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  1. #51
    L'estremista moderato
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    DALL’OSSERVATORIO DI RACALMUTO



    Tu, negli ultimi giorni, pensavi che l’avrebbero ucciso?

    Negli ultimi giorni sì. Mi ricordo che quattro giorni prima avevo fatto una specie di scommessa: no, no…non una scommessa, una discussione tra amici, a Bidona. C’era il mio amico Roxas, che fa l’editore, che diceva: non lo ammazzano. Io dicevo: lo ammazzano. Si può dire che la logica utilitaristica era da pigliare in considerazione. E l’ho presa in considerazione. Ma ho pensato che loro avevano già ucciso quei cinque e quindi ci doveva essere qualcosa di simbolico che permettesse di salvare la faccia. Lo Stato doveva cedere, anche se minimamente. Altrimenti, la logica, in un certo senso propagandistica, li portava ad ammazzarlo.



    Allora è stata una scelta di un determinato tipo di propaganda. Un privilegiare la durezza, il rigore, la setta…

    Sì, è gente che si guarda tra loro, che sa altro…



    Ma la sinistra aveva la speranza che non lo facessero, forse una “folle” speranza. Ma coinvolgeva tutto ciò che noi siamo. Per esempio che Curcio al processo di Torino dicesse qualcosa…

    Io ho apprezzato molto l’articolo che fece “Liberation” quando uccisero Moro. Scrissero: hanno disonorato la sinistra.



    E il loro onore? Rispetto a se stessi?

    Ah, rispetto a se stessi, penso che hanno davanti una vita difficile, in cui penseranno spesso a queste cose. Loro stessi saranno atterriti. Io sento una pietà anche per loro. Hanno davanti un’esistenza assolutamente oscura. Sì, ci sarà qualcuno che avrà dei ripensamenti, o forse anche qualcuno che se ne farà una vanità. Ma i più avranno questo problema…



    Forse per questo la telefonata che riporti sorprende…Perché è la prima volta che le BR dicono “mi spiace”, loro che sono attentissime a fare barriera contro la pietà…

    Però lì la pietà c’è.



    Nel tuo libro tu fai un’analisi del linguaggio di Moro. Ma di quello delle BR?

    E’ un punto che ho trascurato. Ma a me sembra una cosa proprio ossificata, senza vita, disanimata, una specie di burocrazia del fanatismo. Questo loro amore per le sigle…Quelli che hanno scritto quei comunicati sono sicuramente gente che non ha mai letto un romanzo…



    Nel libro parli anche dell’appello che fu pubblicato nel nostro giornale. Ci è sembrato che tu ne abbia dato un’interpretazione utilitaristica: un ricordare alle BR che poi ci saremmo andati di mezzo noi…

    No, no, no…Non eravate voi che dovevate far capire a loro. Erano loro che dovevano sentire. Io penso che quell’appello fosse uno dei pochi gesti cristiani della nostra storia. Di tutta la storia d’Italia, intendo, perché tanta gente senza pregiudizi vi ha aderito…



    Ma cosa c’è dietro Terracini, La Valle, Dario Fo, un consiglio di fabbrica, un vescovo?

    La pietà cristiana.



    Non è forse qualcosa che precede il cristianesimo, oltre il marxismo?

    Mah…Forse è qualcosa che esisteva anche prima di Cristo. E’ l’amore della vita, un essere contro la morte.



    E’ diverso dal rispetto?

    E’ diverso. Direi che siamo proprio nella sfera dell’amore.



    C’è una coincidenza in quel giorno, tra la morte di Moro e quella per mano della mafia di Peppino Impastato, a Cinisi. Al di là della diversità delle due morti, in molti compagni si sentì, allora, il rifiuto del sangue, come strumento della politica. Tu ricordi nel libro l’ultima lettera di Moro: “Bisognerebbe dire a Giovanni (suo figlio) che significa attività politica”. Come pensi che si possa riconsiderare la politica?

    Questo è un problema. Moro lo ha visto troppo tardi. La politica era morte anche prima, qui in Sicilia specialmente. Ma non credo che la politica debba essere sempre così. Non dev’essere. Nell’“Espoir” di André Malraux si dice: “Non si può fare una guerra come questa tenendo conto dei principi morali”. Ma nemmeno facendone a meno. E questa è la verità, il paradosso, il dramma. Non si può fare, tenendo conto dei principi morali, ma nemmeno si può fare, facendo a meno dei principi morali. Il machiavellismo ci ha molto guastato. Anche il giacobinismo, ma il giacobinismo ha avuto dentro di sé la nemesi, perlomeno si è riscattato nella nemesi. Ma qui, siamo alla nemesi? Io non credo: quando un gruppo come il vostro trova questa via, non credo che siamo in piena nemesi. C’è possibilità di andare avanti e di essere diversi. Io sono, debbo dire, un po’ meno pessimista di prima…



    Perché?

    Ho visto questo popolo italiano nelle ultime consultazioni elettorali che, sotto la specie di questo messaggio rassicurante che era il “tenere duro” dello Stato, ha colto il messaggio inquietante. Sì, ha dato un voto di condoglianze alla DC, però ha punito il PCI che stava dietro questa durezza. Io credo che nelle prossime consultazioni elettorali il PCI dovrà fare i conti con altre inquietudini della base; un’inquietudine economica, ideologica…Ma in quel momento ha fatto i conti con un’inquietudine morale, un’inquietudine per la libertà…



    Tu dici, nel libro, che in Italia improvvisamente risorse con l’affare Moro, se mai era nato, il “senso dello Stato”. Ora assistiamo a una rifondazione dello Stato sulla base del mistero di Moro. Come per le BR, il suo futuro sarà oscuro?

    Lo Stato si è rifondato in questo compromesso tra cattolici e comunisti. Però che rifondazione è? Tutto è fondato sulla morte di Moro, sulla menzogna che l’accompagna, su determinate operazioni segrete, di cui non si sa nulla. Ma davvero lo Stato può rifondarsi su questo? Non si può fondare su questo. E la gente lo sente. Ecco perché io non sono pessimista. Naturalmente dove va, dopo aver sentito questo? Dopo aver preso coscienza? Questo è un altro problema…



    Diventeremo come il Paraguay, con un governo di gesuiti a mezzadria con le BR?

    Eh, solo che non ci sono i gesuiti! A quanto pare i loro seminari sono pressoché deserti. Ma il modello è gesuitico…



    (Da “Lotta Continua”, 27 ottobre 1978, terza parte)


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  2. #52
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    DALL’OSSERVATORIO DI RACALMUTO



    Un’altra cosa colpisce in tutta questa storia. Non ci sono donne, tranne, naturalmente, Eleonora Moro. Come mai?

