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  1. #151
    L'estremista moderato
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…145)

    • a cura di Valter Vecellio

    Un paese di Calabria



    “Un paese di Calabria” è stato pubblicato originariamente su “Galleria”, n.3, maggio-giugno 1959. “Galleria” è la rivista, pubblicata a Caltanissetta dall’omonimo editore Salvatore Sciascia, di cui il “maestro” di Racalmuto era animatore e direttore. Su “Notizie Radicali” del 6 e del 7 luglio abbiamo pubblicato la prima e la seconda parte. Oggi la terza e ultima puntata.



    Generalmente si dice – Siderno – e si intende parlare del paese in riva al mare, un paese con poco più di un secolo di storia. Si dimentica l’altra parte del paese, Siderno Superiore, che fa Comune con Siderno Marina. Economicamente e psicologicamente Siderno è divisa in due paesi, uno di montagna e uno di mare: uno aperto e intraprendente e vivace, che si stende vicino al mare e lungo la ferrovia e la strada statale, l’altro chiuso e povero, tagliato fuori dalle vie di comunicazione. La riunione in un solo Comune di due centri che hanno problemi diversi e naturali contrasti, è cosa priva di senso comune. Purtroppo non è un caso unico; e si viene verificando in Calabria un profondo dissidio tra paesi di mare e paesi di montagna, al punto che nelle elezioni amministrative si tende a superare ogni coesione e disciplina di partito con la contrastante presentazione di liste formate ad esclusiva difesa autonomistica, al di sopra (o al di sotto) dei partiti.



    Siderno Superiore (come le frazioni di montagna di Ardore e di Bovalino, come Gerace rispetto a Locri: pur essendo questi due paesi, amministrativamente autonomi) è un paese che si chiude sempre più in sé, mortificato e scontroso. Il direttore delle scuole elementari mi dice che tra i bambini di Siderno Marina e quelli di Siderno Superiore c’è notevole differenza: più poveri più denutriti meno intelligenti – o almeno meno vivaci, più lenti – quelli di montagna.



    Complessivamente, tra Siderno Superiore e Siderno Marina, frequentano le scuole elementari 1800 bambini (70 insegnanti). Tra i bambini che dovrebbero frequentare le prime classi, si calcola un 3 per cento di inadempienti all’obbligo. Sono i bambini che vivono in campagna e che a sei o sette anni non possono andare dalla campagna al paese e poi ritornare, soli. Sicché questa “perdita” è solo provvisoria: in quanto le famiglie invece che mandarli a scuola a sei anni li mandano a nove, quando i bambini sono in grado di affrontare qualche chilometro di strada per raggiungere la scuola. In Sicilia questo problema è risolto dalla istituzione regionale delle scuole cosiddette sussidiarie: fin troppo risolto, sarebbe il caso di dire; fino all’euforia. In pratica, dunque, non c’è a Siderno inadempienza all’obbligo scolastico: tanto vero che ci sono solo tre corsi di scuola popolare, con un totale di 70 alunni, di cui 50 tra i quattordici e i vent’anni, e 20 da vent’anni in su. La scuola elementare, in un paese così povero, deve affrontare (senza peraltro essere in grado di risolverlo) un enorme problema assistenziale: dovrebbe essere assistito, il libri quaderni e refezione almeno un 80 per cento della popolazione scolastica; ma si riesce a dare assistenza solo a un 20 per cento.



    Lo stesso problema si presenta per la scuola di avviamento professionale a tipo industriale (187 alunni, 25 insegnanti di cui 3 di ruolo), che quest’anno è stata abbandonata da ben 24 alunni, ai quali la scuola non ha potuto fornire gratuitamente i libri. Contrariamente all’uso purtroppo nel Meridione diffuso, di non andar troppo per il sottile, in questo tipo di scuole, nel concedere “licenze” a candidati esterni (e non parliamo poi degli interni) con conseguente affollamento degli esami, la scuola di avviamento di Siderno ha avuto nel ’57 soltanto 9 candidati esterni, di cui 3 sono stati respinti. Così nella scuola media: su 57 esterni ne sono stati promossi 27 (interni 190 su 238), e nell’Istituto tecnico commerciale: su 98 esterni, 60 promossi (interni 387 su 450).



    La scuola media è frequentata quest’anno da 303 alunni (per il 90 per cento sidernesi), ha 20 insegnanti, di cui 4 di ruolo. L’istituto tecnico commerciale ha il corso intero di ragioneria, con 450 alunni di cui il 30 per cento del luogo, e i primi due anni del corso per geometri frequentato da 160 alunni, con la stessa percentuale di sidernesi (40 insegnanti, di cui 4 titolari). I professori di queste scuole, quasi tutti di Siderno o di paesi vicini, animano la vita intellettuale del paese; studiano leggono, sono informatissimi; qualcuno di loro scrive su giornali e riviste di importanza nazionale; altri si occupa di storia o di problemi locali. Ma, quel che più importa, riescono a trasformare nei loro alunni il senso più concreto della vultura – della cultura che è vita.



    Non è, si capisce, un paese che fra gridare al miracolo, ma è certamente un paese eccezionale. E’ un paese in cui il problema del Mezzogiorno si presenta nei suoi elementi essenziali, con la più cruda evidenza; ma al tempo stesso mostra quanto la volontà e l’intelligenza degli uomini possano, nel persistere di durissime condizioni economiche e sociali, operare nel senso della educazione. A Siderno si ascoltano dalla radio le stesse cose, si preferiscono gli stessi programmi, canzoni e riviste, che in ogni altra parte d’Italia (la televisione ancora “non serve”, chi sa perché, questa zona: ma è un punto in più, anche se fortuito, da segnalare a favore dei sidernesi); al cinematografo (due cinema, con proiezioni giornaliere, frequentatissimi), si vedono gli stessi films, e con le stesse preferenze, che in ogni altro paese d’Italia (del mondo). Quel che di diverso, direi anche di nuovo, c’è a Sidereo è la fede nella cultura, nella cultura come riscatto sociale ed umano. Che è, naturalmente, il modo migliore d’intenderla e di professarla.





    Fine terza parte.
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  2. #152
    L'estremista moderato
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…146)

    9 luglio 2010

    • (a cura di Valter Vecellio)

    Mino Maccari: quattro chiacchiere al caffè, come un giorno fecero Baudelaire e Sainte Beuve



    “Galleria” la rivista, pubblicata a Caltanissetta dall’omonimo editore Salvatore Sciascia, di cui il “maestro” di Racalmuto era animatore e direttore, dedicò il suo fascicolo 1-2 del gennaio-aprile 1970 a Mino Maccari. E di questo geniale artista scrissero Carlo L.Ragghianti, E.F. Acrocca, Marziano Bernardi, Attilio Bertolucci, Pietro Bianchi, Nicola Ciarletta, Alberto Consiglio, Italo Cremona, Libero De Libero, Ennio Flaiano, Francesco Giunta, Roberto Longhi, Licisco Magagnato, Giuseppe Marchiori, Rodolfo Pallucchini, Leonardo Sciascia, Ben Shahn, Roberto Tassi, Gino Vicentini, Valerio Volpini; e due testi dello stesso Maccari.

    Quello che segue è l’intervento di Sciascia.



    Guardo, per così dire in anteprima, i quadri di Maccari che usciranno nella mostra della galleria “La Tavolozza”. Ed ecco che prendendo avvio e ritmo da quella (direbbe il lucchese Nieri) nudabruca che fa da chepì all’ufficiale austroungarico, tutte le donnine schizzano dai quadri a far da carosello mentre nella memoria mi affiorano due versetti, sei nomi che quasi conferiscono a ciascuna una identità:

    “Lolo Dodo Joujou

    Margot Cloclo Froufrou”.



    Da dove vengono questi due versetti, questi sei nomi? La memoria cerca, trasceglie; e finalmente estrae, così come il pappagallino fa col pianeta della fortuna, un foglietto, una pagina. Stranamente, è una pagina di John Dos Passos: del “Quarantaduesimo parallelo”, e più precisamente di quell’“occhio fotografico” che qualcuno che non ha mai letto Dos Passos crede di avere ora, proprio ora, inventato. E non c’è dubbio che i due versetti li ho letti la prima volta in Dos Passos, ma per Maccari il contesto in cui la memoria esattamente li ritrova non mi serve molto. Occorre cercare altro contesto, quello originario, quello in cui l’“occhio fotografico” di Dos Passos li colse. Ancora uno sfaglio della memoria: Maurice Chevalier – e dal suo labbro asburgico quei sei nomi vengono fuori graficamente, come nel fiato di un personaggio dei fumetti: Lolo Dodo Joujou, Margot Cloclo Froufrou. Un piccolo passo indietro – dalla vesione cinematografica di Lubitsch al teatro del mio paese, anno 1930, compagnia Petito-D’Aprile – ed ecco che ci sono. “Donne donne eterni dei!”. “La vedova allegra” di Franz Lehar. Prima rappresentazione (e qui la memoria cede al dizionario): “Theater ander Wien, 1905”. Un anno molto lontano per un pittore nella pittura così giovane. E lontano anche il mondo di Lehar, quella superficialità, quella leggerezza, quella svagata felicità. Ma non bisogna diffidare degli imprevedibili giuochi della mente: e tutto sommato un Lehar calato in Dos Passos non andrebbe poi male come chiave per certi quadri di Maccari. Si può anzi dire che andrebbe meglio di quella, spesso usata, della “toscanità”, della “strapaesanità” toscana; e senz’altro serve a sollecitare richiami più vasti, riferimenti meno angusti; a collocarlo insomma in più ampio respiro di esperienza, di storia. Senza dire che da questo giuoco forse gratuito e certamente di superficie, da questa piccola serie di evocazioni (le donnine di Maccari che evocano, attraverso l’evocazione di Dos Passos, “La vedova allegra” di Lehar), si può andare più a fondo – così come più a fondo va Maccari. A Maupassant. Ai Goncourt (e penso, si capisce, al “Journal”). E naturalmente sto richiamandomi a dei contenuti: visione della vita, sentimenti, giudizi, modi di assumerli, di giuocarli, di filtrarli; l’intelligenza delle cose abbastanza libertina (“libertino”, diceva Bayle, “è colui che pensa liberamente”): il tipo di scelta operato sulla realtà, il taglio; e il gusto dell’aneddoto, della battuta, del calembour. Ché su come Maccari dipinge c’è da far altro discorso, e da altri: ma un discorso che in ogni caso tenga d’occhio l’Europa, tutto quello che nella pittura europea si è mosso tra le due guerre.



    Intanto, per quello che io posso dire, si può appunto cominciare dalle donnine. Che non sono propriamente allegre, anche se così possono essere denominate per la categoria di appartenenza. Di nessuna allegria, anzi: spesso malinconiche fino alla tristezza, dietro il sorriso stereotipo da ballerine di fila, qualche volta macerate nel rancore e torve. Sono sorelle di Boule de suif, e di altre più o meno intrepide prostitute di Maupassant, che non senza disprezzo e vendetta si sacrificano al borghese ricco, al politico pasciuto, al burocrate, all’ufficiale, al gerarca: insomma, al potere sempre abietto, sempre bestiale, sempre nauseante. E si direbbe che a differenza di Maupassant, in ciò che Maccari lascia intravedere la sua fondamentale anarchia. Un atteggiamento di radice ottocentesca, che in Maupassant, in Tolstoi, in Kuprin ha avuto declinazioni umanitarie e non prive di sentimentalismo (e con qualche riverbero di ipocrisia), passando attraverso Lautrec arriva a Maccari come una specie di reagente capace di suscitare una satira precisa e al tempo stesso fantasiosa. E poiché ho fatto il nome di Lautrec, non gratuitamente, credo, si può passare ad applicare a Maccari quel che Dunoyer de Segonzac diceva di Lautrec: “il est significatif que l’art de Lautrec se soit instinctivement limitè au domaine de l’humain et des etres vivants; le monde végétal ne l’a pas intéressé, il parlait ave un peu d’ironie du peintre paysagiste intallé devant son chevalet et peignant d’après nature sous un parasol”. E non so se anche Maccari parla con ironia di coloro che ritraggono la natura stando sotto un parasole, ma è certo che il paesaggio entra nella sua pittura soltanto come sfondo al trascorrere dei fatti umani, dei personaggi. E forse raramente ha sentito il bisogno di dare un ambiente se non per accenni, bastandogli l’aneddoto, il personaggio. E senz’altro non ha mai dipinto una natura morta. E degli animali s’interessa come a caricatura dell’umano, a ripetizione dei caratteri, dei costumi, delle abitudini sciagurate o durevoli degli uomini. Perché sono le apparenze divertite, sotto una fantasia che sembra ilare, c’è nelle cose di Maccari qualcosa di simile alla pirandelliana “pena di vivere così”, il senso della “trappola”, lo smarrimento della creatura di fronte allo specchio, di fronte alla natura, di fronte al destino.


    E per finire con una fantasia questa nota su un pittore fantasioso. C’è una sua incisione che rappresenta un uomo curvo, il sigaro in bocca, che scende una scala appoggiandosi al corrimano mentre una donna proterva, sigaretta con bocchino, scollatura generosa, sale. Questa scala, questo incontro, mi ha sempre fatto pensare a un aneddoto raccontato da Goncourt: “Baudelaire scendendo dalla scala di una prostituta,incontra Sainte-Beuve. Baudelaire: “Ah! Io so dove vuole andare!”. Sainte-Beuve: “E io so da dove lei viene”. Quest’ultima battuta nella xilografia di Maccari, la donna la pensa trionfalmente sbirciando l’uomo curvo, guardingo, vergognoso che scende le scale. Ed è un po’ come un apologo: dell’uomo sempre in fallo sulle scale della vergogna. Solo che non bisogna prendersela, ci insegna Maccari: perché se c’è chi sa dove veniamo, noi sappiamo dove vogliono andare gli altri. E dunque andiamo a fare quattro chiacchiere al caffè: come quel giorno poi fecero Baudelaire e Sainte-Beuv
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  3. #153
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…147)

    12 luglio 2010

    • a cura di Vlater Vecellio

    Il mal nero del benessere

    Da “Mondo Nuovo” 31 Luglio 1960, n.31



    Ha scritto molto, Leonardo Sciascia, non sapremmo quantificarli, ma certamente alcune migliaia di articoli; grazie al nostro amico Fabrizio Tosti, aficionado di Sciascia almeno se non più di noi, abbiamo la disponibilità di alcuni articoli scritti negli anni Sessanta per “Mondo Nuovo”, la rivista del Psiup. Articoli che non hanno perso nulla in quanto freschezza e attualità.



