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Discussione: Analisi

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    Predefinito Analisi

    Roma. Gli spettri del ’98 contro i partiti a vocazione maggioritaria. Francesco Cossiga e Massimo D’Alema contro Silvio Berlusconi e Walter Veltroni.
    Il modello tedesco proposto da Enzo Bianco per conto dei primi contro il sistema ispanico-teutonico depositato ieri dai secondi. Infine: il vecchio e risorgente centro-sinistra (col trattino che piacque e piace al presidente emerito Cossiga) vs il bipartitismo Pd-Pdl per il quale lavorano il Cav. e W. Sul fondale della disputa le spoglie della maggioranza prodiana, materia prima consunta ma disponibile di qui a poche settimane per essere rimodellata in Parlamento dagli aspiranti demiurghi della politica italiana.
    Un po’ è fantapolitica.
    Un po’ è tutto vero ma per comprenderlo bisogna forse ricominciare dal salvataggio praticato l’altroieri a Palazzo Madama dal senatore a vita, e dalla giustificazione del proprio operato: l’ho fatto per Massimo D’Alema.
    Per salvarlo da cosa? Dal fallimento di un’idea ambiziosa.

    I nemici del CaW. parlano tedesco per unire Pd e Cosa bianca
    E’ verosimile che Cossiga abbia soltanto fatto un piacere al vecchio amico D’Alema: far cadere oggi il governo prodiano rischia di pregiudicare le grandi manovre sulla legge elettorale.
    E questo è il fronte sul quale si combattono più battaglie contemporaneamente. Quella dalemiana – sostengono i suoi antagonisti – resta ancorata allo schema del compromesso storico.
    La sterzata proporzionalistica e l’imposizione – non definitiva – del modello tedesco nelle mani del relatore Enzo Bianco (da lunedì in discussione) rivela la volontà di dilatare il più possibile lo spazio che sta per aprirsi al centro del sistema politico italiano.
    In quel luogo dovrebbe accomodarsi la Cosa bianca di Pier Ferdinando Casini.
    Allargata (se va bene) a Luca Cordero di Montezemolo e Savino Pezzotta, ingrossata da qualche transumante di pregio in uscita dai pascoli berlusconiani, come Ferdinando Adornato e Giuseppe Pisanu; e magari impreziosita dall’arrivo di Francesco Rutelli con teodem al seguito più frattaglie di popolari ex mariniani.
    Il risultato sarebbe diabolicamente magistrale. In un colpo solo D’Alema metterebbe Veltroni in condizioni di minorità: alla guida di un Partito democratico deprivato della componente centripeta e sbilanciato a sinistra dal reintegro nei ranghi d’area diessina di Fabio Mussi e dei suoi (pochi) seguaci.
    La fisica parlamentare obbligherebbe il centro e la sinistra paramoderata a incontrarsi in un’alleanza strategica da Prima Repubblica. E non è in fondo primorepubblicano il profilo del paesaggio disegnato dagli ottimati di oggi?
