DALL’OSSERVATORIO DI RACALMUTO
Tu, negli ultimi giorni, pensavi che l’avrebbero ucciso?
Negli ultimi giorni sì. Mi ricordo che quattro giorni prima avevo fatto una specie di scommessa: no, no…non una scommessa, una discussione tra amici, a Bidona. C’era il mio amico Roxas, che fa l’editore, che diceva: non lo ammazzano. Io dicevo: lo ammazzano. Si può dire che la logica utilitaristica era da pigliare in considerazione. E l’ho presa in considerazione. Ma ho pensato che loro avevano già ucciso quei cinque e quindi ci doveva essere qualcosa di simbolico che permettesse di salvare la faccia. Lo Stato doveva cedere, anche se minimamente. Altrimenti, la logica, in un certo senso propagandistica, li portava ad ammazzarlo.
Allora è stata una scelta di un determinato tipo di propaganda. Un privilegiare la durezza, il rigore, la setta…
Sì, è gente che si guarda tra loro, che sa altro…
Ma la sinistra aveva la speranza che non lo facessero, forse una “folle” speranza. Ma coinvolgeva tutto ciò che noi siamo. Per esempio che Curcio al processo di Torino dicesse qualcosa…
Io ho apprezzato molto l’articolo che fece “Liberation” quando uccisero Moro. Scrissero: hanno disonorato la sinistra.
E il loro onore? Rispetto a se stessi?
Ah, rispetto a se stessi, penso che hanno davanti una vita difficile, in cui penseranno spesso a queste cose. Loro stessi saranno atterriti. Io sento una pietà anche per loro. Hanno davanti un’esistenza assolutamente oscura. Sì, ci sarà qualcuno che avrà dei ripensamenti, o forse anche qualcuno che se ne farà una vanità. Ma i più avranno questo problema…
Forse per questo la telefonata che riporti sorprende…Perché è la prima volta che le BR dicono “mi spiace”, loro che sono attentissime a fare barriera contro la pietà…
Però lì la pietà c’è.
Nel tuo libro tu fai un’analisi del linguaggio di Moro. Ma di quello delle BR?
E’ un punto che ho trascurato. Ma a me sembra una cosa proprio ossificata, senza vita, disanimata, una specie di burocrazia del fanatismo. Questo loro amore per le sigle…Quelli che hanno scritto quei comunicati sono sicuramente gente che non ha mai letto un romanzo…
Nel libro parli anche dell’appello che fu pubblicato nel nostro giornale. Ci è sembrato che tu ne abbia dato un’interpretazione utilitaristica: un ricordare alle BR che poi ci saremmo andati di mezzo noi…
No, no, no…Non eravate voi che dovevate far capire a loro. Erano loro che dovevano sentire. Io penso che quell’appello fosse uno dei pochi gesti cristiani della nostra storia. Di tutta la storia d’Italia, intendo, perché tanta gente senza pregiudizi vi ha aderito…
Ma cosa c’è dietro Terracini, La Valle, Dario Fo, un consiglio di fabbrica, un vescovo?
La pietà cristiana.
Non è forse qualcosa che precede il cristianesimo, oltre il marxismo?
Mah…Forse è qualcosa che esisteva anche prima di Cristo. E’ l’amore della vita, un essere contro la morte.
E’ diverso dal rispetto?
E’ diverso. Direi che siamo proprio nella sfera dell’amore.
C’è una coincidenza in quel giorno, tra la morte di Moro e quella per mano della mafia di Peppino Impastato, a Cinisi. Al di là della diversità delle due morti, in molti compagni si sentì, allora, il rifiuto del sangue, come strumento della politica. Tu ricordi nel libro l’ultima lettera di Moro: “Bisognerebbe dire a Giovanni (suo figlio) che significa attività politica”. Come pensi che si possa riconsiderare la politica?
Questo è un problema. Moro lo ha visto troppo tardi. La politica era morte anche prima, qui in Sicilia specialmente. Ma non credo che la politica debba essere sempre così. Non dev’essere. Nell’“Espoir” di André Malraux si dice: “Non si può fare una guerra come questa tenendo conto dei principi morali”. Ma nemmeno facendone a meno. E questa è la verità, il paradosso, il dramma. Non si può fare, tenendo conto dei principi morali, ma nemmeno si può fare, facendo a meno dei principi morali. Il machiavellismo ci ha molto guastato. Anche il giacobinismo, ma il giacobinismo ha avuto dentro di sé la nemesi, perlomeno si è riscattato nella nemesi. Ma qui, siamo alla nemesi? Io non credo: quando un gruppo come il vostro trova questa via, non credo che siamo in piena nemesi. C’è possibilità di andare avanti e di essere diversi. Io sono, debbo dire, un po’ meno pessimista di prima…
Perché?
Ho visto questo popolo italiano nelle ultime consultazioni elettorali che, sotto la specie di questo messaggio rassicurante che era il “tenere duro” dello Stato, ha colto il messaggio inquietante. Sì, ha dato un voto di condoglianze alla DC, però ha punito il PCI che stava dietro questa durezza. Io credo che nelle prossime consultazioni elettorali il PCI dovrà fare i conti con altre inquietudini della base; un’inquietudine economica, ideologica…Ma in quel momento ha fatto i conti con un’inquietudine morale, un’inquietudine per la libertà…
Tu dici, nel libro, che in Italia improvvisamente risorse con l’affare Moro, se mai era nato, il “senso dello Stato”. Ora assistiamo a una rifondazione dello Stato sulla base del mistero di Moro. Come per le BR, il suo futuro sarà oscuro?
Lo Stato si è rifondato in questo compromesso tra cattolici e comunisti. Però che rifondazione è? Tutto è fondato sulla morte di Moro, sulla menzogna che l’accompagna, su determinate operazioni segrete, di cui non si sa nulla. Ma davvero lo Stato può rifondarsi su questo? Non si può fondare su questo. E la gente lo sente. Ecco perché io non sono pessimista. Naturalmente dove va, dopo aver sentito questo? Dopo aver preso coscienza? Questo è un altro problema…
Diventeremo come il Paraguay, con un governo di gesuiti a mezzadria con le BR?
Eh, solo che non ci sono i gesuiti! A quanto pare i loro seminari sono pressoché deserti. Ma il modello è gesuitico…
(Da “Lotta Continua”, 27 ottobre 1978, terza parte)
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