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Discussione: Semper infideles

  1. #301
    scemo del villaggio
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    Predefinito La Storia fatta (s)trame (dal "Domenicale" in edicola)

    La teoria, anzi l’ossessione della “grande cospirazione” punta tutto contro gli ebrei e spiega la storia con macchinazioni semplicistiche. Ma il nemico autentico è l’uomo e la sua libertà. Lo spiegano in coro tre studiosi. E così si apprende che il teorema del “complotto” è una creazione dell’islam, cultura della sottomissione che ha sempre bisogno di un nemico. È qui che si fondono antigiudaismo, antisionismo e antisemitismo


    Marco Respinti

    «E così puoi vedere [...] che il mondo è governato da tutt’altri personaggi che neppure immaginano coloro il cui occhio non giunge dietro le quinte». Questa frase, scritta più di un secolo e mezzo fa dal primo ministro britannico Benjamin Disraeli, è la formulazione più felice della “teoria del complotto”, l’idea, ostinata e pervicace, che la storia non sia quella che si vede. Che vi siano altri livelli, altre menti, altre trame. Meglio dunque accorgersene per tempo, e contrattaccare.
    Quello del “complotto” è del resto uno schema in sé perfetto. In teoria però, esattamente come lo sono i modelli matematici costruiti appositamente per ottenere un determinato scopo – desiderato quando non addirittura già conosciuto – il quale però presenta poi sempre qualche difficoltà con l’attrito della fisica.

    Un teorema, insomma, che tutto spiega con poco sforzo. Basta cercare coincidenze, alla bisogna crearle, inanellare fatti i più disparati, infilare ogni elemento nella casella giusta. Farlo prima è difficilissimo, ma dopo è semplice. Funziona come l’interpretazione delle profezie di Nostradamus, quelle che post factum sono sempre “chiarissime”, il trionfo del “lo aveva detto”. Aggiungete un colpevole, un capro espiatorio, una vittima sacrificale e la cospirazione planetaria è bell’e pronta. Inaffondabile, tetragona, più forte ogni volta che la si smonta. Si regge infatti sulla postulazione di se stessa l’idea del “complotto”, e ogni critica, ogni scoglio interpretativo, ogni difficoltà oggettiva non fa altro che irrobustirne le pretese essendo la prova provata del teorema stesso: più lo si nega, più lo si afferma; più sfugge, più c’è. La proverbiale nebbia milanese? Io non la vedo, diceva Peppino a Totò in una giornata di sole splendente. E Totò gli rispondeva: appunto, se c’è la nebbia, non si vede niente.

    Dalla cospirazione degli UFO (e della CIA) all’Undici Settembre, fra disagi sociali sublimati e paure ancestrali di ritorno, esiste insomma una sorta di strano “iniziatismo” – ricco di letteratura e provvido di portavoce – che sostiene di combattere accanitamente contro un altro “iniziatismo” votato al Nuovo Ordine Mondiale. Malvagio.

    Timeo judaeos et dona ferentes
    Potrebbe sembrare fantascienza, oppure muovere al sorriso beffardo, ma è questione seria. E inquietante. Soprattutto perché, mescolando millenarismi da operetta, escatologie improbabili e interpretazioni geopolitiche astruse, il fenomeno è oggi più in voga che mai. Tanto da spingere l’editore Lindau di Torino a uscire, praticamente in contemporanea, con tre titoli ponderosi e impegnativi dedicati a questo tema, firmati da altrettanti autori felicemente in grado di unire la verve del giornalismo culturale di approfondimento e il piglio dello studioso d’archivio. Due statunitensi, Daniel Pipes e Gabriel Schoenfeld, e un italiano, Carlo Panella. Sostanzialmente un’offensiva culturale.

    Con Il lato oscuro della storia. L’ossessione del grande complotto (trad. it., pp.394, €24,50), Daniel Pipes – direttore del Middle East Forum e collaboratore del New York Sun e del Jerusalem Post – risale fino alle origini del teorema, additando quanti tra i primi critici della Rivoluzione francese videro in quel fenomeno di colossale sovversione culturale e politica un evento satanico e inaugurarono una sorta di “controesoterismo”: la spiegazione degli accadimenti storici attraverso l’azione congiunta e coordinata di conventicole iniziatiche e di società segrete diabolicamente ispirate.
    Ma il perno di ogni complotto serio e vero – dice il complottismo – è però l’ebreo, parassita delle società che lo ospita e, fra gelosia, ingordigia e volontà di potenza, imperturbabilmente teso a distruggere tutto quanto lo circonda. Per questo, dice il complottismo, lo si ritrova ovunque dietro a guerre, rivoluzioni, sciagure, catastrofi e delitti.

    I manuali del teorema non hanno peraltro mai chiarito bene da quale parte della barricata stesse il Disraeli estensore, nel romanzo Coningsby del 1844, di quella frase-simbolo dell'ermeneutica cospiratoria. Ossia se così dicendo egli intendesse mettere in guardia il suo prossimo (come sostiene quella che però, nella logica complottista, potrebbe pur essere solo una vulgata), oppure se, con la sicumera di chi non ha nulla da temere dall’esposizione – controllata – al fuoco nemico, enunciasse una verità saputa per partecipazione. Vedeva trame ebraiche ovunque Disraeli, ma l’essere stato un grande avvocato anglicano (per conversione) della preminenza sociale degli ebrei, che, passato dai progressisti ai conservatori, scalò i gradini del partito tory e quelli della nazione, ne fanno per certo un “sospetto”.

    Errante o meno, della diaspora o living in Israel, è insomma l’ebreo il bandolo della matassa. Ed è così da sempre, da quando l’architetto Hiram costruì il tempio per il re Salomone (1Re 7, 13-40), generando per iniziazione occulta la filère che giunge alla massoneria – ovviamente cullata dall’Ordine dei Poveri Cavalieri del Tempio di Hugo de Payns e di (san) Bernardo di Chiaravalle, e imparentata con i Rosa+Croce – e che per suo tramite prosegue lungo una catena capace di legare assieme i personaggi più strampalati. Così, un tecnocrate qui e un sinarchico là, il complotto si alimenta grazie ai potenti mezzi messi a disposizione da una cricca autoreferenziale di fantastiliardari semiti che si riuniscono in lussuose località sciistiche per tramare fra un cocktail e l’altro, e questo periodicamente benché segretamente (ma di questi rendez-vous tutti sanno tutto, orari e menù compresi, grazie a una pletora di libri, fanzine e insider newsletter che si citano sempre l’uno con l’altro).

    Non ci credete? Sta scritto per filo e per segno nei Protocolli dei Savi Anziani di Sion. Sono un falso, fabbricato ad arte dalla polizia zarista? Fa parte del complotto ebraico: da un lato il farlo credere, dall’altro l’aver assestato il colpo da maestro facendo scrivere ai “gentili” la verità cospirazionista ebraica per potere recitare da vittime e al contempo procedere indisturbati con il programma dei Protocolli, un “falso vero”.
    L’ebreo lo fa del resto per vocazione. Progenie di Satana o di Caino – come sostiene il British Israelism antisemita –, egli è pago solo del caos. Oppure, nella versione che mescola biologismo e spiritualismo, è la sua intrinseca inferiorità criminale a renderlo così . Oppure ancora – in una ennesima versione, questa volta più laica – è la sua proverbiale taccagneria la chiave di volta: l’avidità come emblema dello spirito del giudeo grifagno.

    Ora, gli specialisti accademici – una koinè di studiosi di discipline diverse che si rimandano le une le altre e i cui confini per forza di cose si sovrappongono e s’intrecciano, dalla sociologia alla storia delle religioni, dalla storia delle mentalità a quella delle dottrine politiche – sottolineano un fattore importante.
    Siano quelle che siano le origini del teorema, gli ebrei entrano nel quadro in un’epoca relativamente tarda. Quando lo fanno, però, non se ne vanno più. Ovvero il “complotto ebraico” nasce tardi, ma a quel punto si fa pietra filosofale: spiega tutto sin dal principio.

    Allah contro Mosè
    Tardi però perché? Perché la ratio ebraica del complotto mondiale giunge in Europa dall’islam. Qui s’incista sulle paure in gran parte legate alla letteratura sull’Anticristo diffusasi a macchia d’olio dopo la Riforma protestante e produce alchimie feroci, ma viene dall’islam.
    Lo descrive dettagliatamente Carlo Panella – commentatore parlamentare per le reti Mediaset e collaboratore de il Foglio – ne Il «complotto ebraico». L’antisemitismo islamico da Maometto a Bin Laden (pp. 288, €19,50) laddove distingue l’essoterismo del crucifige che il popolo ebraico gridò a suo tempo a Gesù dalle trame esoteriche attribuite dalla cultura musulmana agl’israeliti.
    E questo offre l’occasione per due precisazioni tanto fondamentali quanto reiterate (ma poco ascoltate).