    Secondo coloro che ci governano, l’Italia in questo momento gode di un “benessere eccezionale”. E’ tanto eccezionale, il benessere, da scatenare avvenimenti pubblici eccezionali. Se si contano le antenne della televisione sui tetti e le automobili nei parcheggi, l’indice di un certo benessere – in rapporto al livello di vita degli italiani nel recente passato – indubbiamente vien fuori. Ma bisogna considerare che è caratteristica della povertà l’esigenza del superfluo. Basta entrare in un quartiere popolare di una città siciliana per trovarsi dentro una giungla di canzoni: dagli apparecchi radio e televisivi aperti a tutto volume, i dammusi, cioè le case a piano terra, in cui vivono in mucchio famiglie che avrebbero avuto dalle mani della buonanima medaglie e sussidi, rovesciano continuamente nella strada i selvaggi clamori di cui i programmi radiotelevisivi son prodighi. Giurare su quel proverbio spagnolo che dice “la danza vien dalla panza”, e che gli abitanti dei dammusi abbiano ben mangiato prima di aprire a tutto volume i propri apparecchi, sarebbe arduo: non solo hanno mangiato male e poco, ma l’ufficiale giudiziario è già in moto per riprendersi gli apparecchi non pagati. Ma avere un nuovo apparecchio è facile; quel che è difficile è trovare da mangiare.



    Per dare una visione completa del “benessere eccezionale” di cui gli italiani godono, scegliamo la zona della Sicilia compresa nel triangolo Agrigento – Canicattì – Licata. E’ una zona davvero eccezionale. Le colture agrarie sono in prevalenza a carattere estensivo: rotazione biennale di fave e grano, piuttosto rara la rotazione triennale fave – grano – orzo. Quest’anno la produzione media per ettaro è stata di quintali 3 per le fave, di quintali 6 per il grano. Un ettaro seminato a fave ha reso, cioè, 18 mila lire, e un ettaro seminato a grano 51 mila lire, considerando però il prezzo massimo stabilito dalla Regione Siciliana. Per un ettaro seminato a fave le spese sono state: 7 mila lire di sementi, 10 mila di motoaratura, 10 mila di perfosfato; spese divise in parti uguali tra il proprietario e il mezzadro, e dunque per ciascuno una perdita viva di 4.500 lire. Bisogna aggiungere per il mezzadro almeno 30 giornate di lavoro: semina, prima e seconda zappa, mietitura, trebbiatura, trasporto; e per il proprietario circa 15 mila lire di tasse fondiarie e contributi unificati.



    Dalle 51 mila lire che ha reso in media un ettaro seminato a grano, bisogna detrarre 10 mila lire di sementi. 10 mila di motoaratura, 5 mila di nitrato. Restano da dividersi tra proprietario e mezzadro, 26 mila lire: sulle sue 13 mila il mezzadro si ripagherà delle 35 giornate di lavoro impiegate; e il proprietario delle 15 mila lire di fondiaria e contributi. Siamo, anche per il raccolto del grano, sul passivo. Né, essendo di solito le colture consociate ai mandorli, c’è speranza di rifarsi con un raccolto, sia pure minimo, di mandorle; gli alberi hanno soltanto foglie. E le vigne non promettono di meglio: già attaccate dalla peronospera e dall’oidio (qui comunemente detto mal nero; che pare un simbolo del male che attacca la vita della nazione).



    Della malannata discorriamo con un piccolo proprietario che, per fortuna sua, vive dello stipendio di impiegato statale, e allo stipendio attinge per pagare le tasse sulla proprietà: ma il mezzadro su quella piccola proprietà ci vive, o dovrebbe viverci. Ci fa vedere i suoi conti. Per quattro ettari di terra, metà seminati a fave e metà a grano, ha speso 20 mila lire di motoaratura (altrettante il mezzadro: e così per ogni altra spesa), 16 mila di sementi, 10 mila di perfosfato, 5 mila di nitrato: 51 mila lire in totale, alle quali bisogna aggiungere circa 60 mila lire di fondiaria e contributi. Ha ricavato dai raccolti 99.700 lire. Gli è andata bene: ha perduto soltanto un migliaio di lire. Ma un ettaro di vigneto che ha a parte, coltivato in economia, sarà una perdita secca; già si vedono i pampini attaccati dalla ruggine della peronospera, e al suo occhio esperto si svela l’insidia dell’oidio. E le sue sono terre buone, di mezza collina, ricche d’acqua.



    Già i contadini cominciano a capire che la mezzadria, anche senza la malannata, non è più conveniente per loro: se va bene, dà loro lo stretto salario delle giornate di lavoro; e se va male, nemmeno il salario: debiti, anzi, col proprietario che anticipa le spese o con le banche. Cominciano perciò a lasciare le mezzadrie cui finora sono stati tenacemente attaccati: che se la sbroglino i proprietari con le macchine agricole e coi concimi, perlomeno hanno la risorsa di poter vendere le loro terre, mentre hanno ancora un prezzo (la cosa strana è che le terre abbiano, come si suol dire, “il prezzo”: che si vendano ancora bene; e forse è dovuto al fatto che il contadino emigrato a lavorare nelle miniere del Belgio o della Germania dà mandato ai familiari di comprare qui terre, piccole proprietà cui ancorare il suo ritorno).



    In questa situazione, l’usura – solitamente attiva in questa zona – ha raggiunto una vergognosa intensità. I paesi ne sono bruciati: segretamente, come di un male che internamente corrode il corpo sociale in nessun modo manifestandosi. Insospettabili “galantuomini” si sono dati a esercitare l’usura. Affidano qualche milione a persone di fiducia, generalmente uomini “di rispetto” o comunque temibili, e ricevono nel giro di un anno il doppio. E’ un mestiere sicuro: basta sapere scegliere la persona cui affidare “il capitale”.



    Questi amministrando il capitale affidatogli non può contentarsi di un semplice diritto percentuale sulla mediazione: ma stabilisce un tasso di interesse più alto di quello che il “capitalista” pretende. Sicché si può dire che il medio tasso d’interesse sia del 10 per cento: al mese, si capisce; essendo il mese l’unità di misura temporale di tali prestiti. Basta un “capitale” di cinquanta milioni a bruciare un paese intero.



    Una inchiesta per avere dati sicuri sulla frequenza e l’incidenza della usura nella vita dei paesi siciliani, presenta enormi difficoltà e pericoli. Secondo l’autorevole giudizio del colonnello dei carabinieri Renato Candida, autore di uno degli studi accurati sulla mafia (Questa mafia, Salvatore Sciascia editore, Caltanissetta), l’usura è uno dei tanti rami di attività della mafia: e ciò può spiegare il silenzio che ristagna intorno al fenomeno, lo scorrere tranquillo e puntuale dei pagamenti, il rarissimo ricorrere delle vittime alla legge. A nostro ricordo, in un paese della zona che conosciamo benissimo, nel giro di trent’anni una sola denuncia per usura è stata avanzata: e colpiva un ex sottufficiale dei carabinieri, denunciante un comunista (dato, pensiamo, piuttosto significativo; che sia stato un comunista ad avere il coraggio di denunciare). L’imputato ebbe condanna con sospensione condizionale: ma perse il suo posto di capo dei vigili urbani. Il suo errore, a quanto pare, era stato quello di non servirsi di una mediazione: che, anche nel caso di una denuncia, gli sarebbe servita da schermo. Errore che gli usurai non commettono più: e hanno vita tranquilla, rispettata. Si capisce che della loro segreta attività si mormora: e basterebbe tendere l’orecchio per cogliere i loro nomi e, anche a non poter procedere contro di loro per la cronica mancanza di prove, basterebbe autorevolmente diffidarli. Ma siamo, evidentemente, affaccendati in ben altre faccende.



    Ma, più dei contadini, a ricorrere ai prestiti degli usurai sono gli zolfatari. Un contadino può accedere al credito agrario: per opportuno decreto del governo regionale, durante la presidenza Milazzo, in Sicilia, agevolato e dilazionato; o può, con l’avallo del proprietario o di un proprietario, contrarre presso una qualsiasi banca un prestito che, a confronto di quelli degli usurai, è addirittura una goduria (abbiamo parlato con un contadino che aveva avuto di recente un prestito da una banca: gli avevano dato 95 mila lire facendogli firmare una cambiale di 100 mila, scadenza a quattro mesi, gli interessi trattenuti in anticipo stabiliscono dunque un tasso superiore al 15 per cento nominale). Ma il credito agrario non va al di là delle 50 mila lire per ogni ettaro di terreno che il mezzadro coltiva; né è facile accedere ai normali prestiti, non sempre trovandosi i proprietari disposti all’avallo: dunque anche il contadino è a volte costretto a ricorrere all’usuraio, e ancora di più lo sarà quest’anno.



    Il rapporto tra usurai e zolfatari è più antico, costante: lo zolfataro, forse per la continua presenza della morte nel suo lavoro, è portato a scialacquare: e oggi, tentato dal superfluo (radiofonografo, televisore, frigorifero, dischi; oltre agli oggetti di vestiario o di moda) in maggior misura che nel passato. Questo per gli zolfatari che hanno lavoro continuo e salario regolarmente pagato: che non sono molti. Ma ci sono gli zolfatari che lavorano e ricevono solo acconti; e altri che per mesi non ricevono nemmeno acconti. Il prestito è per loro in funzione del necessario: altro che superfluo. E si trovano presi dentro una rete inestricabile.



    Non possiamo, come abbiamo già detto, fornire dei dati sicuri: ma possiamo affermare che il fenomeno esiste, e in proporzioni allarmanti. Dagli episodi che ci sono stati raccontati, dalle cifre che ci sono state fornite, abbiamo dedotto che l’usura dà, a poche persone (due per ogni mille abitanti, secondo i nostri calcoli), un reddito fisso pari alla somma inizialmente impiegata e, dopo il primo anno, definitivamente recuperata. Cioè: una persona che ha inizialmente affidato a un mediatore un milione di lire, quali che siano le usure che ne ricaverà, non metterà mai in circolazione una somma superiore al milione: e per varie ragioni. Se l’esercizio dell’usura aumenta non lo è per la mutata tecnica degli usurai, da una tecnica che potremmo chiamare del reddito fisso a quella, propriamente bancaria, che in qualche modo corrisponde alla figura matematica della martingala (nella nostra incompetenza parliamo di figure matematiche come di figure retoriche): l’usura cresce perché gli usurai aumentano di numero; il risultato di reddito dell’investimento allettando tutti coloro che, sprovvisti di elementare senso morale, dispongono di un piccolo risparmio che giace in una banca a fruttare un misero 3,50 per cento.



    In un paese ci è stata indicata persino una mendicante, quasi cieca, come implacabile. Ma in ogni paese ci sono stati indicati dei “galantuomini”, uomini d’ordine in politica e osservanti in religione, come sospetti, dietro lo schermo dei mediatori, di esercitare questa spaventosa attività. Diceva san Bernardino alle donne degli usurai: “Voi con quelle cioppe in capo, torcetele e ne uscirà sangue di creature”. Poiché il denaro dell’usura è sangue: e forse a spremere le cioppe dell’ultima moda, i delicati e fioriti cappellini di certe signore, ne uscirebbe un po’ sangue di questi zolfatari, di questi contadini, di questi poveri pensionati che hanno sempre il libretto “impegnato” nelle mani di un usuraio.



    Abbiamo tentato di dare qualche elemento del “benessere” di cui alcuni italiani, secondo uomini responsabili, godono. Daremo in un prossimo articolo un quadro della particolare situazione di Licata.
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  4. #154
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…148)

    13 luglio 2010

    di a cura di Valter Vecellio

    IL RACCOLTO ROSSO. AI MARGINI DELL’ “AFFARE TANDOY”

    Da “Mondo Nuovo” 26 giugno 1960, n.26



    Pubblichiamo oggi il secondo degli articoli che Leonardo Sciascia pubblicò negli anni Sessanta su “Mondo nuovo”,la rivista del PSIUP. In quest’articolo Sciascia scrive di un clamoroso caso, l’uccisione ad Agrigento del commissario di polizia Tandoy, e non solo. Mafia di ieri che può aiutare a capire quella di oggi. Anche quest’articolo lo dobbiamo a Fabrizio Tosti, che ringraziamo.



    Sam Spade, l’investigatore privato protagonista dei racconti di Dashiell Hammett, aveva, secondo l’espressionistico ritratto che ne dà il suo autore, “una mascella ossuta e pronunciata, il suo mento era una V appuntita sotto la mobile V della bocca. Le narici, disegnavano un’altra V, più piccola. Aveva occhi giallo-grigi, orizzontali. Il motivo della V era ripreso dalle spesse sopraciglia che si diramavano da due rughe gemelle al di sopra del naso aquilino e l’attaccatura dei capelli castano-chiari scendeva a V sulla fronte…”; e tutte queste V diaboliche del suo volto esprimono la diabolica acutezza, le diaboliche punte delle sue trovate e dei suoi inganni; che giungono alla V estrema in quel racconto che si intitola Raccolto rosso, dove Samuel Spade, seminando diffidenza, riesce a ottenere un soddisfacente raccolto rosso, il raccolto di sangue di una lotta fino all’ultimo uomo tra due gruppi di mafia.



    Ma la polizia ufficiale non può permettersi tutte queste V, non può muoversi con la spregiudicatezza e la libertà di Sam Spade. La polizia muove da indizi e informazioni; e gli indizi e le informazioni deve far diventare prove, tali da convincere giudici e giurati. Difficilissimo lavoro, se condotto in un ambiente in cui una testimonianza resa a un tribunale è considerata più disonorevole di una condanna penale, in cui la censura di un vicino di casa è più preoccupante della censura delle leggi, in cui il colpo a lupara arriva sempre prima della protezione della polizia. Però a volte capita che la polizia (la società) abbia il suo raccolto rosso fortuitamente, senza far ricorso ai metodi di Sam Spade.