    E’ vero, ma io debbo dire che ricevo molte lettere, e una buona percentuale sono di donne. Dicono che finalmente sto dicendo delle cose, che sono d’accordo, che debbo continuare. Certo, a livello di apparenza le donne hanno partecipato poco a questa vicenda. Credo però che le donne “abbiano” partecipato a questa vicenda. C’è una donna di 68 anni che mi scrive, dice “di nascosto dai suoi” – saranno comunisti ortodossi, non lo so – che ha fatto la Resistenza. Mi dice che bisogna andare a fondo di questa cosa, come anche per la morte di Pasolini. E’ interessante questo problema delle donne. Una sola donna, una signora, mi ha scritto: “Lei e Craxi state uccidendo Moro per la seconda volta, non comprerò il suo libro…”.



    Sono molti i giovani che ti scrivono?

    No, i giovani non sono molti. Sono persone, credo, tra i 40 e i 60 anni.



    E secondo te che influenza può avere tutta questa faccenda sui bambini?

    Ah, la televisione è terribile sui bambini. E’ mostruosa. Sono rimasto colpito da una lettera di Moro che dice: “E se rapissero un bambino?”. Pone un grosso problema. Io credo che se avessero rapito un bambino questo Paese si sarebbe comportato in maniera del tutto diversa. Un bambino qualsiasi rapito dalle BR che chiedono la liberazione di tredici detenuti. Io credo che questo Paese sarebbe insorto, avrebbe detto “liberateli”.



    In tutta questa storia c’è sempre un rapporto tra finzione e realtà. Per esempio Derrida, che tu hai usato per parlare delle lettere, dice: “Abitare la finzione per la verità vuole dire rendere vera la finzione o fittizia la realtà? E si tratta poi di un’alternativa? Vera o fittizia?”.

    Sì, c’è questo continuo processo di trasmutazione di verità in finzione, di finzione in verità…Però c’è la verità.



    E che cos’è la verità?

    Eh! La verità è una cosa che si sente…Cristo non risponde a Pilato quando gli domanda che cos’è la verità…Però sa che c’è. Proprio perché Pilato non lo capirebbe, forse perché è lo Stato. Però la verità c’è.



    Nel tuo caso la verità viene usata per imputare i tuoi argomenti come delitti. Come rispondi?

    Nel modo più ovvio. Si vuole nascondere la verità.



    Ma tu, cercando questa verità, hai avuto, come Faust, paura nel petto o nella testa? Non ti senti isolato?

    Sì, isolato. Una volta si divideva questo Paese in paese reale e paese ufficiale. Rispetto al paese ufficiale sono isolatissimo. Ma c’è un paese reale, c’è un’altra Italia. Gente seria, preoccupata, che pensa, che non si attiene a quello che gli propina ogni mattina il giornale.



    Tu citi spesso Borges, che a noi è autore caro, anche se la sinistra in Italia lo considera né più né meno che un fascista. Tu lo conosci?

    L’ho conosciuto una sera, da Franco Maria Ricci. Ho visto che c’erano pochissimi scrittori italiani, forse per paura di vedersi accostati a Borges indicato come fascista. Mancavano quasi tutti, io ho visto solo Arbasino e Paolo Milano. Era una scelta allucinante, borghesiana: un negozio di pellicce, pieno di specchi…Una cosa da incubo. Non abbiamo parlato perché c’era un inferno, pieno di gente che non aveva niente a che fare, che non conoscevo…



    Ma come si può fare per ricollocarlo nel suo giusto posto? Per esempio, a noi sembra che lui sia un conservatore di qualcosa che non c’è…

    Io credo che le sue posizioni politiche dipendano soprattutto dal suo temperamento. Una volta lui lo ha dichiarato: “Ero iscritto al partito radicale, ma subito ho avuto simpatia per i conservatori. Questo perché i radicali stavano vincendo…”.



    Cosa ti piace in Borges?

    Questo gioco delle coincidenze, questi due piani in cui la realtà diventa finzione, questa specie di circolarità che ha stabilito tra la letteratura e la vita. E’ veramente strano questo mondo di coincidenze, coincidenze straordinarie…



    Per esempio, il “tema del traditore e dell’eroe”, di Borges, traditore ed eroe al tempo stesso. Non ha qualcosa a che vedere con le cose nostre?

    Sì. E’ Moro.



    Dunque esiste una circolarità tra letteratura e realtà?

    Io sono arrivato ormai a non vedere più confini tra letteratura e realtà. Questo caso di Moro è stato proprio una specie di sfondamento di muro del suono, mi è apparso proprio come letteratura. Una letteratura che bisognava restituire alla realtà, rimettere in circuito…



    E così, occupandoti di circolarità tra letteratura e realtà, sei accusato come politico, non come letterato. Un piccolo libro diventa materia di scontro politico.

    E questo è molto confortante.



    Quali sono le doti della “viltà”? Cioè di quell’accusa che ti fu rivolta l’anno scorso?

    Nel mio caso era un tipico rovesciamento dei valori di tipo stalinista. Ma ritengo che la viltà abbia delle doti. Io trovo apprezzabile persino il giudice Salmeri, quello che fa sequestrare i manifesti dei film. Ha il coraggio di agire con conseguenza a quello che pensa. E’ riprovato e dileggiato da tutti, però continua a dire imperterrito quello che pensa. Nel caso Moro, quelli che agirono con “fermezza” forse avevano una convinzione astratta, ma non dovevano essere così convinti conoscendo la storia di questo Paese. E questa loro convinzione che mi terrorizza. Perché una cosa è essere convinti dentro l’errore, da posizioni di forza. Il giudice Salmeri è apprezzabile. Togliatti quando scrive: “Vittorini se n’è ghiuto, Vittorini c’ha lassato”, molto meno. Perché Togliatti sa che solo restava Vittorini, non lui.



    Ma la conseguenza può far parte anche di uno spirito millenaristico, della distruzione di tutto. Per esempio una logica nichilista, da setta segreta. In questo caso, la conseguenza, come la giudichi? Per esempio la conseguenza di uccidere Moro…

    Ma…questo è il fanatismo, insomma. E’ una monade. E’ un’impostura, ma le BR non la vivono come un’impostura.



    (Da “Lotta Continua”, 27 ottobre 1978, quarta parte)



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  3. #53
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    DALL’OSSERVATORIO DI RACALMUTO



    L’impostura è pane quotidiano dello Stato? E’ impostura tutta l’indagine, le scoperte di Milano, gli arresti che non si sa quanti sono, i nuovi “codici” che si creano. Tu nel libro hai parlato del “caso Giuliano”. Ti sembra che si sia tornati a quel tempo?

    Giuliano rappresenta l’atto di nascita di questa menzogna dello Stato. Io credo che la gente sia disponibile ormai a credere che tutto possa essere menzogna, che tutto sia possibile. Specialmente in questo paese. Io me lo ricordo quando Nanni Loy faceva quelle trasmissioni in televisione, dove c’era la schiava in vendita a Porta Portese. E tutti trovavano normale, una vecchia che passava diceva: “Eh sì, succede di tutto!”. E quindi anche la vendita degli schiavi. E così tutto può essere menzogna.



    Tu non pensi ci possa essere un accerchiamento della politica, da parte di tutto ciò che è sempre stato considerato al di fuori della politica?

