io sto ancora ridendo per "il patriota". Appena smetto mi scarico sto qua...


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Noi siamo i padroni.
Noi siamo gli schiavi.
Siamo ovunque
e da nessuna parte.
Regniamo sui fiumi di porpora.


Che guarda caso è anche il periodo in cui i Maya agricoltori di mais entrano in contatto con gli aztechi popolo guerriero in espansione.
A mio parere rimane una forzatura del film.
Oltretutto ci sarebbe anche la questione della lingua maya utilizzata nel film che a detta di molti studiosi della stessa sarebbe assolutamente maccheronica. Non capisco a quel punto il senso di inserirla se non di far scena.
Tra l'altro rivolgendomi a chi l'ha visto il film mi interesserebbe sapere se nello stesso si fa riferimento alle carestie che avrebbero dato il via alla decadenza maya.
A luta continua


Si,quando i prigionieri entrano nella città si vede una popolazione denutrita e malata che chiede la carità,piantagioni secche e quando lo "stregone" che fa i sacrifici parla alla popolazione fa un discorso del tipo"abbiamo una maledizione che incombe su di noi,dicono che siamo marci,decadenti ma non è cosi.Offriamo agli Dei queste vite affinchè plachino la loro ira"
Cmq ti consiglio di vederlo,senza ascoltare quello che dicono gli altri cosi te ne fai un'idea,no?
Sempre più diabolico...
La civiltà Maya in tutte le sue fasi non ha mai conosciuto la presenza di un unico potere centralizzato ma si è costruita intorno svariate città-stato, in stretta analogia da questo punto di vista con le poleis greche.
Poteva mai essere possibile la mancanza di guerre, eserciti e guerrieri in un simile contesto? No. E infatti, tanto per fare un esempio...
http://www.lescienze.it/specialna.php3?id=6027
22.09.2002
Che cosa causò la fine dei Maya?
Le iscrizioni del sito, noto come Dos Pilas, furono messe alla luce lo scorso anno da un uragano
Un'aspra guerra tra due città stato rivali dei Maya potrebbe essere stata la causa del collasso di questa grande civiltà, secondo quanto hanno affermato alcuni archeologi, che hanno tradotto le iscrizioni di una piramide di pietra in Guatemala. Le iscrizioni del sito, noto come Dos Pilas, furono messe alla luce lo scorso anno da un uragano e ora sembra che il loro contenuto costringerà i ricercatori a riscrivere la storia.
Quella che una volta si pensava fosse una serie di conflitti locali separati nel settimo e ottavo secolo si è ora mostrato essere l'equivalente di una guerra mondiale fra i Maya, con fronti formati dagli stati vassalli di due superpotenze. La scoperta è stata annunciata da Arthur Demarest, della Vanderbilt University.
"Le centinaia di nuove iscrizioni riempono un buco di 60 anni nella storia dei Maya e chiarificano molte delle relazioni politiche e militari di questo periodo," dice Federico Fahsen, uno specialista di storia Maya.
I 18 gradini furono scoperti dopo che una tempesta abbatté un albero a Dos Pilas. Demarest, che aveva esplorato il sito in passato, ritornò quindi con alcuni colleghi per investigare le nuove iscrizioni.
"Non avevo pensato neppure un minuto che potesse essere qualche cosa del genere," dice. "Pensavamo che ci sarebbero stati solo alcuni gradini, ma continuava a crescere e crescere." Mentre molti ricercatori credevano che le guerre di questo periodo fossero locali e indipendenti, la scoperta supporta la teoria di Simon Martin, dello University College di Londra, secondo cui in questo periodo la civiltà Maya fu sconvolta da una lunga guerra fra le superpotenze Tikal e Calakmul. Questa scala è una conferma più che sufficiente della teoria, ha affermato Demarest.
Dos Pilas fu costruito come avamposto militare della città di Tikal nel 629 d.C. e il re di Tikal mise il suo fratello più giovane sul trono della nuova città. In passato si credeva che le successive battaglie furono il risultato di conflitti fra i due fratelli, ma le nuove traduzioni rivelano un conflitto molto più vasto e complesso. Di fatto, esse rivelano che il re di Dos Pilas divenne un grande guerriero e fu alleato di suo fratello per molti anni. Poi però la città stato di Calakmul conquistò Dos Pilas e prese il re come prigioniero. Il nuovo re, ora leale a Calakmul, lanciò una guerra di dieci anni contro Tikal, che alla fine fu sconfitta.
Questo conflitto avvenne in un periodo in cui la civiltà Maya sembrava avviarsi vero un più alto livello di organizzazione e la creazione di un impero unitario. Questo non avvenne, perché la guerra in realtà proseguì, anche Calakmul cadde e il mondo dei Maya si frantumò in piccole potenze locali, dando vita a un'intensa serie di piccoli conflitti che alla fine portarono al collasso dell'intera civiltà.
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E via a questo punto seguirò il tuo consiglio.
Comunque per rispondere a Paul Atreides prima che mi faccia bruciare in campo dei fiori dico che quello che dice è tutto vero ma per civiltà guerriere (tipo gli achei ad esempio nei confronti dei minoici) si intende quelle civiltà sviluppatesi nel neolitico nomadi o seminomadi che spostandosi avevano bisogno dunque di continue guerre di aggressione.
Quanto riporti a proposito della civiltà maya basata sulle città stato è assolutamente vero (anche se non erano propriamente strutturate come quelle sumero-babilonesi o quelle greche) ma i Maya erano un popolo stanziale di agricoltori e non un popolo guerriero. E' chiaro che questo non vuol dire che non facessero guerre, soprattutto guerre claniche.
Spero di essermi spiegato.
A luta continua
Non sono cristiano, dunque rischi non ne corri.
Vedo che hai corretto, e di molto, il tiro. Va bene così.
Che un popolo non sia ''espansionista'' non significa che sia ''pacifico''. I Maya stanno lì a dimostrarlo.