    Con differenze decisive: la nuova Prima Repubblica sarà postberlusconiana, sì, ma c’è chi la disegna con il Cav. dentro e chi no. Non per caso ieri il senatore Giuseppe Saro (Dc-Pri-Mpa) ha depositato nella commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama una bozza ricalcata interamente sul modello descritto dal veltroniano Salvatore Vassallo nella lettera pubblicata dal Foglio di giovedì. Motivo: non lasciare a Bianco, Rutelli, D’Alema e altri il privilegio di calibrare il confronto bipartisan sopra un testo che stravolge (ma fino a un certo punto) la proposta ispanica di Veltroni.
    E’ la controffensiva di Berlusconi e del sindaco romano, convinti che il centro debba essere un luogo elettorale e non partitico, una riserva di consenso alla quale attingere in nome di un riformismo popolare a vocazione maggioritaria.
    In questo contesto Pd e Pdl dovrebbero essere solidali e concorrenti, se non alleati in un’eventuale grande coalizione resa inevitabile dalle urne. O perfino qualcosa di più.
    I diplomatici berlusconiani (da Gianni Letta in poi) stanno cercando di convincere Berlusconi a non precludersi la via direttissima alla realizzazione coerente del progetto condiviso con W.
    E cioè la possibilità di amministrare nella legislatura in corso un governissimo puntellato dalla coppia Pd-Pdl che subentri al morituro esecutivo di Prodi e riscriva le riforme indispensabili per tornare al voto in condizioni nuove.
    Il Foglio ha definito questa soluzione come “il governo dei presidenti”, ma non è detto che il Cav. e W abbiano le stesse idee di Giorgio Napolitano (silente), Franco Marini (tendenza D’Alema) e Fausto Bertinotti (più verso Walter).
    E’ convinzione comune che si stia scantonando verso la terra delle mani libere e delle alleanze postelettorali a geometria variabile, tuttavia intorno a questa certezza danzano aspettative non sovrapponibili.
    Acuto e perfidino, Clemente Mastella ha detto che “se il governo Prodi cade l’unica soluzione sono elezioni anticipate, che segneranno giustamente la vittoria di Berlusconi anche se si presenta senza l’Udc e An”.
    Due mezze verità restano tali anche se pronunciate con l’obiettivo di spaventare il plotone d’esecuzione antiprodiano allineato nella maggioranza.
    Se Prodi va giù, prima del voto, s’incroceranno il tentativo di allestire un governissimo politico a due gambe (cioè il CaW, impegnato a scrivere il Vassallum e lo si può fare anche dopo il referendum) e la tentazione di ristabilire un tutorato di establishment (Lamberto Dini o Luca di Montezemolo?) che faccia venire le rughe al solitario Cav. e la bile nera a W.
    I contendenti si combatteranno sperando che esca un testo base sbilanciato alla spagnola o alla tedesca.
    Fini non ha ancora deciso da quale parte stare.