    La prima è che antigiudaismo, antisionismo e antisemitismo non sono affatto la medesima cosa. L’antigiudaismo configura una critica teologica, l’antisionismo un dissenso politico (e, peraltro, non tutte le critiche politiche a Israele sono fattispecie dell’antisionismo), l’antisemitismo l’odio razziale.
    La seconda è che, pur restando distinti, antigiudaismo, antisionismo e antisemitismo possono però sovrapporsi e confondersi, oppure ospitarsi e mascherarsi l’uno dietro o dentro l’altro.
    Talora la loro distinzione è ardua (a volte impossibile), eppure resta non meno necessaria della recisa condanna di ogni fenomeno d’intolleranza, prima ancora che di violenza. Perché così si salva e si protegge la sacrosanta distinzione fra creed e deed, tra pensiero e azione: se no il processo sommario alle intenzioni travolge tutto, in primis la libertà.

    Aiuta in questo Il ritorno dell’antisemitismo (trad. it., pp.214, €19,50) di Gabriel Schoenfeld – senior editor di Commentary, mensile dell’American Jewish Committee, diretto per 30 anni da Norman Podhoretz –, sia perché individua bene l’antisemitismo per ciò che è, sia perché, a tratti, rischia passaggi un po’ disinvolti da un piano all’altro.

    Il regno della confusione
    Ora, si può, e si deve, discutere di ogni singolo dettaglio, di ogni affermazione e di ogni analisi per evitare un “complotto al contrario” con la trasformazione del musulmano nel nuovo ebreo espiatorio. Si deve insistere sulla distinzione fra critica teologica e antisemitismo in ambito cristiano e occidentale, e sempre fra creed e deed. Si deve evitare di vedere annidato un antisemita in ogni avversario. Ma il punto più avvincente dei tre studi di Pipes, Schoenfeld e Panella – il tratto che li accomuna trasformandoli in strumenti preziosissimi di analisi – è la proposizione di un criterio di lettura tanto innovativo quanto risolutivo di una questione che altrimenti rischia di trascinarsi irrisolta e di mietere altre vittime innocenti.

    Il complesso di colpa che caratterizza certi settori deboli e stanchi (di sé) della cultura occidentale, quello che per i suoi detrattori interni ed esterni suona come un invito a nozze, impedisce di vederlo, ma esiste sì un locus dove antigiudaismo, antisionismo e antisemitismo (che da noi distinti continuano a essere) si fondono e si amalgamano in un unicum in cui, seppur è possibile distinguere ancora logicamente i tre fenomeni, sia sul piano culturale sia sul piano materiale l’uno (ognuno di essi) contiene ed è strumento degli altri. Questo locus è l’islam, dove la non-differenziazione fra religione e politica, la geopolitica strutturalmente di conquista, l’assenza di speculazione teologica fondata su una filosofia distinta seppur unita al discorso propriamente di fede e quella che viene percepita come natura “etnica” della fede ebraica (del resto speculare alla fede in un Allah che parla intraducibilmente in arabo e che prevede l’arabizzazione di tutti i proseliti) rende l’antigiudaismo, l’antisionismo e l’antisemitismo delle micidiali revolving door.

    È però sì quella occidentale, e in talune espressioni o frange quella cristiana (o di origine o derivazione cristiana, sia cattolica sia protestante), la cultura in cui – Pipes, Schoenfeld e Panella lo evidenziano bene – l’importo islamico produce gli effetti più dirompenti.
    Accade quando l’ostilità islamica verso l’ebreo s’innesta sulle nostre ubriacature intellettuali generando un ibrido spaventoso: il complottismo, una creatura alla Frankenstein prodotta dalla simbiosi fra una ragione che ha perduto la bussola (e che quindi, dubitando in essenza che il reale sia quel che è, elabora “certezze” alternative) e il sollievo provato alla scoperta di un capro espiatorio che toglie le castagne dal fuoco.
    È infatti lo sgomento generato dall’incapacità di misurarsi con la libertà e l’impossibilità di affrontare il male che la nostra ragione impazzita e la ragione inesistente del fideismo islamico tramutano in odio. Il quale o si rivolge contro di sé o cerca valvole di sfogo. Alla fine è la stessa cosa, ma di mezzo ci va la vittima sacrificale. L’ebreo, il suo discendente e alleato cristiano, il loro rampollo occidentale.
    L’apparente carattere reazionario del complottismo è insomma nella realtà la quintessenza del progressismo, il vertice raggiunto da una filosofia lasciata a se stessa (ma di questo paga) che non ragiona più sul reale, ma che il reale lo desidera a misura propria.

    Se infatti Nicolás Gómez Dávila, che non si è mai vergognato di dirsi reazionario, ricordava che il cattolico non può essere antisemita perché al popolo eletto si deve il concetto di persona fondante la cultura occidentale giudeo-cristiana, se il giudeo-cristianesimo non è un’astrazione, se il Catechismo della Chiesa cattolica, Compendio compreso, parla chiaro sui “fratelli maggiori” e se l’illuminismo sfoggiava razzismi a go-go, hanno ragione da vendere Pipes, Schoenfeld e Panella a puntare il dito sullo scellerato patto antisemita e antioccidentale fra progressismo euro-americano e fondamentalismo islamico. È del resto nell’Occidente giudeo-cristiano che gli attori della storia sono le persone e non i teoremi, mentre è fuori di esso e nelle pieghe della sua malattia che il cielo diventa oscuro e lo scontro di civiltà si fa corpo contundente.

  2. #302
    scemo del villaggio
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    Predefinito Risposta

    Caro direttore,

    molto interessante l'articolo di Marco Respinti sulla "teoria del complotto" (e singolare che tale teoria sia al centro, quasi contemporaneamente, di tre articoli su tre diversi giornali: questo, quello di Gianni Riotta sul "Corriere" e quello, di cui dirò, di Luca Leonello Rimbotti su "Linea").
    L'articolista dimentica tuttavia alcune cose: che il primo autore di tale teoria fu nientemeno che Nostro Signore Gesù Cristo, quando accusò i farisei di tramare contro di Lui, e che la Chiesa ha sempre (con l'eccezione degli ultimi quarant'anni) insegnato, sulla scorta di queste parole e del Protoevangelo, la verità di una lotta perenne nella storia tra il bene, rappresentato dalla civiltà cristiana, e le forze del male, impegnate a distruggerla. Consiglierei Respinti di rileggersi almeno gli articoli di padre Oreglia sulla "Civiltò Cattolica" nel 1893, se non le decine di documenti papali sui pericoli dell'ebraismo (sinagoga di Satana, sinagoga bendata).
    Troppo scoperto il giochino di coinvolgere in un'unica condanna le teorie più cervellotiche e quelle che invece risultano fondate a un'attenta lettura dei fatti: è certo che le società segrete e in particolare la carboneria prepararono il nostro "Risorgimento", di cui oggi la massoneria rivendica il merito, e almeno questo per un cattolico non progressista dovrebbe essere pacifico; è certo che i club giacobini prepararono la rivoluzione francese, è certo che grandi banche occidentali, spesso ebraiche, finanziarono Lenin e la rivoluzione russa (come pure, più tardi, Hitler e il nazionalsocialismo).
    Per quanto riguarda i Protocolli dei savi di Sion, Respinti dovrebbe ricordare che tra i convinti della loro veridicità c'era padre Kolbe e che tutto ciò che essi annunciavano si è, per chi sa vedere, puntualmente realizzato sotto i nostri occhi.
    Insomma, come scrive Luca Leonello Rimbotti su "Linea" del 10 luglio, la teoria del complotto è una "farneticazione quasi vera" che lo storico serio non dovrebbe scartare a priori solo perché lo disturba ideologicamente o esteticamente.
    In particolare Respinti non dovrebbe far finta di ignorare che c'è tutta una letteratura non solo cattolica di prim'ordine basata su questa visione del mondo, che non ha nulla di fumettistico ma è solidamente basata su documenti e argomentazioni, dai libri di Monsignor Léon Meurin a quelli di Pierre Virion a quelli di Etienne Couvert a quelli di don Ennio Innocent a quello di Epiphanius, che spiegano la storia degli ultimi secoli come una lotta senza quartiere tra la gnosi pura rappresentata dalla Chiesa e la gnosi spuria di matrice cabalistica rappresentata via via dalle varie sette eretiche
    e infine dalla fioritura del pensiero teista e materialista, la cui ultima espressione è stata il modernismo ormai penetrato fino ai vertici della Chiesa dopo averne infestato le membra.
    Ma ci sono anche autori laici, come il Vance Packard dei "Persuasori occulti" o il Serge Hutin storico delle società segrete o Gianni Vannoni che dicono sostanzialmente le stesse cose, per non parlare dei saggi di Giorgio Galli su politica ed esoterismo.
    E più in particolare ancora, come può Marco Respinti, membro forse "in sonno" di Alleanza Cattolica, far finta di ignorare due capolavori del pensiero che lui ora chiama "complottista" su cui l'associazione di cui fa parte ha basato per decenni il suo apostolato? Mi riferisco, naturalmente, a "I problemi dell'ora presente" di Mons. Henri Delassus, che "Alleanza cattolica" fece tradurre in italiano e a "Rivoluzione e Controrivoluzione" di Plinio Correa de Oliveira, che era addirittura il manuale su cui si formavano i militanti di AC?
    Oggi Respinti si infervora invece a parlare di "Occidente giudeo-cristiano" (il primo termine dell'endiadi è del tutto superfluo e serve solo a velare la distinzione capitale tra giudaismo mosaico, assorbito dal cristianesimo, e giudaismo talmudico, che ne è il principale nemico), afferma che "gli attori della storia sono le persone e non i teoremi" (mentre il vero autore della storia è Dio, che non è un teorema, come non lo è Satana), confonde a proposito di Gomez Davila tra antisemitismo e antigiudaismo (benchè abbia tentato poco più sopra, memore dei suoi trascorsi "tradizionalisti", di ricordarne la distinzione), parla di "popolo eletto" riferendosi agli ebrei di oggi (bestemmia antievangelica) e ripete la favoletta dei "fratelli maggiori" (come Caino lo fu di Abele). Infine "punta il dito sullo scellerato patto antisemita e antioccidentale fra progressismo euro-americano e fondamentalismo islamico", allineandosi agli amati teocon e all'amata Fallaci e dimenticando che la vera lotta rimane quella tra gnosi pura e gnosi spuria, tra Chiesa e controchiesa, tra Vangelo e Talmud (di cui il Corano non è che una filiazione). E che ebraismo talmudico-rabbinico e farisaico-cabalistico da una parte e Islam dall'altra sono molto più vicini tra loro di quanto entrambi lo siano al cristianesimo.



