
Originariamente Scritto da
tolomeo
Tacchi combattenti
In lode di Daniela Santanchè e
delle sue lotte per la libertà dal velo
(alla faccia di chi la schernisce)
Daniela Santanchè adesso ha la scorta,
e un po’ di gente volgare avrà voglia
di riderci sopra, perché figuriamoci se
una deputata con i tacchi a spillo e i cappelli
da cowboy dice cose serie. Figuriamoci
se ha ragione, figuriamoci se rischia
qualcosa, figuriamoci se non ha esagerato.
Anche se una ragazza di ventidue anni
è stata appena ammazzata a pietrate,
anche se un’altra camminava per strada
senza velo e un parente l’ha investita con
la macchina per lavare la vergogna. Daniela
Santanchè, con un bel po’di femminismo
volitivo, vorrebbe strappar via tutti
i veli, i foulard, i burqa, i niqab, tutto
quel che considera un simbolo di sottomissione,
paura, ombra. Lo fa coi capelli
sciolti e le borsette di Hermes, occidentalissima
donna moderna che risponde seria
alle urla scomposte di un imam ed è
fiera, finalmente, della propria identità e
libertà. Non chiede scusa per i colpi di
sole o per le vacanze con Flavio Briatore
e non teme di non essere abbastanza multiculturale:
lotta per il volto scoperto con
l’appoggio di Dunia Ettaib, rappresentante
delle donne marocchine d’Italia. Anche
la Ettaib era, qualche sera fa, ospite
nella trasmissione di Sky in cui l’imam di
Segrate ha urlato alla Santanchè: “Lei è
un’ignorante e falsa, lei semina odio, è
un’infedele”, salvo poi dichiarare che
“questa vicenda è un attacco deliberato
contro i musulmani e contro le moschee”
e che la Santanchè desidera sentirsi minacciata:
la Ettaib non porta il velo, anzi
lo detesta, e allora l’imam le ha sibilato,
fuori onda, che lei non è una musulmana.
Sono praticamente le sole femmine, in
Italia, a lottare per le femmine, a gridare
lo sdegno, a lanciare la discussione con
toni veri, e accesi, a dare risposte appassionate
alla retorica del buon senso di
campagna, quello che se ne frega e guarda
altrove. Daniela Santanchè considera
il velo che copre il volto, i capelli, il collo,
il velo che nasconde la donna e la lascia
in un angolo ben poco luminoso, un
passo indietro e addosso la paura, un arcaismo
incompatibile con la società democratica:
è questa un’altra posizione rispetto
alla forzatura francese del divieto
di ostensione di simboli religiosi, è un’azione
sociale per riconoscere dignità, esistenza,
per smetterla di raccontarci quanto
dona al viso, e perché un imam surriscaldato
(o un Adel Smith qualunque)
non si permetta mai più di dire a una
donna, velata o no, o anche a un uomo
che esprima un pensiero non allineato:
infedele, deficiente, ignorante.
Il mocassino può attendere
Daniela Santanchè è una femminista
vera, ma non recita il bollettino parrocchiale
e si mette in costume anche coi fotografi
a mezzo metro, batte i maschi in
competenza sulla Finanziaria e non si fa
problemi per le scollature. Una donna libera
che vuole affermare un’identità, si
indigna per Ayaan Hirsi Ali che ha scritto
gli undici minuti del film di Theo van
Gogh e persino in Olanda viveva da dissidente
perché denunciava gli sbagli di
una religione che “cammina nella storia
con la faccia rivolta all’indietro”, si indigna
per quel che è successo a lei e soprattutto
per il silenzio delle altre: “Dove sono
le femministe?”, chiede, ma le femministe
sbuffano perché la Santanchè ha
troppi tacchi, troppi orecchini, troppi
amici, neanche un capello grigio e niente
lamenti ma vividi attacchi e larghi sorrisi.
Sta accanto, da anni, a Milano, a donne
musulmane bastonate, impaurite, sole,
velate, inorridite da chi decanta il valore
estetico del velo, ammutolite per
sempre da quel bel drappo. Daniela Santanchè
ha raccolto le loro storie in un libro
molto bello, “La donna negata – dall’infibulazione
alla liberazione”, e ovviamente
hanno detto che non l’aveva scritto
lei, che si era probabilmente anche inventata
la scomunica di una radio di
Teheran, tanto per fare notizia. Lei pensa,
come Chahdortt Djavann, la sociologa
di origine iraniana che ha scritto “Giù i veli”,
al chador (e agli altri tipi di fazzoletti
coprenti) come alla stella gialla delle donne
musulmane, la macchina da guerra di
un sistema ideologico che sta cercando di
imporsi anche in Europa. Vorrebbe un divieto
o, come Jack Straw, deputato laburista
ed ex ministro di Tony Blair, vorrebbe
che le musulmane smettessero, felicemente,
di coprirsi. Fa opera di deterrenza culturale,
si batte contro il velo come contro
l’infibulazione e le botte, incassa parecchie
critiche, ironie e qualche imbarazzata
e doverosa solidarietà. Non s’interessa
al basso profilo perché è impegnata ad affermare
un po’ di libertà e identità: i mocassini,
magari, un’altra volta.
Alla faccia di tutti coloro che blaterano senza sapere.
Dovè finita Lilli "la pasionaria" Gruber ?