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    Predefinito Re: Da agnostico quale sono mi accingo a.....

    Continuiamo nella nostra analisi sui filosofi e Dio.
    Platone è vissuto circa quattrocento anni prima di Gesù, e deve essere considerato uno dei più grandi pensatori dell’umanità. E’ stato fra i primi filosofi dell’era conosciuta ad affrontare in maniera organica il problema di Dio, e su questo ha scritto cose che hanno originato scuole e correnti di pensiero ancora esistenti e vive ai nostri tempi.
    Secondo gli studiosi però, il primo riferimento a qualcosa di simile a Dio sembra essere venuto da Parmenide, filosofo greco, nato a Elea intorno al 540 a.C. Nel suo poema “Sulla natura”, di cui si hanno decine di frammenti scritti, egli, nel proemio, fa parlare una dea che apre dicendo che la verità alla quale egli (Parmenide) è giunto è situata lontano dal cammino degli uomini, quindi è estremamente difficile da capire, e prosegue dichiarando che “l’immutabile nucleo della verità perfettamente sferica” che viene contrapposta “alle opinioni dei mortali, alle quali opinioni non inerisce nessuna vera persuasività né valore” non può essere compresa dall’uomo perchè essa non può abitare se non una regione lontana da quella dove abita l’uomo.
    E se la Verità, continua Parmenide, abita in un ambiente “non umano e quindi non mortale”, significa che abita in un ambiente divino, cioè là dove abita l’ente o essere senza origine, che ha originato il creato, l’ente o essere che non era e non sarà, che non conosce né divenire né morire, per cui la Verità e l’Essere senza origine sono la stessa cosa.
    E’ con queste affermazione che Parmenide ipotizza la presenza di Dio, anche se mai lo nomina. Parte da questo filosofo, nato 2500 anno or sono, quel lungo filo di pensiero che è passato poi per Platone fino a Kant, per concludersi con Heidegger.
    Eraclito da Efeso, qualche anno dopo, si spinge ancora più avanti nella ricerca di Dio, un dio vicino all’uomo, a differenza di quello di Parmenide che abbiamo visto lontano dal reale e dal finito, assolutamente trascendente.
    Il Dio immaginato da Eraclito è invece un dio immanente, vicino all’uomo in ogni momento.
    Per questo filosofo Dio non è il puro separato, come in Parmenide, ma è “colui che ha in mano le leggi dell’infinito” per cui “tutte le leggi si nutrono dell’unica legge divina, quella di Dio”. Ne discende che Dio è tutto “il giorno, la notte, l’inverno e l’estate, la guerra e la pace, la fame e la sazietà, perché egli è l’armonia generale”.
    E finalmente siamo a Socrate, questa figura straordinaria nel campo del pensiero umano, che vede in Dio “colui che nel medesimo tempo vede tutto e ascolta tutto, è presente dappertutto e si prende cura di tutto”. Sembrerebbe, a prima vista che Socrate, accetti tutta la filosofia a lui precedente, specialmente quella di Eraclito, che vede nella divinità qualcosa di immanente all’uomo e alla natura. Ma non è così, perché Socrate deve proseguire e andare oltre la filosofia dei sofisti, oltre la figura di un dio mescolato al reale dell’esistenza. Ad esempio, là dove Protagora afferma “sugli dei io non posso sapere né se essi sono, né se non sono, né se hanno forma, giacché molto è ciò che ostacola il conoscere: il mistero dell’argomento e la brevità della vita dell’uomo”, Socrate trova invece la via della certezza, seppur in un modo del tutto nuovo.
    Intanto egli sa che il non sapere, cioè la certezza di sapere di non sapere, è la condizione definitiva e costante dell’uomo, tuttavia alcune condizioni gli danno la sicurezza di sapere di avere un punto di partenza giusto e queste sono: il desiderio di verità, il bisogno di conoscere, il primato della vita retta(meglio subire un’ingiustizia piuttosto che farla).
    Queste certezze fondamentali sono bagaglio innato dell’uomo e si originano nelle sue interiorità, e questo per Socrate è il punto certo da cui far partire la ricerca. In questo modo Socrate rappresenta la svolta, mettendo Dio ‘dentro’ ciascun uomo, e non al di fuori come voleva Eraclito e nemmeno lontano come pensava Parmenide.

    Torniamo ora a Platone. Su quanto affermato da Socrate, egli costruisce una prima teologia filosofica, che gli studiosi indicano non come “una filosofia attraversata dalla religione” ma una cosa sola con la religione stessa”.
    Abbiamo fatto, in meno di duecento anni, passi da gigante sulla strada della ricerca di Dio, e mancano ancora più di trecento anni prima che sulla terra compaia la figura straordinaria di Gesù di Nazaret.
    Ora io vorrei fare una piccola osservazione, prima di continuare il discorso sulla filosofia.
