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  1. #11
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    Comunque la moderazione non ti censura se ti comporti in maniera uniforme al regolamento di pol.
    Ps.: criticarla é contro al regolamento e perseguibile di segnalazione.
    NOI SIAMO LA VERA ITALIA !
    RICOSTRUIAMO LA NOSTRA PATRIA !

  2. #12
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    Citazione Originariamente Scritto da Soldato del Re Visualizza Messaggio
    se montanelli è conservatore io sono giacobino.....
    Montanelli non era un progressista, è quanto di più vicino ai conservatori si aveva in Italia senza voler andare verso il neofascismo, il suo Guirnale fu per 20 anni il solo punto di riferimento di chi aveva un'idea del nostro paese conservatore e non schierato a sinistra, specialmente se viveva in una città "rossa" come me, esperienza diretta che mi sono preso decine di volte del fascista quando mi vedevano comprare il Giornale

  3. #13
    Meno male che Silvio c'è
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    Citazione Originariamente Scritto da C@ndido Visualizza Messaggio
    Montanelli non era un progressista, è quanto di più vicino ai conservatori si aveva in Italia senza voler andare verso il neofascismo, il suo Guirnale fu per 20 anni il solo punto di riferimento di chi aveva un'idea del nostro paese conservatore e non schierato a sinistra, specialmente se viveva in una città "rossa" come me, esperienza diretta che mi sono preso decine di volte del fascista quando mi vedevano comprare il Giornale
    ti è andata bene succedeva ben di peggio in certe città