Apocalypto: spacciare per veri i Maya falsi ("La Stampa")
di Chiara Evangelista
I Maya di Mel Gibson sono forti, agili, muscolosi. Adornati con raffinate acconciature e pitture corporali, spesso improbabili, strappano i cuori palpitanti delle loro vittime sacrificali, trafiggono o decapitano uomini e animali, si trasformano in fiere. Il sangue abbonda, proprio come notarono in Centro America, all’inizio del Cinquecento, i conquistatori spagnoli, inorriditi di fronte allo spesso strato di sangue che colava dalle piramidi di Tenochtitlán, l’attuale Città del Messico, capitale di un altro grande impero, l’Azteco. Apocalypto, l’ultimo film di Mel Gibson, costruisce un’immagine dei nativi americani molto diversa da quella edulcorata che si è diffusa negli ultimi decenni, e che presenta i grandi imperi pre-colombiani come culture pacifiche, portatrici di saperi millenari e custodi dell’ecosistema.
Non per questo, però, il film di Gibson è più «vero». Esso infatti cerca di mostrare, con la separazione dei generi (le donne sorridenti e sottomesse, gli uomini violenti e animaleschi) le due facce della visione preconcetta cui continuano a essere soggetti gli indios, ai quali viene negato il diritto alla storia: la capacità di trasformazione, di progettare il futuro. In tal senso, Gibson potrebbe far parte dell’ampia schiera di chi nega la possibilità di scrivere la storia degli indios, perché popoli generalmente senza scrittura e senza solide istituzioni.
Gli studi di etno-storia mostrano invece una realtà diversa: innanzitutto, la presenza di una pluralità di culture e di società, con un insieme di principi e di istituzioni diversi ma non incomunicabili rispetto a quelli dei conquistatori europei: coloro che riuscirono a sopravvivere alla Conquista e al conseguente, impressionante calo demografico (per esempio, secondo alcune stime, il Messico vide la sua popolazione diminuita da 12 milioni a 750 mila abitanti), pur subendo drammatiche e irreparabili trasformazioni, riuscirono a creare spazi di relazione con gli invasori, di tipo non solo sociale e culturale, ma anche politico. Per le società autoctone, dunque, l’arrivo delle tre caravelle, che Gibson pone simbolicamente a fine del film (benché, ovviamente, Colombo non sia sbarcato nello Yucatán e i Maya siano entrati in contatto con gli Spagnoli nel 1517) rappresentò una cesura epocale di dimensioni continentali, ma non l’inizio della storia. Nel caso di Apocalypto, la negazione alla storia va ben oltre le inesattezze o i falsi plateali, che in parte si potrebbero perdonare a un prodotto di questo genere. Sembrerebbe piuttosto che le inesattezze e la superficialità siano volutamente parti costitutive dell’immagine che si vuole costruire. Gli attori non Maya, la lingua improbabile, insieme a tanti altri dettagli, contribuiscono alla negazione non tanto della storia, ma degli stessi Maya, in un discorso razzista che difficilmente può essere ascritto a una semplice operazione commerciale.
Chiara Evangelista
Università di Genova
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Guarda io non ho corretto il tiro. Diciamo che non hai voluto capire il significato di "popolo guerriero" o io non l'ho saputo spiegare precedentemente.
Tra l'altro a me se i Maya fossero stati pacifici non sarebbe fregato nulla dato che io non sono un ghandiano pacifista.
A luta continua
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