
Originariamente Scritto da
florian
A questo punto vorrei fare una precisazione in seguito agli interventi degli ottimi RobertoP e UgoDePayens.
Il conservatorismo politico è stato paragonato ad un fiume con diversi affluenti, una frase che mi sento di condividere. Ma al di là della sua collocazione in questo o quell’affluente prima o poi un conservatore vero e non di comodo (mi sovviene adesso la figura di un Giuliano Ferrara, che nella prefazione all’ultimo libro di Scruton si definisce conservatore “d’occasione”) deve interrogarsi sulle fondamenta ultime del pensiero conservatore. Per difendere posizioni conservatori non si deve necessariamente essere conservatori sul serio: si può essere liberali e finanche socialdemocratici, vedi il caso del corrispondente americano del Foglio, Christian Rocca, che nel sostenere Bush & Co. non manca mai di sottolineare la sua orgogliosa appartenenza alla sinistra politica.
Allora è bene distinguere la politica conservatrice da un pensiero autenticamente conservatore.
Il sottoscritto, come molti, ha iniziato con l’appoggiare movimenti e partiti conservatori e solo col tempo, attraverso lo studio e la riflessione sui fatti, ha iniziato anche a “pensare” in termini conservatori.
Si può infatti nascere già con un’inclinazione conservatrice, ma più spesso questa la si matura con l’età. Io mi sono accorto di essere conservatore solo all’età di ventisette anni, dopo aver flirtato come generalmente capita agli adolescenti con le forme tipiche del ribellismo sinistroide. La musica, i fumetti, il cinema, la scuola mi avevano portato a sinistra in anni in cui si poteva essere “di destra” solo se si riceveva una particolare educazione familiare.
Il primo libro che mi ha fatto capire le ragioni del conservatorismo è stato “Manifesto dei conservatori” di Giuseppe Prezzolini, un libretto di facile lettura al quale ho fatto più volte ricorso nella mia maturazione politica. Prezzolini mi ha portato a Goldwater, Goldwater a Kirk, secondo tassello importante del mio excursus culturale. Con Russell Kirk è iniziata la mia adesione ideale al Conservative Movement americano, che dalla metà degli anni novanta ho iniziato a studiare con passione, con fughe nel liberalismo e nel libertarismo. Sono stato Reaganiano e Thatcheriano con foga e convinzione. Un giorno poi ho scoperto, tramite un saggio di Giuliana Paraboschi, la figura amletica di Leo Strauss e la mia adesione “monolitica” alla Old Right ha iniziato a scricchiolare arricchendosi della riflessione straussiana e neoconservatrice. Il famoso saggio di Francis Fukuyama: “La fine della storia e l’ultimo uomo” mi ha avvicinato per la prima volta alla riflessione filosofica. Successivamente ho avuto la fortuna di reperire un testo esauritissimo ma che si è rivelato per me fondamentale, quale “La chiusura della mente americana”, di Allan Bloom. Bloom, straussiano e mentore di Fukuyama, mi ha detto tutto quello che credevo mi occorresse sapere sulla questione del nichilismo filosofico e del relativismo culturale. Ma è un testo di difficile lettura, ambiguo, e ho dovuto ritornarci su più volte con l’ausilio di testi aggiuntivi per comprenderlo definitivamente. Quindi, a sistemare la mia forma mentis divenuta “neoconservatrice” è stata l’autobiografia intellettuale di Irving Kristol.
Questi sono stati i libri forse più importanti – in tema di pensiero politico - per il sottoscritto. Tuttavia, la presidenza Bush con tutte le sue luci ed ombre mi ha fatto comprendere quale distanza separi il pensiero “puro” dalla prassi politica. Insomma, sono diventato meno ideologico e più possibilista, e in definitiva più pessimista e conservatore. Gli Stati Uniti erano davvero un paese conservatore (o liberal-conservatore) come in cuor suo sperava Kirk? O non si erano rivelati dopo tutto alla prova del nove un paese dall’anima pervicacemente liberal (e) come assunto dal progressista Schlesinger? Ecco, sono diventato più pessimista e dunque conservatore (per dirla come Prezzolini) proprio in seguito alla disillusione nei confronti di quel “conservatorismo” americano verso il quale avevo giocato avventatamente tutte le mie carte intellettuali e che adesso mi si rivelava per quello che era: un movimento di liberali classici e di fondamentalisti religiosi, che si era trovato ad essere “conservatore” quasi per caso, non avendo autentiche radici nella propria storia e nella propria cultura. Non a caso sia Kirk, che Strauss avevano guardato culturalmente all’Inghilterra vittoriana ed è stata proprio la critica conservatrice di parte inglese alla loro controparte d’oltreoceano a farmi avvicinare alla grande tradizione del conservatorismo tory.
Ho capito infatti che la difesa di istituzioni come la Monarchia o la Chiesa era ben più importante ai miei occhi di quella riservata al libero mercato. Che in definitiva la cultura è più importante dell’economia. Che noi non viviamo esclusivamente per il nostro presente, ma siamo legati da un “patto ancestrale” che ci lega ai nati e ai non nati – per dirla come Burke. Che senza un passato non può esservi nè un presente nè un futuro. La scoperta di autori burkeani come Roger Scruton e Michael Oakeshott ha reso il mio conservatorismo più conservatore e mi ha anche riportato a Prezzolini, che è stato il mio punto di partenza.
In conclusione, sottoscrivo tanto le radici cristiane, sottolineate da UgoDePayens, quanto l’aspirazione alle libertà dell’amico Roberto, ma con una precisazione importante. Aspirare ad avere maggiori libertà e riconoscersi nell’eredità cristiana non comporta per questo abbracciare un’antropologia progressista. Il “pessimismo” del conservatore non si traduce affatto nell’inerzia politica, nel tirare a campare di democristiana memoria. Il conservatore non è un immobilista e vuole andare avanti con cambiamenti (ed il cambiamento non è di per se un progresso) mirati e graduali che tengano conto della società nel suo insieme. Ma il conservatore, se è realmente tale, ha lo sguardo lungo e i successi conseguiti nel breve termine non gli impediscono di valutare criticamente il corso dell’avventura umana. Disraeli, che fu riformista come e più di tanti altri conservatori, era in cuor suo profondamente disilluso dell’uomo al pari di Swift, Kipling, Waugh, tutti grandi letterati e conservatori. Il conservatore va avanti, con gioia, perchè sa che restar fermi vorrebbe dire morire, ma nonostante ciò è prudente e scettico perchè diffida della tendenza naturale dell’uomo, che è l’aggressività e non la socialità, con buona pace di tutti i liberali e dei socialisti.