    Forse quel che oggi accade in provincia di Agrigento è una specie di raccolto rosso. Si può dire anzi che il raccolto rosso è cominciato da un pezzo: lentamente, poiché nessun Sam Spade ne accelera il movimento con provocatori inganni, ma sicuramente. E se prima di una competizione elettorale (regionale o nazionale) non si giunge a un compromesso, a un incontro di pace, il raccolto sarà piuttosto abbondante. Perché la sola cosa che possiamo con relativa sicurezza affermare è questa: che ci troviamo di fronte a un conflitto di interessi particolari associati alla macchina elettorale.



    Ci sono, sulla mafia, dei romanzeschi pregiudizi costantemente alimentati da certa pubblicistica. Che la mafia sia un’associazione di rigorosa struttura e gerarchicamente articolata, unitaria negli interessi e negli intenti. Che abbia un preciso apparato giudiziario ed esecutivo per cui sentenze di morte vengono pronunciate, notificate agli interessati e poi eseguite. Che esistano, in concreta configurazione penale, mandanti politici in relazione a determinati delitti. Che i capimafia siano a portata di mano della polizia, e che soltanto una cronica carenza di prove impedisca di agire nei loro confronti. Romanzo, giornalistico folklore.



    Non si capisce, in primo luogo, perché il siciliano per natura (e per letteratura) negato a ogni forma di vita gregale, nell’amor proprio tiranno e vittima, anarchico della roba e del sesso, dovrebbe essere disciplinato cittadino della mafia, se si pensa che la mafia sia come uno Stato. Come Stato, non sarebbe nemmeno paragonabile alla repubblica di S. Domingo. Secondo: assoluta condizione di vita è, ovviamente, la mimetizzazione sociale: il mafioso in quanto tale (diciamo il grande della mafia) è un uomo invisibile. Dall’accurata mimetizzazione in cui vive, dalla invisibilità in cui si muove, il mafioso esce solamente nel caso in cui diventa oggetto di attenzione balistica da parte dei suoi nemici o dei suoi ex amici: come quel medico, insospettato e insospettabile, ricco rispettato influente, chela polizia raccolse come capomafia soltanto sul tavolo dell’autopsia. Terzo: non ci sono, nel senso contemplato dalle leggi penali mandanti 8 come non ci sono tribunali e relative sentenze della mafia). La mafia esegue ordini mai pronunciati, ma che nondimeno sono essenzialmente ordini. Così come i quattro cavalieri che nell’Assassinio della cattedrale di Eliot vanno a uccidere l’arcivescovo, sostanzialmente eseguendo un mandato che il re non ha formalmente dato.



    “Il re Enrico – dice uno dei cavalieri a delitto compiuto – dovrà dire di non aver mai voluto che questo accadesse: e chissà la polemica che verrà fuori… Per noi è finita, non c’è dubbio”. Mancherà sempre un anello di congiunzione tra il mandante e il sicario non soltanto davanti alla polizia e davanti al giudice. E si spiega così la mostruosa stupidità di certi delitti, come la strage di Portella della Ginestra: mancando mandati precisi si dà luogo agli eccessi di zelo. Non è soltanto l’omertà, insomma a proteggere il mandante: il mandante è naturalmente protetto dal fatto che non dà mandati. Egli si trova un po’ nella condizione del viaggiatore a cui non toccano ovviamente le preoccupazioni tecniche del viaggio: c’è il macchinista, ci sono i guardiani dei passaggi a livello e delle linee, i capistazione e i manovali; se un incidente accade, c’è tutta una gamma di responsabilità, ma mai si potrà giungere a coinvolgere il viaggiatore. A meno che non si attacchi al segnale di allarme (nel qual caso avrà una multa). Si può, se mai, verificare il caso che esca anche lui stritolato dall’incidente.



    E siamo al punto di partenza: al raccolto rosso. Da un punto di vista strettamente e grettamente tecnico, di tecnica della sicurezza pubblica, una situazione di quiete è più preoccupante di una esplosione di contrasti. Esistono tanti gruppi o “cosche” di mafia in cui si coagulano interessi che spesso portano, naturalmente o per compromesso, alla convergenza; ma a volte esplodono in sanguinosi contrasti. Per cui la convergenza implica una relativa tranquillità, segno di un regolare scorrere di profitti e di eque spartizioni, mentre i contrasti, che all’esterno si manifestano nella specie dei morti ammazzati, avvertono di uno sfogo di crisi in cui in definitiva la salute pubblica si avvantaggia. Dal punto di vista umano, si capisce, la cosa è diversa.



    Qualche anno fa Palermo ha avuto il suo raccolto rosso: le mafie dei mercati e dei giardini avevano fierissimi contrasti interni. Poi le acque si sono placate: ma evidentemente non per il fatto che le mafie palermitane sono state eliminate, hanno trovato un compromesso, un accordo. Ad Agrigento pare che questo accordo sia difficile da raggiungere. Forse perché il conflitto è legato a gruppi politici: e non può finire per compromesso, ma per prevalenza. Questo conflitto è cominciato dopo le elezioni amministrative del 1946 quando la Democrazia cristiana si rivelò, contro le vecchie formazioni politiche in cui si erano raggruppati i notabili contro le liste formate col vecchio criterio degli apporti individuali, il più forte partito politico regionale e nazionale. I partiti di ispirazione laica (Democrazia sociale, Democrazia del lavoro, Partito liberale) furono subito abbandonati: e le varie “cosche” si precipitarono al seguito dei notabili dentro la Democrazia cristiana, che come la misericordia divina aveva braccia così larghe da accogliere tutti e tutto.



    Un partito politico è né più né meno di una gabella fondiaria: o si vive insieme sulla gabella o ci si ammazza. Poiché i parlamenti hanno un numero limitato di membri (il nostro ne ha anzi, a parer nostro, un po’ più del necessario: e così quello regionale) e gli esiti elettorali sono incerti e incontrollabili, la lotta dentro il partito per le candidature, e poi dentro e fuori dal partito per le preferenze, è sempre violenta e senza esclusione di colpi. Colui che rifiuta di scendere su questo terreno e si affida al prestigio del proprio ingegno e della propria onestà è irrimediabilmente bruciato. Gaspare Ambrosini, oggi giudice costituzionale, indubbiamente il miglio candidato che la DC avesse nel collegio della Sicilia occidentale nelle elezioni del 1953, non riuscì eletto tra i dodici o tredici deputati che il suo partito ebbe nella circoscrizione. Ed era commovente durante la campagna elettorale, sentire il professor Ambrosini raccontare da un balcone, con voce arrochita ma tenace, il suo lavoro alla Commissione affari esteri: mentre tra la folla i galoppini democristiani distribuivano schede in cui era segnata la preferenza per candidati la cui parola il corpo elettorale non avrebbe avuto il piacere di ascoltare (né tale piacere avrebbe avuto l’assemblea legislativa di cui, per mandato del popolo, come si suol dire, dovevano far parte). Pur essendo nato a Favara, un paese che a giudizio del Candida è il più mafioso della provincia di Agrigento, l’onorevole Ambrosini faceva il suo giro elettorale nei paesi della provincia senza la scorta di “amici” che altri candidati invece ostentavano; e il pubblico che applaudiva i suoi comizi era alquanto composito e prevalentemente non democristiano. Alla vigilia delle elezioni, quando parve certo che il partito lo aveva decisamente abbandonato, in qualche paese della provincia si mossero a favore di Ambrosini persone assolutamente lontane dalla DC e che non avevano mai avuto con lui rapporti diretti: reazione morale apprezzabile ma, purtroppo, inutile.



    Il caso di Ambrosini riteniamo sia esemplare. Per lui il problema di rifiutare l’appoggio della mafia non esisteva: e per la semplice ragione che la mafia non avrebbe mai sentito il bisogno di offrirglielo. A che poteva servire un uomo come Ambrosini? Era un uomo che andava in Parlamento per fare delle leggi e non per dare a qualcuno il modo di violarle. Sarebbe stato incapace a far trasferire un questore o un maresciallo dei carabinieri; a far rilasciare un porto d’armi a un “amico”, a protestare per un “fermo”; a dar posti in banca a figli laureati degli “amici” e a far scaturire rivoli di provvidenze governative su esercenti di zolfare e appaltatori di opere pubbliche. Sarebbe stato persino incapace a sollecitare pensioni di guerra o sussidi prefettizi. Un professore, uno studioso, da fargli tanto di cappello, ma niente voto.



    Insomma: la forza della DC risiede nel sottogoverno (ai ricatti spirituali bisogna dar poco peso, e in Sicilia specialmente); e in Sicilia la naturale e parassitaria efflorescenza del sottogoverno non può essere, in forme più o meno delittuose, che la mafia.



    Il problema non è dunque di polizia (la polizia non può sperare, peraltro, di ottenere risultati che vadano al di là del raccolto rosso): è ancora – e sempre – un problema politico.
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT'ANNI FA.49)

    14 luglio 2010

    • a cura di Valter Vecellio

    SARO’ A BRONTE PER L’ESECUZIONE

    Da “Mondo Nuovo” 12 giugno 1960, n.24



    Pubblichiamo oggi il terzo degli articoli che Leonardo Sciascia pubblicò negli anni Sessanta su “Mondo nuovo”, nei giorni della liberazione dal dominio Borbonico ad opera di Garibaldi. Un massacro la cui responsabilità grava su Nino Bixio, che represse brutalmente la rivolta popolare. “Bronte, cronaca di un massacro” è il film che da quei fatti ricavarono Florestano Vancini e Fabio Carpi, che chiamarono Leonardo Sciascia a collaborare alla stesura della sceneggiatura. Sciascia inoltre scrisse una corposa nota al libro di Benedetto Radice, “Nino Bixio a Bronte”, pubblicato dall’omonimo editore, Salvatore Sciascia, di Caltanissetta.



    Nell’introduzione alla Storia della colonna infame, considerando la mostruosa ingiustizia che è nel processo e nella condanna degli “untori”, Manzoni dice che “il pensiero si trova con raccapriccio a esitare tra due bestemmie, che son due deliri: negar la Provvidenza, e accusarla… Ma quando, nel guardar più attentamente a que’ fatti, ci si scopre un’ingiustizia che poteva esser veduta da quelli stessi che la commettevano…”. Ora noi non abbiamo il problema della Provvidenza, e senza il dilemma di accusarla o di negarla ci chiniamo sui fatti di Bronte soltanto come su “un’ingiustizia che poteva esser veduta da quelli stessi che la commettevano”, pur considerando lo stato di necessità in cui Bixio venne a trovarsi, il suo carattere violento la sua particolare impazienza (ché temeva, attardandosi in quell’operazione di polizia, di perdere la festa del passaggio dello Stretto e della battaglia di Calabria) e la malafede dei suoi informatori.



    In questa euforia celebrativa, in questo spreco di eloquenza e di quattrini (le celebrazioni dell’Unità d’Italia stanno costando più di quanto sia costata l’Unità stessa), è giusto ricordare la prima pagina di nera ingiustizia scritta da questa Italia contro l’altra Italia. Ingiustizia non soltanto perché una rivolta di popolo, mossa da giuste e ancora vive cause, è stata sanguinosamente repressa, ma anche e soprattutto perché uomini sono stati giudicati e condannati per colpe che non avevano commesso e per idee e sentimenti da cui erano lontani e addirittura nemici.



    “Io sarò in Bronte per la fucilazione e poi ci vedremo a Randazzo”, scriveva Bixio al comandante Dezza: era l’8 di agosto del 1860. Il 6 era entrato in Bronte; l’8 parlava già di fucilazione, ancor prima che avesse inizio il processo; il 9, all’alba, raccomandava ai giudici celerità e severità e partiva per Regalbuto, a reprimervi la rivolta; nel primo pomeriggio dello stesso giorno tornava a Bronte “per la fucilazione”, che venne stabilita, con un proclama affisso alle cantonate, per l’indomani alle 8 al piano detto di San Vito. Un garibaldino, il pavese Cantoni, raccontò poi, e l’Abba ne riferisce in Da Quarto al Volturno, che nel momento della fucilazione vide gli occhi di Bixio pieni di lacrime: ma forse velate di lacrime erano gli occhi del giovane studente di Pavia, è difficile pensare Bixio commosso dopo aver letto questo suo biglietto in cui pare dia un appuntamento per dopo lo spettacolo. Ma limitiamoci al racconto dei fatti.



    I fatti dell’estate 1860, a Bronte e nei paesi etnei, trovano un precedente negli accadimenti del 1820 (anche allora di estate: e pare che l’estate sia una dimensione psicologico-climatica dei fatti rivoluzionari siciliani e spagnoli; ci sono pagine, sanguinose e atroci, delle due rivolte di Bronte che corrispondono anche nei dettagli a quelle della guerra civile spagnola in Hemingway e Malraux). Anche allora le popolazioni etnee si sollevarono in nome della libertà: e questa parola aveva un preciso significato di libertà dal bisogno, tasse da non pagare privilegi da distruggere e terre da dividere. Mentre i notabili trescavano tra il principe di Villafranca, che presiedeva la Giunta provvisoria a Palermo, dove l’indipendenza dell’Isola era stata proclamata, e il principe della Catena, che comandava l’esercito regio mossosi ad annientare i moti indipendentisti, il popolo di Bronte e di altri comuni vicini si schierava con entusiasmo nella lotta per l’indipendenza.



    Con lo sbarco di Florestano Pepe a Messina, le sorti per la lotta per l’indipendenza, già compromesse dai dissidi tra le città siciliane, dovevano del tutto rovesciarsi in favore del governo di Napoli: ma restava ai brontesi il vanto di aver respinto e volto in fuga vergognosa le truppe, circa 2 mila uomini, del principe della Catena; oltre all’esperienza di quel che effettivamente valesse, a far gli interessi del popolo e ad osservare costanza nelle idee e nei sentimenti, la loro classe dirigente. Molti popolani, inoltre, facevano esperienza in quelle giornate, di metodi e capacità di guerriglia e di comando: e tra di loro il muratore Rosario Aidala, che poi capitanò la rivolta del 1860 (e aveva preparato un piano di resistenza, nel 1860, che se si fosse venuti al fuoco, il colonnello Giuseppe Poulet prima, e Nino Bixio dopo, avrebbero avuto del filo da torcere).