    Io penso di sì. Io penso che stia succedendo quello che mi è stato rimproverato di fare finire il mio libro “Candido” a Parigi – mi è stato rimproverato da un provinciale che ha paura del provincialismo, e quindi accusandomi di provincialismo. La Parigi di cui io parlo, da cui può nascere qualche cosa, è la Parigi del ’68, da cui sono venute fuori tutte le nuove istanze. Ci stiamo accorgendo come Clemanceau con i generali, che “la politica è una cosa troppo seria per lasciarla ai politici”. C’è il nostro destino, il destino di questi bambini. Io sono nonno e guardo questi bambini con grande apprensione, con grande paura. Non possiamo lasciarli a questi qua. Non possiamo permettercelo. Io credo che la classe politica italiana capisca ben poco. Io ogni tanto ne intravedo qualcuno in televisione, mi basta guardarlo negli occhi per sapere che non capiscono nulla, che hanno ormai perduto il senso della realtà. Io credo che il compromesso storico sia un fatto spiegabile sociologicamente: questa gente era sempre assieme, frequenta gli stessi posti, ha le stesse case, volano da un comizio all’altro, salgono su un palco, parlano, se ne vanno indietro, non fanno che calcoli elettoralistici. Hanno perduto il senso della realtà. Allora sì che tutto è uguale, tutto può trovare compromesso.



    Che romanzi consiglieresti alle BR?

    Per contrasto un po’ di Proust sarebbe bene. Ma certo se leggessero un po’ di Voltaire e un po’ di Diderot, non sarebbe male…Poi anche il Vangelo.



    E a te, adesso, cosa piace leggere?

    Tra quelli nuovi, Calvino lo leggo sempre con piacere. Io ho una passione a leggere terribile, che però purtroppo devo tenere a bada per scrivere. Scrivere mi piace. Molto. Se non mi diverto, non scrivo. Ma questo libro su Moro mi ha divertito molto meno, anzi mi ha dato l’insonnia. Io ho avuto due volte l’insonnia in vita mia: quando Stalin fece il suo patto con Hitler, e ora sul caso Moro. A quel tempo non è che mi potessi dire antifascista, con le idee chiare, eccetera, però avevo un’insofferenza nei riguardi del fascismo, solo con il barbiere del mio paese, che era antifascista, potevo parlare. A Caltanissetta c’era un po’ di altra gente, Brancati, Pompeo Colajanni, Guttuso: era un po’ diverso. Ma quando hanno fatto il patto, io ho avuto l’insonnia per almeno un mese. Me ne sono liberato pensando poi all’infallibilità di Stalin – in quel momento sono stato stalinista – e ho pensato: Stalin sta giocando con Hitler, è una mossa, una finta, al momento giusto darà il colpo. E così si è attenuata l’insonnia.



    Un po’ come successe a Nizan…

    Sì, a lui e anche a Camus. Bollati come traditori…E un po’ da noi per il povero Silone. Io avendo 57 anni, mi sento carico di rimorsi, non dico per non aver scritto allora – allora io non ero nessuno – ma di non aver sentito molto il dramma di un uomo come Silone, come Camus. Ho sentito quello di Vittorini, ma per una vicinanza diversa.



    Perché tu e Vittorini mettete sempre il treno nei vostri scritti?

    Perché per noi è importante. Per Vittorini anche perché tutta la sua infanzia la fece in una stazione. Per me la partenza, il muovermi, è il treno. Nel treno si crea una comunione tra la gente, la gente è disposta a confidarsi tutto…anche nella “Sonata a Kreutzer” c’è il treno. Si crea un afflato umano, come se si fosse inseguiti dai pellerossa, come in “Ombre rosse” di John Ford…Poi c’è la diligenza di Maupassant…Il treno è ancora questo. Il giorno della morte di Moro ero in treno. C’era pietà, indignazione, io non so quello che pensassero prima quelle persone…ma tutti in quel momento avrebbero voluto che Moro si salvasse. Adesso sul treno non ne discute più. Quel giorno stavo leggendo “La passeggiata” di Walser, sono giunto all’ultima pagina senza ritenerne una parola, non so se è un libro che leggerò mai. Poi Luigi Compagnone mi ha scritto una lettera per dirmi che c’era un’analoga tra la mia lettura di quel momento e la passeggiata di Moro morto per Roma…



    Tu pensi che la verità si saprà? E quando la si saprà, come sarà?

    Come la immaginiamo. Non ci sono grandi misteri. Il mistero è questo personaggio di Moro, quello che ha pensato, quello che ha vissuto in quei giorni. Ma poi, per come sono andate le cose, ci sono solo misteri al dettaglio.



    (Da “Lotta Continua”, 27 ottobre 1978, quinta parte)



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  4. #54
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    UNO, NESSUNO, CENTOMILA SCIASCIA



    Minuto, dritto, guardingo, ma al tempo stesso caldo, premuroso, pronto ad aprirsi, senza la prosopopea del personaggio, la sigaretta sempre accesa, un vestitino rigato provincia meridionale anni Cinquanta: Leonardo Sciascia appare così, in albergo, vicino alla stazione Termini. Un maestro di paese fattosi scrittore di fama europea; ma che dell’umanità, del tratto del maestro conserva tanto. L’avvio del discorso è banale, come può succedere quando ci si è appena conosciuti. Vorrei sapere come scrive, lui scrittore così forbito, se a mano o a macchina.

    Scrivo a macchina da quando me lo sono potuto permettere, nel 1947. Lavoravo all’ammasso del grano. Ho poi fatto un concorso nel 1948, per la scuola. Senza soluzione di continuità, nello stesso paese, Racalmuto, prima ho visto i padri, poi i figli. E’ stata molto importante l’esperienza all’ammasso del grano perché mi ha fatto conoscere il mondo contadino. Mio padre era contabile nella zolfatara, mio nonno era stato caruso, poi è andato a scuola da un prete ed era riuscito a divenire intermediario fra i gestori e una specie di finanziatore, lo “sborsante”. Qualche parente era andato ai carabinieri e nella pubblica sicurezza: la fuga possibile era l’arruolamento. Lo zolfataro era come se reagisse all’antica condizione del contadino da cui usciva. Il contadino era prudente, avaro, rassegnato. Lo zolfataro era rissoso, scialacquatore: in un certo senso amava le cose belle, si faceva una casa un po’ diversa da quella del contadino. Anche l’ideale femminile dello zolfataro era diverso. Per il contadino la bellezza femminile si doveva paragonare alla cassata, “una donna che pare una cassata”, appariscente, con bei colori, una specie di ritratto della salute. Mentre lo zolfataro diceva: “Una donna che si può bere in un bicchier d’acqua”, cioè una bellezza trasparente. In un certo senso quello che ha capito meglio il mondo della zolfatara è stato lo scrittore Rosso di San Secondo.



    Ma la donna del contadino e quella dello zolfataro non erano proprio protagoniste.

