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Discussione: Semper infideles

  1. #191
    scemo del villaggio
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    Predefinito Troppe Messe a torino, "Eminenza"?

    Poletto: «La Messa? Trovi unita
    la comunità»
    (da "Avvenire")

    «Vivere il giorno del Signore in maniera festosa. Oggi ritengo il numero delle celebrazioni veramente eccessivo, per il numero di partecipanti»

    da Torino Marco Bonatti

    Troppe Messe a Torino? La questione, quasi provocatoria, viene posta dall'arcivescovo cardinale Severino Poletto nel suo messaggio alla diocesi per la Quaresima, intitolato «Una sola cosa è necessaria». Il riferimento è alla centralità dell'Eucaristia nella vita della comunità cristiana. Il titolo è un richiamo evidente alle parole di Gesù nella casa di Lazzaro, ai rimproveri di Marta e all'atteggiamento di ascolto di Maria.
    L'osservazione del cardinale sul numero delle Messe in realtà si inserisce in una riflessione molto più ampia che riguarda tanto il clero quanto i laici. In questi anni è avvertito diffusamente, in diocesi, il problema della «pastorale obesa», cioè dell'affastellarsi di impegni, attività, «cose da fare» che riducono energie e risorse per la preghiera, la riflessione, l'approfondimento culturale. Ecco allora la necessità di riscoprire il vero «centro» della vita cristiana. Nel suo messaggio l'arcivescovo di Torino invita con forza e convinzione a privilegiare l'Eucaristia non solo nel momento della celebrazione ma anche e soprattutto nella sua preparazione, creando o potenziando, durante la settimana, appositi spazi di riflessione, ricerca, preghiera in vista della Messa domenicale. L'invito del cardinale Poletto guarda anche oltre, al prossimo anno pastorale 2004-2005 quando, con la sospensione della Missione diocesana, vi sarà spazio per una verifica approfondita del lavoro compiuto dal 2001 in poi. «Ogni parrocchia - scrive il cardinale Poletto - è quindi chiamata ad organizzare la propria attività pastorale portando l'attenzione soltanto su questo punto, con due momenti importanti da curare con straordinaria diligenza: un incontro settimanale della comunità, per fare una seria preparazione "spirituale" alla celebrazione eucaristica che si farà nella domenica successiva; un'unica o al massimo due celebrazioni eucaristiche festive, presentate come le più solenni e festose Messe della Comunità, sulle quali far convergere la maggior parte dei fedeli della parrocchia».
    Qui il cardinale inserisce le proprie osservazioni sul numero delle Messe: «Questa potrebbe anche essere l'occasione per ridurre il numero di Messe, che ritengo veramente eccessivo. Ci sono chiese nelle quali, nonostante un numero esiguo di partecipanti, si continua a celebrare troppe Messe. Talvolta si ha l'impressione che ci si preoccupi più di mantenere il legame con piccoli gruppi di assidui frequentatori che di annunciare, celebrare e vivere in modo festoso e significativo quel grande mistero della salvezza, che nell'Eucaristia si rende presente per noi. Con questo non intendo proibire qualche altra celebrazione là dove le esigenze pastorali la rendessero necessaria, ma vorrei che si sentisse l'esigenza di far convergere i fedeli su poche Messe piuttosto che assecondare una dispersione in numerose celebrazioni, che finiscono col diventare celebrazioni "povere" per numero di partecipanti e per qualità». La riflessione di Poletto che si collega anche all'altro grande sforzo, organizzativo e pastorale, che la diocesi di Torino sta compiendo: quello di avviare, ad experimentum, le «unità pastorali», cioè un coordinamento più stretto fra le comunità cristiane vicine sul territorio. Qui si potrà definire un migliore coordinamento degli orari e concentrare gli sforzi per approfondire il senso dell'Eucaristia domenicale. Il «giorno del Signore», ricorda infine l'arcivescovo, ha da essere anche il «giorno della famiglia»: un tempo speciale da dedicare a rinforzare i legami familiari, proprio perché il contesto dei troppi impegni rende difficile anche la vita tra genitori, figli, anziani.

  2. #192
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    Predefinito I fasti della sede arcivescovile vacante a Torino

    Rileggete bene, cosa dice Don Severino: TROPPE MESSE!



