La teoria, anzi l’ossessione della “grande cospirazione” punta tutto contro gli ebrei e spiega la storia con macchinazioni semplicistiche. Ma il nemico autentico è l’uomo e la sua libertà. Lo spiegano in coro tre studiosi. E così si apprende che il teorema del “complotto” è una creazione dell’islam, cultura della sottomissione che ha sempre bisogno di un nemico. È qui che si fondono antigiudaismo, antisionismo e antisemitismo
Marco Respinti
«E così puoi vedere [...] che il mondo è governato da tutt’altri personaggi che neppure immaginano coloro il cui occhio non giunge dietro le quinte». Questa frase, scritta più di un secolo e mezzo fa dal primo ministro britannico Benjamin Disraeli, è la formulazione più felice della “teoria del complotto”, l’idea, ostinata e pervicace, che la storia non sia quella che si vede. Che vi siano altri livelli, altre menti, altre trame. Meglio dunque accorgersene per tempo, e contrattaccare.
Quello del “complotto” è del resto uno schema in sé perfetto. In teoria però, esattamente come lo sono i modelli matematici costruiti appositamente per ottenere un determinato scopo – desiderato quando non addirittura già conosciuto – il quale però presenta poi sempre qualche difficoltà con l’attrito della fisica.
Un teorema, insomma, che tutto spiega con poco sforzo. Basta cercare coincidenze, alla bisogna crearle, inanellare fatti i più disparati, infilare ogni elemento nella casella giusta. Farlo prima è difficilissimo, ma dopo è semplice. Funziona come l’interpretazione delle profezie di Nostradamus, quelle che post factum sono sempre “chiarissime”, il trionfo del “lo aveva detto”. Aggiungete un colpevole, un capro espiatorio, una vittima sacrificale e la cospirazione planetaria è bell’e pronta. Inaffondabile, tetragona, più forte ogni volta che la si smonta. Si regge infatti sulla postulazione di se stessa l’idea del “complotto”, e ogni critica, ogni scoglio interpretativo, ogni difficoltà oggettiva non fa altro che irrobustirne le pretese essendo la prova provata del teorema stesso: più lo si nega, più lo si afferma; più sfugge, più c’è. La proverbiale nebbia milanese? Io non la vedo, diceva Peppino a Totò in una giornata di sole splendente. E Totò gli rispondeva: appunto, se c’è la nebbia, non si vede niente.
Dalla cospirazione degli UFO (e della CIA) all’Undici Settembre, fra disagi sociali sublimati e paure ancestrali di ritorno, esiste insomma una sorta di strano “iniziatismo” – ricco di letteratura e provvido di portavoce – che sostiene di combattere accanitamente contro un altro “iniziatismo” votato al Nuovo Ordine Mondiale. Malvagio.
Timeo judaeos et dona ferentes
Potrebbe sembrare fantascienza, oppure muovere al sorriso beffardo, ma è questione seria. E inquietante. Soprattutto perché, mescolando millenarismi da operetta, escatologie improbabili e interpretazioni geopolitiche astruse, il fenomeno è oggi più in voga che mai. Tanto da spingere l’editore Lindau di Torino a uscire, praticamente in contemporanea, con tre titoli ponderosi e impegnativi dedicati a questo tema, firmati da altrettanti autori felicemente in grado di unire la verve del giornalismo culturale di approfondimento e il piglio dello studioso d’archivio. Due statunitensi, Daniel Pipes e Gabriel Schoenfeld, e un italiano, Carlo Panella. Sostanzialmente un’offensiva culturale.
Con Il lato oscuro della storia. L’ossessione del grande complotto (trad. it., pp.394, €24,50), Daniel Pipes – direttore del Middle East Forum e collaboratore del New York Sun e del Jerusalem Post – risale fino alle origini del teorema, additando quanti tra i primi critici della Rivoluzione francese videro in quel fenomeno di colossale sovversione culturale e politica un evento satanico e inaugurarono una sorta di “controesoterismo”: la spiegazione degli accadimenti storici attraverso l’azione congiunta e coordinata di conventicole iniziatiche e di società segrete diabolicamente ispirate.
Ma il perno di ogni complotto serio e vero – dice il complottismo – è però l’ebreo, parassita delle società che lo ospita e, fra gelosia, ingordigia e volontà di potenza, imperturbabilmente teso a distruggere tutto quanto lo circonda. Per questo, dice il complottismo, lo si ritrova ovunque dietro a guerre, rivoluzioni, sciagure, catastrofi e delitti.