    La donna ha avuto un potere nascosto e segreto. Anni addietro, quando ho detto questo, delle femministe mi sono saltate addosso. Era un potere decisionale esercitato subdolamente, quasi senza farsene accorgere. Tutta la letteratura siciliana ha dato documentazione del potere della donna. A guardare gli atti di tanti processi, specie per delitti d’onore, ci si accorgerebbe che le donne mogli spesso sono state vittime delle donne suocere. Il potere delle suocere e delle zitelle della famiglia è stato terribile. La donna è stata al tempo stesso vittima e tiranna.



    Una sorta di matriarcato, dunque?

    Sì, un matriarcato sotterraneo, in cui la donna praticamente si vendicava di tutto quanto subiva da giovane, esercitando da anziana quel potere di cui era stata vittima.



    Una donna-oggetto solo nella fase giovanile?

    Solo nella fase giovanile, sì. Era un mondo dominato dalle donne: quelle che alla fine del ‘700 era la Grenoble di Stendhal, era per me la Sicilia degli anni ’20 e ’30.



    E ora che cosa è cambiato?

    Ma è molto diverso. Insomma, ora è come dovunque.



    Vuol dire che alla donna si riconosce non solo un ruolo, ma una parità nei comportamenti della vita?

    Sì, si è accettato, anche a livello del mondo contadino. Anche se i contadini non ci sono più. Sono in Germania, in Venezuela, e le donne hanno le funzioni che erano dell’uomo. Anche la donna casalinga è costretta ad andare nelle banche, ad andare negli uffici per tutto quello che faceva l’uomo.



    In Sicilia, oggi, la donna ha dunque la sua libertà?

    Se la deve necessariamente prendere; è perfettamente naturale. Esistono ancora delle remore, per cui può scoppiare ancora il fatto di sangue, ma è un retaggio del passato.



    Abbiamo davanti agli occhi i giornali. Sciascia ne scorre uno e lo lascia andare bruscamente. Rimpasto governativo, bordate di Craxi, processo di Catanzaro.

    La lettura dei giornali mi dà fastidio, mi mette di cattivo umore. Preferisco leggerli a Parigi, i giornali; lì quelli italiani arrivano in ritardo, e attraverso la mediazione staccata di “Le Monde” tutto mi sembra addolcito.



    Un quotidiano porta un articolo sul suicidio di massa in Guyana. Non è un sintomo significativo, un effetto drammatico dell’angoscia, dell’impossibilità di una vita per i giovani in questo mondo, un fenomeno che dall’America potrebbe domani dilagare fino a noi?

    Qui sta avvenendo un suicidio della stupidità: una cosa che mi fa spavento. La punta più acuta di questo avvertire è la fine nel senso di pietà che ho guardando i bambini. Io ho tre nipoti. Molto graziosi, molti divertenti. Però non posso fare a meno di considerare che io sto meglio di loro avendo 57 anni, e quindi mi prende una specie di struggimento, di pena. Al tempo stesso i viene di fare qualcosa perché loro si sottraggano a quel destino che io non posso fare a meno di vedere. Credo che sia difficile oggi, a uno della mia età, dire:vorrei avere vent’anni; uno non li vuole avere. Ridotto all’essenziale , mi pare che questo sia il dramma inedito dell’uomo. Non credo ci sia mai stata un’epoca in cui uno della mia età dicesse: “Sono felice di avere l’età che ho!”. Questo vuol dire che anche noi, anche io, anche la mia generazione entra nell’orbita suicida.



    (Da “Il Manifesto” 5 dicembre 1978, prima parte)



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  5. #55
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    UNO, NESSUNO, CENTOMILA SCIASCIA



    Forse omicida, perché questo l’abbiamo determinato noi.

    Sì, sì, andiamo al problema delle responsabilità. E allora si impongono delle distinzioni. Bisogna vedere chi ne ha di più e chi ne ha di meno di responsabilità. Così, tanto per fare un esempio, per restare nell’area della letteratura italiana dei nostri anni, uno scrittore come Brancati secondo me è il meno responsabile di tutti. Quello che ha sbagliato di meno. E tutti gli altri no, compreso me. Abbiamo commesso una quantità di errori, abbiamo avuto una quantità di miti sbagliati, abbiamo taciuto tante verità in omaggio a quella che ritenevamo la verità suprema.



    E qual è la verità?

    Il mondo dell’avvenire. Il mondo della giustizia.



    Il partito?

    Il partito. Io non sono mai stato comunista, però ho pensato e agito molto secondo il comunismo. E ora siamo arrivati alla stretta finale. Ora siamo arrivati al punto che si può coniare uno slogan elettorale – se negli slogan fosse possibile dire la verità – “non c’è che la sinistra per una buona politica di destra”.



    Il discorso cade sulla classe politica, sulla divaricazione fra paese reale e paese ufficiale.

    Si è vista alle votazioni,, questa divaricazione!



    Chiedo a Sciascia se questa divaricazione non si sia fatta più profonda perfino rispetto a certi momenti del fascismo.

    Sì, è vero, certo. E’ sempre più vero. La gente non si riconosce più nei partiti. E perché dovrebbe riconoscervisi? Questa difesa di corti morte! Il Parlamento, per esempio, che cos’è? Mi dicono che è sempre vuoto. Io ho visto un consiglio comunale. E? una riunione di persone che parlano d’altro rispetto ai reali problemi che dovrebbero affrontare. Il fatto che cominci con ritardo, per esempio. Il consiglio comincia due ore dopo: significa che il consiglio non ha nessuna importanza, insomma. Rientra in una specie di strategia da una parte, di consapevolezza di non servire a nulla dall’altra.



    Dilungarsi sul caso Moro mi pare inutile, dopo tutto quello che Sciascia ha scritto e dichiarato su questo argomento. Ma qualche curiosità rimane. Gli chiedo perché nell’ “Affaire Moro” egli abbia avanzato l’ipotesi che Moro fosse prigioniero in un’ambasciata.

    Faccio l’ipotesi che Moro abbia creduto di trovarsi in un’ambasciata.



    Quali elementi avevi per crederlo?

    Non avevo elementi, no. C’è però stato un lettore che ha scritto una lettera interessante proprio su quella frase di Moro del “dominio pieno e incontrollato”. Certo che era incontrollato! Chi poteva controllare le BR? Quindi il lettore fa l’ipotesi che il “con” possa passare davanti a “dominio”, e diventare “condominio”. Allora “incontrollato” avrebbe un senso. Sono ipotesi, così! Ma credo che dal punto di vista poliziesco queste lettere potessero essere interpretate meglio, essere lette con attenzione.



    Del ruolo di Andreotti, invece, cosa pensi? Che impressione hai avuto del suo cinismo, della sua freddezza?

    Debbo dire che Andreotti non mi piace. Non mi è mai piaciuto. Non credo nemmeno che sia l’uomo di grande intelligenza celebrato anche dai comunisti Ha gestito il caso Moro così come Moro ha detto. Ma non credo che la forza a tramutarlo in un buon affare – come si esprime Moro – sia stata interamente sua. Se non avesse avuto dietro il Partito Comunista, credo che sarebbe stato, secondo la sua natura, un po’ elastico.



    Ma Andreotti, Moro, lo voleva morto?