    Franco Damiani
    Villafranca Padovana (PD)

  3. #303
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    Predefinito Tommaso Moro e GPII: dal martirio all'apostasia

    Al termine del suo programma radiofonico su Tommaso Moro per la rubrica "Alle otto della sera" (Radio due, da lunedì 4 a venerdì 15 luglio dalle 20 alle 20.30), Maurizio Schoepflin ha ricordato che Giovanni Paolo II proclamò nel 2000 Tommaso Moro patrono dei politici e degli uomini di Stato additandolo a esempio di coerenza spinta fino all'estremo sacrificio nel campo dei rapporti tra politica e morale.

    Strano, veramente strano: mentre Tommaso Moro preferì affrontare la morte pur di non avallare lo scisma anglicano, lo stesso GPII nel 1982 si recò in visita a Canterbury dove fu ricevuto dall'erede di quel "vescovo" Cranmer che fece la scelta opposta. Questo signore, propriamente un laico eretico e scismaticodi nome Runcie, ebbe l'ardire di presentarsi come il legittimo successore di Sant'Agostino di Canterbury, colui che San Gregorio Magno inviò a evangelizzare gli Angli, e GPII non fece una piega, rendendosi responsabile di apostasia simbolica e rinnegando di fatto l'enciclica di Leone XIII sull'invalidità delle ordinazioni anglicane, oltre che avallando esplicitamente l'eresia della Chiesa divisa.

    Senza contare che lo stesso GPII ha ricevuto successivamente in visita la regina Elisabetta, erede di quell'Enrico VIII che fu l'autore dello scisma, senza metterne minimamente in discussione la legittimità.

    Delle due l'una, quindi: o GPII non era in condizione di intendere e di volere quando compiva questi atti di per sé, ripeto, apostatici e scismatici, oppure il suo elogio di Tommaso Moro è il trionfo dell'ipocrisia e della contraddizione: quel che avrebbe fatto lui al posto di Tommaso Moro lo si è visto benissimo il 30 maggio 1982.

    Naturalmente lo Schoepflin, famoso filosofo e ben retribuito docente in un'università pontificia, oltre che pubblicista di larga fama su tutte le principali testate cattoliche, soprattutto di area ciellin-conservatrice, si è ben guardato dal mettere in evidenza tale contraddizione.

    Ancora una volta, quindi, turlupinati sono stati gli ascoltatori.

  4. #304
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    La Menzogna corre anche sulle onde medie...

  5. #305
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    Predefinito Umanesimo dogma irriducibile

    Da "Avvenire" del 24 luglio:

    Giuseppe Anzani

    I quattro nuovi attentati simultanei nel cuore di Londra, dopo due settimane dalla strage che ha insanguinato la metropoli europea, sono un avvertimento in certo modo persino più crudele che la scongiurata nuova conta dei morti. Sia fortunosa la cilecca dei detonatori, o sia voluto e calcolato il loro effetto dimostrativo di fronte agli allarmi innescati, il messaggio è questo: «Siamo qui, siamo dentro di voi, abbiamo potere di farvi vivere o di farvi morire, possediamo la vita e la morte, la vostra allerta è vana». È uno choc per il mondo.
    Il mondo aveva elogiato, giustamente, il self control degli inglesi, le forti e dignitose parole del loro premier, la decisione di non cambiare abitudini di vita, di non ridursi alla vita da sorci blindati nelle tane della paura. I nuovi attentati ora sfidano la vita su questa stessa frontiera, vi innestano l'immagine durevole di una precarietà indifesa che ha a che fare con l'occulta minaccia, senza giorno e senz'ora. Come cambia la vita?
    La vita cambia comunque, in questo contesto, e nella flemmatica Inghilterra si è cominciato ieri a "sparare a vista". La paura, emozione antica, la madre-paura evocata dall'istinto di sopravvivenza, cambia la vita; può eccitare coraggio invece che panico, ma cambia il gusto della vita. Ora che su Internet volano messaggi minacciosi sulla volta che toccherà all'Italia (e ad altri Paesi europei) ci chiediamo come gestiremo noi la difesa, come gestiremo il coraggio.
    Noi non siamo inglesi, e dove loro scrivono "control" noi scriviamo "cuore", noi scriviamo emozioni. Forse questo ci rende più fragili, o forse questo ci farà inventare qualcosa di nuovo. Noi abbiamo avuto in casa nostra la stagione del terrorismo nostrano, negli anni '70, e non ci siamo arresi; e li abbiamo sconfitti infine, pur dopo infiniti lutti.
    Oggi l'aspetto nuovo della minaccia è la mondializzazione della sfida terroristica, che le guerre in Afghanistan e in Iraq si sono illuse di localizzare. No, il terrorismo è un orizzonte nuovo, non geografico da disegnarsi su una carta locale, ma culturale e onnipresente, a New York a Madrid a Londra e chissà dove; è un orizzonte dell'odio che torna a farsi potere e violenza nel nome di un fondamentalismo omicida.
    Se l'Italia ha qualcosa da dire e da mostrare al mondo, ora che il Diritto di guerra (ma quale diritto, quando l'odio è divenuto legge per tutti) suona improbabile come un vetusto galateo omerico, è la proposta di un "umanesimo" come residuo e irriducibile dogma per tutti.
    Noi amiamo la vita. Noi non siamo in Iraq per fare la guerra, ma siamo ora vincolati a starci controvoglia per accelerare la pace (finisse domani). Noi non siamo l'altro polo del fondamentalismo. Il terrorismo degli indottrinati kamikaze dell'odio è per noi il contrario di ogni senso religioso, perché la religione è ciò che lega la terra all'oltre proprio nel momento in cui chiama la terra alla fondamentale solidarietà fra gli uomini, gli uomini «che Dio ama».
    L'uso della religione come irruzione del sacro e del tremendum a suffragio della distruttività è la peggiore delle bestemmie. Ed è ciò che da cristiani dobbiamo ripetere davanti al terrorismo, perché cessi la sua menzogna «religiosa». Comprendano anch'essi, infine, che Gloria di Dio è per sua volontà questo dogma umanistico, è l'Uomo vivente, nostro comune e primo traguardo.

  6. #306
    scemo del villaggio
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    Predefinito Donne & concilio, fu vera rivoluzione

    Da "Avvenire" del 24 luglio:

    Paola Ricci Sindoni

    Nei primi anni '60 la femminista di matrice liberale Betty Friedan pubblicava negli Stati Uniti "La mistica della femminilità", che ebbe un'enorme influenza nell'elaborazione del pensiero femminile nei decenni successivi. In questo studio venivano smascherati alcuni meccanismi compensativi della cultura americana, non ancora disposta a garantire gli uguali diritti di rappresentanza sociale e politica alle donne, preferendo mitizzare il ruolo tradizionale di "madre-custode del focolare domestico" con un linguaggio astratto, romantico e pseudomistico. Due anni dopo, l'8 dicembre 1965, i Padri conciliari alla chiusura del Concilio Vaticano II, nei «Messaggi della Chiesa al mondo» si rivolgevano direttamente alle donne richiamandole alla loro funzione di "prime educatrici del genere umano nel segreto dei focolari", offrendo indirettamente - a detta di molte femministe - la prova esplicita del valore delle tesi della Friedan. Ma il pensiero cattolico di quegli anni - basti pensare a quell'intenso laboratorio teorico che fu l'associazionismo cristiano, il CIF ad esempio - non si fermò alla superficie e, scandagliando la ricchezza dei documenti conciliari proprio in tema di valorizzazione del mondo femminile, pose le basi per il successivo sviluppo di nuovi modelli culturali. Fra tutti venne giustamente letta la Gaudium et Spes, dove in modo esplicito si auspicava un diverso tipo di legame paritario tra uomo e donna ( 8,c; 9,b), si incoraggiava il loro pieno ingresso nel mondo del lavoro, con una partecipazione sempre più consapevole alla vita culturale e sociale (60,c). Anche nella Apostolicam actuositatem, il documento di approfondimento conciliare sull'apostolato dei laici, i Padri conciliari non mancarono di precisare che «siccome ai nostri giorni le donne prendono parte sempre più attiva in tutta la vita sociale, è di grande importanza una loro più larga partecipazione anche nei vari campi dell'apostolato della Chiesa» (9,b). Sia che si guardasse ai problemi antropol ogici e sociali, legati al pieno recupero della soggettività femminile, sia che si intendesse questa parte di umanità come un'indispensabile risorsa per la Chiesa, il Concilio Vaticano II gettava i suoi fertili semi, destinati a fecondare nei decenni successivi la coscienza critica delle donne credenti, grazie anche all'opera culturale e teologica messa in atto da Giovanni Paolo II. Ciò infatti che veniva rimesso in movimento, durante la stagione conciliare, era il difficile rapporto, irrigiditosi nel tempo, fra natura e cultura: la marcatura biologica della donna, il suo "naturale" essere madre, aveva determinato nei secoli la sua fisionomia culturale. È quanto contestava anche tanta parte del femminismo radicale, convinto della necessità di ribaltare questo rapporto: non più la natura che detta legge alla cultura, ma - al contrario - la cultura che deve piegare la natura al suo rivoluzionario progetto. La differenza biologica, cioè, diventava una questione culturale che andava rimodulata, affinché anche la propria natura sessuale, fonte di violenza e di discriminazione, diventasse luogo di scelta autonoma. Codice femminile e codice materno venivano in tal modo completamente scissi, in nome di una identità sessuale singolarmente scelta, al di là dei ruoli artificiali imposti dalla società maschilista. Che cosa auspicava, al contrario, il Concilio e la successiva riflessione del pensiero femminile cristiano? Che se andava deprecato l'appiattimento della cultura sulla natura, altrettanto nefasto era il tentativo del femminismo radicale di appiattire la natura sulla cultura. Bisognava invece indicarne i possibili intrecci, affinché la natura interagisse con la cultura o, detto meglio, l'identità propria della donna facesse i conti con la relazione all'altro da sé. Temi come quello della reciprocità, dell'uguaglianza nella differenza, della solidarietà nelle relazioni interpersonali entravano così a pieno diritto nel linguaggio e nella pratica del pensiero femminile.

  7. #307
    scemo del villaggio
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    Predefinito Il dialogo ecumenico: facciamo un piccolo test

    da "Avvenire" del 24 luglio:

    Pigi Colognesi

    Più volte è stato detto che il dialogo ecumenico si fa, anche, sulle gambe della reciproca conoscenza. Facciamo un piccolo test sul nostro livello di informazione in merito ad un argomento centrale come quello della santità nella Chiesa ortodossa russa. Chi proclama i santi? Nel "canone" russo esistono i beati? Lo zar Nicola II è santo? E il pittore Andrej Rublev? Recentemente ci sono state canonizzazioni dei "martiri" dell'epoca sovietica? Se sì, quale procedura è stata usata? Non è facile immaginare un notevole imbarazzo ad essere precisi nella risposta a simili quesiti. "La Casa di Matriona", l'editrice di Russia Cristiana, porta ora in libreria il volume di Il'ja Semenenko-Basin che offre un pregevole contributo per conoscere una materia nient'affatto semplice. Già erano a disposizione del lettore italiano pregevoli studi sulla "santità russa" dei tempi remoti. Per questo l'autore si concentra sulle canonizzazioni avvenute dopo il 1917. Quell'anno fu decisivo per la Chiesa russa non solo per la catastrofe rivoluzionaria, che ne determino il tragico cammino per i sette decenni a venire; nel 1917 si tenne anche l'importante Concilio che ripristinò il Patriarcato e riprese la tradizione delle canonizzazioni, nei secoli precedenti mortificate dalla gestione "statal-sinodale" imposta da Pietro il Grande. Alle modalità (assai diverse da quelle in vigore nella Chiesa cattolica) e ai risvolti sociopolitici delle canonizzazioni "tradizionali" Basin dedica il primo capitolo del suo studio. Per poi concentrarsi, negli altri due, sulle canonizzazioni avvenute dopo il 1917. Qui la situazione si fa parecchio complicata. Anzitutto va considerata la persecuzione subita dalla Chiesa: per lunghi decenni non le fu possibile una "normale" vita religiosa, guidata da una gerarchia libera e stabile. Le santificazioni furono quasi del tutto sospese, mentre si affermava una sorta di "anarchia" locale, laddove i fedeli autonomamente procedevano a tributare culto a taumaturghi, penitenti o martiri per la fede. Ad aggravare la situazione vennero gli scismi che dilaniarono la Chiesa. Ognuno dei tronconi che si andavano via via staccando dal corpo originale provvedeva a sue proprie canonizzazioni; spesso la motivazione era più di carattere politico che squisitamente religioso. Ne deriva la triste situazione di personaggi canonizzati due volte, da due diverse Chiese. Non mancarono poi (sempre, prevalentemente per ragioni politiche) vere e proprie de-canonizzazioni, cioè l'eliminazione dall'elenco dei santi di personaggi non ritenuti degni. Un certo ordine si è potuto ripristinare dopo la fine del comunismo; in una serie successiva di Concili (il più importate fu quello giubilare del Duemila) la Chiesa di Mosca ha ufficializzato l'elenco dei suoi santi e, cosa più importante, vi ha inserito i "martiri per la fede del secolo XX" (con un eccesso di pudore - nota l'autore - non si parla di martiri "del comunismo"). Qui è da notare che sono state canonizzate persone che in vita avevano fatto scelte di politica ecclesiastica molto diverse e addirittura contrastanti; quasi a significare che il Patriarcato di Mosca intende chiudere definitivamente le ferite e le lacerazioni di cui aveva sofferto in periodo sovietico. Analogo tentativo (finora non ancora coronato da successo) si va facendo verso la Chiesa russa all'estero. Ma non si tratta solo di strategie ecclesiastiche; ben più profondamente la santità riconosciuta sta ad indicare una comunione di fede nell'unico Signore e disponibilità a soffrire per lui che non può essere inficiata dalle differenti opzioni storiche. Il volume è corredato da brevi biografie dei principali santi canonizzati dolo il 1917 e da preziosi elenchi.


    Il'ja Semenenko-Basin
    Eternamente fiorisce
    I nuovi santi della Chiesa ortodossa russa
    La Casa di Matriona.
    Pagine 192. Euro 12

  8. #308
    scemo del villaggio
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    Predefinito La Madonna e il cammino dell'unità

    Da "30 Giorni" in edicola:

    C’è un nuovo episodio nel dialogo con la Comunione anglicana. Il testo congiunto sulla madre di Gesù, Maria: grazia e speranza in Cristo, frutto del lavoro della Commissione internazionale cattolico-anglicana, può aiutare non solo il dibattito teologico ed ecclesiologico, ma anche una pratica condivisa di pietà popolare

    di Giovanni Cubeddu


    È stato presentato in maggio l’ultimo documento dell’Arcic (Anglican-Roman Catholic International Commission, Commissione internazionale cattolico-anglicana) dal titolo Maria: grazia e speranza in Cristo. Il documento è un passo importante nel dialogo ecumenico tra anglicani e cattolici. Ne abbiamo parlato con il cardinale Cormac Murphy-O’Connor, arcivescovo di Westminster.