    Molti uomini di oggi sono convinti di esseri atei, o quanto meno agnostici, come sono io, o altrimenti indifferenti, che è la condizione peggiore.
    Guardano il cielo, vedono le stelle e il sole, forse sanno anche che di sistemi solari come quello in cui vive la terra ce ne sono miliardi, in un universo infinito che la mente non riesce nemmeno a costruire per immaginazione, sanno che tutto è regolato con un ordine certamente superiore e non pensano, non si fanno domande, per esempio: ma chi ha originato tutto ciò, e perché?
    Vagamente alcuni pensano che è la scienza a saperlo, e questo pare bastare per mettere a dormire la curiosità che invece dovrebbero avere. Altri nemmeno se lo chiedono, problemi distanti pensano, che non hanno niente a che fare con quello che succede tutti i giorni. Altri ancora forse non vedono nemmeno le stelle perché guardano solo per terra, e sono tanti.
    Alcuni conoscono la coscienza, sanno cos’è il rimorso, hanno magari un innato sentimento che vorrebbe che non vengano commesse cattive azioni, e non pensano, non si chiedono da dove vengono loro questi sentimenti.
    Magari hanno sentito nominare, o addirittura conoscono, certe grandi figure storiche, Eraclito, Parmenide, Socrate, Aristotele, Platone, Agostino, Tommaso ecc., e non pensano, non si chiedono, ma perché questi uomini hanno dedicato la loro vita, la loro sapienza, per qualcosa a cui io non credo, o non mi interessa?
    E nemmeno si domandano come hanno potuto, nella loro piccola mente, decidere ciò che le più grandi menti del passato hanno impiegato vite intere magari per non riuscire a decidere?
    Io sono certo che la superbia e l’arroganza sono fra i più grandi difetti dell’uomo, difetti direttamente connessi con il Male, ma in questo caso sono convinto che sia più colpevole l’indifferenza o peggio, la superficialità.
    Nascere, vivere, morire, senza nemmeno tentare di avvicinare il grande tema dell’esistenza di Dio. Nascere, vivere, morire alla stessa maniera degli animali: senza scopo, senza fine, senza domande? Può anche non interessare chi legge ma io è da una vita che mi pongo domande sulla mia esistenza, sull’Universo, sull’esistenza di Dio, e non riesco a capacitarmi di come gran
    parte dell’umanità sia invece assolutmente disinteressata a questi problemi…
    Torniamo alla filosofia di Platone.
    Egli scorge, innanzi tutto, l’errore umano che vorrebbe il cielo e la terra, il fuoco, l’aria e l’acqua e tutto quanto da questi elementi deriva, animali e vegetali, uomini o minerali, come nati dal caso.
    Platone è il primo fra tutte le grandi menti umane a rifiutare l’ipotesi del ‘caso’ creatore.
    Egli dice “se tutto ciò (pianeti, stelle ecc.) nasce dal caso, la nostra anima è di conseguenza posteriore ad essi, per cui ciò che è la causa prima del divenire e del corrompersi di tutto, essi (i fautori del caso creatore) dicono che non è realtà prima, ma successiva. E qui sta l’errore perché l’anima nasce prima del corpo, perché non potrebbe essere altrimenti, essendo il corpo l’involucro mortale dell’anima immortale”.
    Ora per il materialista, o per il positivista o semplicemente per lo scettico, accettare il pensiero di Platone quando dice che il corpo è l’involucro dell’anima, diventa difficile perché il corpo è visibile e l’anima è solo una supposizione, quindi nessuno può dimostrare allo scettico o al positivista che dentro il corpo ci sta un’anima.
    E ancora sul rifiuto di Platone di considerare “casuale” la nascita del cielo e della terra, degli animali e delle piante, insomma dell’universo, vorrei fare un’altra disgressione, e parlare di scienza e di fede.
    Molte persone che si professano atee, si appellano alla scienza, e alle sue scoperte, per confutare i Testi Sacri, la Genesi in particolare, e quindi la creazione dell’universo da parte di Dio: così facendo pretendono di negare l’esistenza di Dio.
    Questa era una posizione che nell’Ottocento poteva avere qualche giustificazione, in quanto la scienza sembrava portare a conclusioni contrastanti le idee religiose, ma le ricerche e le scoperte più recenti, specialmente nel campo della fisica, della matematica e della cosmologia, sembrano al contrario avvicinare sempre più la scienza alla religione e all’esistenza di Dio. Infatti essere riusciti a entrare nell’immensità dello spazio cosmico e nella profondità del tempo, nell’ infinitamente grande e nell’ infinitamente piccolo, ha aperto una serie di domande proprio legate alla possibile presenza di Dio, alle quali domande è possibile oggi dare alcune risposte.