  3. #193
    scemo del villaggio
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    Predefinito La veste dei preti

    Il "Corriere del Veneto" e la veste dei preti: un passo avanti e tre indietro

    di Franco Damiani

    Il "Corriere del Veneto" ha pubblicato nei giorni scorsi un articolo di Alessandro Zangrando che riferiva di come un prete che indossa la talare si sia rifiutato di recarsi a Venezia per il carnevale per paura di essere scambiato per...una maschera; di rincalzo il professor Giuseppe Gullino ha lamentato l'andazzo dei preti di oggi di vestire in borghese e di sostituire le omelie con insulsi predicozzi sindacal-politici.
    Alleluja, veniva da dire: finalmente anche un "grande quotidiano", sia pure nella sua edizione regionale, ha scoperto le magagne dell'attuale nefasto corso ecclesiale.
    Forse spaventato da tanto ardimento, il giornale si è però affrettato a rientrare nei ranghi, pubblicando nei giorni successivi una serie di repliche una più "progressista" dell'altra. ha cominciato il sig. Sandro G. Franchini, segretario dell'Istituto Veneto di Scienze, lettere e Arti, dichiarando che la talare evoca un mondo superato, in cui i preti si ritenevano depositari della verità e facevano da supporto a una Chiesa lontana dalla società e arroccata a strenua difesa dei suoi privilegi. Ha proseguito il giornalista RAI Massimiliano Melilli, che ha addirittura affermato che "il Veneto ha bisogno di preti global in jeans" e che la talare va messa "in naftalina" (bontà sua che non abbia dato gettata alle ortiche); infine "don" Cesare Contarini, direttore della "Difesa del Popolo", organo della curia padovana, ha ripetuto la filastrocca che "l'abito non fa il prete", che lui non usa mai la talare (su questo non avevamo il minmo dubbio) e che è meglio un prete in jeans che parla dei problemi veri piuttosto che uno in tonaca (oltretutto, ha scritto, di introduzione solo ottocentesca) che non sa coinvolgere i fedeli (e chissà che ne pensa mons. mattiazzo, che mi dicono molto attento a come si presentano i sacerdoti).
    Cestinate ovviamente le repliche del sottoscritto che in sostanza ricordava che sarà pur vero che l'abito non fa il prete ma che vergognarsi dell'abito che si porta significa vergognarsi di ciò che si è e che la voglia matta di "confondersi con i laici" ha ben poco di cattolico e molto di protestante. I preti di oggi saranno forse (anche se ne dubito) esperti di sociologia, di multinazionali e di globalizzazione, ma posso testimoniare che sono spaventosamente ignoranti in quella che dovrebbe essere la loro "scienza": la teologia, la Sacra Scrittura, il Magistero. Ovviamente ignorano il latino e sarebbero incapaci di celebrare una Messa in rito romano (infatti, il problema, si può convenire, non è tanto e solo la veste ma quello che essa rappresenta: parliamo dell'"altare di Lutero", del falso ecumenismo, dell'eretico "dialogo interreligioso", della negazione quotidiana di verità di fede, delle chiese simili a magazzini, delle insulse canzonette che accompagnano la liturgia e chi più ne ha più ne metta). Sono superbi e vanagloriosi e dai veri problemi della gente comune sono infinitamente lontani, mancando oltretutto di quella sapienza umana e di quella delicatezza d'animo che tutti ricordiamo in molti preti di una volta.. Sono, essi sì, veri uomini di potere, ammanicati con tutti i "poteri forti" e in buoni, anzi ottimi rapporti con quel "mondo" che Nostro Signore aveva ordinato di combattere.
    La gente, se non fosse imbottita di propaganda vaticanosecondista, li manderebbe tranquillamente al diavolo e riderebbe delle loro fisime "moderniste".
    Naturalmente il giornale si è ben guardato dal pubblicare la notizia, data dal sottoscritto, che in Veneto c'è da novembre la possibilità di assistere a una Messa "comme il faut" nel comune di Villafranca Padovana (via Gomiero, 8) tutte le prime domeniche del mese. Il prof. Gullino, nostalgico della Chiesa di un tempo, da me informato della cosa, ha dichiarato che non verrà, causa la sua "accidia" e la distanza, invero proibitiva (da Malamocco). Il giornalista Zangrando invece mi ha diffidato dall'informarlo su tale Messa. Poverino, bisogna capirlo: assistere a una Messa cattolica potrebbe sconvolgere il suo equilibrio psichico.