    Eminenza, perché un testo su Maria ora? Qual è la sua importanza nel dialogo tra anglicani e cattolici?
    CORMAC MURPHY-O’CONNOR: Maria ha avuto un posto di rilievo nella vita e nella liturgia sia degli anglicani che dei cattolici. Ma i due dogmi mariani dell’Immacolata Concezione e dell’Assunzione, come pure alcune modalità di devozione mariana nella Chiesa cattolica nel passato, sono stati motivi di forte disaccordo tra anglicani e cattolici. Così, tra le nostre due Chiese, qualunque dialogo sincero – che l’Arcic ha sempre promosso – avrebbe prima o poi dovuto guardare alla questione. L’altra ragione per scegliere di parlare di Maria consiste nel fatto che, oltre ai disaccordi su di Lei, emerge il disaccordo sull’autorità nella Chiesa. Credo che dovevamo anzitutto chiarire la nostra diversa concezione dell’autorità nella Chiesa – come abbiamo fatto nel 1999 con la dichiarazione “Il dono dell’autorità”,The gift of Authority – prima di poterci muovere a considerare espressamente i dogmi. Dunque, questo documento desidera proprio andare al cuore del problema: in che modo la comprensione cattolica di Maria si è sviluppata secondo la Scrittura e la Tradizione?
    Quale risposta fornisce il testo ?
    MURPHY-O’CONNOR: La parte che il documento dedica a Maria nella Scrittura è davvero ben fatta e potrebbe essere utilizzata per l’insegnamento. Ciò che emerge è una sorta di ri-accoglimento di Maria sia da parte dei cattolici che degli anglicani, una comprensione, rinnovata, dei diversi aspetti della tradizione che forse erano stati persi di vista. Il documento aiuterà tanti anglicani a recuperare aspetti della comune tradizione che essi avevano smarrito e a vedere come la devozione cattolica per Maria, intesa propriamente, combaci genuinamente con la tradizione biblica ed ecclesiastica. E credo che esso aiuterà i cattolici a riscoprire alcuni di quei fondamenti biblici che riguardano Maria e l’orizzonte teologico all’interno del quale Lei deve essere guardata, orizzonte perso di vista in alcune forme di devozione.
    È un documento che ridona freschezza ad ambedue le nostre tradizioni e fa sì che noi siamo più vicini nella reciproca comprensione.
    L’Arcic ha esaminato da vicino la tradizione mariana dell’Oriente (Maria la “Tutta Santa” e la “dormizione” di Maria) per affrontare i problemi che hanno diviso l’Occidente. Inoltre nel testo si riprende ampiamente san Paolo.
    MURPHY-O’CONNOR: È una sorpresa quello che può accadere quando degli uomini di fede si incontrano di fronte alle Scritture! La Commissione ha finito per lavorare in maniera molto estesa sul brano della Lettera ai Romani 8, 28-30, che non è nello specifico un testo mariano. Ma per i membri della Commissione è divenuto una sorta di strumento interpretativo, che ha consentito loro di vedere in Maria un modello di grazia e di speranza, rivelatrice per noi della maniera con cui Dio stesso agisce con gli uomini. Sia l’Immacolata Concezione che l’Assunzione rivelano qualcosa di come Dio opera su di noi in anticipo, per chiamarci durante la nostra vita, e del fine a cui Dio ci esorta. Così Maria è esemplare nella chiamata e nella risposta, e la devozione a Lei ci può portare più vicini a Dio attraverso Gesù Cristo.
    Questo documento congiunto è un passo in avanti verso la condivisione dell’eucaristia con gli anglicani?
    MURPHY-O’CONNOR: È stato enormemente d’aiuto nel rimuovere l’ennesimo ostacolo alla comprensione tra cattolici e anglicani. Ci porta più vicini alla condivisione dell’eucarestia? Direi allo stesso modo sì e no. No, perché il modo in cui l’Arcic ha proceduto mira a chiarire le differenze e non necessariamente a risolverle. Si occupa di ripulire la strada per far sì che le due Chiese possano camminare ancor più vicine. E ciò perché – e qui risponderei di sì alla sua domanda – più sapremo camminare insieme, più potremo costruire quell’unità dalla quale sgorga la condivisione dell’eucarestia.
    A proposito di cammino da condividere, qual è la realtà odierna della Chiesa cattolica in un Paese a maggioranza anglicana come la Gran Bretagna?
    MURPHY-O’CONNOR: A essere sincero considero assai affascinante la vita quotidiana, oggi, in Gran Bretagna, di un vescovo o di un cardinale cattolico. Da un lato c’è un veloce processo di scristianizzazione del Paese che davvero mi preoccupa: la crisi della famiglia, la mancanza di rispetto per la vita umana – l’aborto, l’eutanasia, la sperimentazione sugli embrioni umani – come pure la poca o inesistente generosità verso gli immigrati, e un egoismo generalizzato. Dall’altro lato, però, vedo per la Chiesa cattolica e per il suo cardinale una possibilità sconosciuta sino a poco tempo fa di far ascoltare la loro voce.
    In che modo?
    MURPHY-O’CONNOR: Oggi, per tante ragioni, io e gli altri vescovi cattolici possiamo esprimerci su temi legati alla vita, all’aborto, all’eutanasia, alla famiglia, alla riforma delle carceri, alla cura dei poveri, in una maniera che solo pochi anni fa era inimmaginabile. Ai tempi della mia gioventù la Chiesa cattolica era ai margini della società britannica, la gente ci guardava con sospetto. Ora siamo al centro delle questioni, e si ode distintamente quello che diciamo. In parte una ragione di ciò sta nel fatto che i cattolici non sono più solo degli immigrati appena arrivati dall’Irlanda, ma bensì cittadini inglesi che desiderano e hanno bisogno di farsi sentire. E dunque, in molti ambiti sociali e nella vita quotidiana in genere, puoi oggi trovare dei cattolici, anche al governo.
    Un nuovo pontificato è appena iniziato.Quale sostegno la Chiesa in Inghilterra può offrire a papa Benedetto XVI ?
    MURPHY-O’CONNOR: Il grande dono che è stato fatto alla Chiesa inglese è quello della sua salda fedeltà nei tempi della prova. Sono stato per anni rettore del Venerabile Collegio Inglese, e ricordo ad esempio che durante la Riforma, quarantaquattro studenti del Collegio furono martirizzati. Per secoli la Chiesa cattolica e i cattolici furono penalizzati e perseguitati. Da quell’esperienza la Chiesa nel diciannovesimo secolo è rinata e da allora va avanti. Così, ciò che la Chiesa inglese possiede è un’eredità di fedeltà, di grande fedeltà al Papa e alla Chiesa universale. E l’esperienza della Chiesa britannica può offrire molto alla Chiesa universale nel suo modo di essere presente nell’Europa moderna. Concretamente, noi aiutiamo il Papa con il consiglio che possiamo dargli, con l’unità della nostra Chiesa, dei nostri vescovi, insieme nella collegialità. In tal modo, dunque, diamo al Papa l’esempio di una gerarchia che è unita, che s’impegna in tutti i modi per far sì che la Chiesa sia più forte e più evangelizzatrice all’interno della cultura odierna.
    Negli ultimi tempi il primate anglicano ha dovuto affrontare forti crisi interne alla Comunione anglicana. Ha potuto in qualche maniera aiutarlo?
    MURPHY-O’CONNOR: L’arcivescovo Williams sa che può contare non solo sulla mia amicizia ma pure su quella del cardinale Kasper e del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani a Roma. Sa che avrà sempre da parte nostra un ascolto comprensivo e un consiglio fidato, che è poi ciò di cui un’amicizia è fatta. Parliamo regolarmente dei temi per i quali lui affronta battaglie all’interno della Comunione anglicana, anche perché questi scontri riguardano l’unità dei cristiani. Noi proviamo ad aiutarlo in ogni maniera possibile.
    In che modo giudica possibile l’unità dei cristiani in terra anglicana?
    MURPHY-O’CONNOR:
    San___t’Agostino chiedeva l’unità nelle cose essenziali, la libertà in quelle non essenziali e la carità in tutte. È davvero una buona massima. Siamo ancora in cerca del modo con cui si possa giungere a un accordo sulle cose essenziali della fede. La Trinità, l’Incarnazione, la Redenzione sono tre grandi misteri che condividiamo nel Credo. Poi abbiamo le fondamentali dottrine della Chiesa sulle quali la maggioranza degli anglicani potrebbero convenire. Mettiamola così: ciò che noi abbiamo da offrire alla Comunione anglicana è il dono che abbiamo ricevuto, la nostra comprensione e l’esperienza di quello che significa essere Chiesa. I mesi appena trascorsi ci hanno mostrato in una maniera unica l’ecclesiologia del cattolicesimo: il papa, i vescovi, il popolo di Dio e l’incredibile unità che sostiene tutto ciò. Credo che anche altre Chiese ne abbiano bisogno, come pure hanno bisogno di approfondire la collegialità, di vedere come l’unità opera, in carità, libertà e nella condivisione della fede.
    E cosa può insegnarci la Comunione anglicana?
    MURPHY-O’CONNOR: Ad esempio il maggiore ascolto dei laici nelle diocesi. Il vescovo è uno che ha cura della sua diocesi, deve dare ascolto ai suoi preti, ai religiosi e ai laici, il che significa che egli dipende da un tipo di governo della Chiesa che è maggiormente sinodale. Qui c’è qualcosa che probabilmente possiamo imparare dagli anglicani, riportandolo però all’interno dell’intera ecclesiologia della Chiesa. Ed ecco allora il papato, nel suo ruolo che consiste nel servire in tutto il mondo la comunione dei cristiani. Giovanni Paolo II nella Ut unum sint ha chiesto ai capi cristiani delle risposte su come la sede di Pietro possa servire nel migliore dei modi la causa della comunione, e credo che dobbiamo portare ancora avanti questo dialogo.