I manuali del teorema non hanno peraltro mai chiarito bene da quale parte della barricata stesse il Disraeli estensore, nel romanzo Coningsby del 1844, di quella frase-simbolo dell'ermeneutica cospiratoria. Ossia se così dicendo egli intendesse mettere in guardia il suo prossimo (come sostiene quella che però, nella logica complottista, potrebbe pur essere solo una vulgata), oppure se, con la sicumera di chi non ha nulla da temere dall’esposizione – controllata – al fuoco nemico, enunciasse una verità saputa per partecipazione. Vedeva trame ebraiche ovunque Disraeli, ma l’essere stato un grande avvocato anglicano (per conversione) della preminenza sociale degli ebrei, che, passato dai progressisti ai conservatori, scalò i gradini del partito tory e quelli della nazione, ne fanno per certo un “sospetto”.
Errante o meno, della diaspora o living in Israel, è insomma l’ebreo il bandolo della matassa. Ed è così da sempre, da quando l’architetto Hiram costruì il tempio per il re Salomone (1Re 7, 13-40), generando per iniziazione occulta la filère che giunge alla massoneria – ovviamente cullata dall’Ordine dei Poveri Cavalieri del Tempio di Hugo de Payns e di (san) Bernardo di Chiaravalle, e imparentata con i Rosa+Croce – e che per suo tramite prosegue lungo una catena capace di legare assieme i personaggi più strampalati. Così, un tecnocrate qui e un sinarchico là, il complotto si alimenta grazie ai potenti mezzi messi a disposizione da una cricca autoreferenziale di fantastiliardari semiti che si riuniscono in lussuose località sciistiche per tramare fra un cocktail e l’altro, e questo periodicamente benché segretamente (ma di questi rendez-vous tutti sanno tutto, orari e menù compresi, grazie a una pletora di libri, fanzine e insider newsletter che si citano sempre l’uno con l’altro).
Non ci credete? Sta scritto per filo e per segno nei Protocolli dei Savi Anziani di Sion. Sono un falso, fabbricato ad arte dalla polizia zarista? Fa parte del complotto ebraico: da un lato il farlo credere, dall’altro l’aver assestato il colpo da maestro facendo scrivere ai “gentili” la verità cospirazionista ebraica per potere recitare da vittime e al contempo procedere indisturbati con il programma dei Protocolli, un “falso vero”.
L’ebreo lo fa del resto per vocazione. Progenie di Satana o di Caino – come sostiene il British Israelism antisemita –, egli è pago solo del caos. Oppure, nella versione che mescola biologismo e spiritualismo, è la sua intrinseca inferiorità criminale a renderlo così . Oppure ancora – in una ennesima versione, questa volta più laica – è la sua proverbiale taccagneria la chiave di volta: l’avidità come emblema dello spirito del giudeo grifagno.
Ora, gli specialisti accademici – una koinè di studiosi di discipline diverse che si rimandano le une le altre e i cui confini per forza di cose si sovrappongono e s’intrecciano, dalla sociologia alla storia delle religioni, dalla storia delle mentalità a quella delle dottrine politiche – sottolineano un fattore importante.
Siano quelle che siano le origini del teorema, gli ebrei entrano nel quadro in un’epoca relativamente tarda. Quando lo fanno, però, non se ne vanno più. Ovvero il “complotto ebraico” nasce tardi, ma a quel punto si fa pietra filosofale: spiega tutto sin dal principio.
Allah contro Mosè
Tardi però perché? Perché la ratio ebraica del complotto mondiale giunge in Europa dall’islam. Qui s’incista sulle paure in gran parte legate alla letteratura sull’Anticristo diffusasi a macchia d’olio dopo la Riforma protestante e produce alchimie feroci, ma viene dall’islam.
Lo descrive dettagliatamente Carlo Panella – commentatore parlamentare per le reti Mediaset e collaboratore de il Foglio – ne Il «complotto ebraico». L’antisemitismo islamico da Maometto a Bin Laden (pp. 288, €19,50) laddove distingue l’essoterismo del crucifige che il popolo ebraico gridò a suo tempo a Gesù dalle trame esoteriche attribuite dalla cultura musulmana agl’israeliti.
E questo offre l’occasione per due precisazioni tanto fondamentali quanto reiterate (ma poco ascoltate).
La prima è che antigiudaismo, antisionismo e antisemitismo non sono affatto la medesima cosa. L’antigiudaismo configura una critica teologica, l’antisionismo un dissenso politico (e, peraltro, non tutte le critiche politiche a Israele sono fattispecie dell’antisionismo), l’antisemitismo l’odio razziale.
La seconda è che, pur restando distinti, antigiudaismo, antisionismo e antisemitismo possono però sovrapporsi e confondersi, oppure ospitarsi e mascherarsi l’uno dietro o dentro l’altro.
Talora la loro distinzione è ardua (a volte impossibile), eppure resta non meno necessaria della recisa condanna di ogni fenomeno d’intolleranza, prima ancora che di violenza. Perché così si salva e si protegge la sacrosanta distinzione fra creed e deed, tra pensiero e azione: se no il processo sommario alle intenzioni travolge tutto, in primis la libertà.