    Franco Damiani
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  4. #194
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    Predefinito Vietare il velo non aiuta il dialogo

    Dal "Corriere della Sera" del 27 febbraio.

    Leggetelo bene.

    Il confronto dura da millenni e si intreccia profondamente con la storia. Non solo del Mediterraneo, ma del mondo intero. Tanto che, nella «laica» Sala della Lupa di Montecitorio, nessuno dei relatori interviene sull' argomento senza timore. Perché non è facile parlare delle Tre religioni di Abramo. Il volume, a cura di Antonio Rigo, edito da Marsilio, ha affrontato il tema con saggi di esperti come il cardinale Carlo Maria Martini, lo storico Andrea Riccardi e il presidente delle Comunità ebraiche italiane Amos Luzzatto, insieme a studiosi algerini e tunisini. Ma ieri, durante la presentazione promossa dalla Fondazione Giorgio Cini, è emersa anche l' attualità del difficile quanto inevitabile rapporto tra Cristianesimo, Ebraismo e Islam. Il cardinale Achille Silvestrini ha fatto anche un cenno alla recente proposta di legge francese sul divieto dei segni religiosi come il velo islamico. E ha espresso la sua perplessità sulla soluzione adottata: «Mi chiedo se sia sufficiente per risolvere il problema e se è questo il tipo di mondo di fronte al quale si sta andando». Facendo riferimento alla coabitazione e al pluralismo che necessariamente si impongono in società come quella europea, per di più di fronte alla sfida della globalizzazione. Il cardinale ha parlato, inoltre, delle tre religioni monoteiste alle prese con i diritti umani e con la modernità. E ha insistito sulla necessità di un dialogo con l' Islam che lasci aperta la maturazione di un cammino che in passato è stato difficile e pieno di battute d' arresto anche per il Cristianesimo. Il presidente della Camera Pierferdinando Casini è convinto che proprio i diritti umani costituiscano uno dei più importanti terreni di confronto per le tre religioni del Libro: «È sul loro riconoscimento e la loro tutela che si giocherà gran parte del futuro. Per questo, è necessario costruire il dialogo interreligioso e mantenerlo in confini ben definiti, distinguendolo nettamente dallo scontro violento in atto con il terrorismo». Ma, aggiunge, «è vano parlare di dialogo fra le tre religioni se non si riesce a portare la pace a Gerusalemme». Diverso l' intervento dello scrittore Pietro Citati, accompagnato da continui riferimenti filosofici e teologici. E da un' amara constatazione: «Mai come oggi la religione è torturata e divisa. I cristiani non conoscono nè Israele, nè l' Islam. L' Islam non conosce nè il cristianesimo, nè Israele e soprattutto se stesso. Israele conosce poco il cristianesimo e l' Islam». A fare la sintesi è il filologo Antonio Rigo: «Non perdiamo come punto di riferimento l' immagine biblica di Abramo alla quercia di Mamre». Cioè l' immagine dell' ospitalità e della coabitazione come futuro del mondo. Anche perché, osserva il presidente della Fondazione Cini, Giovanni Bazoli, «il dialogo interreligioso sarà sempre più necessario per mantenere la pace su questa terra».

    Roberto Zuccolini

  5. #195
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    Predefinito Ceneri in mano

    UNA VOCE VENETIA

    Messe latine antiche nelle Venezie
    Venezia | Belluno | Gorizia | Padova | Pordenone | Treviso | Trieste 1 | Trieste 2 | Udine | Verona | Vittorio Veneto





    Ceneri in mano, e la Comunione?

    Forse parecchi pensavano che l'igiene non fosse propriamente la principale preoccupazione di diversi parroci (se non quando si cerca di giustificare o imporre la Comunione in mano). Ora don Piergiorgio Rigolo della diocesi di Concordia-Pordenone, - come riferisce Il Gazzettino del 27 febbraio - eleva lo sporco addirittura a valore, dichiarando di prendere esempio da Cristo (se lo dice lui...). Mettere le ceneri in mano ai fedeli, invece che imporgliele in testa, è senz'altro una "sorprendente novità", anzi una "iniziativa sconcertante", come scrive il quotidiano, ma è anche un abuso liturgico nella celebrazione della funzione del mercoledì delle Ceneri nella parrocchia di Provesano a San Giorgio della Richinvelda. Uno di quegli abusi che qualcuno chiama "sbavature", ma che ormai sono in molti a chiedersi se siano l'eccezione o non piuttosto la regola della liturgia riformata attuale. Ne prendiamo atto, e attendiamo gli sviluppi: don Rigolo sarà punito oppure premiato dalla competente autorità per quanto ha fatto? Intanto c'è una domanda che sorge quasi spontanea, connessa certamente con la preoccupazione dei fedeli di come "liberare le mani dalle sacre ceneri", testimoniata dal cronista. Come farà chi poi riceverà la comunione, quando il parroco, non è da dubitarne, gliela darà sulla mano (questa volta è il caso di dirlo) sporca?