    www.ilfoglio.it del 8 dic 07

    saluti

  2. #2
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    Predefinito

    L'importante è che ci sia una scusa fino al 2011...

  3. #3
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    Predefinito Vassallo non abbozza...

    ...gli altri resistono e fioccano la mediazioni

    Roma. La riunione della commissione statuto del Pd ha visto ieri lo scontro tra i fautori del partito leggero, guidati dal professor Salvatore Vassallo, e i fautori del partito solido. In particolare sulla questione del congresso. “Questa del congresso che partirebbe dal basso – è sbottato il professore alle prime obiezioni – è una visione che culturalmente respingo”. E a Massimo Brutti che gli parlava di “unità di base” (volgarmente dette “sezioni”) ha replicato:
    “Che significa unità di base? Ci sono le primarie e c’è il leader”. Alla bozza Vassallo, basata sull’elezione con le primarie sia del segretario sia dell’assemblea nazionale, a contrapporsi più duramente è stato dunque Brutti, mentre il fassiniano Maurizio Migliavacca ha avanzato una proposta di mediazione: bene le primarie, ma mettendo nero su bianco i poteri degli iscritti su piattaforme, candidature e parecchie altre cose.
    Mentre in Parlamento e nelle relative commissioni la “bozza Vassallo” continua ad animare la discussione sulla legge elettorale, anche nella commissione statuto del Partito democratico – che ieri ha riunito il suo “comitato di redazione” – il dibattito è acceso dall’opera dell’infaticabile professor Salvatore Vassallo.
    A parte il suo “preambolo” sulla politica come “nobile forma di amore verso il prossimo”, che molti confidano sarà presto cancellato per “incompetenza” e demandato alla commissione sui valori, a colpire i presenti è stata la nettezza delle sue posizioni in materia di regole.
    “Questa del congresso che partirebbe dal basso – è sbottato il professore alle prime obiezioni – è una visione che culturalmente respingo”.
    E a Massimo Brutti che gli parlava di “unità di base” (volgarmente dette “sezioni”) ha replicato: “Che significa unità di base? Ci sono le primarie e c’è il leader”.
    Nella sala, al secondo piano di piazza Santi Apostoli, si è così parecchio complicata una situazione già piuttosto complessa in partenza. Secondo una banale logica di appartenenza, infatti, le proposte sul tavolo avrebbero dovuto essere due: quella dei fautori del partito leggero e all’americana (veltroniani e rutelliani), contro quella dei sostenitori del partito solido e “radicato nel territorio” (dalemiani e popolari). Invece erano cinque o sei. Una delle prime di cui si è discusso era quella di Walter Vitali, veltroniano ma pur sempre emiliano (provenienza che negli ex ds ha ancora un certo peso): far eleggere sì il segretario da tutti gli elettori (dalle primarie nessuno vuole tornare indietro), ma al tempo stesso far eleggere l’assemblea nazionale (l’attuale costituente) per il 60 per cento dagli elettori e per il 40 dagli iscritti.
    “Apprezzo lo spirito di mediazione – ha obiettato il non meno veltroniano Enrico Morando – ma così non sta in piedi”. Alla bozza Vassallo, basata sull’elezione da parte degli elettori sia del segretario sia di tutti i 1.500 componenti dell’assemblea nazionale, a contrapporsi più duramente è stato dunque Brutti (leader della lista denominata “A sinistra per Veltroni”).
    La sua proposta di fare eleggere l’assemblea dai soli iscritti, secondo alcuni, si risolverebbe però in un meccanismo di fatto più plebiscitario di quello vassalliano, non di meno, poiché il segretario potrebbe sempre far valere la sua superiore fonte di legittimazione rispetto ai dirigenti. E verrebbe meno, inoltre, il contrappeso previsto dalla bozza Vassallo, che parla di rapporto fiduciario tra assemblea e segretario (il che, in teoria, farebbe pensare persino al potere di sfiduciarlo).
    Il fassiniano Maurizio Migliavacca (emiliano anche lui), appoggiato anche dal mariniano Nicodemo Oliverio, ha quindi avanzato una proposta di mediazione. Tutti eletti dalle primarie, segretario e assemblea, ma a patto di mettere nero su bianco i poteri degli iscritti sulle piattaforme (volgarmente dette “mozioni congressuali”), sulle candidature e su parecchie altre cose. Ma forse parlare di “iscritti” non è corretto. Fatto sta che si parla già, per esempio, di un coordinamento nazionale eletto in proporzione alle mozioni congressuali. E se da tempo è stata annunciata la distribuzione degli “attestati di adesione” (che non sono tessere) in tutti gli 8.500 circoli (che non sono sezioni), appare probabile che tali attestati diano diritto a partecipare all’elaborazione delle piattaforme (che non sono mozioni) da presentare a una cosa che non si sa ancora bene come si chiamerà, ma che sembra somigliare parecchio a un congresso.

    www.ilfoglio.it del 8 dic 07

    saluti

  4. #4
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    Predefinito I dissestati generali della Sinistra....