  4. #14
    Forumista senior
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    Citazione Originariamente Scritto da florian Visualizza Messaggio
    A questo punto vorrei fare una precisazione in seguito agli interventi degli ottimi RobertoP e UgoDePayens.
    Il conservatorismo politico è stato paragonato ad un fiume con diversi affluenti, una frase che mi sento di condividere. Ma al di là della sua collocazione in questo o quell’affluente prima o poi un conservatore vero e non di comodo (mi sovviene adesso la figura di un Giuliano Ferrara, che nella prefazione all’ultimo libro di Scruton si definisce conservatore “d’occasione”) deve interrogarsi sulle fondamenta ultime del pensiero conservatore. Per difendere posizioni conservatori non si deve necessariamente essere conservatori sul serio: si può essere liberali e finanche socialdemocratici, vedi il caso del corrispondente americano del Foglio, Christian Rocca, che nel sostenere Bush & Co. non manca mai di sottolineare la sua orgogliosa appartenenza alla sinistra politica.
    Allora è bene distinguere la politica conservatrice da un pensiero autenticamente conservatore.
    Il sottoscritto, come molti, ha iniziato con l’appoggiare movimenti e partiti conservatori e solo col tempo, attraverso lo studio e la riflessione sui fatti, ha iniziato anche a “pensare” in termini conservatori.
    Si può infatti nascere già con un’inclinazione conservatrice, ma più spesso questa la si matura con l’età. Io mi sono accorto di essere conservatore solo all’età di ventisette anni, dopo aver flirtato come generalmente capita agli adolescenti con le forme tipiche del ribellismo sinistroide. La musica, i fumetti, il cinema, la scuola mi avevano portato a sinistra in anni in cui si poteva essere “di destra” solo se si riceveva una particolare educazione familiare.
    Il primo libro che mi ha fatto capire le ragioni del conservatorismo è stato “Manifesto dei conservatori” di Giuseppe Prezzolini, un libretto di facile lettura al quale ho fatto più volte ricorso nella mia maturazione politica. Prezzolini mi ha portato a Goldwater, Goldwater a Kirk, secondo tassello importante del mio excursus culturale. Con Russell Kirk è iniziata la mia adesione ideale al Conservative Movement americano, che dalla metà degli anni novanta ho iniziato a studiare con passione, con fughe nel liberalismo e nel libertarismo. Sono stato Reaganiano e Thatcheriano con foga e convinzione. Un giorno poi ho scoperto, tramite un saggio di Giuliana Paraboschi, la figura amletica di Leo Strauss e la mia adesione “monolitica” alla Old Right ha iniziato a scricchiolare arricchendosi della riflessione straussiana e neoconservatrice. Il famoso saggio di Francis Fukuyama: “La fine della storia e l’ultimo uomo” mi ha avvicinato per la prima volta alla riflessione filosofica. Successivamente ho avuto la fortuna di reperire un testo esauritissimo ma che si è rivelato per me fondamentale, quale “La chiusura della mente americana”, di Allan Bloom. Bloom, straussiano e mentore di Fukuyama, mi ha detto tutto quello che credevo mi occorresse sapere sulla questione del nichilismo filosofico e del relativismo culturale. Ma è un testo di difficile lettura, ambiguo, e ho dovuto ritornarci su più volte con l’ausilio di testi aggiuntivi per comprenderlo definitivamente. Quindi, a sistemare la mia forma mentis divenuta “neoconservatrice” è stata l’autobiografia intellettuale di Irving Kristol.
    Questi sono stati i libri forse più importanti – in tema di pensiero politico - per il sottoscritto. Tuttavia, la presidenza Bush con tutte le sue luci ed ombre mi ha fatto comprendere quale distanza separi il pensiero “puro” dalla prassi politica. Insomma, sono diventato meno ideologico e più possibilista, e in definitiva più pessimista e conservatore. Gli Stati Uniti erano davvero un paese conservatore (o liberal-conservatore) come in cuor suo sperava Kirk? O non si erano rivelati dopo tutto alla prova del nove un paese dall’anima pervicacemente liberal (e) come assunto dal progressista Schlesinger? Ecco, sono diventato più pessimista e dunque conservatore (per dirla come Prezzolini) proprio in seguito alla disillusione nei confronti di quel “conservatorismo” americano verso il quale avevo giocato avventatamente tutte le mie carte intellettuali e che adesso mi si rivelava per quello che era: un movimento di liberali classici e di fondamentalisti religiosi, che si era trovato ad essere “conservatore” quasi per caso, non avendo autentiche radici nella propria storia e nella propria cultura. Non a caso sia Kirk, che Strauss avevano guardato culturalmente all’Inghilterra vittoriana ed è stata proprio la critica conservatrice di parte inglese alla loro controparte d’oltreoceano a farmi avvicinare alla grande tradizione del conservatorismo tory.
    Ho capito infatti che la difesa di istituzioni come la Monarchia o la Chiesa era ben più importante ai miei occhi di quella riservata al libero mercato. Che in definitiva la cultura è più importante dell’economia. Che noi non viviamo esclusivamente per il nostro presente, ma siamo legati da un “patto ancestrale” che ci lega ai nati e ai non nati – per dirla come Burke. Che senza un passato non può esservi nè un presente nè un futuro. La scoperta di autori burkeani come Roger Scruton e Michael Oakeshott ha reso il mio conservatorismo più conservatore e mi ha anche riportato a Prezzolini, che è stato il mio punto di partenza.
    In conclusione, sottoscrivo tanto le radici cristiane, sottolineate da UgoDePayens, quanto l’aspirazione alle libertà dell’amico Roberto, ma con una precisazione importante. Aspirare ad avere maggiori libertà e riconoscersi nell’eredità cristiana non comporta per questo abbracciare un’antropologia progressista. Il “pessimismo” del conservatore non si traduce affatto nell’inerzia politica, nel tirare a campare di democristiana memoria. Il conservatore non è un immobilista e vuole andare avanti con cambiamenti (ed il cambiamento non è di per se un progresso) mirati e graduali che tengano conto della società nel suo insieme. Ma il conservatore, se è realmente tale, ha lo sguardo lungo e i successi conseguiti nel breve termine non gli impediscono di valutare criticamente il corso dell’avventura umana. Disraeli, che fu riformista come e più di tanti altri conservatori, era in cuor suo profondamente disilluso dell’uomo al pari di Swift, Kipling, Waugh, tutti grandi letterati e conservatori. Il conservatore va avanti, con gioia, perchè sa che restar fermi vorrebbe dire morire, ma nonostante ciò è prudente e scettico perchè diffida della tendenza naturale dell’uomo, che è l’aggressività e non la socialità, con buona pace di tutti i liberali e dei socialisti.
    Carissimo,