    Una Voce Venetia



    ____________________



    SAN GIORGIO DELLA RICHINVELDA Il parroco ha invitato i partecipanti alla funzione ad avvicinarsi all'altare

    Ceneri nelle mani, fedeli increduli

    Sorpresa durante la messa di don Rigolo. La spiegazione? "Sporcarsi così aiuta il cristiano"



    San Giorgio d.Rich.

    Sono stati colti di sorpresa e quindi da un imbarazzante disorientamento i fedeli della parrocchia di Provesano che hanno partecipato, l'altra sera, all'antico rito religioso cristiano delle ceneri, come memoria della fragilità umana all'inizio della penitenza quaresimale.

    È accaduto che il parroco, don Piergiorgio Rigolo, iniziando il rito ha invitato i partecipanti alla celebrazione a presentarsi vicino l'altare con le mani aperte dove ha versato a ciascuno il suo pizzico di cenere che, secondo una ultrasecolare tradizione, veniva versato sopra la fronte fra i capelli.

    A parte la generale perplessità dovuta al fatto che nessuno aveva avuto sentore di un simile mutamento procedurale, di fronte alla scorcentante iniziativa i fedeli provesanesi hanno cercato di risolvere ciascuno a proprio modo il problema di liberare le mani dal pur apprezzato simbolo di fede cristiana. La spiegazione di questa sorprendente novità, lo stesso parroco l'ha data a suo modo osservando in sostanza che un buon cristiano può anche sporcarsi le mani pur di operare per il bene, prendendo esempio dal Cristo.

    Fuori di dubbio quindi che le intenzioni di don Piergiorgio fossero di creare stimoli nuovi e più incisivi nel far riflettere più profondamente i suoi parrocchiani sui concreti valori del cristianesimo, ma ciò non ha evitato l'imbarazzo di dover risolvere al meglio il problema di liberare le mani dalle sacre ceneri.

    E infatti - da quanto hanno confidato diversi fedeli protagonisti involontari di questa sorta di "innovazione sperimentale" realizzata di fronte ai monumentali affreschi quattrocenteschi di Gian Francesco da Tolmezzo - c'è stato chi ha depositato delicatamente la cenere nel fazzoletto, chi altro le ha deposte in tasca, mentre più di qualcuno ha risolto semplicisticamente il problema facendole scivolare furtivamente sotto i banchi sul pavimento della Chiesa.

    Nelle considerazioni del giorno dopo, i parrocchiani di Provesano si chiedono se questa novità sarà adottata stabilmente nella celebrazione delle sacre ceneri, anche per attrezzarsi adeguatamente per l'anno prossimo.

    Luigi Santarossa



    da "Il Gazzettino". Pordenone, 27 febbraio 2004


















  6. #196
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    Predefinito Adel Smith e l'affresco di San Petronio

    Caro direttore,

    Adel Smith ha annunciato che intende querelare il Papa, Ratzinger, Messori e Baget Bozzo perché sostenitori dell'affresco di san Petronio raffigurante Maometto all'Inferno.
    Finora il nostro si eralimitato a prendersela con i simboli cristiani nei luoghi pubblici, ora non li accetta nemmeno nelle Chiese.

    Informo Smith che nel Liceo scientifico di Cittadella (PD) in ogni stanza è appeso un crocifisso.
    Lo informo altresì che il sottoscritto ha sempre insegnato, con piena adesione intellettuale, il passo dell'"Inferno" dantesco in cui Maometto appare tra i seminatori di scandali e scismi. Che, come falso profeta, egli si trovi all'Inferno, è infatti cosa, fatta salva l'imperscrutabilità dei giudizi divini, altissimamente probabile se non certa.