    Roma. Oggi e domani si tengono gli stati generali della “Sinistra l’arcobaleno” la cosa politica che dovrebbe riunire Prc, Sd, Pdci e Verdi. I quattro partiti non hanno trovato un simbolo unitario, quello prescelto lo chiamano “segno grafico” e piuttosto esplicitamente fanno trapelare che “piace solo a Pecoraro Scanio”. L’assemblea rifletterà tutte le difficoltà che hanno accompagnato le infinite riunioni notturne tra i segretari.
    Nessuno è stato incaricato delle conclusioni ai lavori e dunque gli stati generali non produrranno un documento programmatico. Sarà dato ampio spazio al movimentismo di sinistra che assieme ai partiti sarà coinvolto in nove forum sui temi sociali e del lavoro. Ma anche in questo caso non ci saranno conclusioni, né coordinamento. Così domani non ci saranno né simboli, né bandiere, né canzoni comuni.
    Accompagnati dall’euforia delle masse proletarie (ed ecologiste, ci mancherebbe) i quattro segretari di Prc, Sd, Pdci e Verdi oggi battezzano “La sinistra l’arcobaleno” (senza virgola ci mancherebbe).
    E benché Giordano, Mussi, Diliberto e Pecoraro forse non saranno mai insieme sul palco (dunque scordatevi scene del tipo Fassino e Rutelli che si abbracciano) si tratta dell’Evento, maiuscolo, della sinistra italiana.
    “Può nascere un soggetto politico di tipo nuovo – spiegano – aperto plurale, e unitario” (qui la virgola c’è).
    E bisogna credergli.
    Intanto perché da persone davvero serie non dicono “nasce” dicono “può nascere”. Non si sa mai.
    E poi perché si tratta di un “soggetto” talmente “aperto e plurale” che tutti diranno tutto e nessuno farà una sintesi. Uno spiritoso deputato dice che “siamo noi la vera Casa delle libertà: ognuno fa un po’ come gli pare”. Ma esagera.
    Così l’assemblea non sarà sugellata da alcun documento finale e nessun relatore sarà incaricato di tirare le somme per spiegare “chi siamo e dove andiamo”. Al contrario ci saranno dei forum tematici così aperti, ma così aperti, che tutti potranno dire la loro senza un coordinatore.
    Il trionfo della democrazia partecipativa e spontanea. Altro che Pd. E infatti il movimentismo avrà ampio spazio:
    dall’Associazione per la Decrescita fino alla Rete Ecoanimalista piemontese passando per il Movimento Sardista e l’Associazione Bella Ciao.
    E bisogna proprio immaginarseli, come in un collettivo sessantottino, ecologisti e comunisti finalmente insieme a parlare fino a che non fa scuro. E soprattutto senza concludere niente.
    Il nuovo “soggetto unitario e plurale” è meglio del Pd senza tessere e senza congresso.
    Qua non c’è neanche il simbolo ed è una figata. Quello scelto infatti, manco “simbolo” lo chiamano, nell’ambiente lo definiscono “segno grafico”.
    Piaceva così tanto a Pecoraro Scanio che ai compagni-alleati ha detto: “O questo o mollo tutto”. Mentre a Diliberto non piaceva mica, ha fatto il diavolo a quattro per evitare che “quello sgorbio” identificasse la sinistra. E c’è riuscito. Infatti hanno stabilito che alla prima tornata elettorale lo cancellano senz’altro.
    Anzi.
    A dir il vero hanno stabilito che alle provinciali neanche si candideranno insieme.
    Così domani il “segno grafico” non sarà sulle bandiere, ognuno porta le sue.
    Si parlerà uno a uno e i segretari mai in sequenza, per non dare l’impressione che qualcuno sia più importante dell’altro. Così anche il palco sarà basso, quasi a livello della platea, “aperto e plurale”. Anche la musica si manterrà sul vago, per quanto possibile, al fine di non urtare la sensibilità delle diverse anime della “sinistra l’arcobaleno” (senza virgola). Bandiera rossa, va da sé, non la trionferà.
    Insomma cosa succede oggi proprio con precisione non lo ha capito nessuno.
    Forse parlerà Pietro Ingrao, ma i Verdi e il Pdci non lo vogliono.
    Forse ci sarà l’Internazionale, ma il Prc non è convinto.
    Forse interverrà qualcuno della Fiom, ma Sd è dubbiosa.
    Forse ci sarà Fausto Bertinotti, ma al Pdci non fa piacere. D’altra parte il presidente della Camera ieri ha officiato un incontro dal titolo “Tra Marx e Benjamin”. E il mix di sinistra e liberalismo, “neanche fosse Alesina e Giavazzi”, non è stato gradito.
    Così forse non ci sarà manco Bertinotti. Insomma chi c’è?
    Insistendo alla fine quelli della ex Cosa rossa si sbilanciano:
    “Beh ci sono i no global – dicono – E forse ci menano pure”.
    Già perché i ragazzi del movimento “no base americana a Vicenza” terranno un presidio di fronte gli stati generali della sinistra, contro “quei cornutazzi venduti agli amerikani che dicono d’essere comunisti”.
    Diliberto l’aveva detto che un servizio d’ordine si doveva fare.
    Ma quelli di Rifondazione niet, sono contrari: “Aperti e plurali”.
    Infatti, manco a dirlo, alla Fiera di Roma, dove l’assemblea avrà luogo, saranno talmente aperti e plurali che non sono previsti gli accrediti. Solo quelli della stampa.
    E a questo proposito il cronista c’ha provato.
    Ma la letterina è rimbalzata indietro.
    Mail delivery Status: failed.
    Pare che altri ci siano riusciti.
    Speriamo.