    naturalmente sono più le cose che ci avvicinano di quelle che ci allontanano, ma a volte usiamo termini diversi. Sarò un inguaribile "americano" nato per sbaglio in Italia, ma a me la parola "pessimismo" proprio non piace. Preferisco parlare di realismo e pragmatismo politico, senz'altro necessari per governare gli eventi. George W. Bush ha iniziato a gestire meglio le tante sfide in campo internazionale, proprio da quando si è avvicinato al realismo di Condy Rice e si è allontanato un poco dall'ideologismo dei neocons. Non nego affatto la bontà di molti princìpi inseriti nel dibattito politico americano dagli intellettuali neoconservatori, ma la gestione politica del quotidiano richiede quel senso della realtà che non sempre i neocons hanno dimostrato di avere; infatti molti errori nella gestione del dopoguerra iracheno sono dipesi da un'iniziale ed eccessiva influenza neoconservatrice. Anche la maggior parte degli intellettuali neocons proviene dalla sinistra liberal americana e purtroppo o per fortuna a volte, (Ferrara docet!), chi da sinistro si scopre destro, diventa più realista del Re ed effettua qualche volo pindarico di troppo.

    Non mi vergogno di dire di avere una preparazione più politica e meno culturale della Tua, ma con ciò non vorrei essere frainteso e scambiato per un mangia-intellettuali. Però ritengo sia inevitabile che la prassi politica tenda a distanziarsi spesso dai pur preziosi insegnamenti degli uomini di cultura. Non sempre gli intellettuali, di qualsivoglia corrente, conoscono l'anima profonda dei Paesi nei quali vivono o dei popoli dei quali fanno parte. Credo che il pessimismo ideologico più che conservatore, sia soprattutto una caratteristica di parecchi intellettuali, anche ovviamente conservatori.

    Il pragmatismo, necessario anche per il conservatorismo politico, proprio nel caso della variegata e complessa America, ci impedisce di sognare degli ipotetici Stati Uniti monoliticamente conservatori e ci obbliga a tenere in considerazione, combattendola certo, ma non ignorandola, quella parte di America inguaribilmente liberal e plurale. Anche quella è America e non un corpo estraneo. Gli USA avranno sempre un Texas conservatore e una California con gli eccessi hollywoodiani e i quartieri gay.

    Quindi, un buon conservatorismo politico è quello che sa bene da dove viene, è cosciente della realtà in cui opera, ma non si spaventa di affrontare quei cambiamenti che sono necessari. Certamente ogni grande idea deve essere adattata a situazioni molto diverse. Gli Stati Uniti hanno molto da conservare e ben poco da riformare, ma noi? Beh, a parte i valori religiosi e nazionali, l'Italia è da rivoltare come un calzino, visto che ha osservato solo da lontano le rivoluzioni liberiste degli anni Ottanta. Perciò, con un passo alla volta e per gradi, ma occorre procedere subito se non si vuole che il declino italiano divenga permanente, correndo anche il rischio di essere più liberali che conservatori.

  5. #15
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    Citazione Originariamente Scritto da RobertoP Visualizza Messaggio
    George W. Bush ha iniziato a gestire meglio le tante sfide in campo internazionale, proprio da quando si è avvicinato al realismo di Condy Rice e si è allontanato un poco dall'ideologismo dei neocons. Non nego affatto la bontà di molti princìpi inseriti nel dibattito politico americano dagli intellettuali neoconservatori, ma la gestione politica del quotidiano richiede quel senso della realtà che non sempre i neocons hanno dimostrato di avere; infatti molti errori nella gestione del dopoguerra iracheno sono dipesi da un'iniziale ed eccessiva influenza neoconservatrice. Anche la maggior parte degli intellettuali neocons proviene dalla sinistra liberal americana e purtroppo o per fortuna a volte, (Ferrara docet!), chi da sinistro si scopre destro, diventa più realista del Re ed effettua qualche volo pindarico di troppo.

    Non mi vergogno di dire di avere una preparazione più politica e meno culturale della Tua, ma con ciò non vorrei essere frainteso e scambiato per un mangia-intellettuali. Però ritengo sia inevitabile che la prassi politica tenda a distanziarsi spesso dai pur preziosi insegnamenti degli uomini di cultura. Non sempre gli intellettuali, di qualsivoglia corrente, conoscono l'anima profonda dei Paesi nei quali vivono o dei popoli dei quali fanno parte. Credo che il pessimismo ideologico più che conservatore, sia soprattutto una caratteristica di parecchi intellettuali, anche ovviamente conservatori.

