta insondabile e ricco di forze indomite”, di specchiarsi e soccombere nella compiacenza di sé. Ma il pregio dell’opera va al di là della sua stessa essenza, del suo stesso finale significato: e risiede nella ininterrotta corrente della visionaria invenzione, nel suo flusso allucinato ma di una così quieta continuità e inesauribilità che si ha l’impressione prosegua oltre l’ultima pagina, quasi elemento perenne, anche se non sempre visibile, della natura.

    Il motivo su cui continuamente giuoca la fantasia di Potocki è prettamente settecentesco; un modo, cioè, dell’eros settecentesco che principalmente in Casanova trova assidua celebrazione: l’uomo tra due donne, l’uomo che contemporaneamente seduce (ed è sedotto) da due donne. Ma la trasfigurazione fantastica cui questo motivo attinge in Potocki fa pensare a qualcosa di represso, a una censura traumatica: per cui, consumata l’esperienza sensuale tra le brune del sogno e del malefizio, le due donne riprendono la loro reale specie di impiccati. Questa vicenda di continua trasformazione delle donne in impiccati procede per tutto il racconto, e quasi in tutti i racconti che dal principale racconto si diramano. Non si ripete però nel racconto che il brigante Zoto fa della sua vita, e che si svolge prevalentemente in Sicilia: quasi una parentesi realistica dentro una narrazione fantastica.

    Qui bisogna dire che il conte Jan Potocki viaggiò, giovanissimo, in Sicilia: probabilmente nel 1779, a diciotto anni. Si può agevolmente dedurre, dal racconto, che si è fermato a Messina e a Catania. Può darsi sia stato anche a Palermo (e in questo caso facilmente se ne troverà traccia nel diario del marchese di Villabianca). Che poi abbia lasciato più dirette annotazioni sul suo viaggio in Sicilia è possibile: ma le sue cose edite ed inedite sono, a quanto pare, piuttosto confuse.

    Comunque, nel “Manoscritto trovato a Saragozza”, la Sicilia entra con una storia di briganti. Protagonista ne è Zoto, personaggio con un piede nella realtà, la realtà brigantesca della Sicilia che a Potocki dovette apparire di per sé fantastica, e un piede nel magico retaggio moresco della Spagna. Ma accanto a Zoto, ecco un personaggio ben noto: il famoso bandito Testalonga, che diventa nel “Manoscritto” Testa-Lunga, nella cui banda Zoto ha fatto i suoi latinucci.

    Non ho sottomano un libro che mi dica quando e come Testalonga morì: se morì di pleurite, come dice Potocki, o di corda, come a me pare di ricordare. Se la morte per pleurite è un tratto inventato da Potocki, c’è da pensare che egli sia venuto in Sicilia mentre la banda Testalonga era in piena attività e che quando scriveva le fantastiche storie del “Manoscritto”, cioè intorno al 1803, ignorasse quale fosse stata la fine del famoso bandito. Ma questa è una piccola, pedante divagazione e curiosità, di fronte ad un libro che respira nell’assoluta fantasia.


    (da “L’Ora” 4 settembre 1965)
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  10. #110
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    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 105)

    • A cura di Valter Vecellio

    QUADERNO

    Vita in Messico

    Anzitutto incuriosisce il nome, sulla copertina del libro come su un biglietto da visita o d’invito, da ambasciatrice qual era: Madame Frances Calderon de la Barca. E immediatamente non possiamo fare a meno di domandarci, inappagata curiosità, se don Angelo Calderon de la Barca non discendesse dal grande Calderon.

    Inglese di Edimburgo, Frances Erskine Inglis sposò negli Stati Uniti, dove con la famiglia era emigrata, il diplomatico spagnolo di tanto nome: a trentaquattro anni (e parecchi di più doveva averne il marito), nel 1838. Subito dopo, don Angelo si ebbe la nomina ad ambasciatore nel Messico: il primo ambasciatore spagnolo che entrasse nel Messico dopo la rivoluzione che appunto aveva messo fine al dominio spagnolo.

    Dall’ottobre del 1839 al febbraio del 1842, nel tempo che durò la missione diplomatica, la signora scrisse lunghe lettere a parenti ed amici, impareggiabilmente descrivendo il paese, le feste, gli usi, i personaggi, le rivolte. Per incoraggiamento di William Prescott, lo storico americano autore della famosa opera sulla conquista del Messico, le lettere (cinquantraquattro) furono raccolte in un libro intitolato “Life in Messico”, con prefazione del Prescott. Nel 1843.

    A parlarne per primo in Italia è stato, circa un secolo dopo, Emilio Cecchi. E finalmente oggi il libro, a vent’anni dalla segnalazione di Cecchi, esce da Mondadori: tradotto (ma non integralmente) da Giuditta Cecchi Batoli. Ed è una delle più deliziose letture in cui, di questi tempi, ci si possa imbattere.

