
Originariamente Scritto da
cireno
questo è un ostacolo psicologico che dovresti superare per comprendere appieno quello che viene messo sul tappeto come tema di discussione. Partire con il preconcetto "tutto quello che ha anche vagamente odore di comunismo lo rifiuto" è una grave debolezza che io non ho, salvo quando si parla di fascismo.
Ti incollo due righe da un libro di economia scritto e editato in Italia.
La Repubblica Popolare Cinese (PRC), durante la transizione da economia
pianificata verso quella che è stata definita una «economia socialista di mercato
», ha attraversato importanti cambiamenti strutturali e istituzionali. Lo
scopo delle riforme fu quello di introdurre cambiamenti ‘pragmatici’ in tutti i
settori economici al fine di modernizzare e gradualmente decentralizzare l’economia
cinese e di favorire l’iniziativa locale. Le riforme non hanno seguito
un particolare modello economico o uno specifico esempio di sviluppo di
qualche Paese estero; piuttosto, la Cina è avanzata nel processo di transizione
verso una «economia di mercato socialista» con un suo proprio ‘stile’ (Lin
1992; Cao et al. 1999). Le riforme cinesi di Deng (Ash e Kueh 1996) sono
state caratterizzate in alcuni casi da aspetti sperimentali1 e si sono bene adattate
alle specifiche condizioni socioeconomiche di larga parte del Paese.
* Dipartimento di Scienze Economiche, Università di Firenze. E-mail:
mario.biggeri@unifi.it.
** Facoltà di Agraria, Università di Ancona. E-mail:
danilo@agrecon.univpm.it.
1 Alcune importanti riforme furono di tipo bottom-up, come ad esempio IL c.d. Household Responsibility
System, mentre altre furono troppo limitate per poterne valutare l’influenza a livello di intero sistema economico.
2 Nonostante i suoi numerosi errori, il periodo maoista ha permesso alla Cina di ottenere alcuni importanti
risultati economici e sociali. Ad esempio, da un punto di vista sociale, furono sviluppati il sistema sanitario e di istruzione anche nelle aree rurali. È anche importante ricordare che alla fine degli anni Settanta si cominciano a percepire i risultati della ferrea politica demografica introdotta da Shou Enlai all’inizio del decennio.
Le riforme sono normalmente suddivise in sei fasi.
La prima fase (1979-1984) riguardò essenzialmente l’agricoltura e le riforme rurali.
La seconda fase (1985-1988) vide la graduale riduzione del monopolio di Stato, il processo
di decentramento e lo sviluppo delle regole di apertura al mercato, con
un lento e difficile processo di liberalizzazione dei prezzi.
La terza fase (1989-1991) fu mirata a risolvere problematiche di natura macroeconomica e
congiunturale.
La quarta fase (1992-1996) delle politiche economiche cinesi è stata caratterizzata dalla costituzione di un appropriato sistema di regole, che permettessero al Paese di aprirsi gradualmente alla liberalizzazione dei mercati.
Nella quinta fase (1997-2001), oltre alla ristrutturazione e privatizzazione
delle imprese statali, divengono centrali i cambiamenti nelle relazioni
commerciali internazionali, strettamente connesse con il processo di riammissione
della Cina nel contesto del WTO. Infine, nel periodo 2002-2007, la
strategia principale è divenuta quella del going out, con un aumento degli
investimenti diretti cinesi all’estero e un rafforzamento delle relazioni internazionali,
commerciali e politiche, secondo un fenomeno denominato Beijing
consensus (Sautman 2006).
Cosa voglio rispondere con questo? Che il sistema svedese, molto diverso da quello tedesco peraltro, ispirato a una forma di socialismo liberale, per potersi reggere e mantenere i suoi obiettivi, deve applicare forti tasse alla sua popolazione, con leggi molto severe nei riiguardi di chi evade. E non è questo quello che io vorrei perchè tasse alte e imposte alte alla fine vanno a caricarsi sul popolo che di conseguenza SI PAGA quello che gli viene dato.