    Le istanze di libertà muovevano nel comune di Bronte da condizioni in parte diverse da quelle di altri paesi, che pure si sollevarono, del circondario. Da più di tre secoli Bronte lottava per i suoi diritti: fin dal 1491, anno in cui Innocenzo VIII aveva fatto, a danno del comune, larghe donazioni; ancor più larghe, e più pesanti per i brontesi, rese da Ferdinando I nel 1799. Il territorio del comune si era assottigliato fino a sparire sotto le pretese, cavillose e crescenti dell’Ospedale Grande e Nuovo di Palermo prima, e dei duchi di Bronte (che erano, come è noto, gli eredi dell’ammiraglio Nelson: e sono) successivamente. Pesantissime erano le decime ecclesiastiche tramutatesi nel tempo in canoni.



    I “civili” erano in maggioranza liberali, ma erano divisi in due fazioni: la fazione “ducale” che sosteneva cioè i diritti dei duchi (e i propri) e la conservazione (e dunque minima era la differenza tra questa fazione e quella borbonica); e la fazione “comunista”, che rivendicava i diritti del comune e la divisione delle terre. E per l’affermazione di tali diritti, dal 1512 al 1778, cittadini facoltosi e autorevoli avevano rovinato se stessi e le proprie famiglie: avevano perduto cariche pubbliche, averi e personali libertà; e degno di ricordo è tra loro il giureconsulto Antonino Cairone che, per difendere i diritti del comune contro l’Ospedale Grande e Nuovo di Palermo, fu destituito dall’ufficio, incarcerato ed esiliato.

    Il popolo seguiva naturalmente, la fazione “comunista”.



    “Erano a capo dei comunisti – scrive Benedetto Radice, studioso brontese che sui fatti del 1820 e del 1860 ha lasciato importanti scritti – i fratelli Lombardo dott. Placido e avv. Nicolò, i fratelli Carmelo e Silvestro Minissale, il dott. Luigi Saitta. Avevano i fratelli Lombardo e Minissale sostenuto liti costosissime contro la Ducea, donde il loro odio per essa. Tenevano per la Ducea: Thovez, l’avv. Cesare, l’avv. Liuzzo, Rosario Leotta, Antonino Leanza, Bernardo Meli, quasi tutta la classe dei civili, e, fra la maestranza i Lupo e gli Isola; e, sebbene fra di loro non si fosse mai venuto ad aperta guerra, pure tramavansi e macchinavansi a vicenda fin dal ’48 atroci calunnie, onde i Lombardo patirono il carcere. Con il decreto intanto del 14 maggio era stato ordinato lo scioglimento e la ricostituzione dei Consigli civici e la formazione della Guardia Nazionale: con altro del 17 giugno venivano esclusi dai Consigli tutti i favoreggiatori diretti e indiretti della restaurazione borbonica. Colse la palla al balzo l’avv. Nicolò Lombardo, sostenitore e capo del partito dei comunisti, per recare nelle sue mani il potere e mettere ad effetto la tanto bramata divisione. La forza della rivoluzione e i decreti del Dittatore gli davano cagione a sperare di sgominare e sopraffare il vecchio partito, che egli s’ingegnò di mettere in mala vista al nuovo governo. I reggitori e i ducali, che odiavano forte il Lombardo per le novità ch’egli intendeva introdurre a favore della plebe, capirono che egli, Presidente del Municipio avrebbe disturbato il loro quieto vivere e sarebbe stato lo acerrimo nemico degli usurpatori; ond’essi, per contrapporsi ai suoi disegni, giovandosi delle influenze ducali, gagliardamente e con tutti i mezzi di cui soglionsi fare arma i partiti, lo combatterono, mettendolo in sospetto di borbonico presso il governatore Tedeschi”. (Benedetto Radice, Nino Bixio a Bronte, in Archivio storico per la Sicilia orientale, Anno VII, Fascicolo I, 1910).



    Poiché su questo, e su altri scritti del Radice, prevalentemente si basa la nostra rievocazione, è giusto tenere da conto il fatto che la famiglia Radice “fu in quei tumulti danneggiata negli averi” che ilpadre dello storico scampò miracolosamente al furore dei contadini (evidentemente teneva per il partito ducale) e che lui stesso ha della rivolta un terribile ricordo: “Ho tuttora innanzi agli occhi la scure di un contadino che stava per calare su me e sui miei fratelli minori (…) quando due artigiani dei quali non sono riuscito mai a rintracciare i nomi e le grida paurose di molte persone accorrenti verso il paese alla venuta dei soldati di Bixio ci salvarono”. Da secoli dunque la vita del paese era intorbidata dalla lotta, più o meno aperta, delle fazioni: e sempre la fazione conservatrice, servendosi della polizia e dell’amministrazione della giustizia, aveva prevalso sulla fazione innovatrice. Alle istanze di diritto, ai processi civili, si rispondeva coi processi criminali; per cui coloro che osavano alzare la testa contro l’usurpazione, ed erano, per sentimenti e cultura, i migliori cittadini di Bronte, subivano la tortura il carcere l’esilio. Grande era perciò l’odio tra le due fazioni. Ed è da notare come nella fazione detta “comunista” si realizzasse in termini moderni l’alleanza tra gli intellettuali e i contadini.



    Il 16 maggio 1860 giunse a Bronte notizia della vittoria di Calatafimi. I liberali scesero in piazza con la bandiera tricolore, tra l’entusiasmo del popolo. Parlò alla folla l’avvocato Cesare (della fazione ducale). Non sappiamo se in quella stessa giornata, o qualche giorno dopo, il notaro Ignazio Cannata (notaro della Ducea), alla vista della bandiera disse: “Perché non levate questa pezza lorda?”, parole che colpirono il sentimento popolare e accrebbero l’odio di cui il notaro, per il suo carattere prepotente e violento, godeva già.



    Il 27 maggio Garibaldi entrava in Palermo. Il 31 insorgeva Catania. Cresceva a Bronte il fermento, che il popolo, scrive il Radice “non vedeva solo nel Garibaldi il liberatore della tirannide borbonica, ma il liberatore della più dura tirannide, la miseria; ed impaziente aspettava che fosse tolta la tassa del macinato, fatta la divisione del demanio comunale, già ordinata dallo stesso borbone e novellamente dal Garibaldi col decreto del 2 giugno. Di ciò i reggitori non s’erano punto curati, per naturale indolenza e per non ledere l’interesse di parecchi civili, che si erano fatti usurpatori delle terre vulcaniche del Comune. (…) In Bronte specialmente lo spirito dei contadini era volto al patrimonio del Comune che sapevano larghissimo, onde essi inquieti e crucciati vedevano di mal occhio alcuni della classe civile, sfruttatori ed oppositori ai diritti della plebe, consacrati dalla rivoluzione. Era pure nella coscienza del popolo che la rivoluzione avrebbe sequestrato a beneficio della comunità i beni della Ducea Nelson…”.



    Chi ha letto I Viceré e Il gattopardo sa quanto il cruccio e l’inquietudine dei contadini di Bronte fossero, verso la “classe civile” che era passata o si preparava a passare a Garibaldi, legittimi e motivati. E con uguale cruccio e inquietudine noi abbiamo visto nel 1943 altri Comitati, i CLN, i Comitati dell’antifascismo, cadere in mano della “classe civile” che dal fascismo era tranquillamente passata all’antifascismo.



    E accadde così che le elezioni, tenutesi a Bronte nella seconda quindicina di giugno, diedero un risultato opposto alla speranza del popolo; la prevalenza della fazione ducale fu netta e totale.



    Al Governatore di Catania e al comandante della Guardia nazionale, i capi della sconfitta fazione “comunista” fecero presente lo stato delle cose in Bronte, e come i borbonici si fossero camuffati da liberali, e dall’inquietudine del popolo. Ma il governatore e il comandante, forse perché inetti o, più probabilmente perché, della stessa pasta dei nuovi magistrati comunali di Bronte, non se ne diedero per inteso.



    Già appena conosciuto l’esito delle elezioni, il popolo cominciò a manifestare in piazza il proprio malcontento. Il governatore di Catania fece affiggere un manifesto in cui raccomandava il rispetto della proprietà Nelson: il che a noi dice che il governatore era informato del fermento popolare che c’era a Bronte, e ai brontesi diceva irrisione dei loro diritti e delle loro speranze.



    L’avvocato Nicolò Lombardo era il capo della fazione “comunista” e comandava una delle quattro compagnie della Guardia nazionale, detta degli spataioli (le altre tre erano della fazione ducale). Gli incidenti tra gli spataioli e le guardie delle compagnie ducali erano continui, quotidiane le minacce tra le due fazioni. Ad un certo punto, alcuni civili della fazione ducale decisero (decisione che, ancor oggi, in Sicilia, si prende senza pensarci tanto su) di eliminare fisicamente il Lombardo: e se il Lombardo non fosse stato avvertito della trama, sarebbe stato ucciso da sicari dietro la chiesa dell’Annunziata, dove l’agguato era pronto.



    Intanto tumulti popolari scoppiavano a Nicosia, Regalbuto, Polizzi, Cesarò, Randazzo, Maletto, Cefalù, Petralia, Resuttano, Castelnuovo, Montemaggiore, Capace, Tusa, Castiglione, Collesano, Biancavilla, Racalmuto, Centuripe, Mirto, Caronia, Alcara li Fusi, Nissoria, Cerami, Mistretta: paesi, come si vede, di ogni parte della Sicilia, dove il popolo – contadini e zolfatari – subiva da secoli miseria e sopruso, ed ora nel vento della libertà si sollevava chiedendo giustizia e cominciano atrocemente a farsela da sé. A Polizzi dall’alto dei campanili furono precipitati i civili ritenuti borbonici: ad Alcara li Fusi giovani civili furono massacrati; ovunque si gridava “viva Garibaldi, a morte li cappedda” (il cappello, - di feltro, a falde – distingueva i civili, i galantuomini dai popolani che portavano la berretta). E a Bronte, mentre il popolo covava la rivolta, un contadino a tutti noto come pazzo, certo Nunzio Ciraldo Frajunco, la testa cinta da un fazzoletto tricolore, andava gridando per le strade, e soprattutto davanti al circolo dei civili: “Cappelli, guardatevi, l’ora del giudizio si avvicina; popolo non mancare all’appello”. Di ciò i galantuomini si ricordarono all’arrivo di Bixio: e il pazzo fu condannato a morte e fucilato.



    La mattina dell’ 8 luglio, Franco Thovez, cassiere nell’amministrazione Nelson e capitano della Guardia nazionale, in testa alla sua compagnia, con a lato il notaro Cannata (quello che aveva chiamato “pezza lorda” il tricolore) e il sopraintendente alle carceri Giovanni Spedalieri percorse il paese a suon di tamburo: si fermò a perquisire parecchie case e arrestò quattro popolani ritenuti facinorosi. Il Lombardo protestò presso il comandante distrettuale della Guardia nazionale, che era il marchese Casalotto (oh i gattopardi!). Il marchese rispose con molta diplomazia: biasimava in linea di principio ogni abuso dell’autorità di pubblica sicurezza; ma riteneva legittime, sempre in linea di principio, le “misure di previgenza”; comunque, concludeva, “non tralascio infine di osservare che Ella, siccome gli altri che stanno al potere, dovranno far modo che la cosa pubblica non venga menomamente molestata per odi privati, mentre nella negativa tutta la responsabilità verrebbe a pesare a carico di coloro che ne sarebbero gli autori”. Il Lombardo intese la velata minaccia. Si adoperò a frenare gli animi esasperati, consigliò di non raccogliere le provocazioni, e al muratore Rosario Aidala, che possiamo considerare come il comandante militare della rivolta, espressamente e recisamente raccomandò il rispetto alla vita e alla proprietà dei privati, e rigorosa custodia del palazzo municipale e della cassa (che conteneva centomila lire). Questa raccomandazione ci dice che il Lombardo prevedeva un tumulto popolare, o l’aveva addirittura preparato, ma nelle sue intenzioni, il movimento popolare doveva soltanto intimorire l’avversa fazione, costringerla a ritirarsi dalle cariche pubbliche; e si sarebbe avuta una situazione di fatto cui le autorità provinciali avrebbero dovuto piegarsi. Ma il controllo dei tumulti popolari riesce impossibile anche a coloro che li scatenano: e quell’onda di rivolta che avrebbe dovuto portarla su, in definitiva doveva tragicamente annientarlo.



    Dimostrazioni popolari continuarono disordinatamente fino al primo agosto senza rilevanti episodi di violenza. Ma nella notte tra il primo e il 2 agosto, il paese venne bloccato da picchetti di popolani: i galantuomini erano in trappola dentro il paese, ogni possibilità di fuga era preclusa; e lo seppero quei civili che la tentarono, dalle schioppettate. Verso mezzogiorno la piazza vicina al circolo dei civili era, scrive il Radice, “un ribollimento nero”. Il notaro Cannata uscì di casa armato di doppietta: e la sua temerarietà fu forse la goccia che fece traboccare il furore popolare. Già c’era stata, in mattinata, la prima vittima: la guardia municipale Chiurchiurella che, per eccesso di zelo, era andata a prendere i nomi dei popolani che facevano picchetto alle porte del paese. Il popolo si avventò contro le case dei ricchi, selvaggiamente si diede a saccheggiare a bruciare ad uccidere. Il Lombardo tentò di arringare la folla ma si trovava ormai di fronte a una cieca massa di odio, ad una incontenibile esplosione di antico rancore. Per di più i galantuomini avevano come estrema loro difesa, aperto le cantine: nel loro disprezzo per il popolo credevano bastasse ubriacarlo per abbatterlo; e il popolo si ubriacò, e del tutto smarrì il senso dell’umana pietà.



    La novella di Verga che s’intitola Libertà è la più alta e tragica testimonianza che di questi avvenimenti ci resta. Noi vogliamo soltanto dare qualche particolare notizia: che il notaro Cannata fu atrocemente ucciso; che uccidere un uomo, era diventato, soddisfatta metafora, “farsi una lepre” (far fuori una lepre); che i contadini andavano dai proprietari e li obbligavano a scrivere cessioni di proprietà; che un contadino obbligò un civile a dichiarare per iscritto “sono un cornuto”; che la proprietà Nelson fu rispettata; che il paese fu imbandierato e illuminato a festa; che qualche vita fu risparmiata per riconoscenza particolare o pietà.