    Giustamente Cecchi dice che nelle sue esperienze e nella sua scrittura la Calderon si tiene in superficie, ed anche con una certa frivolezza; ma “il fondo della sua partecipazione è infinitamente solido, l’appiglio sulla realtà è preciso: e le impressioni mentre serbano la vivacità d’un primo incontro, non restano mai a brillare nel vuoto”. E più avanti indicherà con precisione la qualità fondamentale del libro, della scrittrice: “la spontanea festosità di quello sguardo”. Dietro quello sguardo c’è – e non poteva essere diversamente di fronte ad una realtà storica, sociale, che si era appena svincolata dall’oppressione coloniale e ancora per decenni sarebbe rimasta ferocemente oppressa dal dominio padronale – una certa condiscendenza, un certo paternalismo, una certa ripugnanza persino; e da ciò la frivolezza che trascorre anche su cose che senz’altro si possono dire atroci. Che è del resto, questa frivolezza, che si potrebbe anche dire impassibilità, una qualità femminile: e ne abbiamo forse l’esempio più alto in quella lettera di madame de Sévigné che racconta la disperazione e il suicidio del cuoco Vatel per il pesce che non arrivava.

    Ma senza volere in nulla sminuire la festosità e limpidezza dello sguardo di madame Calderon, c’è da dire che il Messico – il paesaggio, la gente, le cose – deve avere oggettivamente una qualità suggestiva di “mondo per la prima volta scoperto”: Da Bernal Diaz, conquistatore-scrittore , che per primo si affacciò su quel mondo, a Luis Cernuda; da madame Calderon allo stesso Cecchi: sempre il Messico sembra affiorare come una evocazione magica, irreale, sognata; come un miraggio (e insieme un incubo) che improvvisamente di dispiega, che improvvisamente sorge alla luce, da misteriose incidenze e rifrazioni della luce. E resta in questo senso emblematica la visione, stupenda fino all’allucinazione, che i conquistatori di Cortes ebbero della città capitale e che appunto Bernal Diaz vivamente registrò nella sua “Veridica istoria della conquista”.

    Troppe traduzioni

    Presentando la traduzione di Ferdinando Martini della “Certosa di Parma”, Giuseppe Antonio Borghese scriveva: “Forse non è temeraria la previsione che altre non debbano venirne dopo di questa, che questa del Martini sia l’ultima”. Questo nel 1931. Ma la previsione era appunto temeraria: e non riguardo alla qualità della traduzione del Martini, che è veramente eccezionale; ma in quanto non teneva conto dell’anarchia che si sarebbe sollevata nel campo editoriale italiano, non appena gli italiani avessero mostrato di voler accedere al libro un po’ più assiduamente e intensamente. Per restare alla “Certosa”, credo che in questi ultimi anni si siano avute almeno altre quattro traduzioni, e sono venute ad aggiungersi a quella del Martini che già fin dal 1951 circola in edizione economica.

    Ma non è solo la “Certosa” a godere di tanta attenzione. Si può dire anzi che non c’è un’opera importante, di un importante autore europeo, che non conti da noi le sue quattro o cinque traduzioni. E spesso capita che ne giungano contemporaneamente un paio nelle librerie, mettendo il povero lettore nella condizione del famoso asino di Buridano. E bisogna dire che è una fortuna che alcuni scrittori, o alcune delle loro opere, non siano ancora di pubblico dominio: ché avremmo avuto Lorca, Sartre, Camus o Henry Miller in diecine di traduzioni.

    Il problema di questo spreco è stato recentemente sollevato su un quotidiano: ed è veramente degno di essere considerato come uno dei segni della gratuità e improvvisazione con cui l’industria editoriale risponde al rialzo, peraltro non altissimo, della domanda da parte del pubblico. La domanda è di una buona traduzione delle opere di Shakespeare, di Voltaire, di Stendhal, di Tolstoi: ed ecco che si risponde offrendo da quattro a dieci diverse traduzioni, e a basso prezzo per di più. E non che si abbiano riserve sul basso prezzo, al contrario anzi: ma tra le edizioni di un certo pregio almeno il criterio di scelta può essere quello del gusto grafico, dell’amore a un certo tipo di composizione grafica, di carta,di rilegatura. Perché è difficile, per il lettore anche di un certo livello, stabilire che la tradizione di “Guerra e pace” di Erme Cadei è più fedele di quella di Enrichetta Carafa o che il “Robinson Crusoe” di Terzi è migliore di quello di Meo (che è, quest’ultimo, il caso di due traduzioni arrivate insieme sul banco delle librerie).

    Bisognerebbe dunque che gli editori stabilissero tra loro le regole del gioco per non soffocare quelle poche decine di migliaia di italiani che acquistano libri e per non restare essi stessi soffocati.

    Tutti siciliani

    Affettuosamente voglio dire a Giorgio Bassani che è giusto, come dichiara in un’intervista concessa all’ “Avanti!”, che dopo il fallimento rivoluzionario della Resistenza, nell’attuale situazione italiana, “ormai siamo tutti siciliani, tutti vinti”: ma mi concederà che ci sono dei siciliani che sono più siciliani degli altri; e precisamente quelli che hanno il privilegio (piuttosto greve) di essere nati e di vivere in Sicilia. Come nella “Fattoria degli animali” di Orwell: “tutti gli animali sono uguali, ma ci sono degli animali che sono più uguali degli altri”, per noi è il caso di dire che tutti gli italiani sono siciliani, che tutti i siciliani sono uguali; ma ci sono dei siciliani che sono meno uguali degli altri.

    (da “L’Ora”, 11 settembre 1965)
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