    Nella foto a fianco dell'articolo si vede Benedetto XVI con le mani nelle mani di Rowan Williams, "arcivescovo" di Canterbury (ma le virgolette le ho messe io). "I capi cristiani" , "le nostre due Chiese"

  9. #309
    scemo del villaggio
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    Predefinito A cento anni dalla legge che sancì la separazione tra Chiesa e Stato: Elogio della "s

    Il cardinale francese Jean-Louis Tauran ripercorre la storia dei rapporti tra Stato e Chiesa in Francia dal 1905 a oggi: la promulgazione della legge anticlericale e laicista che suscitò polemiche e scontri e la sua applicazione più ragionevole che ha permesso alla Chiesa di vivere in pace. Intervista

    di Gianni Cardinale


    Tra gli anniversari più importanti di questo 2005 un posto particolare lo occupa certamente il centenario della legge che sancì nel 1905 la separazione tra Stato e Chiesa in Francia. Tanto che uno degli ultimi documenti del pontificato di Giovanni Paolo II è stato proprio una sua lettera sull’argomento inviata lo scorso 13 febbraio al presidente e a tutti i vescovi dell’episcopato transalpino.
    Per ricordare gli avvenimenti di cento anni fa e le loro ripercussioni sulla Francia di oggi 30Giorni ha chiesto un colloquio con il cardinale Jean-Louis Tauran, archivista e bibliotecario di Santa Romana Chiesa. Tauran è francese e prima di ricevere la porpora è stato per tredici anni alla guida della diplomazia della Santa Sede. Lo incontriamo nel suo ufficio alla Biblioteca Vaticana, reduce da un viaggio in Francia che lo ha rinfrancato spiritualmente: «Ho incontrato un nutrito gruppo di seminaristi del sud della Francia veramente splendidi: vivono con gioia la loro vocazione e hanno una pietà eucaristica semplice e profonda. Sono stato poi a Le Puy come inviato pontificio e ho guidato la processione del Corpus Domini per le vie della cittadina: era quarant’anni che non accadeva…». Proprio prendendo spunto dal suo viaggio in patria, è inevitabile che una parte del colloquio verterà sul referendum transalpino che a fine maggio ha bocciato la cosiddetta Costituzione europea.
    Prima di entrare nel vivo dell’intervista il porporato dedica un ricordo commosso a Giovanni Paolo II: «Era un Papa che riconosceva al cattolicesimo francese una grande influenza su tutta la Chiesa cattolica. Lui personalmente leggeva molto le opere teologiche, filosofiche e letterarie francesi. E inoltre ricordo che più volte mi parlava della sua grande amicizia col cardinale Gabriel-Marie Garrone, che fu arcivescovo di Tolosa e poi prefetto della Congregazione per l’educazione cattolica: me ne parlava sempre con ammirazione».