    La mattina del giorno 4, sabato, giunsero gli aiuti che lo stesso avvocato Lombardo aveva chiesto alle autorità di Catania: ottanta militi della Guardia nazionale comandati dal questore Gaetano De Angelis, uomo che doveva subito dimostrarsi inetto e vile. Infatti, nonostante il Lombardi consigliasse la calma e biasimasse gli eccessi compiuti, il popolo non volle lasciare alle guardie il compito di “arrestare i nemici del popolo”: e il questore si adattò ai desideri del popolo, insieme rivoltosi e guardie andarono ad arrestare i civili che ancora si nascondevano nelle case; insieme li condussero in prigione, e insieme vigilarono – due guardie e due popolani – la prigione. Più tardi, il Lombardo consigliò al questore di portare con sé, a Catania, gli arrestati. Saputolo, il popolo chiese perché. Il questore rispose che a Catania sarebbero stati fucilati. Il popolo rispose che era più semplice fucilarli a Bronte. Questore e guardie abbassarono le armi e cedettero le vittime alla furia popolare, e si ritirarono tranquillamente nel loro quartiere.



    L’indomani giungeva a Bronte il colonnello Giuseppe Poulet con una pattuglia di soldati. Si fermò fuori del paese, presso il cimitero: ché la città era intorno difesa dalle squadre popolari, e altre squadre erano pronte ad attaccare il Poulet alle spalle; ma il colonnello non sapeva di quelli che gli stavano alle spalle, gli bastavano, a renderlo prudente, quelli che vedeva formicolare di fronte. E sarebbe andata per lui peggio che, quarant’anni prima, per il principe della Catena, se l’arciprete, il clero e il Lombardo stesso non avessero convinto il popolo, promettendo giustizia, a far entrare pacificamente i soldati. Uno solo dei rivoltosi, certo Calogero Ciraldo Gasparazzo, o perché avesse le idee chiare o perché presumeva i suoi delitti non potessero trovare perdono, gridò al Lombardo: “Don Nicola, noi abbiamo fatto la rivoluzione e noi vogliamo rimettere la pace: non abbiamo bisogno di soldati”. Ma il Lombardo, quasi in pianto pregò di non fare resistenza: e il Ciraldo Gasparazzo gridando “tradimento, tradimento” si allontanò. Alle 10 dello stesso giorno arrivava, in carrozza presa a nolo in Randazzo, Nino Bixio. I civili che gli andarono incontro furono bruscamente congedati con queste parole: “Andate, io non sono quel minchione del Poulet”. Non sappiamo perché ce l’avesse col Poulet, che non era peraltro un minchione: e aveva guidato la lotta di Catania contro le truppe borboniche, e in cilindro e guanti bianchi il popolo lo aveva visto balzare sulle barricate dei regi. Ma Bixio aveva delle opinioni particolari.



    In forza della sua opinione, ci sarebbe stata solo una cosa da fare: prendere i capi della rivolta (che, sempre a sua opinion, non potevano essere che borbonici) e fucilarli; e subito avrebbe potuto tornarsene, con la carrozza di nolo, a Randazzo; e da Randazzo via a Messina, dove il generale si apprestava a valicare lo Stretto. Invece bisognava far venire la Commissione, cioè i giudici; darle il tempo necessario per istruire sommariamente e celebrare il processo; eseguire la condanna. Una grossa seccatura, ne conveniamo anche noi; poiché la Commissione avrebbe giudicato gli imputati rei, e condannati alla fucilazione, tanto valeva far prima.



    La Commissione giunse la mattina del 7, reduce da Nissoria. Era presieduta dal Maggiore Francesco De Felice, avvocato fiscale Michelangelo Guarnaccia. Non era di gradimento a Bixio: già il giorno dopo, chiedendo al governatore altre tre Commissioni (il lavoro non mancava davvero), diceva che “quella in Bronte ha sonno”. In verità, la Commissione aveva perduto un a giornata ad istituire il processo. L’indomani, il 9, si celebrò il processo: quattro ore in tutto. Alle dodici furono notificate le accuse agli imputati, concessa loro un’ora per presentare le discolpe. Ma furono presentate con ritardo, alle 14: la Commissione le rigettò. Le testimonianze a discarico che la Commissione dichiarò irrecettibili bastavano a far assolvere il Lombardo da ogni imputazione, compresa quella di detenzione di armi (“ché il giudicabile non può dirsi detentore di armi vietate, del perché egli fu arrestato la mattina stessa dell’emanazione del decreto del disarmo”: sacerdote Luigi Zappia e sacerdote Luigi Radice). Ma nella sentenza è detto: ”Intesi nelle forme di rito tanto i testimoni a carico che discarico”. Alle ore 20, “In nome di Vittorio Emanuele Secondo Re d’Italia, la Commissione mista eccezionale di guerra” condannava Nicolò Lombardo, nunzio Samperi Spiridione, Nunzio Ciraldo Frajunco (il pazzo), Nunzio Longhitano Longi e Nunzio Spitaleri Nunno “alla pena di morte da eseguirsi colla fucilazione e col secondo grado di pubblico esempio nel giorno d’oggi alle 22 d’Italia”. Ma l’esecuzione fu rimandata all’indomani.



    “Una folla immensa di popolo nei cui occhi leggevasi lo spavento e la compassione, seguiva in ferale silenzio il corteo. L’arciprete Politi e il sac. Radice, li andavano confortando. Il Lombardo aitante nella persona, con lo sguardo mesto, con un cappello a cencio, procedeva a passi lenti fumando un sigaro, lisciando la sua folta e nera barba, che gli scendeva sul petto (…) Giunti alla chiesa del Rosario si sentirono grida e pianti. Era una nipote del Lombardo. Alzò egli gli occhi al balcone, li riabbassò, dando un profondo respiro, voltosi agli astanti disse: “Sono innocente come Cristo!”. Un fremito e un lungo mormorio accolse le parole del condannato, che austero, muto, continuò il suo cammino”.



    A spiegare questa enorme ingiustizia abbiamo un prezioso documento: una delibera del Consiglio Civico di Bronte del 23 novembre 1860. Da esso risulta chiaro che il Lombardo e i suoi compagni erano stati denunciati proprio da coloro che ora sedevano tranquilli nel Consiglio Civico. E poiché il governatore di Catania, alla richiesta di processare altri sediziosi che ancora si trovavano in carcere, aveva fatto notare che “ i fatti di Bronte non furono per effetto di una reazione, ma l’effetto di essersi negata al popolo la divisione delle terre di demanio comunale e rientrando nell’interesse privato meritano i detenuti grazia e amnistia”, il Consiglio Civico protestava in questi termini: “considerando che il Generale Bixio, quell’uomo vero italiano, ha nel suo manifesto del 12 agosto ultimo, parlando con diversi comuni, testificato che i misfatti ed eccidi in Bronte sono l’effetto di una reazione, come pure viene giustificato da innumerevoli atti processuali raccolti da diversi incaricati dal governo e quindi chiaro si vede che il Governatore è caduto in scandaloso errore indegno dell’onesto sentire italiano”.



    Con tutto il rispetto per Bixio: nasceva così il vero italiano e l’onesto sentire italiano di cui abbiamo fatto in tempo a vedere nel fascismo gli effetti, e forse ancora saremo chiamati a sentirne il peso.
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  6. #156
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    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…150)

    15 luglio 2010

    • a cura di Valter Vecellio

    QUASIMODO PREMIO NOBEL

    Da “Galleria” novembre-dicembre 1959



    Tra le tante fotografie che accompagnano, su quotidiani e rotocalchi, le cronache delle cerimonie del Nobel, ce n’è una che mi pare sia riuscita a cogliere l’immagine più vera, e più vicina alla sua poesia, di Salvatore Quasimodo. Il poeta è seduto accanto alla principessa Margaretha (che è bellissima ragazza e, insieme all’altra Margherita, quella d’Inghilterra, nel sentimento dei popoli forse rappresenta l’ultimo legame con la regalità: come una frase musicale di Lehar, crepuscolare ed estrema, nel destino ormai grigio delle reali famiglie): forse sta parlando qualcuno, i soliti discorsi e brindisi dei pranzi ufficiali, poiché tutti pare guardino nella stessa direzione. Ma Quasimodo guarda senza vedere, assorto com’è in uno di quei momenti di malinconia e di apprensione che noi siciliani ben conosciamo. Sono momenti che ci colgono all’improvviso, come scattassero da un agguato, quando meno l’occasione li motiva e giustifica: al vertice di una soddisfazione di una gioia di un piacere: quando tutto intorno a noi è lieto e splendido; quando giungiamo al successo o ad un assenso di amore. Una trafittura improvvisa e sottile: e pure apre una profonda malinconia e profonda noia. Il siciliano appoggia allora la testa sulla mano, sperde il suo sguardo nel vuoto dell’apprensione, della solitudine. Il gesto di passarsi la mano sulla faccia, di appoggiare la testa sulla mano, tipico del siciliano, ha in senso direi pirandelliano: come di un accertamento della propria identità, per proiettarla e scomporla, in una prospettiva di solitudine, nella metafisica noia.



    Sul pubblico di tutto il mondo i giornali hanno lanciato come spula immagini spavalde ed argute e soddisfatte di Quasimodo: l’altra faccia del siciliano che è, del siciliano che vive dentro “l’occhio del mondo” e per “l’occhio del mondo”, nel dispetto degli altri e per dispetto agli altri; ma nel momento in cui “l’occhio del mondo” si distrae, ecco la faccia della noia e della solitudine, dell’antica malinconia e “pena di vivere così” (e questo avverbio – “così” – non è in relazione a un particolar modo o condizione di vivere: ma è il modo assoluto e la condizione unica della vita stessa.



    Da siciliano, capisco benissimo l’atteggiamento “a dispetto” che Quasimodo ha voluto assumere: così come capisco la sua apprensione (uso la parola apprensione nel significato che Brancati, in una finissima pagina di “Paolo il caldo”, le ha conferito). Dopo l’amore, l’amicizia è la sola nostra consolazione, ma è l’inimicizia che ci aiuta a vivere. Se intorno non sentissimo l’ostilità e l’invidia, se il nostro lavoro fosse soltanto lavoro e non difesa e dispetto (esistenziale dispetto come esistenziale è l’invidia che ci circonda), forse non commetteremmo quella che il principe di Lampedusa chiama la colpa del fare. L’invidia, che il Menendez y Pidal analizza come sentimento costitutivo dell’anima spagnola, e che indubbiamente è remora al progresso sociale e alla realizzazione degli istituti civili, e perciò (in Spagna come nel Meridione d’Italia), elemento attivo, di provocazione e di stimolo, relativamente agli individui: causa insomma del sorgere di personalità che, pur scontrose e drammaticamente isolate, rendono ad una costante polemica. In questo senso, il silenzio di Verga è polemico quanto le parole di Quasimodo.



    Ma in realtà Quasimodo si trova oggi a dover fare i conti con una meno antica e più ignobile individua. “Quasimodo avrebbe dovuto” – scrive Mario Schettini su “Corrispondenza socialista” – “come il nostro costume prescriveva con inderogabile legge, rintanarsi nella sua solitudine e rassegnarsi ai postumi riconoscimenti: com’era capitato a Tozzi, a Verga, a Svevo…Una persona che crede fermamente alla sua polemica e al suo lavoro, finisce per essere amabilmente detestata…”. E ad un lettore di “Epoca” che,m candidamente e maliziosamente, chiede spiegazione sull’atteggiamento di ceti poeti e letterati italiani nei riguardi del premio Nobel assegnato a Quasimodo, Raffaele Carrieri risponde: “Si spiega con l’invidia. Il 95 per cento (ma sono ottimista) dei poeti italiani voleva il premio”. Affermazione che bisognerebbe correggere in questo senso: “voleva il premio o semplicemente desiderava non fosse premiato Quasimodo”. Il lettore sarebbe in diritto di chiedere: se è stata premiata Pearl S.Buck e non è stato finora premiato André Malraux, perché scandalizzarsi di un premio a Quasimodo, anche ad ammettere come valide le ragioni dei suoi detrattori? Facciamo conto che il Nobel sia un grosso, internazionale, Viareggio: e non se ne parli più”.



    Il fatto è che il Nobel, dato ormai per fuori giuoco Malraux, quest’anno è stato assegnato bene. Qualche altro poeta ne sarebbe stato degno (Mac Leish, Auden, Guillén, Montale, Cernuda): ma alla pari con Quasimodo. Che tra Quasimodo e Mac Leish, che tra Quasimodo e Guillén e Cernuda e Auden, l’Accademia abbia scelto Quasimodo, è un fatto di cui ci rallegriamo in quanto italiani. Che tra Quasimodo e Montale, abbia scelto Quasimodo, è un fatto di cui ci rendiamo conto, che giustifichiamo, in quanto lettori di poesia: semplici lettori sciolti da motivazioni storiche e critiche, quali immaginiamo siano nei riguardi della nostra letteratura gli accademici svedesi (Personalmente ritengo che Montale offra un importante risultato di “poetica”; ma Quasimodo un notevole risultato di poesia).



    In conclusione: la nostra civiltà letteraria è al livello di quella congregazione para-religiosa di un paese siciliano in cui, dovendo eleggersi il priore, allo scrutinio dei voti risultò che ciascun congregato aveva avuto un voto (che era il proprio); e, dopo tre o quattro votazioni, risultò priore uno che aveva larga parentela tra i congregati.
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  7. #157
    L'estremista moderato
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT'ANNI FA.51)

    16 luglio 2010

    • a cura di Valter Vecellio
    IL PONTE SULLA DRINA

    L'articolo che segue, che dobbiamo alla paziente e infaticabile ricerca del nostro amico Fabrizio Tosti, ¨¨ stato pubblicato su ¡°Mondo Nuovo¡±. La rivista del Psiup, nel n.11 del 12 marzo 1961.

    ¡°Tra una collina e l¡¯altra serpeggia la Drina. Non la pioggia e la neve gonfiano le sue acque: ma le lacrime delle ragazze della Bosnia¡±: un fiume violento e tortuoso (il ¡°voler raddrizzare il corso della Drina¡± ¨¨ proverbio equivalente al ¡°voler raddrizzare le gambe ai cani¡±), che scorre tra colline rocciose, infido per rapide cascate e gorghi; e tra Viscegrad (Bosnia) e Bajina Bashta (Serbia), tra due alte pareti di montagna che si levano a filo del suo corso, oscuro e vertiginoso, mai toccato da un raggio di sole. Quasi al mezzo di questo oscuro ca¨¾on, per pochi metri il turbine delle acque si addolcisce, permettendo il traghetto da una riva all¡¯altra: ma non senza pericolo, se i battellieri della Drina chiedono al viaggiatore la formale accettazione del proprio rischio e pericolo.