    Credo che ad un certo punto tutti inconsciamente lo volessero morto. Tutti quelli che stavano per la fermezza dello Stato.



    Pensi che i documenti apparsi dopo la pubblicazione del tuo libro debbano farti rivedere qualche giudizio?

    No, per nulla. No, assolutamente no. Certo avrei voluto conoscere il memoriale, mi avrebbe interessato molto, ma soltanto per dare più ricchezza alla figura di Moro. Io trovo sublime quella frase del memoriale di Moro, quella frase in cui dice che i democristiani li perde con gioia e si augura che con la stessa gioia li perdano gli altri. Cioè, penso che sia un augurio per il popolo italiano.



    Fra l’altro, la DC ha rivelato un volto nettamente antidemocratico, durante la vicenda Moro. Hanno deciso in pochissimi, senza convocare il consiglio nazionale.

    Credo che tutto sia stato vissuto più come un golpe che come una linea. Io proprio alla vigilia del ritrovamento del cadavere di Moro ho parlato con un democristiano che, in termini numerici, può rappresentare un decimo del partito, ed era uno per la trattativa; era sconvolto da quello che stava accadendo nel partito, e non era mai stato consultato.



    A proposito di Moro, il Moro politico, non quello prigioniero, ricordo allo scrittore una sua intervista al “Corriere della Sera”. Egli definiva Moro un uomo che credeva nella democrazia e nella dignità umana. Moro, gli rammento, era quello della “comprensione” per il genocidio americano in Vietnam, quello della copertura al SIFAR, quello degli omissis, quello della copertura dei corrotti democristiani nel caso Lockheed.

    Nell’ambito della DC credo che fosse diverso dagli altri. Quella mia affermazione sul “Corriere della Sera” corrisponde a un convincimento reale da relativizzare all’interno della DC. La prova mi pare stia nel fatto che è morto. Egli crede nella democrazia italiana, ma agisce in un contesto che non è per nulla democratico. Quindi c’è un divario tra quello che fa e quello che pensa.



    (Da “Il Manifesto” 5 dicembre 1978, seconda parte)



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  6. #56
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    UNO, NESSUNO, CENTOMILA SCIASCIA



    Ma cos’è quello che pensa?

    Tutto sommato viene fuori chiaramente in questi 55 giorni di prigionia. Ma il fatto è che da 30 anni di vita italiana sono in questa doppiezza fra quello che si pensa e quello che si fa.



    Moro fu quindi un po’ meno democristiano di quel che disse al “Corriere della Sera”?

    Ah, certo, sì. Il mio giudizio su Moro politico credo di averlo espresso chiaramente nel libro. Revel, su “l’Express” dice che non sono andato a fondo nel dire della nullità di Moro e della miseria della vita politica italiana. Ma io non credo di non averlo detto, questo. Certo Revel, da un punto di vista francese, vede Moro molto più inconsistente politicamente, e la vita politica italiana più misera. Io mi sono trovato di fronte, mentre lui guardava dall’alto.



    Sciascia, di palo in frasca: perché una tua novella è apparsa su “Playmen”?

    Qualche anno fa “Playmen” mi ha chiesto un racconto. Anche “Playboy”, glieli ho dati a tutti e due.



    Ma perché?

    Non ho riserve rispetto a questo tipo di pubblicazioni.



    Ma ti sembrano repressive?

    Ma non tanto. Mi sembravano semplicemente consumistiche, ecco. Però uno come Valobra, per esempio, su “Playmen”, scrive cose che difficilmente si leggono sulla stampa italiana. Cose di un’insofferenza, di un coraggio notevole. Poi mi ha divertito molto pubblicare su questi due mensili dei racconti che in un certo senso rivoltano gli intendimenti delle riviste stesse.



    E la tua collaborazione al “Corriere” di Di Bella?

    E’ un po0 un atteggiamento polemico, direi, nei confronti della stampa italiana. Ho scelto sulla base del giornale che ha più lettori. Non vedo perché avrei dovuto scrivere su altri giornali: sono tutti uguali.



    Sul “Corriere” rammentasti di aver scritto a Giuseppe Sirchia, prima che fosse assassinato dalla mafia. Dicevi di averlo esortato “a dire davanti ai giudici che lo condannavano, ai giornalisti che lo intervistavano”, a te, “come uomo che scriveva sui giornali, le cose cui alludeva, i nomi che taceva. Ma tu di queste cose, di questi nomi, ne conosci? Li hai mai denunciati nei tuoi scritti? Se non lo hai fatto, perché?

    La spiegazione si trova nel mio libro. Ne “Il Giorno della civetta”, nella nota finale. Io ho sempre temuto la querela più che la lupara. Perché quando si ha un nome si è sempre chiamati a risponderne davanti a un giudice. E il risultato è una condanna per chi lo ha fatto e una patente di non mafioso per colui che si è querelato. E allora non ne vale la pena.



    Allora Sirchia aveva ragione a starsene zitto?

    Se invece Sirchia avesse detto qualcosa, e io lo avessi diffuso, saremmo stati querelati tutti e due; e sarebbe valsa la pena affrontare il rischio, che poteva anche risolversi in un’assoluzione.



    Quell’uomo sapeva veramente?

    Eh sì, lui sapeva veramente.



    E l’esperienza nel PCI?

    Un’esperienza consolidante. In un certo senso mi aveva entusiasmato questa faccenda di entrare, Guttuso ed io, nel consiglio comunale di Palermo.



    Non hai l’impressione di essere libero rispetto ai condizionamenti dell’industria culturale dei librifici, perché sei uno scrittore che “vende molto”?

    Sì, certo, perché vendo. Ma cercando di infamarmi, visto che non possono censurarmi. Lo sai che l’ANSA, a proposito dell’“Affaire” aveva diffuso la notizia che avevo ridotto il libro a 1146 pagine rispetto alle 250 annunciate, insinuando chi sa che, e dicendo che era in giro una seconda edizione senza che mai fosse circolata la prima? Nessuno aveva mai annunciato questo libro di 250 pagine…



    (Da “Il Manifesto” 5 dicembre 1978, terza e ultima parte)



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  7. #57
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    Leonardo Sciascia, vent'anni fa... 56)

    • a cura di Valter Vecellio

    NEL CORSO DI UNA VITA



    Cosa stai leggendo?

    Sto leggendo il “Rome, Naples et Florence en 1817! Di Stendhal.



    Da quanti anni rileggi Stendhal?

    Da cinque o sei.



    Ne “l’Affaire Moro” hai scritto di aver “pensato” la parola “adorabile” più volte: ma per una sola donna,, e per un solo scrittore. Stendhal, forse è inutile dirlo.

    E’ così.



    Quando leggesti Stendhal per la prima volta?

    Nell’immediato dopoguerra, il “Lucien Lewen”, edito da Garzanti e tradotto da Corrado Pavolini.



    Qual è il più bel libro di Stendhal?

    Il più bel libro di Stendhal è l’”Henry Brulard”. Ci sono tre gradi dello stendhalismo. In un primo si crede che il più bel libro di Stendhal sia “Il rosso e il nero”; poi ci si converte alla “Certosa di Parma”; in un terzo grado, quando lo stendhalismo è arrivato alla sua perfezione, ci si convince che il suo più grande libro è la “Vie de Henry Brulard”.