    I grandi problemi che gli scienziati hanno avuto davanti dall’inizio erano: stabilire se l’universo è un sistema caotico oppure ordinato, o le due cose insieme; stabilire se l’universo è infinito nel tempo, cioè non ha mai avuto inizio, e quindi non avrà mai fine, oppure se ha avuto un’origine, dal nulla, da un punto iniziale che potrebbe riportarci alla Creazione; stabilire se l’universo si evolve casualmente, oppure se segue un progetto e una finalità, un disegno preciso; stabilire il significato della figura dell’uomo rapportata all’universo.
    A queste domande la scienza oggi è arrivata a dare risposte sicure.
    a) L’universo non è un sistema caotico ma abbastanza ordinato, che si muove su leggi razionali e assolutamente matematiche: infatti ogni teoria che riguarda la cosmologia è poggiata su questa sicurezza.
    b) L’universo è finito nel tempo, che vuol dire che c’è stato un momento in cui è nato, in cui si è oppure è stato creato. La famosa teoria del Big Bang dovrebbe dimostrare, con un ampio margine di certezza, il momento di questa creazione. Consideriamo che secondo la Teoria del Big Bang tutta la materia-energia prima della grande esplosione era concentrata in un piccolissimo punto di inimmaginabile densità e di enorme massa, inaccessibile alle cognizioni fisiche in nostro possesso e per questo chiamato dagli scienziati ‘singolarità iniziale’. Questo nostro infinito universo occupava uno spazio più piccolo di un nucleo atomico, praticamente insignificante come misurazione.
    c) L’universo si evolve in maniera matematicamente razionale e precisa, anzi addirittura si parla, nella scienza, di ‘creazione continua’: sembra addirittura che esso segua un progetto di evoluzione cosmica, strettamente connesso con quello di evoluzione biologica, che ha come scopo finale la nascita della vita e quindi la comparsa dell’uomo, capace di studiare e di comprendere la struttura dell’Universo e le sue leggi.
    d) Per questa ragione l’Uomo appare come la tappa conclusiva di queste evoluzioni, cosmica e biologica, un essere che vive a metà strada tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, essendo lui infinitamente complesso. Basta pensare che il corpo dell’uomo è composto da centomila miliardi di cellule, ognuna delle quali contiene migliaia di miliardi di molecole. Ogni cellula poi funziona come un perfetto, sofisticatissimo laboratorio chimico, che presiede automaticamente alla costruzione e alla regolazione dell’intero organismo. Nel quale organismo la scienza può oggi scorgere le stesse leggi, matematicamente logiche e razionali, che regolano l’intero universo. E’ uno dei grandi motivi che stanno avvicinando la scienza alla religione e che sembrano testimoniare dell’esistenza di un creatore, visto che la casualità sembra essere del tutto assente sia nel sistema universo che nel sistema uomo, e visto anche che sembra esistere una matrice identica, per l’uomo e per le cose, talmente uguale da poter essere definita una matrice comune.
    Un Premio Nobel, il fisiologo e filosofo Sir John Eccles, ha detto, in una conferenza: “Quando guardiamo alla meravigliosa immensità del cosmo, vediamo che tutti gli eventi appaiono come un’unica operazione calcolata con estrema precisione. Potremmo anche affermare che tutto questo è avvenuto e avviene per caso, ma sarebbe una spiegazione stupida: io penso che al di sopra di questa immensità non possa esserci altro che Dio”.
    Carter, fisico, matematico e cosmologo, ha coniato un ammodernamento della famosa frase di Cartesio “Cogito, ergo sum” ( Penso, quindi esisto) con “Cogito, ergo mundus talis est”. Infatti, lui ha scritto, ogni costante della natura è stato scelto con tale precisione che l’evoluzione cosmica è giunta ai viventi e quindi all’autocoscienza di sé.
    Sarebbe bastato una lievissima modificazione al valore di determinate costanti che regolano l’universo, perché la Vita non sarebbe mai potuta nascere. Ad esempio, se la forza di gravitazione fosse stata leggermente superiore a quella che è, l’universo sarebbe collassato in breve tempo; se fosse stata leggermente più debole, il cosmo si sarebbe espanso, ma non si sarebbe potuto avere la condensazione della materia in galassie, stelle, pianeti, e quindi la Vita non sarebbe mai nata, e nemmeno l’universo, che sarebbe rimasto una semplice aggregazione di gas e nubi cosmiche.
    Sembra esserci quindi un disegno preciso (e lo vedremo) che non viene nemmeno contraddetto dalla scienza, del resto incapace a spiegarsi ‘le cose che contano’ malgrado le scoperte.
    A me sembra che a questo punto anche il più refrattario all’idea di una possibile esistenza di Dio, potrebbe cominciare ad avere, se non altro dei dubbi.