    Per Giovanni Paolo II, Ratzinger, Messori e compagni questo è invece, per restare in ambito dantesco, un giusto contrappasso: non è servito a Wojtyla baciare il Corano né visitare in preghiera una moschea né ripetere che "cristiani e musulmani adorano lo stesso Dio".

    Tradendo la religione non solo si abbandonano a se stessi i buoni: non si ottiene nemmeno, come esperienza insegna, la stima dei cattivi; anzi, si ha il loro disprezzo.


    Franco Damiani
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  7. #197
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    Predefinito "Controrivoluzione"

    Ho ricevuto l'ultimo numero di "Controrivoluzione", che
    annuncia il convegno di Civitella;
    rinnova gli attacchi a don Nitoglia ospitando una lettera della prof.ssa Maria Camici con un appassionato elogio di Mordini commentato entusiasticamente da Capponi;
    ignora, nella pagina delle "Messe in rito romano antico", l'esistenza dell'IMBC e dei suoi centri di Messa: "tamquam non essent".

    Ognuno tragga le sue conclusioni.

  8. #198
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    Predefinito

    Caro Professore, sono le miserie della "Controrivoluzione" sedeplenista...

    Guelfo Nero

  9. #199
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    Predefinito

    Caro Professore,

    vuole postarne una recensione critica sia qui che nella mailing di Cattolicesimo?
    Gliene sarei davvero grato.

    sempre Suo

    Guelfo Nero

  10. #200
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    Predefinito Dal "Corriere della Sera" di venerdì 5 marzo 2004

    La nuova lettura cinematografica torna a quegli elementi che la riforma liturgica aveva riequilibrato