    E il “De l’Amour”?

    “De L’Amour” è un’opera a parte. E’ un’opera scientifica per la precisione con cui descrive le fasi dell’apprendimento amoroso. Uno s’innamorerà sempre come ha stabilito Stendhal nel “De l’Amour”. Opera di scienza, appunto.



    Di un altro scrittore hai detto più volte che va riletto, riscoperto, Vitaliano Brancati.

    Credo di sì. Brancati è un autore che parla alla nostra inquietudine. E’ un ruolo e un peso che non gli sono stati adeguatamente riconosciuti. Per me è lo scrittore più importante di quella generazione formatasi tra il 1930 e il 1040.



    Più importante di Vittorini?

    Sicuramente.



    Brancati lo avesti come insegnante al magistrale di Caltanissetta.

    Non precisamente. Brancati insegnava nella scuola che io frequentavo, ma al secondo corso, mentre io ero al primo, al terzo quando io sono passato al secondo. Di persona l’ho conosciuto qui a Roma, tramite Mario La Cava. Ma siccome ero un lettore dell’ “Omnibus” di Longanesi, Brancati mi appariva come il mito vivente dello scrittore. Su quella rivista apparivano difatti le sue “Lettere di Caltanissetta”.



    La rubrica che gli aveva suggerito Longanesi per strapparlo ai suoi esordi dannunziani e farne un piccolo Gogol…

    Ed erano “Lettere” che descrivevano la vita reale di Caltanissetta, quella che io osservavo tutti i giorni.



    Avevi già maturato la vocazione allo scrivere?

    Credo di averla sempre avuta. Ero preso da una specie di mania per gli strumenti dello scrivere, impazzito per avere nuovi quaderni, nuove matite. A questo si aggiunge l’influenza di alcuni personaggi che mi fecero da maestri, Giuseppe Granata su tutti, mio professore di lettere, poi divenuto senatore comunista. Era solo di quattro anni più grande di me, ma fu lui ad avvicinarmi alla letteratura americana, fu lui a prestarmi il primo libro che ho letto di Dos Passos, “Il 42° parallelo”.



    Quanti libri hai adesso?

    Non li ho mai contati, credo di averne 15mila, forse 20mila. La casa ne è sommersa. Ho deciso di regalarne una parte alla biblioteca comunale di Racalmuto, il mio paese.



    Dar via i propri libri è un po’ morire.

    Sì, è un po’ cominciare a morire.



    Torniamo a te, ragazzetto che leggevi “L’Omnibus”.

    Ne conservo ancora i primi trenta numeri, ricordo l’impressione che mi fece la copertina del primo numero, con quella grande foto di Léon Blum.



    Una foto in cui lo si sfotteva.

    Un poì sì un po’ no…



    Com’era Longanesi?

    Com’era Longanesi e com’era la sua rivista, una rivista che spazzava la crosta dell’mbecillità e di conformismo da cui era dominata l’Italia negli anni del fascismo.



    (Da “Mondoperaio” dicembre 1978, prima parte)



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  8. #58
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    Leonardo Sciascia, vent'anni fa... 57)

    • a cura di Valter Vecellio

    NEL CORSO DI UNA VITA (seconda parte)



    E’ di quegli anni un personaggio che hai voluto ricordare alla voce: “Ci sputassi vossia”, in quella specie di dizionario che hai compilato a mo’ di commento delle foto di Ferdinando Scianna nel volume “I Siciliani”; credo che sia un brano da riportare per intero:



    “CI SPUTASSI VOSSIA”. Ci sputi lei. Espressione ormai proverbiale, per dire di un’azione che si è costretti a fare anche se teoricamente, formalmente si ha la libertà di non farla. Fu pronunciata da un certo Salvatore Provengano, ex guardia regia (corpo di polizia, quello delle guardie regie, istituto da Nitti e sciolto da Mussolini) davanti al seggio in cui si votava il consenso o il dissenso al regime fascista. I componenti del seggio consegnavano al votante la scheda su cui, teoricamente, il votante era libero di scrivere SI o NO; ma di fatto le schede venivano consegnate con il SI già scritto; per cui al votante altro non restava che leccare la parte gommata della scheda,chiuderla e imbucarla nell’urna. Accorgendosi dunque Provengano che già era stato scritto un SI, dove lui aveva intenzione di scrivere un NO, si rifiutò di leccare la scheda: che la leccasse, chiudesse e imbucasse il presidente del seggio. Naturalmente fu arrestato: che sarebbe già stato offensivo dire al presidente di leccare la parte gommata della scheda e metterla nell’urna, ma dirgli “ci sputi” era dimostrazione di assoluto disprezzo per il regime fascista (Provengano è morto una decina di anni addietro. Era un uomo alto, asciutto, la faccia cotta dal sole. Vestiva sempre con giacca di velluto a coste, pantaloni da cavallante, gambali di cuoio. Viveva del reddito di una sua piccola campagna. Caduto il fascismo non rivendicò mai il diritto di essere stato antifascista).



    L’episodio a Racalmuto fece scalpore e il personaggio era come l’ho descritto, di un tipo che mi piace molto.



    Chi furono gli autori che diedero ragione al tuo antifascismo?

    Ne citerei due. Il primo è Alberto Moravia, non tanto l’autore de “Gli indifferenti”, quanto quello di una serie di racconti pubblicati sulla “Gazzetta del Popolo” di Torino e che poi credo Moravia abbia raccolto nel volume “L’Epidemia”. L’altro è Alberto Savinio. Due figure molto diverse. In Moravia sentivi “l’impegno” contro il fascismo. Savinio era invece scrittore tutto cultura, di una cultura che era un’altra cosa rispetto al fascismo. E’ stato lo scrittore più indeffettibilmente laico che ci sia stato in Italia.



    A proposito dei suoi pezzi raccolti, qui da Sellerio, nel volume “Torre di Guardia”, Edoardo Sanguineti ti ha rimproverato di averne omesso alcuni in omaggio o encomio del fascismo.

    Erano pezzi che con Savinio non c’entravano. Erano piccoli oboli che aveva dovuto pagare, per lavorare, per vivere. Altri questo tributo lo pagarono più subdolamente, lui lo pagò facendosi, nei pezzi cui accennava Sanguineti, volutamente sciocco. Una mancia da relegare al regime. Ma io in una nota al libro ho dichiarato le ragioni per cui li omettevo.



    E’ di questi anni, lo hai rammentato recentemente, una tua “insonnia”: provocata dal patto russo-tedesco. L’insonnia di uno che era stato vicino ai comunisti?

    Io ero molto amico di Pompeo Colajanni e di altri comunisti. Sì, credo possa dirsi che ero vicino ai comunisti. Il patto russo-tedesco provocò infinite discussioni fra noi. Loro non avevano dubbi, era una mossa geniale di Stalin. Io dubbi li avevo.