    www.ilfoglio.it del 8 dic 07

    saluti

  5. #5
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    Predefinito I tempi del CaW

    Veltroni e Berlusconi sono d’accordo, ma non stringono.
    I piccoli gridano e Prodi gode

    Roma. In materia di riforme, Veltroni e Berlusconi sono d’accordo sull’essenziale: eliminazione del premio di maggioranza (e delle conseguenti “coalizioni coatte”), sistema proporzionale e mani libere.
    Ma invece di stringere, sembrano entrambi perdersi in una guerriglia con i rispettivi alleati che rende ogni giorno più improbabile qualsiasi intesa parlamentare.
    Uniti da questa singolare e apparentemente irrazionale linea di condotta, Berlusconi e Veltroni si trovano però a giocare, nei rispettivi campi, partite molto diverse.
    Il primo sembra infatti impegnato fino allo spasimo nella battaglia per ridimensionare il peso dei propri (ex?) alleati, e questo ne spiega probabilmente il comportamento sulle riforme.
    Il secondo appare piuttosto preoccupato dall’offensiva di quanti, nel suo stesso partito, cercano di ridimensionare lui.
    E forse persino più preoccupato del necessario, tanto da mettere a rischio la possibile intesa con il Cav. per timore di chissà quali tranelli.
    Gianfranco Fini parla di un Cav. ormai ridotto alle “comiche finali” e definisce la proposta Vassallo sulla legge elettorale una “truffa”;
    il consigliere veltroniano che ha dato il nome alla proposta gli risponde sul Corriere della Sera definendo le sue parole “ingiuriose”;
    Francesco Storace invita il presidente di An a “placarsi”;
    i partiti minori dell’Unione accusano Walter Veltroni di cercare un “inciucio” con Silvio Berlusconi e minacciano più o meno velatamente di rivalersi su Romano Prodi (vedere la recente intervista di Fausto Bertinotti sul “fallimento” del governo), mentre i prodiani minacciano esplicitamente rappresaglie nel Partito democratico, contro Veltroni (vedere tutti gli ultimi interventi di Arturo Parisi e Rosy Bindi).
    In questo clima dovrebbe germogliare a momenti una solida intesa bipartisan sulle riforme istituzionali (o almeno, e più verosimilmente, su una nuova legge elettorale).
    I due principali contraenti del patto, Veltroni e Berlusconi, sono d’accordo sull’essenziale: eliminazione del premio di maggioranza (e delle conseguenti
    “coalizioni coatte”), sistema proporzionale e mani libere.
    Ma invece di stringere, sembrano entrambi perdersi in una guerriglia con i rispettivi alleati che rende ogni giorno più improbabile qualsiasi intesa parlamentare.
    Dopo Salvatore Vassallo, nel pomeriggio è Stefano Ceccanti, coautore della proposta ispano-tedesca avanzata da Veltroni, a intervenire per dire “no al sistema tedesco, piuttosto allora il referendum”.
    Parole che ovviamente rafforzano i timori – e le resistenze – di coloro che prima di tutto vogliono evitare proprio il referendum, e sono tanti, specie nell’Unione.
    Spingendoli a fare causa comune con i prodiani, a cominciare da Parisi e Bindi, che pure al referendum sono favorevoli, ma sono anche contrari al Vassallum.
    Berlusconi, da parte sua, invece di accordarsi con Pier Ferdinando Casini, antico sostenitore del proporzionale e delle mani libere, con i continui dispettucci agli alleati e le continue rifondazioni di partiti, movimenti e coalizioni, lo spinge inesorabilmente verso Fini (altro referendario della prima ora).