    Alberto Melloni

    Sangue e lutto, ceri e flagellazioni, madonne trafitte e processioni penitenziali, cappucci e corone di spine. La pietà popolare, riprendendosi spazio in una chiesa di clero, aveva già scelto tre secoli fa quali registri usare per dire la sua fede: questa rappresentazione teatrale della Passione ha occupato l' immaginario popolare ed è stato abilmente usato dai predicatori come veicolo di un dolorismo che doveva poi permettere, imporre, la sopportazione di ben altri quotidiani dolori. Ci aveva già provato Pio XII a ridare equilibrio agli elementi della Pasqua cristiana: la cena, la Croce, la veglia, la Resurrezione. E la riforma liturgica, che recuperava una tradizione più antica e serena di quel cupo fluire di sangue sembrava esserci riuscita - con il consenso totale nell' episcopato cattolico al Vaticano II. Ne era stato l' annuncio e la cifra Il vangelo secondo Matteo di Pasolini: asciutto rigorosamente biblico, fermo e pago di quel che di Gesù, da 1600 anni dice il Credo: «morì e fu sepolto». Oggi un nuovo film, La Passione del Cristo di Mel Gibson, suscita, prima ancora di uscire nelle sale, discussioni, entusiasmi, allarmi. Perché? In parte è sempre stato così: ognuno dei 170 film dedicati a Gesù ha avuto qualcosa di simile. In parte c' è qualcosa di peculiare: perché il Cristo secondo Mel Gibson, col suo carattere sanguinoso e cruento, sembra fiutare (qualcuno lo spera, qualcuno lo teme) una stagione spirituale nuova, dove quella che era una nicchia della pietà popolare diventa cifra della autorità ecclesiastica. Una parte di cattolicesimo trae dagli apprezzamenti che arrivano il segnale che si potrà farla finita sia con la rarefazione dei teologi del ' 900, sia con le Sette parole di Cristo in croce di Haydn, sia con la ruminazione della parola evangelica. È pericolosissimo lasciare intendere che la salvezza non viene dall' incarnazione-morte-risurrezione del Figlio di Dio, ma dalla smodata quantità di sofferenza che egli ha subito: ma il rischio lo si corre per poter dire che questa è la vera fede, mentre l' altra - quella della sobrietà della liturgia romana - sarebbe solo un occultamento diabolicamente «moderno» di quel sangue. Gibson piace a una Chiesa pulp, che crede ai miracoli avvenuti durante le riprese e annunciati nel sito del film: una Chiesa lacrimosa ed orgogliosa, sprezzante verso la liturgia del postconcilio, bisognosa di una oscurità densa nella quale sentir di nuovo gocciolare sangue e dolore. Una Chiesa che non si limita ai devoti confratelli che arrancano frustandosi nelle piazze del sud, ma può vantare inattese adesioni: p. Augustin Di Noia, sottosegretario della Congregazione per la dottrina della fede, ha detto che dopo questo film «andare a Messa non sarà più la stessa cosa»; il cardinale Castrillon Hoyos s' è dichiarato pronto «a scambiare tutta la sua predicazione con una scena del film»; e si dice che l' Osservatore Romano abbia commissionato una recensione pregiudizialmente favorevole che sta uscendo in queste ore. La questione, dunque, riguarda la Chiesa - ed ecco entrare in scena il Papa. Con una abile strategia di promozione Gibson è riuscito a far vedere il film a Giovanni Paolo II, in dicembre. E pochi giorni dopo una giornalista americana vicina a Reagan, Peggy Noonan, ha lanciato la notizia che il Papa aveva detto «E' andata proprio così»: ne è scaturito un pasticciaccio di conferme, smentite, accuse, che hanno costretto il portavoce vaticano Navarro a dichiarare che c' erano state false email provenienti dal suo computer! Perché smentire una frase che forse era un commento di circostanza? Perché quella proiezione doveva funzionare come un imprimatur: sarebbe stato come se i filippini che si fanno crocifiggere per devozione il Venerdì Santo, fossero stati ammessi con chiodi e legni in San Pietro. E questo avrebbe suscitato allarme. Anzi il sospetto che sia già accaduto l' analogo cinematografico di ciò, crea allarme. Allarme in un cattolicesimo che crede che il passaggio alla vivida pietà popolare al folclore, sia una perdita necessaria per ritrovare tutta la profondità della vita di Gesù. Quando il priore di Bose, Enzo Bianchi, gira le cattedrali italiane per dire che Gesù ha avuto una vita «bella, buona e felice», finita in croce dopo essere stata tale, fa capire che chi racconta un Cristo senza esistenza, chiuso nella sua Passione, nega la possibilità di annunciare la fede come creatrice di una vita bella, buona e felice. Non è cosa da poco e non interessa solo i cattolici. Gibson infatti ha allarmato molti rabbini. Marvin Hier, l' uomo del Centro Wiesenthal di Los Angeles, ha stigmatizzato la rappresentazione di un buon Pilato circondato da «perfidi giudei». E chissà cosa direbbe se sapessero che alla redazione della rivista dei paolini Jesus (dove non attecchirà) è stato fatto sapere che il suo sdegno era solo la vendetta della «lobby ebraica» contro un film che ha snobbato le major hollywoodiane ovviamente (l' antisemitismo è ripetitivo) «tutte in mano agli ebrei». Av Foxman in persona, il direttore di Anti-Defamation League, s' è precipitato a Roma per chiedere al cardinale Kasper, il responsabile vaticano delle relazioni con gli ebrei, una presa di distanza: perché sa che fra la forzatura delle tinte della Passione e l' accusa di «deicidio» contro gli ebrei, il passo è stato spesso breve. E se sapesse che Zeffirelli, mentre criticava Gibson, spiegava che «gli ebrei sacrificarono un loro correligionario perché queste erano le regole di allora», tornerebbe di corsa. Al contrario sono entusiasti quei predicatori del protestantesimo radicale statunitense che hanno applaudito a un' opera lanciata sottolineando l' adesione di Gibson ai circoli tradizionalisti cattolici più marginali - quelli che rimpiangono l' abito talare e la Messa in latino, convinti che questi profumi della loro adolescenza costituiscano «la tradizione». I pastori del neoconservatorismo che teorizza la guerra preventiva diventano «alleati» di quei movimenti cattolici secondo i quali l' ostensione della violenza ha a che fare con quello che il Concilio di Trento chiamava «sacrificio»: una saldatura che preoccupa non pochi porporati Oltretevere. Come si vede la distinzione - sempre sbagliata e sempre utile - fra cattolici conservatori e progressisti non è sufficiente. C' è una questione che riguarda l' assetto istituzionale della Chiesa, le relazioni ecumeniche, i rapporti interreligiosi come luogo cruciale per l' essere della Chiesa, la funzione della pietà popolare, la consunta autorevolezza dei vescovi. Troppo per un film, certo: ma questa è la Chiesa della Quaresima 2004.

 

 
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