    In morte di Vittorini, parafrasando una celebre formulazione polemica di Togliatti, dicesti che Vittorini era rimasto “solo”, dopo aver abbandonato il PCI, ma non perché gli venivano a mancare i Togliatti, ma perché gli venivano a mancare i Boccadutri, il militante comunista che a Caltanissetta hai conosciuto fin dagli anni dell’opposizione clandestina al fascismo. Non conteneva però, quella tua espressione, una sorta di mitizzazione della “base” comunista? In realtà, quella “base” è stata a lungo, e forse lo è ancora, più settaria e stalinista del gruppo dirigente.

    Quella mitizzazione c’è stata, inutile negarlo. La generazione di Vittorini e mia è vissuta anche di questi miti. Ed è un mito che dura e resiste nella nostra coscienza. A tutt’oggi ho delle remore a polemizzare col PCI se penso alla gente, ai Boccadutri, che ci stanno dentro. Non è molto razionale, ma è così.



    (Da “Mondoperaio” dicembre 1978, seconda parte)



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  9. #59
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    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 58)

    • A cura di Valter Vecellio

    NEL CORSO DI UNA VITA (terza parte)

    Come ti arrivò la notizia del 25 luglio?

    Arrivò in ritardo perché da noi era venuta a mancare la corrente elettrica e le radio perciò non funzionavano. Tieni presente che a Racalmuto c’erano già gli americani: ci apparve dunque una notizia lontana, quasi estranea, come se fosse venuta da un altro mondo.

    Tra il 25 luglio e la Liberazione, ma anche dopo, la Sicilia vive una fase dai tratti assolutamente suoi e specifici rispetto a quelli del resto d’Italia, primo fra tutti l’ascesa e l’ampiezza del movimento separatista. Tu ne fosti contagiato?

    Assolutamente no, fui antiseparatista fin dal primo momento. A Racalmuto, con un gruppo di amici, costituimmo addirittura un movimento antiseparatista, affittammo una sede, firmammo un manifesto. Nel separatismo mi sembrava evidente la prevalenza della destra agraria, della mafia, di tutto quel “sicilianismo” che io detestavo.

    Eppure, anni più tardi, ti sei interessato al leader della sinistra separatista, il catanese Antonio Canepa. Volevi farlo diventare il personaggio di un tuo libro.

    Di Antonio Canepa mi aveva interessato la sua dimensione di sconfitto, che aveva in comune con altri miei personaggi. Studiandone più a fondo la vita e la presenza, il personaggio mi deluse. Mi parve carico di ambizioni e mitomanie. Era giunto al punto di scrivere una sua autobiografia esaltatoria e di gabellarla come scritta da un francese.

    Che fosse un pirandelliano gioco delle parti per imbrogliare le piste alla polizia fascista?

    Non credo a tal punto. In quegli stessi anni stava compilando una “Storia del PNF” che gli valse la cattedra. La sua ambiguità era quella di un politico lucido, ma qualcosa di più gretto.

    Da quale lavoro cavavi la pagnotta, negli anni del dopoguerra?

    Dal ’41 al ’48 lavorai da impiegato negli uffici adibiti al controllo dell’ammasso del grano. Furono per me un’esperienza e un osservatorio importanti. Io venivo dal mondo della zolfatara, fu il mio primo contatto con il mondo contadino.

    In anni di duro contrasto tra la “città” e la “campagna”, i contadini rifiutavano di consegnare quote di grano, e cioè di approvvigionare i lavoratori della città.

    Lotte e ribellioni in cui i contadini mostrarono la loro grettezza. Le quote fissate dall’ufficio in cui lavoravo, a tanto per ettaro, erano nettamente inferiori alla reale produzione che la terra dava. Per i contadini si trattava dunque semplicemente di consegnare un minimo del loro raccolto ai prezzi fissati dal governo. E invece il loro obiettivo era quello di vendere anche quella porzione del loro raccolto al maggior prezzo possibile. Sfidavano l’arresto, la galera, ma il grano non lo consegnavano.

    Impiegato all’ammasso, e come scrittore?

    Scrivevo moltissimo, per me. Riempivo quaderni di poesie, di favole, di critiche di film, di tutti i film che vedevo.

    Hai amato molto il cinema?

    Immensamente, per un certo periodo ho visto anche due film al giorno.

    Da quell’amore, da quella predilezione, ne è venuto qualcosa alla tua scrittura, al “tempo” del tuo narrare?

    Credo molto, e che ciò risulti evidente. Ai registi che traggono dei film da alcuni miei libri, mi viene da dire: ma perché fate fare una sceneggiatura, non vedete che il mio libro è già sceneggiato?

    Assieme al cinema ha influito nella tua scrittura il romanzo poliziesco di cui sei stato lettore accanito anche quando gli intellettuali storcevano le nari nei suoi confronti?

    Fenomeno questo, solamente italiano. In Francia, André Gide fu il primo a riconoscere la grandezza di un Dashiell Hammet e di altri “giallisti”. Ricordo ancora il giudizio di André Malraux quando, a proposito di “Santuario” di Faulkner, scrisse che la tragedia greca era stata introdotta nel romanzo poliziesco.

    Il tuo esordio narrativo, “Le parrocchie di Regalpetra”, coincide con i sussulti agonici del neorealismo. Quali erano stati i tuoi rapporti con il neorealismo?

    Mi è parso subito piuttosto falso, piuttosto “diventato”. Un rapporto vero lo ebbi con Rocco Scotellaro, che era poeta autentico. Lo conobbi qui a Palermo, e diventammo amici. La sua morte mi colpì molto. Ma ormai è tutta una storia di morti che ti colpiscono.

    Qual è stata l’ultima?

    La morte di Silone. Mi ha risvegliato qualcosa che somiglia al rimorso, la sensazione di non averlo capito e apprezzato al momento giusto.

    Quando avevi letto Silone?

    Nell’immediato dopoguerra, su una rivista che veniva fatta circolare dagli inglesi, “Il Mese”. Vi erano pubblicate alcune pagine di “Fontamara” e “Vino e pane”, non mi colpirono molto. Poi lessi il suo pezzo ne “Il Dio che è fallito”, mi parve letteratura antisovietica, come quella di un Koestler.

    Strano questo tuo giudizio sulla tua bocca, quasi ci sia stato un momento in cui ti veniva luce dall’URSS.

    Non esattamente questo, ma l’impressione che vi stesse narrando qualcosa di nuovo. Da ciò l’indifferenza verso Silone, che mi pareva misurasse tutto su un’esperienza personale.

    (Da “Mondoperaio” dicembre 1978, terza parte)

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  10. #60
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    Leonardo Sciascia, vent'anni fa… 59)

    • a cura di Valter Vecellio

    NEL CORSO DI UNA VITA (quarta parte)

    Non sentivi in lui il meridionale fedele alla sua gente?

    Sì, ma mi sembrava una fedeltà di tipo verghiano, una fedeltà all’immobilità, a quella specie di superstizione tomistica che è in Verga. Solo che Verga su questa superstizione ha fatto un’opera di grande poesia.