    E¡¯ un fiume che faceva frontiera tra l¡¯impero austriaco e la Serbia, e prima dell¡¯occupazione austriaca della Bosnia fino all¡¯indipendenza della Serbia dalla dominazione turca, per pochi anni, era stato confine tra l¡¯impero turco e quello austriaco; e prima ancora, dentro l¡¯impero turco, confine in cui s¡¯incontravano l¡¯oriente e l¡¯occidente, in cui l¡¯Europa cristiana spegneva le sue estreme ondate cos¨¬ come l¡¯oriente musulmano: ed esauste le due civilt¨¤ si compenetravano, davano luogo ad una forma di vita caratterizzata dalla tolleranza o, a dir meglio, dall¡¯indifferenza che ¨¨ propria ai luoghi in cui si stabiliscono centri di scambio, di mercato, tra gente di diversa fede. (La civilt¨¤ di quello che potremmo chiamare il mercato confinario produce espressioni illuministiche avanti lettera: come, per esempio, la novella del Melchisedech Giudeo di Boccaccio, ripresa dal Novellino, e al Novellino forse proveniente da un detto di Federico II riferito da Pier delle Vigne).

    Su questo fiume, all¡¯altezza della citt¨¤ di Viscegrad, nel XVI secolo Mehemed Pasci¨¤ Sokolovic ordin¨° fosse costruito un ponte. Di come in Mehemed Pasci¨¤ fosse nata l¡¯idea di un ponte sulla Drina, e di quanta storia e quali vicende umane il ponte abbia visto scorrere sulle sue pietre, cos¨¬ come la Drina sotto le sue arcate, lo scrittore Ivo Andric ci d¨¤ uno stupendo racconto ora pubblicato in traduzione italiana (Il ponte sulla Drina, traduzione di Bruno Meriggi; Milano, Mondadori, 1960).

    ¡°Quel giorno di novembre giunse alla riva sinistra del fiume una lunga teoria di cavalli carichi, e si ferm¨° per trascorrervi la notte. L¡¯aga dei giannizzeri, con la sua scorta armata, se ne tornava a Istanbul dopo aver raccolto tra i villaggi della Bosnia orientale un certo numero di bambini cristiani come tributo di sangue¡* I ragazzi selezionati erano stati fatti proseguire sui piccoli cavalli bosniaci, in lunga fila. Su ogni cavallo c¡¯erano due canestri intrecciati, del tipo di quelli che si adoperano per la frutta, uno a ogni fianco, e in ogni canestro era stato posto un ragazzo¡* In una di quelle ceste, se ne stava silenzioso, guardandosi intorno con gli occhi asciutti, un ragazzo di dieci anni dal volto scuro, proveniente da Sokolici alta¡* Nella sua mente si impressero la riva rocciosa, coperta di salici radi, spogli e desolatamente grigi, il deforme traghettatore e il cadente mulino ad acqua, pieno di ragnatele e di correnti d¡¯aria, in cui dovettero pernottare prima che tutti attraversassero la torbida Dina, sulla quale gracchiavano le cornacchie. Come un malessere fisico in qualche parte del suo corpo ¨C una nera striscia che per un secondo o due, di tanto in tanto gli fendesse il petto in due provocando un forte dolore ¨C il ragazzo assorb¨¬ il ricordo di quel luogo in cui la strada di spezzava¡* Col tempo egli divenne un giovane e valoroso dignitario della corte del sultano, poi kapudan pasci¨¤, quindi genero dell¡¯imperatore, condottiero e statista di fama mondiale¡* Quest¡¯uomo nuovo, sorto in terra straniera, dove neppure col pensiero possiamo accompagnarlo dov¨¦ dimenticare tutto quel che aveva lasciato nel paese dal quale un tempo lo avevano portato via. Indubbiamente dimentic¨° anche il passaggio della Drina sotto Viscegrad; la deserta sponda sulla quale i viaggiatori tremavano per il freddo e per l¡¯incertezza, il lento battello tarlato, il mostruoso traghettatore e le cornacchie fameliche sopra la torbida acqua. Ma il senso di fastidio derivante da questo insieme di cose non gli scomparve mai del tutto. Al contrario, con l¡¯andare degli anni e con l¡¯avvicinarsi della vecchiaia, venne manifestandosi sempre pi¨´ frequente: sempre la stessa striscia nera che passava attraverso il petto e lo trafiggeva con quel particolare dolore, ben noto fin dal tempo dell¡¯infanzia e nettamente diverso da tutte le pene e i dolori aggiunti poi dalla vita. Con gli occhi serrati, il visir aspettava che la nera lama passasse, e si placasse il dolore. In uno di questi momenti gli venne di pensare che avrebbe potuto liberarsi da quel fastidio se avesse cancellato il traghetto sulla lontana Drina, sul quale si ammucchiavano e si depositavano ininterrottamente miserie e disgrazie di ogni specie, gettando un ponte tra le sponde scoscese e sulla cattiva acqua che scorreva in mezzo a esse, congiungendo i due capi della strada l¨¤ interrotta, e legando in tal modo per sempre e saldamente la Bosnia con l¡¯Oriente, il luogo della sua origine coi luoghi della sua vita¡±.

    Cos¨¬ sorge il ponte sulla Drina: dolore che si fa poesia, particolare condizione psicologica che si traduce in volont¨¤ politica, in aspirazione universale, in storia. E a Viscegrad, per secoli, si dir¨¤ che il ponte ¨¨ un¡¯opera pia, un¡¯opera di religione, di fraternit¨¤. ¡°Il mio defunto padre ¨C racconta l¡¯imano Alihodza, che nel 1914 sar¨¤ atterrito testimone della distruzione del ponte ¨C sent¨¬ una volta da Sceh-Dedija e, raccont¨° poi a me quand¡¯ero bambino, da che cosa deriva il ponte e come venne eretto il primo ponte del mondo. Quando Allah il potente ebbe creato questo mondo, la terra era piana e liscia come una bellissima padella di smalto. Ci¨° dispiaceva al demonio, che invidiava all¡¯uomo quel dono di Dio. E mentre essa era ancora quale era uscita dalle mani divine, umida e molle come una scodella non cotta, egli si avvicin¨° di soppiatto e con le unghie graffi¨° il volto della terra di Dio quanto pi¨´ profondamente pot¨¦. Cos¨¬, come narra la storia, nacquero profondi fiumi e abissi che separano una regione dall¡¯altra, e dividono gli abitanti di una dalle altre, e disturbano coloro che viaggiano per la terra che Dio ha dato loro come giardino per il loro cibo e il loro sostentamento. Si dispiacque Allah quando vide cosa aveva fatto quel maledetto; ma poich¨¦ non poteva tornare all¡¯opera che il demonio con le sue mani aveva contaminato, invi¨° i suoi angeli affinch¨¦ aiutassero e confortassero gli uomini. Quando gli angeli si accorsero che gli sventurati uomini non potevano superare i burroni e gli abissi per svolgere le loro attivit¨¤, e si tormentavano, si guardavano e si chiamavano invano vicendevolmente da una sponda all¡¯altra, al di sopra di quei punti spiegarono le loro ali e la gente cominci¨° a passare su di esse. Per questo, dopo la fontana, la pi¨´ grande buona azione ¨¨ costruire un ponte, cos¨¬ come il peggiore peccato consiste nel metterci addosso le mani, dato che ogni ponte, dalla trave gettata su un torrente montano fino a questa costruzione di Mehemed Pasci¨¤, ha il suo angelo che lo guarda e lo sostiene, finch¨¦ gli ¨¨ destinato da Dio di sussistere¡±.

    Chi mette le mani addosso al ponte sulla Drina sono gli austriaci. La loro efficienza non risparmia il ponte: e ne verificano le strutture, lo rinforzano, lo illuminano con lampade elettriche, gli fanno passar dentro le condutture dell¡¯acqua; e poi fanno un buco in uno dei pilastri centrali, mettono dentro una carica di esplosivo, la collegano elettricamente a un comando sulla riva: tutto pronto, insomma per farlo saltare in aria alle prime avvisaglie di guerra. Il che, qualche anno dopo, puntualmente si verifica: a dar ragione all¡¯imano Alihodza, che ha sempre proclamato la sua dolce malinconia dolente fissazione che ¡°i ponti non si toccano¡±.

    Dalla met¨¤ del secolo XVI (i lavori di costruzione del ponte terminarono nell¡¯anno 979 dell¡¯Egira, 1571 secondo il calendario cristiano) al 1914, ecco la vita di una citt¨¤ di frontiera della Bosnia, e dal ponte che la lega all¡¯oriente musulmano, raccontata con vivo senso della storia e con impareggiabile saggezza. Se dovessimo in una parola dire qual ¨¨ la qualit¨¤ peculiare di questo libro di Andric, la sua essenza pi¨´ vera. Il suo fascino pi¨´ profondo, diremmo semplicemente: la saggezza. E¡¯ il libro di un uomo saggio che, nella misura in cui ha coscienza del passato, vive e sente il presente e ha fede nell¡¯avvenire. E se una vena di nostalgia, di rimpianto, accompagna l¡¯evocazione del passato, bisogna metterla in conto della fede nell¡¯avvenire, e non della reazione al presente. Andric crede nella ragione degli uomini: e se racconta la storia di un luogo e di un tempo in cui la vita fu inconsciamente ragionevole, in grazia di quel ponte gettato tra le due sponde della Drina, tra l¡¯oriente e l¡¯occidente, ¨¨ perch¨¦ crede che il mondo intero pu¨° diventare, coscientemente, il luogo della ragione. In quanto rappresentazione di un ciclo storico articolato intorno al motivo della tolleranza e della comunione umana, questa ¨¨ una delle opere narrative pi¨´ profondamente socialiste che ci siano venute da paesi socialisti; forse appunto perch¨¦ l¡¯autore ha fatto a meno di quegli schemi, di quei paradigmi, di quelle regole che altri scrittori, di altri paesi, si fanno imporre o si impongono o semplicemente credono di dovere imporsi.

    Scritto durante l¡¯occupazione tedesca della Jugoslavia e pubblicato dopo la liberazione, Il ponte sulla Drina, la storia del ponte sul fiume Drina, ¨¨ essa stessa un ponte gettato, al di sopra dell¡¯oscura violenza del fascismo, tra gli uomini: un libro di cui si pu¨° dire, come l¡¯imano dice del ponte, che ¨¨ una ¡°grande buona azione¡±. E come lo scrittore dice del ponte, che i viscegradesi a un certo punto della sua costruzione si accorsero che sorgeva ¡°secondo un disegno unitario e un calcolo preciso¡±, cos¨¬ noi possiamo dire del libro: una opera solida e armoniosa, coerente e serena, in cui l¡¯idea che l¡¯informa sta alla bellezza cos¨¬ come il calcolo allo slancio e all¡¯armonia dell¡¯opera architettonica, tanto pi¨´ nuova e originale quanto pi¨´ esattamente sorretta dal calcolo.

    Della Bosnia di cui avevamo appena nozione, della citt¨¤ di Viscegrad di cui non sapevamo nemmeno il nome, della Drina che era soltanto esile traccia azzurra su un foglio d¡¯atlante, noi abbiamo oggi quella compiuta notizia che solo la poesia sa comunicare. Per una di quelle circostanze casuali, eppure con una loro intrinseca misurata ragione, ci ¨¨ avvenuto di leggere Il ponte sulla Drina contemporaneamente a una lenta felice rilettura della Storia dei Musulmani in Sicilia di Michele Amari: e ci ¨¨ parso che il libro di Andric assumesse un particolare valore e significato; come un ponte gettato tra la citt¨¤ di Viscegrad e questa citt¨¤ siciliana in cui scriviamo.
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  8. #158
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    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…152)

    20 luglio 2010

    di a cura di Valter Vecellio
    LA SCOMMESSA DI SIMENON



    L'articolo che segue, “La scommessa di Simenon”, anche questo recuperato da Fabrizio Tosti, è stato pubblicato su “Mondo Nuovo”, la rivista del Psiup, nel n.14 del 2 aprile 1961.



    Venticinque anni addietro, Alberto Savinio presentava, su un quotidiano milanese, lo scrittore francese (belga di nascita) Georges Simenon: “Mancava finora alla Francia un romanzo poliziesco nazionale. Questa lacuna è felicemente colmata, ormai, per merito del nominato Georges Simenon. Questi non somiglia al modello del compilatore di simili romanzi. Il suo stile non è quello asmatico, stenografico e deplorevolmente asintattico che distingue questa forma di narrazione. Redattore di romanzi mensili e popolari, Georges Simenon, sotto sotto, è un Dostojevski mancato; e dietro il meccanismo poliziesco dei suoi libri, par sentire la voce più intima dell’autore, che con insistenza dolce e commovente avverte: majora canamus”.



    Forse questa nota, allora, fu considerata in Italia come una delle tipiche estravaganze di Savinio; e le notazioni dedicate a Simenon da Arrigo Cajumi, nei Pensieri di un libertino, non furono tenute più in conto dell’articolo di Savinio: godendo anche il Cajumi di una fama d’estravaganza, di critico con preferenze ed esclusioni da bastian contrario. Intorno al 1940, quando la critica italiana era molto più attenta di oggi alla produzione straniera, Simenon continuò infatti ad essere ignorato; e fino ad oggi, anche se i nostri letterati a denti stretti ammettono che sì, è uno scrittore, un ottimo scrittore, gli articoli su Simenon pubblicati dai nostri giornali e dalle nostre riviste si possono contare sulle dita di una mano.



    Zola, che ambiva a diventare accademico di Francia, con malinconica testardaggine diceva: “Io scrivo libri, un libro dopo l’altro, e li getto dalla finestra: farò una barricata, si accorgeranno ad un certo punto di non poter passare”. Simenon forse non ambisce a diventare accademico: ma ogni mese getta un libro dalla finestra.