    E infatti, dice Casini: “Una certa dose di furbizia in politica è importante, ma quando si vuole fare troppo i furbi il risultato è di mettere tutti d’accordo contro una legge che è un grande imbroglio a favore di due soli partiti: guarda caso i loro”.
    Legge, il Vassallum, che Casini definisce “ad personas”.
    Oggi, comunque, Enzo Bianco presenterà in commissione Affari costituzionali la sua bozza. Sul modello tedesco, a quanto pare.
    Uniti da questa singolare e apparentemente irrazionale linea di condotta, Berlusconi e Veltroni si trovano però a giocare, nei rispettivi campi, partite molto diverse.
    Il primo sembra infatti impegnato fino allo spasimo nella battaglia per ridimensionare il peso dei propri (ex?) alleati, e questo ne spiega probabilmente il comportamento sulle riforme.
    Il secondo appare piuttosto preoccupato dall’offensiva di quanti, nel suo stesso partito, cercano di ridimensionare lui. E forse persino più preoccupato del necessario, tanto da mettere a rischio la possibile intesa con il Cav. per timore di chissà quali tranelli.
    Di qui l’impelagarsi nella stucchevole querelle tra sistema ispano-tedesco (voluto da Veltroni) e sistema tedesco e basta (voluto da buona parte del Pd), quando la stessa lettera riservata di Vassallo a Veltroni, pubblicata qualche giorno fa dal Foglio, mostra chiaramente la scarsissima differenza tra l’esito dell’uno e l’esito dell’altro.
    Ammesso e non concesso che simili previsioni abbiano un senso, visto che dal ’94 in poi non se ne è mai azzeccata una.
    “Viviamo una situazione in cui ognuno vuole imporre il suo ruolo, anche sproporzionato rispetto al peso degli altri, stiamo imboccando una strada in cui ognuno vuole avere garanzie per se stesso”, ha detto ieri, sconsolato, Veltroni.
    Ma né lui né Berlusconi, almeno finora, sembrano avere la forza, la capacità o la volontà per uscire dal vicolo cieco.
    Prospettiva che spiega forse meglio di ogni sondaggio l’imperturbabile serenità di Romano Prodi, almeno da un po’ di tempo in qua.

    www.ilfoglio.it del 11 dic 07

    saluti

  6. #6
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    Predefinito In fondo a destra

    Roma. L’euforia del litigante è un luogo della letteratura psicopolitica.
    E’ uno stato emotivo nel quale ogni cosa diventa dicibile in omaggio a un moto dell’animo.
    Ma non è politica.
    Gianfranco Fini si sta abbandonando da giorni a un’oscillazione intermittente
    tra calcolo tattico meditato e sbocchi di fiele rivolti in forma personale contro Silvio Berlusconi (che pazienta un poco e poi replica).
    Nella terra di nessuno che separa Fini dal Cav. ci sono i rispettivi partiti, Pdl e Alleanza nazionale (o “per l’Italia”) e c’è la necessità non marginale di rivederli affiancati in un altro centrodestra ora inimmaginabile.
    E impossibile finché i protagonisti dello scontro non saranno riusciti a distinguere le maldicenze private dalla strategia di prospettiva.
    Paradosso sullo sfondo:
    quando l’impolitico re Silvio si lascia travolgere la mente dagli eccessi del proprio ego esondante, è il momento in cui riprende a far politica.
    Per Fini, meno spontaneo, e non è un difetto, vale il contrario.

