
Originariamente Scritto da
Egemonia
Non voglio entrare nel merito delle case editrici "usate" da Preve. A parte il fatto che ha pubblicato anche con la "Città del sole" (che mi risulta siano compagni senza ombra di dubbio), si potrebbe citare il fatto che un editore fascista aveva offerto a Gramsci di pubblicare una raccolta dei suoi articoli sull'"Ordine nuovo", senza modifiche o introduzioni o postille polemiche. Gramsci non accettò, ma anni dopo pensò che forse avrebbe dovuto. Questo fa di Gramsci un fascista?
La critica a Preve dovrebbe essere innanzi tutto politica. Io ho letto, in diversi anni, quasi tutti gli articoli di Costanzo Preve che si possono trovare su Internet, all'inizio con interesse, poi con crescente perplessità. La sua svolta "comunitarista" ha confermato molte riserve che avevo già dall'inizio sul suo pensiero.
Sono giunto alla conclusione che l'ideologia propagandata da Preve rappresenti una liquidazione (non una "evoluzione" o un "ripensamento", come sostenuto da chi lo segue) del pensiero marxista e comunista, e del percorso storico di emancipazione del movimento dei lavoratori.
Le sue "opere" sono permeate da un qualunquismo non dissimile da quello che si può rilevare, tanto per dire, sul blog di Beppe Grillo - con l'unica differenza che il concetto di "è tutto un magna-magna" viene nobilitato a suon di esegesi filosofiche in un "superamento della dicotomia destra-sinistra".
Dietro questo qualunquismo nei toni e nella sostanza, in grado di far presa sulle persone politicamente meno preparate (di destra o di sinistra), c'è l'opera di demolizione dell'esperienza del movimento dei lavoratori - peraltro funzionale e necessaria alla liquidazione del termine "sinistra".
Preve essenzialmente identifica il "comunismo storico novecentesco" con l'operaismo. Nel fare questo fa esattamente la stessa operazione che lui rimprovera a certe correnti del comunismo vetero-ossificato: basarsi sui "testi sacri" presi direttamente dal 1848 e ignorare completamente l'evoluzione del mondo (e del pensiero comunista) nel corso del '900. Questa identificazione comunismo=operaismo non è accidentale, ma indispensabile per il sostegno di tutta la sua opera di liquidazione.
In particolare, Preve introduce il concetto di "comunità" (non dissimile da quello di nazione) ignorandone i tratti sovrastrutturali e dandole uno status di forma "naturale" di aggregazione umana. A questo si aggancia la critica verso il comunismo storico novecentesco, colpevole di essersi limitato al già citato "operaismo" senza considerare l'individuo-comunità-nazione su cui andava a costruirsi. Questo è esattamente un tipo di critica che si sarebbe potuto fare a partire dalle opere teoriche di Marx e Engels (o, più tardi, di Luxemburg o Trotsky) che di fatto ignoravano le questioni nazionali. Sembra però strano che un "esperto di marxismo" come Preve ignori che la prima esperienza pratica di socialismo novecentesco, nata dalla rivoluzione d'ottobre, sia stata proprio multinazionale, e abbia fatto i conti con la questione nazionale in tutta la sua storia (dall'analisi scientifica del concetto di nazione, opera di Stalin, alla differenziazione della normativa sovietica in base agli effetti sulle comunità nazionali locali).
Preve inoltre rimarca diverse volte come la classe operaia "non sia naturalmente rivoluzionaria". Questo ragionamento si basa sulla fallacia di considerare "naturale" qualcosa che, come ogni aspetto di una società, è determinato storicamente e sicuramente non immutabile. In particolare, la modifica dei metodi di produzione ha sicuramente alterato la percezione di sé della classe operaia: da artigiani intruppati in una produzione di massa, che vedevano materialmente il loro prodotto e il suo furto da parte del padrone (l'operaio della prima rivoluzione industriale e dei tempi di Marx) all'operaio in catena di montaggio privo di una chiara padronanza del processo produttivo e del suo ruolo in esso (l'operaio sempre più meccanizzato dei tempi di Lenin). Questo portò all'esigenza sempre più pressante di portare la coscienza di classe "dal di fuori", un'opera fattibile solo da un partito di quadri e "rivoluzionari di professione" che inevitabilmente sarebbero stati, inizialmente, principalmente borghesi (l'unica classe che, all'epoca, non era tendenzialmente reazionaria ed aveva i mezzi per istruirsi). Tutte queste contraddizioni da superare sono state ampiamente analizzate da Lenin, in diverse opere. Preve si limita a citarle con l'intento di negare la possibilità di una rivoluzione proletaria, ignorando (o fingendo di ignorare) l'annoso dibattito sul superamento della "grigia lotta quotidiana", sulle alleanze di classe e sulla forma del partito (aspetti che striderebbero con l'"operaismo", bersaglio molto più facile da attaccare).
Il resto della dottrina di Preve vien da sé: una volta rimosso il percorso storico del movimento comunista, si può negare il suo ruolo nella situazione attuale, e costruire una teoria fondamentalmente idealistica e opportunistica incentrata sull'essere "contro" l'americanizzazione-imborghesimento della società. E questo approccio lo rende un autore apprezzato anche a destra.
Per concludere: Costanzo Preve è un compagno? Non nel senso inteso da un marxista e comunista. Poi ci sono "compagni" di vari tipi (anche i radicali di Pannella si chiamano "compagni" tra loro), quindi immagino che qualcuno che lo consideri tale si possa sempre trovare.