    Una barricata. E i pappagalli appollaiati sull’Ulisse, i ripetitori e gli inventori di tecniche, di formule e di “punti di vista”, finiranno con l’accorgersene. Sarebbe il caso di dire, alla Hemingway: “ragazzi, non prendete sottogamba il vecchio”, il vecchio Simenon che in un mese scrive un libro e ve lo getta tra i piedi. Romanzi come “Il borgomastro di Furnes”, per citarne uno tra gli ultimi pubblicati in traduzione italiana dall’editore Mondadori, valgono molto di più di quelli della cosiddetta scuola dello sguardo (lasciando da parte, per carità di patria, tanta altra roba di casa nostra); e forse anche qualcuna delle avventure del commissario Maigret ha più diritto di sopravvivenza di quanto ne abbiano certi romanzi che, a non averli letti si rischia di sfigurare in un caffè o in un salotto letterario.



    Georges Simenon esordì, col nome di Georges Sim, in un modo singolare: si fece chiudere in una gabbia di vetro collocata nell’atrio del “Petit Parisien” con l’intenzione di scrivere entro un mese, coram populo, un romanzo. Sembra che nei primi giorni, intorno alla gabbia, ci sia stato un certo movimento di pubblico; poi, così come accade ai fachiri, la curiosità finì: e Simenon andò a finire il suo romanzo su un battello fluviale preso a nolo. I romanzi che scriveva allora, e che pubblicava sotto il nome di Georges Sim, stanno al livello di uno Zane Grey, e di un Rafael Sabatini: e chi ne avesse voglia, può leggere “L’occhio dell’Utah”.



    Qualche anno dopo, un Georges Simenon che somigliava ancora a Georges Sim, scopriva un personaggio destinato ad una vasta popolarità: l’ispettore Maigret della polizia giudiziaria francese; un investigatore molto diverso dallo Sherlock Holmes di Conan Doyle e dal Poirot di Agatha Christie, diretti discendenti del cavaliere Carlo Augusto Dupin, protagonista dei famosi racconti del mistero di Edgar Poe e prototipo degli investigatori ufficiali o dilettanti che una letteratura specializzata, di largo commercio, ha prodotto in quest’ultimo secolo.



    Le prime inchieste di Maigret, i primi romanzi di Simenon che hanno Maigret a protagonista, sono piuttosto inverosimili e farraginose. In Sicilia si dice in proverbio che non si può al tempo stesso “piangere il morto e tenere la candela”: e Simenon era più occupato a reggere la candela dell’intrigo, del mistero poliziesco che non ad approfondire la realtà del suo personaggio e degli ambienti in cui muoveva le sue inchieste. Lentamente, ha lasciato cadere i fili dell’intrigo, ha cominciato a non preoccuparsi di creare una raggiera di personaggi sospettati o sospettabili, ad evitare quelle cortine fumogene che di solito, in un romanzo poliziesco, servono a celare il mistero fino all’ultima esatta stoccata dell’investigatore. Ha dato più linearità all’azione, ha ridotto il numero dei personaggi, ha rinunciato al virtuosismo che, a scapito della verosimiglianza, è proprio a un siffatto prodotto (o sottoprodotto) letterario.



    Si può dire che l’esperienza di Maigret sia andata di pari passo con quella del suo autore: Maigret fa carriera, invecchia, si fa sempre più saggio ed esperto; e così Simenon: che, grazie ad André Gide, che lo ha letto per raccomandazione di Malraux, è passato ai ruoli organici della letteratura. Da un romanzo all’altro, da un grado all’altro della sua carriera, il personaggio Maigret diventa sempre più umano, più reale. Ad un certo punto, anzi, partecipa di una doppia esistenza: quella di personaggio fantastico e quella di personaggio reale, come certi personaggi di Unamuno e di Pirandello, e polemizza col suo autore, ed afferma i propri diritti, la propria realtà. Un giuoco, si capisce; non più del giuoco di specchi che dopo Pirandello, è piuttosto facile: ma non si può negare che, sotto il giuoco che Simenon abilmente conduce nelle Memorie di Maigret, ci sia un piccolo dato di verità: che, cioè, la vita del personaggio ha ormai acquistata una specie di autonomia nei riguardi del suo autore. Il fatto che un attore come Jean Gabin non ci sembri convincente nei panni di Maigret è dovuto a questo: che Maigret ormai va per il mondo come lo vediamo noi: come ciascuno di noi lo vede.



    Il metodo di indagine del commissario Maigret non procede per indizi materiali, per deduzioni positive come quello di Sherlock Holmes; né attraverso la cerebrale algebrica ricostruzione del crimine, come quello di Poirot. Con un’aria di massiccia ottusità, Maigret è un uomo che si affida alla conoscenza del cuore umano e alle istantanee intuizioni: e sa cogliere nella vibrazione di una voce, nell’esitazione di un gesto, nell’arredamento di una stanza, più verità che nelle impronte digitali e nelle perizie balistiche. Non è un fanatico della legge: qualche volta lascia persino che il colpevole non paghi nella misura della legge; gli basta sapere che pagherà nella misura del rimorso. E’ un francese della provincia, con qualità contadine di testardo buonsenso e di astute intuizioni; una specie di Bertoldo impastato di ingenuità e di malizia, di antica saggezza e di lenta tenacia. La sua ricostruzione di un delitto avviene come per pennellate giustapposte: tinte neutre, grigie, mortificate; la noia delle giornate di provincia, gli interni piccolo-borghesi, le stagnanti passioni da cui improvvisamente scattano i delitti mediocri. Maigret, scrive René Lalou, “non procede né per deduzioni né per colpi di scena: il suo metodo consiste nel suscitare lentamente atmosfere impregnate di torbido, di sentimenti confusi: sino a che, nata da questa fisica comunione, un’intuizione gli rivela la verità”. Perciò egli si trova più a suo agio nelle piccole città, o comunque negli ambienti che hanno un carattere, un’atmosfera (le sue indagini più faticose sono quelle che gli tocca compiere nei grandi alberghi e nei quartieri alti: là dove, insomma, la ricchezza rende la vita asettica, sterilizzata, anonima). La zona parigina di Pigalle è il regno di quest’uomo monogamo e morigerato. Tra il boulevard Richard-Lenoir, dove sta di casa, e piazza Pigalle egli si muove nel suo elemento.



    A Pigalle, una Pigalle crepuscolare e mediocre, triste e disfatta nelle ore del mattino, truccata di gioia nelle ore notturne, negli alberghi equivoci, nei locali di torbida promiscuità, nei piccoli bar dove entra a bere il suo Pernod, le indagini di Maigret assumono toccante pietà e poesia: e il cattolico senso del peccato e la dura necessità della legge diventano umana comprensione, indulgente saggezza.
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…153)

    22 luglio 2010

    • a cura di Valter Vecellio

    MASTRI DELL’ORO

    Da “MONDO Nuovo” del 9 aprile 1961, n. 15



    “E poi chiamari a li mastri di l’oru,/ Chiddi chi fabbricaru a Murriali (e puoi anche chiamare i mastri dell’oro, quelli che fabbricarono il duomo di Monreale): così in un canto raccolto dal Salomone-Marino a Motta di Francavilla; e in altri due canti, dallo stesso raccolti rispettivamente a Camporeale e a San Giuseppe dei Mortilli (pubblicati in Archivio Storico Siciliano, 1873, nel saggio La storia dei canti popolari siciliani): “Vurria fari un palazzu marmurinu/ D’oru d’argentu e petri priziusi,/ Comu chi a Murriali lu facinu/ Ddu granni Re cu ddi mastri ‘ncignusi;/ Tuttu ‘ntuornu cci mettu li curtini/ Di dumilia culuri graziusi;/ Quannu cci spunta po’ ssu visu finu,/ Bedda, ammiranu tutti rispittusi” (vorrei fare un palazzo di marmo, d’oro d’argento e di pietre preziose, come quello che a Monreale fecero quel grande Re e quei mastri ingegnosi; tutt’intorno metterei delle cortine di duemila colori graziosi; e quando vi apparirà il tuo viso fine, o bella, tutti ti ammireranno rispettosi) e “Binidittu lu mastru chi la fici,/ Lu ‘mperaturi chi la fici fari!/ Di quant’è riccu ‘un si cunta e ‘un si dici,/ Nun c’è oru, né argentu né dinari:/ Maria, ch’è di li celi ‘mperatrici,/ Dissi: Lu tronu meu mi vogliu fari:/ L’angili manna a fari ‘na Matrici,/ E firmaru lu volu a Murriali (Benedetto il mastro che la fece, l’imperatore che la fece fare! Di quant’è ricco non si può contare e dire, non c’è oro né argento né denaro che possano pagarlo: Maria, che è dei cieli imperatrice, disse: Il mio trono mi voglio fare: mandò gli angeli a fare una Matrice, e fermarono il volo a Monreale.



    Ancora in Salomone-Marino, altri versi sentiti a Balestrate: “Lu gran Diu e Maria cu li Santi,/ Du’ clesii suli ad iddi digni sunnu;/ Ristaru dui, e nun vannu cchiù avanti,/ Murriali primu e San Petru secunnu” (al gran Dio e a Maria con i Santi, due chiese sole sono degne; restarono due, e non se ne aggiunsero altre, Monreale prima e San Pietro seconda); e in Isidoro La Lumia (Studi di storia siciliana), la leggenda popolare della divina ispirazione da cui sorse il Duomo di Monreale: un giorno re Guglielmo II “stanco d’incalzare le fiere nel parco, prostendevasi e addormentavasi ai piedi di un frondoso carrubbo: allora la Madonna gli appariva nel sonno soave e benigna, additandogli nascoste colà le paterne ricchezze e imponendogli di impiegarle in onore di lei e in disgravio dei sudditi: Guglielmo, desto appena, chiamava marraiuoli a scavar sotto l’albero: la visione fu trovata verissima, e tantosto dato mano alla fabbrica”.



    Curioso è come in Sicilia le grandi opere di architettura, chiese e palazzi, siano legate a leggende simili: la casuale o miracolosa “trovatura” di un tesoro nascosto dagli avi, di una ricchezza morta. Forse nei sentimenti del popolo avviene così una specie di rimozione, di fronte all’opera d’arte e di devozione, delle preoccupazioni di sfruttamento e di aggravio fiscale: sfruttamento ed aggravio con cui, di fatto, ha pagato e paga le grandi manifestazioni di devozione e di prestigio dei re.



    Abbiamo voluto riportare queste testimonianze popolari intorno al Duomo di Monreale, perché ci è parso dicessero, in mancanza di ogni altro documento, l’effetto politico, e l’intenzione da cui l’effetto seguì, di questa grande opera. Talmente splendida è l’opera che il poeta popolare promuove Guglielmo da re ad imperatore (ed imperatrice è la Madonna) e la chiesa di San Pietro, la chiesa del Papa, resta seconda a quella di Monreale. Evidentemente, i canti citati sono di molto posteriori al regno di Guglielmo II: ma anche allora, nel sentimento dei siciliani e nelle impressioni dei viaggiatori e dei diplomatici, nella fama che se ne diffuse fuori dalla Sicilia, non dovette essere dissimile l’effetto. (E c’è da rimpiangere il tempo in cui un’opera come il Duomo di Monreale teneva il ruolo che oggi viene assegnato al lancio ben riuscito di un missile da Cape Canaveral). Nell’interessantissimo studio su La critica d’arte nel pensiero medioevale, ora pubblicato nelle edizioni del Saggiatore, Rosario Assunto scrive:



    “Il programma politico che ispirava la critica in azione dei re normanni di Sicilia era quello di glorificare esteticamente l’istituto monarchico; le grandi chiese che essi facevano edificare rientravano in un disegno non dissimile da quello cui si ispirava l’abate Suger nella ricostruzione dell’abbazia di St. Denis, e al quale non doveva essere estraneo l’esempio del cesaro-papismo bizantino. La scelta, e l’impiego, sapientemente diretto, di maestranze locali, di formazione araba e bizantina, a cui successivamente vennero aggiunte, a Cefalù, altre di origine oltremontana, sta a provare l’intento, consapevolmente perseguito sul piano politico, di creare una forma visibile attraverso la quale la monarchia nata da un colpo di mano potesse mettere salde radici nell’animo di popolazioni delle quali quei re intendevano non violentare la diversità di origine e persino di lingua e di religione: preoccupandosi piuttosto di unificare tale diversità in una espressione artistica della potenza sovrana, nella quale ciascuno di questi diversi elementi riconoscesse se stesso”.



    E a proposito della chiesa della Martorana (o di Santa Maria dell’Ammiraglio) e della descrizione che ne fa l’arabo Ibn Giubayr che si dichiara tentato dalla bellezza di questa chiesa, Assunto giustamente osserva che nella tentazione di cui si sente toccato il viaggiatore arabo c’è l’effetto degli “intenti di proselitismo religioso e di consolidamento politico a cui si ispirava l’ideale estetico di re Ruggero”; il quale per la Cappella Palatina “chiamò a lavorare insieme artefici arabi (soffitto, pavimenti) e bizantini (mosaici)”, nell’intento “di assimilare le diverse culture coesistenti in Sicilia, e di dare ad esse una espressione unitaria”.



    Questa intenzione, evidentemente viva nella concezione e realizzazione della Cappella Palatina, secondo Ernst Kitzinger vien meno nella concezione e realizzazione del Duomo di Monreale. In primo luogo: è scomparso l’elemento arabo (e questa è una nostra ovvia considerazione). E poi (e questa è una conclusiva considerazione del Kitzinger):



    “Ruggero II aveva adornato la sua cappella di corte con una decorazione che, in molti dei suoi aspetti esteriori, è conforme al canone bizantino. Ma non aveva affatto tentato – né gli sarebbe stato possibile, dato il clima culturale e religioso del suo paese – di importare anche lo spirito che a quel canone dava vita. Per contro egli istillò nelle figurazioni della sua chiesa, idee e principi suoi propri, per lui altrettanto centrali e basilari quanto quelli che stavano alle radici del canone bizantino. Come abbiamo veduto, nella decorazione di Monreale gli echi di queste idee ruggeriane sono solo deboli e intermittenti. L’impulso creato durante il breve e aureo periodo quando Ruggero era allo zenit della sua vita politica, pur essendo potente non fu abbastanza forte e profondo per impiantare una tradizione salda, paragonabile a quella che i bizantini avevano creato per se medesimi nel corso di secoli di travaglio e di conflitto spirituale. Guglielmo II e quelli che gli stavano intorno erano ormai incapaci di sentirlo e tantomeno di riceverne una spinta in avanti. Ciò che mancava era la base stessa sulla quale il canone siciliano avrebbe dovuto essere sviluppato attivamente e in maniera libera e sovrana. Un copiare letterale servì da sostituto. In luogo dello spirito dell’arte ruggeriana furono colti certi aspetti esteriori di essa. La perdita di contenuto interiore, l’assenza di un messaggio vitale non impedirono - anzi facilitarono - una grande espansione quantitativa, un arricchimento del programma iconografico, un rafforzamento degli effetti narrativi e drammatici e un accrescimento notevole dell’equilibrio complessivo e dell’unità globale della composizione. Ma, in senso ideologico, Monreale è opera di epigoni. Inevitabilmente restiamo pensosi davanti alla personalità del committente regale che, pur avendo esercitato una funzione fatale sulla scena politica europea, rimane tuttavia una figura stranamente velata ed elusiva”.