Aiuta in questo Il ritorno dell’antisemitismo (trad. it., pp.214, €19,50) di Gabriel Schoenfeld – senior editor di Commentary, mensile dell’American Jewish Committee, diretto per 30 anni da Norman Podhoretz –, sia perché individua bene l’antisemitismo per ciò che è, sia perché, a tratti, rischia passaggi un po’ disinvolti da un piano all’altro.
Il regno della confusione
Ora, si può, e si deve, discutere di ogni singolo dettaglio, di ogni affermazione e di ogni analisi per evitare un “complotto al contrario” con la trasformazione del musulmano nel nuovo ebreo espiatorio. Si deve insistere sulla distinzione fra critica teologica e antisemitismo in ambito cristiano e occidentale, e sempre fra creed e deed. Si deve evitare di vedere annidato un antisemita in ogni avversario. Ma il punto più avvincente dei tre studi di Pipes, Schoenfeld e Panella – il tratto che li accomuna trasformandoli in strumenti preziosissimi di analisi – è la proposizione di un criterio di lettura tanto innovativo quanto risolutivo di una questione che altrimenti rischia di trascinarsi irrisolta e di mietere altre vittime innocenti.
Il complesso di colpa che caratterizza certi settori deboli e stanchi (di sé) della cultura occidentale, quello che per i suoi detrattori interni ed esterni suona come un invito a nozze, impedisce di vederlo, ma esiste sì un locus dove antigiudaismo, antisionismo e antisemitismo (che da noi distinti continuano a essere) si fondono e si amalgamano in un unicum in cui, seppur è possibile distinguere ancora logicamente i tre fenomeni, sia sul piano culturale sia sul piano materiale l’uno (ognuno di essi) contiene ed è strumento degli altri. Questo locus è l’islam, dove la non-differenziazione fra religione e politica, la geopolitica strutturalmente di conquista, l’assenza di speculazione teologica fondata su una filosofia distinta seppur unita al discorso propriamente di fede e quella che viene percepita come natura “etnica” della fede ebraica (del resto speculare alla fede in un Allah che parla intraducibilmente in arabo e che prevede l’arabizzazione di tutti i proseliti) rende l’antigiudaismo, l’antisionismo e l’antisemitismo delle micidiali revolving door.
È però sì quella occidentale, e in talune espressioni o frange quella cristiana (o di origine o derivazione cristiana, sia cattolica sia protestante), la cultura in cui – Pipes, Schoenfeld e Panella lo evidenziano bene – l’importo islamico produce gli effetti più dirompenti.
Accade quando l’ostilità islamica verso l’ebreo s’innesta sulle nostre ubriacature intellettuali generando un ibrido spaventoso: il complottismo, una creatura alla Frankenstein prodotta dalla simbiosi fra una ragione che ha perduto la bussola (e che quindi, dubitando in essenza che il reale sia quel che è, elabora “certezze” alternative) e il sollievo provato alla scoperta di un capro espiatorio che toglie le castagne dal fuoco.
È infatti lo sgomento generato dall’incapacità di misurarsi con la libertà e l’impossibilità di affrontare il male che la nostra ragione impazzita e la ragione inesistente del fideismo islamico tramutano in odio. Il quale o si rivolge contro di sé o cerca valvole di sfogo. Alla fine è la stessa cosa, ma di mezzo ci va la vittima sacrificale. L’ebreo, il suo discendente e alleato cristiano, il loro rampollo occidentale.
L’apparente carattere reazionario del complottismo è insomma nella realtà la quintessenza del progressismo, il vertice raggiunto da una filosofia lasciata a se stessa (ma di questo paga) che non ragiona più sul reale, ma che il reale lo desidera a misura propria.
Se infatti Nicolás Gómez Dávila, che non si è mai vergognato di dirsi reazionario, ricordava che il cattolico non può essere antisemita perché al popolo eletto si deve il concetto di persona fondante la cultura occidentale giudeo-cristiana, se il giudeo-cristianesimo non è un’astrazione, se il Catechismo della Chiesa cattolica, Compendio compreso, parla chiaro sui “fratelli maggiori” e se l’illuminismo sfoggiava razzismi a go-go, hanno ragione da vendere Pipes, Schoenfeld e Panella a puntare il dito sullo scellerato patto antisemita e antioccidentale fra progressismo euro-americano e fondamentalismo islamico. È del resto nell’Occidente giudeo-cristiano che gli attori della storia sono le persone e non i teoremi, mentre è fuori di esso e nelle pieghe della sua malattia che il cielo diventa oscuro e lo scontro di civiltà si fa corpo contundente.




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