Poche intese, larghi malintesi

Roma. Cinque membri del Csm hanno chiesto “l’apertura urgente di una pratica” a tutela “dei magistrati illegittimamente oggetto di attenzione” da parte del Sismi.
E non c’è ragione di dubitare che tale urgente pratica sarà prontamente aperta, come è giusto e doveroso che sia.
C’è invece ragione di dubitare che alcuno si azzardi ad aprire analoga pratica sulle non meno illegittime attenzioni che da anni – e fino a tempi recentissimi – hanno riguardato tanti altri, che magistrati non sono. Come autorevoli parlamentari della Repubblica, giusto per fare un esempio, dei quali abbiamo potuto leggere sui giornali le private conversazioni telefoniche, accanto a quelle degli stessi vertici dei nostri servizi segreti.
Basta osservare la triste vicenda del decreto sulla distruzione delle intercettazioni illegali, la cui conversione in legge era stata prima approvata all’unanimità in Senato e ora è tornata in discussione alla Camera. Anche perché nel frattempo la procura di Milano ha fatto sapere che le intercettazioni illegali non esistono.
Ai magistrati non risulta che dal celebre “caso Telecom”, che fu all’origine di quel provvedimento, dagli evidenti caratteri “di necessità e urgenza”, sia emerso lo straccio di una intercettazione illegale.
Di qui il riaprirsi dello scontro tra maggioranza e opposizione a proposito del nulla, della distruzione del nulla e della necessità e urgenza della distruzione del nulla.
Con l’udc Mazzoni a parlare di “farsa”, con il leghista Castelli a parlare di ennesimo disastro, ma anche con esponenti della maggioranza a chiedere “una pausa di riflessione”.
E così, mentre su tutti i giornali non si parla che di larghe intese e riforme condivise, sembrerebbe sfumata la sola intesa bipartisan finora effettivamente raggiunta.
Anche perché l’unico precedente, l’indulto, è stato ormai ripudiato da buona parte dei suoi promotori (ultimo Giuliano Amato).
Facile dunque immaginare quale eco avranno le parole di un documento dello stesso Csm, in cui si legge testualmente:
“I 17 indulti concessi nel periodo repubblicano prima di quello in esame sono stati tutti accompagnati da corrispondenti amnistie”.
Del resto i teorici della via condivisa alla salvezza della patria amano molto intrattenersi sui sistemi elettorali, ma guai a parlare di una riforma condivisa della giustizia. Riforma che peraltro avrebbe il pregio di toccare i diritti di tutti i cittadini, compreso il diritto alla sicurezza, lenendo così anche le comprensibili sofferenze del ministro Amato. Per chiudere la travagliata
“transizione italiana”, invece, si preferisce disegnare larghe intese su indicazione, elezione o designazione del premier.
In linea con quella curiosa interpretazione della recente storia italiana secondo cui a far crollare la Prima Repubblica non sarebbero state inezie come la fine del comunismo – prima – e la messa sotto processo dei vertici dei partiti di governo – poi – bensì il cambiamento della legge elettorale. Eppure, da allora, la legge elettorale è stata cambiata infinite volte. E non fu sulla legge elettorale che cadde anche l’ultimo tentativo (la Bicamerale) di “fare le riforme condivise per chiudere la transizione”, come si ama ripetere, ma proprio sulla giustizia.
Eppure, ora che in un modo o nell’altro il macigno rappresentato dalla posizione personale di Silvio Berlusconi è stato accantonato, non sarebbe proprio questo il momento di osare?
Che ne pensa, ministro Mastella ?

da il Foglio

saluti