    Ernst Kitzinger è oggi uno dei più grandi studiosi dei mosaici medioevali, e per quanto riguarda quelli siciliani indubbiamente il maggiore. Da anni, per conto dell’Istituto di Dumbarton Oaks, studia i mosaici della Sicilia normanna: e questo ora pubblicato dall’editore palermitano Flaccovio, sotto gli auspici della Fondazione “Ignazio Mormino” del Banco di Sicilia, è il primo volume di un corpus di studi sui mosaici normanni. Opera che può ben dirsi monumentale: per la serietà, l’impegno, la ricchezza di materiali dello studio; e per la forma editoriale, la straordinaria ricchezza e precisione delle riproduzioni e dei grafici, l’accurata rispondenza esemplificativa tra testo e illustrazioni. Un volume di grande mole, con 132 pagine di testo, 41 illustrazioni in bianco e nero, 118 tavole a colori, 5 grafici: un’opera, insomma, che fa onore all’arte editoriale; e che sia stata completamente realizzata in Sicilia è un fatto da tenere in conto.



    Un secolo dopo l’opera basilare del Gravina (Il Duomo di Monreale, Palermo, 1859-1869), questa monografia del Kitzinger, viene ad offrirci, con l’ausilio di potenti mezzi fotografici e di riproduzione, una lettura dei mosaici di Monreale storicamente e criticamente aggiornata, con attendibile soluzione dei problemi di datazione, esecuzione ed influenze.



    L’unità evidentissima di tutta la decorazione musiva suggerisce al Kitzinger l’ipotesi fondamentale che vi abbia lavorato un gruppo abbastanza numeroso e sufficientemente omogeneo di mosaicisti d’Oriente: il quale ha adattato alla tradizione locale (o, più esattamente, alla volontà di Guglielmo II, che desiderava trovasse un più vasto sviluppo spaziale e la decorazione della Palatina) il proprio repertorio iconografico e tipologico, sotto la guida di una mente direttiva, che poteva anch’essere lo stesso Guglielmo o il suo vice-cancelliere Matteo d’Ajello. Per il carattere dinamico dei mosaici, per il loro svolgimento narrativo, si potrebbe parlare di una regia del committente, o di chi in luogo del committente concepì e seguì il lavoro di decorazione. Come ormai, giustamente, autore del film, è considerato il regista, cioè colui che vede il film così come sorgerà poi dal lavoro particolare o collettivo dei suoi collaboratori, autore dei mosaici di Monreale può essere considerato colui che vedeva l’opera, nella sua unità, nell’atto stesso di commetterla ai “mastri dell’oro”. L’unità dell’opera, insomma, presuppone una personalità ordinatrice e, in definitiva, creatrice; l’esistenza di una tale regia (per così dire), pone all’opera dei limiti temporali. Il Kitzinger ritiene che il lavoro sia stato svolto nel limite massimo di 15 anni, negli anni di regno di Guglielmo II e, al più, del suo successore Tancredi.



    Non ci sono, purtroppo, documentazioni che possano concretamente suffragare queste ipotesi. Un cronista relativamente vicino annota soltanto: “A li 1166, fu mortu lu dittu Re mal Guglelmu, e regnao anni VIII e successi Guglelmu su figlo dittu lo bono Guglelmu, lo quali fici Monreale”.



    Ma basta questo alla gloria del re (anche se non basta alla curiosità nostra): fece Monreale.
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  10. #160
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…154)

    23 luglio 2010

    • a cura di Valter Vecellio

    PIRANDELLO E CERVANTES



    (Da “MONDO NUOVO” del 19 marzo 1961, n.12)



    Parlando dei Sei personaggi, e che la commedia riprende e sviluppa un motivo accennato nella novella La tragedia di un personaggio (più che accennato, diremmo), Tilgher aggiunge in nota: “Un motivo analogo nel capitolo XXXI del romanzo Nebbia di Miguel de Unamuno, anteriore, bensì, ai Sei personaggi ma posteriore alla novella La tragedia di un personaggio”.



    In verità la preoccupazione di stabilire le precedenze cronologiche è fuor di luogo: non solo perché Unamuno non conosceva la novella di Pirandello quando scrisse Nebbia e Pirandello non conosceva il romanzo di Unamuno quando scrisse i Sei personaggi; non solo perché sappiamo bene come certe corrispondenze ed analogie siano portate dal tempo più che da effettive comunicazioni; ma anche perché, apprendiamo ora da un saggio di Américo Castro, c’è Cervantes a costituirsi a precedente per entrambi.



    Il saggio di Castro è stato pubblicato nel giornale La Nacion di Buenos Aires nel 1924; ma noi lo leggiamo in appendice alla seconda edizione di Hacia Cervantes (Madrid, Taurus, 1960). E’ una scoperta semplicissima: e giustamente Castro trova strano, stante l’universale diffusione del Don Chisciotte, che ai tanti critici di Pirandello sia sfuggita. Non che, dice Castro, Pirandello abbia consapevolmente imitato Cervantes: “Quando una forma dell’arte è lanciata genialmente dal suo inventore, l’atmosfera s’impregna della sua virtù, e dove meno lo si aspetta sorge l’efficace riflesso del tema o del procedimento. La letteratura moderna deve a Cervantes l’arte di stabilire interferenze tra il reale e il fantastico, tra la rappresentazione della possibilità e quella della effettualità. Nel suo libro per la prima volta incontriamo il personaggio, che reclama in nome della sua esistenza a volte reale e a volte letteraria, e protesta il proprio diritto a non essere trattato in un modo qualsiasi. E questo è il punto centrale dei Sei personaggi, da cui tutto il resto è pura conseguenza”.



    “Dalla fine del capitolo II della Seconda Parte, – continua Castro – i personaggi principali del Chisciotte cominciano a mostrarci la loro doppia personalità di esseri reali, che vivono e vanno di qua e di là, e di figure letterarie, alla mercé della seconda esistenza che a uno scrittore piaccia di conceder loro. ‘Stanotte – dice Sancio – è arrivato da Salamanca, dov’era a studiare, il figlio di Bartolomeo Carrasco che ha preso il diploma di baccelliere, ed essendo io andato a dargli il benvenuto, mi ha detto che è già stampata la storia di vostra signoria, col titolo di L’Ingegnoso Gentiluomo Don Chisciotte della Mancia; e dice che ci sono anch’io col mio nome di Sancio Panza, e la signora Dulcinea del Toboso, con altre cose che ci sono accadute quando eravamo noi due soli, che mi son segnato di croce dallo spavento di come lo scrittore abbia potuto fare a saperlo’ … Teatro messo dentro il teatro, in un modo così sottile che nel lettore lascia l’inquietudine di non sapere quali sono i limiti dell’uno e dell’altro piano”.



    Il III capitolo della Seconda Parte del Don Chisciotte si apre nella inquietudine del personaggio: “Don Chisciotte rimase pensieroso ad aspettare il baccelliere Carrasco, da cui sperava di sentire le notizie su di sé che si trovavano nel libro, come aveva detto Sancio; e non si poteva convincere che una tale storia fosse già stata scritta, mentre ancora non era asciutto sulla lama della sua spada il sangue dei nemici che aveva uccisi, e già si voleva che andassero per le stampe le sue alte gesta cavalleresche. Tuttavia si figurò che qualche mago, amico o nemico, le avesse date alle stampe per incantesimo: se amico, per ingrandirle e innalzarle al di sopra della più famose gesta di cavalieri erranti; se nemico, per sminuirle e degradarle al livello delle più volgari che di qualche vile scudiero si fossero mai scritte, se bene (diceva fra sé) di imprese di scudieri mai si era scritto; se dunque era vero che esisteva una simile storia, essendo di cavaliere errante doveva necessariamente essere magniloquente, alta, nobile, magnifica e verace. Con questo si consolò un poco; ma si sconfortò nel pensiero che, a giudicare da quel nome di Cide, ne fosse autore un moro, e dai mori non c’era da aspettarsi verità alcuna, perché son tutti imbroglioni, falsari e fantasiosi. Temeva che avesse trattato dei suoi amori in modo alquanto indecente, da ridondare a danno e pregiudizio dell’onestà della sua signora Dulcinea del Toboso; e avrebbe invece desiderato che vi fossero dichiarati il rispetto e la fedeltà che sempre aveva avuto per lei, spregiando regine, imperatrici e damigelle di ogni grado di nobiltà, tenendo sempre a freno gli impeti dei suoi istinti naturali; e così, voltandosi e rivoltandosi in queste e in molte altre inquietudini, lo trovarono Sancio e Carrasco, e a quest’ultimo fece molto cortese accoglienza”.



    Dalle notizie che dà il baccelliere Carrasco sul libro di Cide Hamete (cioè sulla prima parte del Don Chisciotte del Cervantes), le inquietudini di Don Chisciotte si smorzano. “Ma la disperazione dei nostri amici (cioè di Don Chisciotte e di Sancio) – dice Castro – è grande quanto quella dei Sei personaggi al vedersi mettere in scena dal dottor Alonso Fernandez de Avellaneda, che ebbe la sciocca audacia di tramare un completamento della loro vita, impenetrabile per un ingegno che non fosse quello di Cervantes”.



    Al termine della Prima Parte del Don Chisciotte, Cervantes diceva: “Ma l’autore di questa storia, pur avendo indagato con amorosa diligenza sulle imprese compiute da don Chisciotte nella sua terza uscita, non ne ha potuto trovare alcuna notizia, o perlomeno, non su scritture autentiche: solo la fama ha tramandato nelle memorie della Mancia, che la terza volta che don Chisciotte partì da casa andò a Saragozza dove partecipò a certi famosi tornei che si tennero in quella città, e lì gli accaddero cose degne del suo valore e della sua alta intelligenza…”. Non era finita la vita di don Chisciotte e non erano finite le sue imprese: Cervantes dava anzi qualche dato sui luoghi e sulle imprese di don Chisciotte nella sua terza fuga; quasi lasciandolo come un personaggio in cerca d’autore. Ma poiché il dottor Avellaneda volle farsi autore delle nuove imprese di don Chisciotte, ecco Cervantes scrivere la Seconda Parte.



    Ma non è, come si può credere a prima vista, per il solo gusto di smentire Avellaneda che Cervantes dà a don Chisciotte la duplice natura e coscienza di personaggio reale e di personaggio letterario: ché sapeva molto bene come la smentita più vera stesse nella qualità della fantasia e dello stile. Questa tecnica è già implicita, giustamente nota il Castro, nella concezione stessa del Chisciotte e nella invenzione del Cide Hamete Benengeli come autore della narrazione. E c’è, nel capitolo XXII della Prima Parte, il colloquio con Ginés de Pasamonte, personaggio che è ad un tempo reale e letterario.



    “ -Sappia ch’io sono Ginés de Pasamonte, la cui vita ho scritto con queste mani.

    -dice la verità - disse il Commissario -; s’è scritta da sé la sua storia…

    -E come s’intitola il libro? - domandò don Chisciotte.

    -La vita di Ginés de Pasamonte - rispose lo stesso.

    -Ed è finito? - domandò don Chisciotte.

    -Come può essere finito - rispose lui - se ancora non è finita la mia vita?”.



    E per dimostrare che il personaggio appartiene alla sua fantasia, e nessun altro potrebbe continuare la sua storia, Cervantes smentisce se stesso: il viaggio a Saragozza di don Chisciotte dice non è avvenuto, e così le gesta compiute in quel luogo. Per questa smentita, fa incontrare don Chisciotte con un personaggio del libro di Avellaneda, don Alvaro Tarfe: il quale ammette di non avere, prima di quel momento, mai incontrato don Chisciotte e Sancio e davanti a un giudice dichiara che il don Chisciotte lì presente “non era quello che andava stampato in una storia intitolata: Seconda parte di Don Chisciotte della Mancia, composta da un certo Avellaneda, nativo di Tordesillas”.



    Abbiamo riassunto il saggio di Américo Castro aggiungendo qualche considerazione nostra. E ancora qualche altra vogliamo brevemente aggiungerne: perché questo Cervantes è Pirandello, questa lontana e fortuita relazione stabilita da Castro, diventa meno lontana e fortuita se la si fa passare attraverso Unamuno. Esprimendoci nella forma di un paradosso, potremmo dire che quel che in Cervantes era fantasia diventa in Pirandello problema per le ragioni stesse per cui la vita di don Chisciotte è diventata in Unamuno problema. Per don Chisciotte non è un dramma il fatto che uno scrittore di nome Cide Hamete Benengeli abbia dato alle stampe il racconto delle sue imprese: il personaggio esce per un momento dallo specchio della fantasia a controllare la propria realtà; e poi tranquillamente vi rientra. Tutto qui. Ma per noi è diverso: per noi quel momento in cui don Chisciotte esce dallo specchio della fantasia di Cervantes (anche se l’uscita è un giuoco della fantasia dentro la fantasia) è il momento del dramma. Il personaggio entra in un drammatico giuoco di rifrazioni di prospettive di fughe; la sua esistenza viene interpretata e storicizzata, diventa problema.



    L’incontro effettivo di Pirandello con Cervantes avviene sul terreno di Unamuno: là dove don Chisciotte muta la realtà in illusione e l’illusione in realtà, egli stesso figura della realtà e dell’illusione insieme, figura dell’agonia.
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

 

 
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