    Giovanni Paolo II ha scritto una lettera ai vescovi francesi per i cento anni della legge del 1905, definendola «un evento doloroso e traumatizzante». In che senso?
    JEAN-LOUIS TAURAN: Questa legge venne percepita come una aggressione nei confronti della Chiesa cattolica, nella misura in cui ha spogliato la Chiesa di tutte le sue proprietà e ha tentato di organizzarla secondo un modello politico democratico, chiedendo la formazione delle cosiddette “Associazioni cultuali” composte da laici a cui anche i vescovi avrebbero dovuto essere subordinati. Fu un provvedimento gravissimo che però si iscriveva in una storia che era cominciata durante la Rivoluzione, con la costituzione civile del clero del 1790, e che era continuata negli ultimi decenni dell’Ottocento con una imponente legislazione anticlericale: soppressione del riposo domenicale, soppressione delle scuole cattoliche, soppressione degli ordini religiosi. Non solo. Émile Combes – che era un ex seminarista e aveva una particolare acredine verso la Chiesa – pretendeva nominare i vescovi da solo, senza il papa! Quando poi il socialista Jean Jaurès chiese a Jules Ferry, il grande architetto della laicizzazione del sistema scolastico francese, quale fosse il suo programma, la risposta fu illuminante: organizzare l’umanità senza Dio. Ferry parlò anche della grande diocesi del libero pensiero. La laicità diventa una ideologia di ricambio. Sempre Ferry disse: abbiamo promesso la neutralità religiosa, ma non abbiamo promesso la neutralità filosofica né quella politica. Era laicismo e non quella sana laicità, come la definì Pio XII, che la Chiesa non può che appoggiare.
    Ma cosa fece precipitare la situazione?
    TAURAN: Il presidente Émile François Loubet nell’aprile 1904 venne a Roma in visita ufficiale e si recò al Quirinale per incontrare il re, e allora il Papa – essendo la Questione romana ancora non risolta – non volle riceverlo in Vaticano. Poi quando la Santa Sede convocò a Roma due vescovi francesi che avevano problemi nelle loro diocesi e che erano sospettati di essere troppo filogovernativi, allora Parigi decise di rompere le relazioni diplomatiche. Era il 30 luglio 1904. Nel novembre successivo fu presentato dal governo Combes il progetto di legge molto restrittivo sulla separazione che sarebbe stato approvato, in forma più accettabile su proposta di Aristide Briand, il 9 dicembre 1905 dal governo guidato da Émile Rouvier.
    La legge del 1905 provocò anche scontri violenti tra polizia e fedeli…
    TAURAN: Sì, soprattutto quando i funzionari statali volevano penetrare nelle chiese per inventariare i beni da incamerare. Ci furono scontri, feriti e ci scappò anche un morto. A questo punto, per fortuna, lo Stato capì – come disse Georges Clemenceau, che era più dialogante – che un candelabro non vale una vita umana...
    Le Monde ha titolato che Giovanni Paolo II avrebbe elogiato la legge del 1905…
    TAURAN: Non c’è stato nessun elogio, né ci poteva essere. Ma c’è stato il riconoscimento che questa legge ha comunque permesso alla Chiesa di vivere in pace, nella misura in cui, però, essa non è stata mai applicata alla lettera: c’è stata infatti una giurisprudenza che fin dal 1906 ne ha dato un’interpretazione molto larga. E il giudizio positivo di Giovanni Paolo II riguardava questo aspetto, non certo la legge in sé...
    Quali erano i contenuti più importanti della legge?
    TAURAN: La legge del 1905 prevedeva l’abolizione unilaterale del Concordato napoleonico del 1801. Stabiliva che la Repubblica non riconosce e non finanzia nessun culto, considerando la religione solo nella sua dimensione cultuale e non in quella sociale. Stabiliva inoltre che i beni della Chiesa erano incamerati dallo Stato, mentre gli edifici del culto venivano affidati gratuitamente a delle Associazioni cultuali elette democraticamente dai fedeli. E fu specialmente contro questo ultimo punto che il Papa reagì: la Chiesa cattolica non è una società democratica, e il vescovo non può essere di fatto estromesso dalla guida della Chiesa locale. È per questo che san Pio X, nell’enciclica Vehementer nos del febbraio 1906, parlò del laicismo, che è un vero apartheid religioso, come “la peste” del nostro tempo. E i cattolici la considerarono come una mostruosa ingiustizia.
    La netta separazione tra Stato e Chiesa ha avuto anche dei riflessi positivi, nel senso che ha in qualche modo purificato la Chiesa francese, distogliendola da tentazioni di natura mondana?
    TAURAN: Sì, questa legge paradossalmente ha reso la Chiesa più evangelica, perché più povera e più vicina alla gente semplice. Non solo, il non essere più finanziata dallo Stato le ha dato anche una maggiore libertà di parola. I fedeli cattolici poi si sono stretti intorno alla loro Chiesa e sono stati particolarmente generosi. E questo era avvenuto già con le leggi anticlericali emesse precedentemente. Tanto che nel 1903 il laicissimo Ferdinand Buisson, ispettore generale dell’insegnamento primario, disse: abbiamo tolto alla Chiesa tutto quello che faceva la sua forza: titoli, privilegi, ricchezze, onori, monopoli, ma gode di una popolarità più grande di prima. C’era ancora un popolo cristiano che reagì e si strinse con affetto in difesa della propria Chiesa.
    Eminenza, lei prima accennava al fatto che questa legge del 1905 in realtà non è stata mai applicata rigidamente…
    TAURAN: In effetti quello che è avvenuto dopo è una giungla legislativa di aggiunte e di interpretazioni. Per questo c’è il timore che rimettere in discussione la legge significhi riaprire un vaso di Pandora. Molti dicono che sia meglio conservare la legge attuale, senza darne una lettura fondamentalista, ma interpretandola alla luce delle disposizioni che hanno orientato per un secolo la sua applicazione.
    La legge poi non è stata applicata in tutto il Paese…
    TAURAN: La Francia non fa niente come gli altri! È un Paese particolare. Nei territori della Repubblica esistono almeno quattro regimi giuridici che regolano i culti. La laicità repubblicana secondo la legge del 1905 si applica infatti in tutto il territorio francese con tre eccezioni. In Alsazia e nella Mosella – che nel 1905 facevano parte del Reich tedesco e che vennero riannesse alla Francia dopo la Prima guerra mondiale – si applica ancora il Concordato napoleonico del 1801 in base al quale è il presidente di una Repubblica laica, come erede dell’imperatore, a nominare i vescovi di Strasburgo e Metz. Nel dipartimento della Guyana il cattolicesimo è religione ufficiale, secondo un’ordinanza reale del 1828. Per quanto riguarda poi i possedimenti d’oltremare dell’Atlantico e del Pacifico, abbiamo uno statuto di diritto pubblico secondo quanto stabilito dai decreti del 1939. A questo si deve aggiungere che dal 2002 esiste una Commissione di dialogo governo-Chiesa, presieduta dal primo ministro e dal nunzio apostolico, per risolvere i problemi della Chiesa in Francia. Come si vede, una situazione molto sui generis. Come ho già detto in altre occasioni, forse si deve separare la Chiesa dallo Stato, ma mai si potrà separare la Chiesa dalla società. Secondo me, poi, sarebbe meglio parlare non tanto di separazione, quanto di distinzione tra Chiesa e Stato.
    Negli anni Venti comunque tra Santa Sede e Francia fu possibile una conciliazione. Chi cedette, Roma o Parigi?
    TAURAN: Nessuno dei due. Fu un compromesso. Reso possibile anche da un fatto importante accaduto nella Prima guerra mondiale: la fraternizzazione che avvenne nelle trincee tra i soldati, i sacerdoti e i seminaristi, anche loro chiamati al fronte. I giovani francesi, che erano stati educati nelle scuole laiche dello Stato a considerare i preti come dei profittatori, scoprirono che la realtà era diversa dalla propaganda laicista. Sul fronte morirono 1.800 preti, 1.500 religiosi e 1.300 seminaristi. A questo si aggiunse la consapevolezza del governo che la Chiesa viveva, per così dire, in uno Stato di non diritto. Così, dopo trattative che durarono dal 1921 al 1924, si arrivò ai cosiddetti accordi Briand-Cerretti in base ai quali gli edifici di culto vennero affidati non più ad Associazioni di laici elette democraticamente ma ad Associazioni diocesane presiedute dal vescovo. Papa Pio XI per essere sicuro che la Francia rispettasse questo tipo di impegni chiese una legge sulla libertà religiosa, ma lo Stato francese non accettò. E così si optò per una serie di documenti di diverso valore giuridico.
    In cosa consistono quindi gli accordi firmati dall’allora primo ministro Briand e dall’arcivescovo Bonaventura Cerretti, inviato speciale della Santa Sede?
    TAURAN: Abbiamo un promemoria sul ristabilimento delle relazioni diplomatiche del 1921, per cui Cerretti divenne nunzio a Parigi. Sempre nel 1921 abbiamo un altro promemoria sulla nomina dei vescovi e poi uno scambio di lettere tra il ministro degli Esteri e il nunzio apostolico a proposito della Facoltà teologica di Strasburgo e delle Associazioni diocesane. E poi c’è un’intesa verbale sulla procedura per garantire il valore giuridico di questi accordi. La Santa Sede manifestò la ratifica di questi accordi con l’enciclica Maximam gravissimamque del gennaio 1924, mentre lo Stato francese produsse un parere del Consiglio di Stato.
    Gli accordi Briand-Cerretti del 1924 furono all’epoca secretati. Perché? Sono e rimarranno ancora segreti?
    TAURAN: C’è un progetto per pubblicarli ma non so a che punto sia. A questo proposito c’è da tener presente la querelle giuridica che fa da sottofondo a questi accordi. C’è chi li ritiene dei veri accordi internazionali e chi invece non li ritiene tali. Anche in Francia c’è una scuola di pensiero che ritiene si tratti di accordi internazionali e che quindi debbano essere pubblicati nella raccolta ufficiale dei trattati.
    Il problema quindi non è tanto se pubblicarli o meno. Ma dove…
    TAURAN: In un certo senso sì.
    Il centenario potrebbe essere un’occasione per farlo…
    TAURAN: Certamente. Il problema è se la Francia accetterà di inserire questi accordi nella Raccolta ufficiale dei trattati internazionali. Da parte della Santa Sede ovviamente non ci sarebbero problemi per la pubblicazione.
    La Francia è l’unico Paese europeo che nella Costituzione sottolinea la propria laicità. Eppure il suo attuale presidente, Jacques Chirac, è venuto a Roma per prendere possesso del titolo di primo canonico onorario del Capitolo lateranense, titolo che spettava ai re dell’ancien régime. Non le sembra un po’ strano?
    TAURAN: È un fatto stranissimo, ma rispecchia molto bene il carattere paradossale delle relazioni tra Chiesa e Stato in Francia. Di un Paese di tradizione cattolica molto radicata in cui le idee della Rivoluzione del 1789 hanno avuto un impatto formidabile.
    Il predecessore di Chirac all’Eliseo, François Mitterrand, non prese mai possesso del titolo lateranense…
    TAURAN: Né ha mai chiesto una visita ufficiale in Vaticano.
    Eppure aveva avuto una formazione cattolica…
    TAURAN: Il presidente Mitterrand era battezzato e aveva ricevuto dalla famiglia un’educazione cristiana. In gioventù era un cattolico devoto e non si vergognava di mostrarlo. Dopo, questa fede si è affievolita. Ma lui ha avuto sempre una nostalgia e una passione per le questioni ultime della vita. Era amico di Jean Guitton e con lui ebbe molti colloqui sulla morte che sentiva vicina. Quando diede le disposizioni per i suoi funerali, gli chiesero se li voleva laici o in chiesa. Rispose: «Si può pensare a una cerimonia religiosa». «Si può pensare»...: una formula molto mitterrandiana. Ricordo che proprio ai funerali solenni a Notre Dame, dove rappresentavo la Santa Sede, il cardinale Jean-Marie Lustiger nell’omelia fece un collage di citazioni del presidente che dimostravano la sua fede cristiana anche se spesso in modo implicito. È stato un personaggio singolare. Lo dimostra anche un episodio che non conoscevo – ma che non mi ha sorpreso più di tanto – e che è stato riportato dalla Radio Vaticana.
    E cioè?
    TAURAN: Nel notiziario dello scorso 13 marzo sono stati raccontati due episodi avvenuti prima della sua morte. Dapprima «una visita al monastero di Santa Caterina sul Sinai, ove confesserà di aver lasciato lì il meglio di sé stesso». E poi «una devozione inaspettata per santa Teresa di Lisieux: portate in processione le reliquie a Parigi e passando il corteo sotto il suo appartamento, Mitterrand chiederà che si fermi, scenderà a fatica, sosterà in silenzio nella macchina, ponendo la sua mano sull’urna». Sono episodi, come ha sottolineato giustamente la stessa Radio Vaticana, che «dicono molto della complessità del personaggio».
    Torniamo alla legge del 1905. È possibile una sua revisione, anche alla luce del crescente numero di fedeli islamici presenti nell’Esagono? Per il ministro Nicolas Sarkozy c’è questa possibilità. E lo ha scritto nel suo ultimo libro La République, les religions, l’espérance.
    TAURAN: Non vivo più da molti anni in Francia, comunque mi sembrerebbe strano che una legge che ha cento anni sia così perfetta da non poter essere ritoccata. Però sia Sarkozy sia i vescovi cattolici avvertono il pericolo di riaprire un dibattito sulle relazioni tra Stato e Chiesa che potrebbe far rinascere rigurgiti di laicismo e anticlericalismo. Allora molti dicono: lasciamo la legge così com’è e completiamola alla luce della giurisprudenza del secolo passato. Credo che questa sia la soluzione gradita alla maggioranza dei vescovi. Si deve evitare che questa legge possa essere interpretata in modo fondamentalista, visto che per fortuna mai è stato così.
    Una domanda sul libro di Sarkozy, visto che Le Figaro ha raccontato di una sua visita in Vaticano per presentarlo al cardinale segretario di Stato Angelo Sodano, all’arcivescovo Giovanni Lajolo e a lei…
    TAURAN: Sì, nell’occasione il ministro ci ha donato una copia del suo libro. Nella mia ha scritto la dedica: «Votre ami tout simplement». Quello che mi è piaciuto di questo libro è che è stato scritto da un ministro che non ha paura di parlare di religione, affermando che i cristiani non devono vergognarsi della loro fede e non devono avere nessun complesso di inferiorità. È interessante poi la definizione di laicità che si trova nel libro: «Credo in una laicità positiva, in una laicità cioè che garantisce il diritto di vivere la propria religione come un diritto fondamentale della persona. La laicità non è la nemica delle religioni, al contrario la laicità è la garanzia per ognuno di noi di credere e vivere la propria fede».
    Questa definizione di laicità potrebbe avere delle ripercussioni pratiche, come il finanziamento statale a organismi religiosi…
    TAURAN: Sarkozy certamente sul problema del finanziamento delle chiese, delle moschee e delle sinagoghe esprime, diciamo così, un pensiero eterodosso rispetto alla grande maggioranza del mondo politico francese. Tornando al libro, ripeto che la cosa che più mi è piaciuta è che Sarkozy ha avuto il coraggio di scrivere un libro sulla religione e di affermare di essere un credente. Poi, certo, ci sono nel volume alcune affermazioni che andrebbero sfumate o precisate.
    Questo discutere di religione dipende dalla massiccia presenza islamica?
    TAURAN: Un altro paradosso francese è che davvero questa discussione sulla religione è dovuta all’islam. Sono stati i musulmani che hanno costretto i governanti a porsi il problema del ruolo della religione nella società di oggi, quando per anni la filosofia dominante era: si può fare tutto, compreso essere cattolico, ma soprattutto che non si veda. Questa è la risposta che si è sentito dare uno studente universitario francese da un suo compagno di studi agnostico.
    Il dibattito è esploso in polemiche lo scorso anno, quando è stata approvata la legge in cui si proibisce la manifestazione ostentata di simboli religiosi, emanata, in pratica, per vietare l’uso del velo a scuola da parte delle ragazze islamiche…
    TAURAN: Mi sembra che l’applicazione della legge sia stata più pacifica di quanto si potesse pensare. Un po’ come quella della legge del 1905. Capisco che per chi vive fuori della Francia risulta un po’ strano che si debba legiferare per un caso del genere. Ma in Francia si legifera molto...
    A proposito di islam, lo considera un problema prioritario per la società occidentale e per la Chiesa?
    TAURAN: Prima di tutto credo che non si debba parlare di un islam unico, non si debba considerarlo come un blocco monolitico. La realtà invece mostra un islam plurale: ci sono parecchi islam. Io, ad esempio, ho svolto la mia missione per molti anni in Libano dove ho conosciuto degli islamici con i quali mi sentivo perfettamente in sintonia, e altri invece con i quali i rapporti erano più problematici. Lo scorso anno poi sono stato in Qatar a un incontro di dialogo islamo-cristiano organizzato dall’emiro, il quale ha proposto che l’appuntamento successivo fosse a tre, con la partecipazione anche di esponenti dell’ebraismo; la reazione dei suoi correligionari è stata glaciale. Esistono diversi islam. E questo è anche una difficoltà per il dialogo: trovare un interlocutore rappresentativo con cui parlare. Certo, l’islam è un fatto. Siamo per così dire condannati a dialogare col mondo musulmano. Perché è il dialogo la chiave di ogni soluzione duratura. Purtroppo in Occidente ha molta fortuna l’equazione islam uguale terrorismo. Ma questo non è vero. Credo che la maggioranza del mondo musulmano non vede l’ora di potersi sbarazzare di queste frange terroristiche che tradiscono il vero messaggio islamico. Ma la strada è ancora lunga.
    Nella pubblicistica odierna spesso si contrappone un modello francese, ostile al fatto religioso, a un modello statunitense, più rispettoso della fede e delle istituzioni ecclesiastiche. Condivide queste impressioni?
    TAURAN: Questa realtà è il frutto della storia. Negli Stati Uniti il fatto religioso fa parte del paesaggio. Mesi fa sono rimasto impressionato da un sondaggio in base al quale l’85% degli americani afferma di considerare importante la preghiera quotidiana. Questa religiosità è un fatto positivo a patto che non si trasformi in fondamentalismo e proselitismo.
    Il panorama politico statunitense è stato dominato negli ultimi anni dal fenomeno dei cosiddetti neoconservatori, i neocons, al cui interno si trovano alcune influenti personalità della Chiesa americana, tanto che alcuni parlano di teocons. Ritiene che questo movimento cultural-politico sia esportabile anche in Europa?
    TAURAN: Credo di no. Per quello che ho detto prima. Quello che mi preoccupa è comunque il fatto che in Europa manchino dei cattolici coerenti nelle strutture governative e amministrative. Manchiamo di cristiani che abbiano come vocazione il servizio della res publica. Questa è la grande lacuna del nostro continente. Sarei curioso di sapere quanti sono quei politici che si dichiarano cristiani e che, per esempio, quando partecipano a riunioni o raduni di domenica, sentono la necessità di partecipare alla santa messa.
    In un intervento al Pontificio Seminario Francese dello scorso novembre, lei affermava che trasmettere la fede oggi non deve avere niente a che fare con “la propaganda o il proselitismo”. Che intendeva dire?
    TAURAN: A volte si avverte il rischio che la missione evangelizzatrice della Chiesa sia, o sia considerata, una propaganda o un proselitismo. Come Gesù dobbiamo proporre quella che crediamo essere l’unica Buona Notizia per l’uomo di tutti i tempi. La discrezione e il rispetto che dobbiamo avere per chi non crede va di pari passo con la condivisione e la testimonianza. La gente non attende prediche o proclami. Ma è interessata invece a quei cristiani che testimoniano la loro fede con la loro vita quotidiana.
    Eminenza, una domanda dettata dall’attualità. A fine maggio il popolo francese con un referendum ha bocciato clamorosamente il progetto di Trattato costituzionale europeo in corso di ratifica da parte dei venticinque Paesi dell’Unione. Come valuta questo fatto?
    TAURAN: Penso che i francesi non abbiano letto il testo del Trattato e quindi non fossero in grado di valutare bene la posta in gioco. Difatti ben pochi sarebbero in grado di dare una definizione d’Europa. E quindi c’è stato un riflesso di paura. Ma l’Europa continua; dobbiamo ricordarci che sono i popoli che fanno l’Europa, non le istituzioni. Anche se, come qualcuno mi ha fatto notare, per alcuni anni l’Europa vivrà nel quadro degli Accordi di Nizza e l’Europa dell’euro sarà la sola in funzione, e quindi l’Europa politica rimarrà, almeno per il futuro prossimo, solo allo stadio di progetto. Ma, torno a dire, il lavoro per una Europa più unita deve continuare, dato che «l’Europa è uno spazio privilegiato della speranza umana», come afferma il Preambolo del Trattato.
    Quel Preambolo che sembra non essere piaciuto molto alla Santa Sede…
    TAURAN: Certo, per noi cristiani nel testo del Trattato ci sono gravi lacune, come l’assenza del riferimento alle radici cristiane. Poi, gli articoli relativi alla vita, ai diritti della famiglia e alla discriminazione meriterebbero un’altra formulazione. Ma non dobbiamo dimenticare che con il Trattato per la prima volta il diritto primario dell’Unione europea prevede un dialogo istituzionale con le Chiese. E non è poco.
    Un’ultima domanda. Che significato può avere per l’Europa l’elezione al papato del cardinale Joseph Ratzinger?
    TAURAN: Il nostro papa Benedetto XVI, nel suo libro Una svolta per l’Europa, dimostra che in nessuna fase della sua storia il nostro continente è vissuto senza portare lo sguardo verso il sacro. E così, grazie alla coabitazione con Dio, l’Europa è riuscita più o meno a insegnare agli uomini a coabitare tra di loro. Mi sembra che la Chiesa di oggi, sotto la guida di un Papa profondamente europeo – si chiama Benedetto! –, possa dare il proprio contributo all’affermarsi di una Europa dove popoli e cittadini possano guardare al futuro con fiducia, sotto lo sguardo di Dio.