    Quello con Pasolini è un altro dei tuoi rapporti fondamentali. Quando inizia?

    Nel 1950 quando pubblicai presso l’editore Bardi, l’editore di Adriano Tilgher, un libricino di favole, duecento copie al massimo. Pasolini ne scrisse in modo lusinghiero in un articolo che ancora conservo. Diventammo amici. Nel ’53 gli chiesi di scrivere la “premessa” a una mia antologia, “Il fiore della poesia romanesca”, edita da Salvatore Sciascia a Caltanissetta. In quel momento avevamo un grande interesse, entrambi alla poesia dialettale e popolare.

    Due sono le culture alle quali ti sei più spesso rivolto e dalle quali hai più spesso attinto. La cultura francese e quella spagnola. Per quest’ultima un libro su tutti, il “Don Chisciotte”.

    Sì, nella cultura spagnola era come trovare le radici della consanguineità con la cultura siciliana.

    C’è un tuo racconto, ne “Gli zii di Sicilia”, di un contadino siciliano che va a battersi dalla parte di Franco.

    E’ un racconto che mi venne ispirato dai ricordi di due persone diverse. L’uno che mi raccontò l’inizio della battaglia di Guadalajara, dove lui stava dalla parte di Franco, esattamente negli stessi termini in cui lo narra Malraux ne “L’Espoir”. L’altro, che chiamo Ventura, che era andato negli USA, era stato rimpatriato per cattiva condotta ed era andato in Spagna con i franchismi perché sperava di passare il fronte e di unirsi a una brigata americana che combatteva dalla parte della repubblica e così poter tornare negli USA. E invece si fece tutta la guerra con Franco. E’ stato lui a raccontarmi moltissimi episodi de “L’Antimonio”, per esempio, la fucilazione dei prigionieri, comandata da un generale di cui mi fece il nome e che io nel racconto indicai con la sola lettera B. Ma mi dicevi del “Don Chisciotte” che io ho letto complementarmente al celebre commento di Miguel de Unamuno. Nel romanzo c’era la storia comic di un pazzo che si era infatuato della storia della cavalleria; nel commento c’era la esplicazione della vicenda di quel pazzo, e cioè la spiegazione dell’anima spagnola.

    Altro personaggio spagnolo a te caro è il Manuel Azana, presidente della Repubblica al tempo della guerra civile, di cui hai prefato e tradotto la “Veglia di Benicarlò.

    Una stupenda opera letteraria scritta da un personaggio eccezionale, da un uomo che seppe tenere un equilibrio assoluto tra la ragione e i sentimenti e seppe mettere la verità al di sopra di ogni altra cosa.

    Hai parlato tantissime volte di una schizofrenia dell’intellettuale meridionale, scisso tra la realtà che lo circonda e i viaggi, perlomeno mentali, in culture e capitali lontane. Sei mai stato partecipe di questa schizofrenia?

    La mia prima infatuazione fu per il mondo americano, che non mi apparve però come mondo da visitare, ma da vivere attraverso i libri. E’ curioso per esempio come io sia arrivato a Verga, uno scrittore che a tutt’oggi non riesco ad amare completamente attraverso una testimonianza entusiastica che ne aveva scritto un americano, Burnett, l’autore di “Piccolo Cesare”.

    Su Verga c’era stato, pubblicato giustappunto su “Omnibus”, il saggio di D.H.Lawrence.

    Che però andava nel senso del mio giudizio, della mia insofferenza per Verga. No, fu l’ammirazione di Burnett, che mi portò a riconsiderarlo.

    Hai mai tentato di andar via dalla Sicilia?

    Sì, una volta. Sono venuto a Roma, per pochissimi mesi.

    Nel tecum, nec sine vivere possum.

    Esattamente.

    La “sicilianità” è una malattia inguaribile?

    Non è la “sicilianità”, ma la “similitudine”. Ma non è una malattia, questo amore, questa passione per la Sicilia, va vissuta nel modo giusto, senza esaltazioni e senza sacrifici.

    La Sicilia ti è apparsa la metafora perfetta del destino umano. Come l’asino di Silvestre di cui una volta hai scritto: “Silvestre si serviva invece di un asino, che caricava di quattro brocche di zinco tenute al basto da una catena a croce di Sant’Andrea. Facevano questo lavoro, lui e l’asino, dall’alba al tramonto; e per tutte le ore del giorno le strade del paese risuonavano del raglio dell’asino: alto, accorato, straziante…L’asino di Silvestre, mentre tendeva il collo e legava e storceva la testa nel raglio, era per me bambino immagine e grido di dolore senza nome”. Una metafora entro la metafora più generale della sicilianità.

    Un’immagine del tradizionale pessimismo siciliano.

    Contro questo pessimismo Vittorini fece una volta una mossa azzardata, rifiutando il “Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa. Condividesti questa scelta?

    Fossi stato in Vittorini avrei agito con più umiltà nei confronti del libro e l’avrei pubblicato. Edito da Mondadori, probabilmente, non sarebbe divenuto quel simbolo di restaurazione che in effetti divenne.

    Il libro di Lampedusa è soltanto questo? A me parve una salutare messa in guardia contro la retorica progressista.

    Sì, certo, in quel libro c’era una polemica molto avvertita contro i valori retorici della Resistenza che finiva però per diventare un alibi della classe. “Il gattopardo”, da quel punto di vista, faceva “nuova filosofia”.

    Di cui si potrebbe dire proprio quanto tu hai scritto a proposito dei “noveaux philophes”: che “hanno messo la mano sul segno della catena”, ovvero sulla piaga.

    Non lo nego.

    Il libro di Lampedusa esce che in Sicilia è in corso l’esperienza milazziana, l’alleanza a tenaglia tra la destra e la sinistra contro Dio.

    Un’esperienza che ho sempre giudicato nefasta. Non c’era altro modo per sbloccare la situazione? Tutto è meglio della confusione, e col milazzismo si fece una grande confusione, sia nell’uso dei mezzi che nell’indicazione dei fini.

    Per una stagione, ha scritto Emanuele Macaluso, di rinascita dell’orgoglio siciliano.

    Più precisamente fu una stagione di rinascita di quello che io meno amo, il “sicilianismo”. Io ho adottato, prendendolo dal poeta Crescenzio Cane, il termine di “sicilitudine”, proprio per contrapporlo al “sicilianismo”, per indicare una condizione della ragione e del sentimento diversa da quella che Lampedusa chiama la “follia siciliana”. Il “sicilianismo” è follia, ma è anche mafia.

    Con “Il Giorno della civetta” la mafia entra nei tuoi romani, nei tuoi ambiti di indagine. Era la vecchia o nuova mafia?

    Era la vecchia mafia che stava diventando nuova, la mafia rurale che stava diventando cittadina.

    Dopo Milazzo, il centro-sinistra che debutta in Sicilia. Ci hai creduto?

    Sì, ho votato socialista in quegli anni. Ero partito con un voto radicale, poi PSI, poi PSIUP, poi sono approvato al voto PCI.

    (Da “Mondoperaio” dicembre 1978, quarta parte)

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