
Originariamente Scritto da
mustang
Roma. A differenza di Berlusconi, che fa politica nei momenti di follia liberatoria e lo ha confermato partorendo il Pdl dal predellino di un’automobile, Fini diventa enigmaticamente fragile quando perde quel suo stile trattenuto.
Pur avendo un sacco di buone ragioni lancia segnali contraddittori.
Ieri ha tentato di addomesticare l’intemerata domenicale sulle “comiche” del Cav. riaccendendo il lumicino del dialogo. Ma il messaggio è stato sovrastato dal vociare orgoglioso delle seconde file dell’una e dell’altra parte.
Nel caso, si è trattato di rivendicare la primogenitura dello sdoganamento reciproco tra An e Forza Italia. Al tempo stesso si ricerca la tregua.
Nel pomeriggio di ieri, per fare un esempio, la preoccupazione principale dei dirigenti finiani e berlusconiani era di non trasformare in rissa a cielo aperto il confronto serale su Rai3 (“Primo piano”) tra Ignazio La Russa e Fabrizio Cicchitto. Il guaio – concordano nelle retrovie dei partiti – è che lo scontro dei caratteri sta soverchiando l’urgenza della politica.
Berlusconi – in questo Fini non ha torto –ha oggettivamente esondato nel metodo gestatorio che riguarda il Popolo delle libertà.
Si può azzerare la Cdl, come del resto avevano già fatto sia Casini sia Fini. Ma non si può evitare la lite quando all’azzeramento segue l’eccesso di sprezzatura contenuto in un’offerta dal retrogusto ultimativo: il partito unitario c’è già, l’ho fatto io; bussate e vi sarà aperto.
Se Fini si limitasse a ripetere in modo sereno il rilievo centrale della propria argomentazione – mani libere o no, dovremo tutti assecondare la richiesta d’unità che ci viene dall’elettorato – Berlusconi dovrebbe rispondergli in forma altrettanto piana.
A quel punto entrambi riconoscerebbero che senza l’Udc di Casini non ha senso federarsi e poi converrebbero sul bisogno di superare il bipolarismo coatto senza mancare l’appuntamento per formare una maggioranza naturale dopo il voto. Come minimo.
Invece Fini si sta cristallizzando nella legittima difesa di una destra finalmente adulta accompagnata dalla dubbia minaccia di metterla al servizio di un progetto ultramoderato come quello della Cosa bianca.
Quanto alle aspirazioni personali, il capo di An medita di riversare lo scontento nella corsa per il Campidoglio ma sconta una mancanza di chiarezza nelle idee:
come caratterizzare la destra solitaria e di governo?
Come una forza che si copre sul lato di Storace o come un prodotto terminale del percorso di depurazione che conduce i postfascisti nel Ppe?
Il tormento dei luogotenenti finiani è appunto questo.
Loro accetteranno senza proteste la consegna di fare ostruzione alla proposta elettorale del CaW. Epperò, siccome sanno che il consigliere più ascoltato da Fini è oggi Casini, temono che di punto in bianco il capo possa compiere la veronica più contorta: accogliere la versione purista (tedesca) del modello proporzionale e virare alla cieca verso il centro.
Ecco perché i dirigenti di An stanno enfatizzando la volontà di non rinunciare al bipolarismo di coalizione, quello che prevede accordi preelettorali.
Ecco perché è lecito immaginare che, dopo aver lucidato l’argenteria dell’identità destrista per abbagliare i militanti tentati da Storace, è lecito immaginare che la classe dirigente aennina non seguirebbe il proprio capo nella tana dei democristiani.
In fondo l’equivoco di An è tutto qui: più che un capo Berlusconi è un destino non aggirabile (ma non irragionevole), pena il cupio dissolvi.
Tanto vale allora separare le intemperanze caratteriali dalle leggi della fisica bipolare:
il Cav. può stare ovunque, ma la destra starà sempre alla sua destra.
www.ilfoglio.it del 11 dic 07
saluti