    Il pragmatismo, necessario anche per il conservatorismo politico, proprio nel caso della variegata e complessa America, ci impedisce di sognare degli ipotetici Stati Uniti monoliticamente conservatori e ci obbliga a tenere in considerazione, combattendola certo, ma non ignorandola, quella parte di America inguaribilmente liberal e plurale. Anche quella è America e non un corpo estraneo. Gli USA avranno sempre un Texas conservatore e una California con gli eccessi hollywoodiani e i quartieri gay.

    Quindi, un buon conservatorismo politico è quello che sa bene da dove viene, è cosciente della realtà in cui opera, ma non si spaventa di affrontare quei cambiamenti che sono necessari. Certamente ogni grande idea deve essere adattata a situazioni molto diverse. Gli Stati Uniti hanno molto da conservare e ben poco da riformare, ma noi? Beh, a parte i valori religiosi e nazionali, l'Italia è da rivoltare come un calzino, visto che ha osservato solo da lontano le rivoluzioni liberiste degli anni Ottanta. Perciò, con un passo alla volta e per gradi, ma occorre procedere subito se non si vuole che il declino italiano divenga permanente, correndo anche il rischio di essere più liberali che conservatori.
    Caro Roberto anche qui mi fai dire cose che non ho detto.
    La mia riflessione nasce in seguito ad una disillusione proprio nei confronti della politica (più che dell'ideologia) neocon. Tra Kristol e Oakeshott ora sceglierei una via di mezzo oppure opterei per il secondo. Sono un conservatore burkeano e purtroppo l'America conservatrice di oggi ha voltato le spalle a Burke.
    Tu poi opponi il pessimismo (che ritieni ideologico) al pragmatismo, quando un conservatore realista non può che essere pragmatico e dunque sotto sotto anche un pò pessimista.
    Il rischio di essere più liberale che conservatore, scusa, questo proprio non voglio concedermelo. E' per questo che a differenza di te, il sottoscritto si ritiene un conservatore e null'altro che un conservatore. Anzi, da oggi, per essere ancora più precisi, un tory.

  6. #16
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    Citazione Originariamente Scritto da florian Visualizza Messaggio
    Caro Roberto anche qui mi fai dire cose che non ho detto.
    La mia riflessione nasce in seguito ad una disillusione proprio nei confronti della politica (più che dell'ideologia) neocon. Tra Kristol e Oakeshott ora sceglierei una via di mezzo oppure opterei per il secondo. Sono un conservatore burkeano e purtroppo l'America conservatrice di oggi ha voltato le spalle a Burke.
    Tu poi opponi il pessimismo (che ritieni ideologico) al pragmatismo, quando un conservatore realista non può che essere pragmatico e dunque sotto sotto anche un pò pessimista.
    Il rischio di essere più liberale che conservatore, scusa, questo proprio non voglio concedermelo. E' per questo che a differenza di te, il sottoscritto si ritiene un conservatore e null'altro che un conservatore. Anzi, da oggi, per essere ancora più precisi, un tory.
    Non credo sia obbligatorio il legame fra pessimismo e pragmatismo. Ad esempio, io penso di poter fare cento e sono fiducioso di arrivare al traguardo, ma essendo realista e conoscendo la realtà in cui opero, non pretendo di fare cento in un giorno, ma che so, oggi dieci, domani altrettanto e dopodomani pure, fino ad arrivare a quota cento. Quindi vado responsabilmente per gradi, ma sono sicuro di riuscire a raggiungere con il tempo un risultato. Quindi realista per l'oggi e ottimista per il futuro.

    Parliamo esclusivamente di Italia, visto che è il Paese in cui siamo nati e viviamo. Secondo Te è proprio tutto da conservare e non serve forse un'iniezione di liberalismo in certi settori? Negli anni Ottanta l'Italia non ha avuto la Thatcher, ma il pentapartito che governava in modo consociativo con il PCI.

 

 
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