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    scemo del villaggio
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    Predefinito Neocons contro Darwin (Manifesto del 21 luglio)

    DIVINO
    I neocons all'attacco di Darwin
    FILIPPO GENTILONI
    Ancora Darwin e l'evoluzionismo: una polemica fra scienza e fede (cattolica) che era stata aspra nel secolo scorso e che si poteva credere risolta. Ma a quanto pare non è così. A riaprirla - meglio: a riportarla in prima pagina - un intervento del cardinale di Vienna, Schonborn, che ha fatto scalpore soprattutto negli Usa, dove la tendenza neocon - come si suol dire - non ha mai cessato di fare una battaglia contro l'evoluzionismo, considerando il vecchio Darwin fra i principali avversari. Il momento, d'altronde, sembra particolarmente adatto ai neoconservatori. Da una parte, l'elezione di un nuovo papa che ha tutte le credenziali per apparire come custode della dottrina teologica tradizionale. Dall'altra una situazione generale che mette in crisi i tentativi di conciliazione e di moderazione, esaltando, invece, le posizioni intransigenti, le uniche che sembrano reggere ai terremoti della globalizzazione e degli appiattimenti massmediatici. Bene accolto, dunque, il cardinale di Vienna quando afferma che l'evoluzione della specie, nel senso di Darwin, può anche essere vera, ma «un sistema di pensiero che fondi tutto sul caso e neghi un disegno è ideologia», e il disegno non può non essere quello divino della creazione. «Stiamo tornando al medioevo», commenta invece Margherita Hack, e con lei buona parte degli scienziati. In realtà il cattolicesimo più ufficiale aveva faticato non poco ad accettare l'evoluzionismo di Darwin nel secolo scorso. È stata una delle battaglie più difficili, non senza tragedie e ferite. Si pensi a studiosi cattolici come Teilhard de Chardin e alle loro fatiche. Infine, dopo un mezzo secolo di discussioni, la Santa Sede aveva accettato l'evoluzionismo, accettando insieme una lettura nuova e meno letterale delle pagine bibliche (la cultura protestante aveva già accettata l'ermeneutica moderna). Ma a due condizioni, almeno: che a un certo punto, quello del passaggio, per così dire, dalla scimmia all'uomo, si accettasse l'intervento di Dio per la creazione dell'anima umana, spirituale e immortale, e che tutto il processo fosse guidato dal Dio creatore. Due condizioni piuttosto difficili da accettare da parte della scienza e che oggi vacillano più che mai.

    Dopo il caso Galilei e la sua «sconfitta», la chiesa cattolica aveva scelto di mantenere una certa prudenza. Nel suo ambito, lo spazio per tre posizioni, che il teologo Bruno Forte, da poco nominato vescovo di Chieti, sunteggia così: «il creazionismo fondamentalista, che rimane attaccato alla lettera del racconto biblico; il neodarwinismo, che rimette tutto alla casualità; il teismo evoluzionista, che accetta l'evoluzione, ma vi riconosce il progetto di Dio creatore». Riuscirà la chiesa di Ratzinger a rimanere ancorata a questa terza difficile posizione? È quello che molti cattolici oggi si augurano, anche se li preoccupa il peso delle tendenze neoconservatrici: una chiesa impegnata soprattutto nella difesa di una rigida etica sessuale, potrebbe facilmente trovare nella condanna dell'evoluzionismo un riscontro interessante e un passaggio logico dall'etica alla teologia. Speriamo che non sia così.

 

 
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