    www.ilfoglio.it del 11 dic 07

    saluti

  7. #7
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    Predefinito Il Cav può andare ovunque, An no

    Roma. A differenza di Berlusconi, che fa politica nei momenti di follia liberatoria e lo ha confermato partorendo il Pdl dal predellino di un’automobile, Fini diventa enigmaticamente fragile quando perde quel suo stile trattenuto.
    Pur avendo un sacco di buone ragioni lancia segnali contraddittori.
    Ieri ha tentato di addomesticare l’intemerata domenicale sulle “comiche” del Cav. riaccendendo il lumicino del dialogo. Ma il messaggio è stato sovrastato dal vociare orgoglioso delle seconde file dell’una e dell’altra parte.
    Nel caso, si è trattato di rivendicare la primogenitura dello sdoganamento reciproco tra An e Forza Italia. Al tempo stesso si ricerca la tregua.
    Nel pomeriggio di ieri, per fare un esempio, la preoccupazione principale dei dirigenti finiani e berlusconiani era di non trasformare in rissa a cielo aperto il confronto serale su Rai3 (“Primo piano”) tra Ignazio La Russa e Fabrizio Cicchitto. Il guaio – concordano nelle retrovie dei partiti – è che lo scontro dei caratteri sta soverchiando l’urgenza della politica.
    Berlusconi – in questo Fini non ha torto –ha oggettivamente esondato nel metodo gestatorio che riguarda il Popolo delle libertà.
    Si può azzerare la Cdl, come del resto avevano già fatto sia Casini sia Fini. Ma non si può evitare la lite quando all’azzeramento segue l’eccesso di sprezzatura contenuto in un’offerta dal retrogusto ultimativo: il partito unitario c’è già, l’ho fatto io; bussate e vi sarà aperto.
    Se Fini si limitasse a ripetere in modo sereno il rilievo centrale della propria argomentazione – mani libere o no, dovremo tutti assecondare la richiesta d’unità che ci viene dall’elettorato – Berlusconi dovrebbe rispondergli in forma altrettanto piana.
    A quel punto entrambi riconoscerebbero che senza l’Udc di Casini non ha senso federarsi e poi converrebbero sul bisogno di superare il bipolarismo coatto senza mancare l’appuntamento per formare una maggioranza naturale dopo il voto. Come minimo.
    Invece Fini si sta cristallizzando nella legittima difesa di una destra finalmente adulta accompagnata dalla dubbia minaccia di metterla al servizio di un progetto ultramoderato come quello della Cosa bianca.
    Quanto alle aspirazioni personali, il capo di An medita di riversare lo scontento nella corsa per il Campidoglio ma sconta una mancanza di chiarezza nelle idee:
    come caratterizzare la destra solitaria e di governo?
    Come una forza che si copre sul lato di Storace o come un prodotto terminale del percorso di depurazione che conduce i postfascisti nel Ppe?
    Il tormento dei luogotenenti finiani è appunto questo.
    Loro accetteranno senza proteste la consegna di fare ostruzione alla proposta elettorale del CaW. Epperò, siccome sanno che il consigliere più ascoltato da Fini è oggi Casini, temono che di punto in bianco il capo possa compiere la veronica più contorta: accogliere la versione purista (tedesca) del modello proporzionale e virare alla cieca verso il centro.
    Ecco perché i dirigenti di An stanno enfatizzando la volontà di non rinunciare al bipolarismo di coalizione, quello che prevede accordi preelettorali.
    Ecco perché è lecito immaginare che, dopo aver lucidato l’argenteria dell’identità destrista per abbagliare i militanti tentati da Storace, è lecito immaginare che la classe dirigente aennina non seguirebbe il proprio capo nella tana dei democristiani.
    In fondo l’equivoco di An è tutto qui: più che un capo Berlusconi è un destino non aggirabile (ma non irragionevole), pena il cupio dissolvi.
    Tanto vale allora separare le intemperanze caratteriali dalle leggi della fisica bipolare:
    il Cav. può stare ovunque, ma la destra starà sempre alla sua destra.

    www.ilfoglio.it del 11 dic 07

    saluti

  8. #8
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    Predefinito

    Io credo che Berlusconi stia rischiando pesantemente sulla propria immagine. Da l'idea che sia lui a dividere il Cdx , quando è risaputo che la stragrande maggioranza dell'elettorato vuole unità. Io sarei curioso di vedere una campagna elettorale con Berlusconi da una parte e Fini e Casini dall'altra. Credete davvero che Berlusconi salga e Fini e Casini scendono? Non è una domanda polemica eh...
    ...cercatemi , se volete e potete , come RoccoFerraro

  9. #9
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    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Gianfranco Visualizza Messaggio
    Io credo che Berlusconi stia rischiando pesantemente sulla propria immagine. Da l'idea che sia lui a dividere il Cdx , quando è risaputo che la stragrande maggioranza dell'elettorato vuole unità. Io sarei curioso di vedere una campagna elettorale con Berlusconi da una parte e Fini e Casini dall'altra. Credete davvero che Berlusconi salga e Fini e Casini scendono? Non è una domanda polemica eh...
    ----------------------------------
    Che la forza di Berlusconi sia la fiducia di chi lo scegle è dimostrato.
    Che quando Fini, Follini e Casini vollero trombare Tremonti i tre persero buone percentuali di voti è dimostrato.
    Che quando Fini si rivolse alla "piazza" in compagnia di Silvio stravinse su Casini che li sfidò a Palermo.
    Che i furbastri di sinistra liscino volgarmente le chiappe alla coppia Casini-Fini lo hanno capito tutti salvo loro due e molti di chi li vota ancora senza chiedere perchè.
    Che quest'ultimi non si preoccupino di un loro futuro sotto i tacchi di rossi e di bianco-rossi (dopo il mezzo secolo di esperienze amare e umilianti) preoccupa me e i democratici italiani.
    E mi preoccupa pure il fatto che, pur sapendo che la stragrande maggioranza di chi ci ha votato negli ultimi anni chiede di rimanere uniti, probanilmente spinti da follia di grandezza e da comprensibile invidia personale, Casini e Fini abbiano rotto i patti.
    Attenzione: l'amor mio sicuramente, se ben presentate, accetterà, anche per suo e nostro interesse, la retromarcia dei due.
    Saremo noi, gli elettori dell'ex FI, a non credervi più.

    saluti

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da Gianfranco Visualizza Messaggio
    , quando è risaputo che la stragrande maggioranza dell'elettorato vuole unità. .

    Unità con chi? Con FI?La pietra tombale di ogni destra.
    Se ancora non hai capito questo,oltre la politica polliana non andrai,mi spiace farti queste critiche,sai che penso che sei una persona simpatica ma devi capire che se hai a cuore che in Italia cresca e si fortifichi una vera Destra,bisogna prima spazzare via il berlusconismo.
    Non lo dico io,lo dicono 5 vergognosissimi anni di governo Berlusconi,tutto il contrario di ciò che dovrebbe essere la Destra e che hanno portato il centrosinistra per la prima volta nella storia ad avere più voti anche nel prroporzionale,cosa mai accaduta,neanche nel 1996 in occasione della prima vittoria di Prodi.
    Quindi...unità ...sta gran minc....!.

 

 
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