    Certo, negare è molto più facile che credere: anzi spesso è solo una posizione di comodo, si evita di pensare. Però ora che siamo riusciti a trovare una serie di argomenti abbastanza suggestivi per poter cominciare a pensare in maniera positiva, sarebbe giusto continuare incrollabilmente a negare senza nemmeno darsi la pena di valutarli?
    Certo cercare la fede significa tentare di compiere un salto di qualità: non è facile per l’uomo moderno, tutto preso da compiti che gli impediscano di fermarsi a riflettere, riuscire a trovare anche la fede, ma uno scienziato ha insegnato come trovarla: basta cercarla. Sembra una banalità e invece è una grande verità. Puoi trovare la fede se la cerchi, se non ti fai condizionare dai tuoi problemini insignificanti che tu invece, preso come sei nell’ingranaggio dell’ovvio, vedi come giganteschi. Basterebbe leggere, cercare di capire, riflettere.
    Lo ha detto Max Plank, lo scopritore della Teoria dei Quanta, uno dei più grandi fisici e matematici mai esistiti. Egli, guardando “l’ordine della natura” e osservando la “razionalità che guida l’Universo e perfino il piccolo atomo”, “Questo sentire la grandiosità del disegno, l’ordine e l’armonia del creato creano per forza, in molti di noi, la fede dello scienziato” ha sentito il bisogno di capire, e per capire ha dovuto, come fa sempre uno scienziato, cercare. Chissà com’è che per molte persone invece tutto è già saputo, conosciuto per cui è inutile ‘cercare’?
    Bisogna dire che la fisica quantistica, di cui Max Plank è stato un pioniere, si applica normalmente al microcosmo costituito dagli atomi e dai loro componenti, però in linea generale la fisica quantistica si applica anche alla cosmologia, all’astronomia.
    Oggi sembra essere diventato di moda, fra gli scienziati, applicare questa ‘quantistica’ anche per indagare l’universo. Naturalmente si tratta di tentativi, praticamente degli esperimenti scientifici, che però contengono possibilità fortemente stimolanti. Per pura ipotesi, non sarebbe nemmeno assurdo che domani si riuscisse a dimostrare che l’universo si è generato spontaneamente come risultato di un processo quantistico, ipotesi che comunque non sposterebbe di una virgola il problema della creazione in quanto nascerebbero le solite domande su chi dovrebbe aver innescato il processo di auto-generazione del mondo ecc.
    Ultima modifica di cireno; 26-12-15 alle 14:24
    se fai le cose come gli altri poi diventi come gli altri - Charles Bukowsky

  2. #22
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    Predefinito Re: Da agnostico quale sono mi accingo a.....

    Chiaramente il fatto che il cosmo nascente fosse privo di forma e contenuto, facilita enormemente il problema della sua origine ultima. E’ molto più facile credere che sia apparsa spontaneamente dal nulla una condizione di semplicità priva di caratteristiche, che credere che l’attuale stato dell’universo si sia materializzato dal nulla nella sua forma altamente complessa. Ma su queste stimolanti ipotesi la scienza ancora deve lavorare. Restiamo quindi alla scienza di oggi.
    Un giorno a uno scienziato italiani fra i più noti, il professor Antonino Zichicchi, fisico sub-nucleare, scopritore del antideutono, il primo esempio di anti-materia nucleare, fu chiesto perché, secondo qualcuno, scienza e fede dovrebbero essere contrastanti e lui rispose

    No, religione e scienza non c’è motivo che debbano essere contrastanti, già Galileo sosteneva che la scienza opera sull’immanente e la religione sul trascendente, e queste due forme di esistenza non possono venire in conflitto fra loro perché entrambe sono figlie dello stesso Creatore”. E su un’altra frase di Galileo “La natura ha scritto il suo libro in codice matematico”, Zichicchi dice “Questa affermazione di Galileo deve essere presa come un atto di fede, perché a quel tempo delle leggi matematiche che regolano l’Universo, nessuno poteva sapere praticamente niente”. E sull’esistenza di Dio, Zichicchi afferma “Io penso che sbaglino sia quelli che pensano che la scienza può dimostrare che Dio esiste sia quelli che pensano il contrario. Ma la scienza può dare un grande messaggio culturale all’uomo di oggi e questo messaggio deve essere accettato da atei e da credenti, perché è fondato sullo studio dell’immanente, delle cose che si toccano, sulle quali non c’è discussione. Qual è questo messaggio? Eccolo: il mondo in cui viviamo, dal microcosmo al macrocosmo, da quello subnucleare ai confini dell’universo, è retto da leggi universali e immutabili nello spazio e nel tempo, leggi che hanno una sola identica matrice. L’insieme di queste leggi fa la logica della natura. Nessun scienziato può dire perché, fra tutte le logiche possibili, la natura abbia scelto proprio questa che noi cerchiamo di studiare e decifrare giorno dopo giorno. Ma una cosa è certa, ed è che questa logica esiste! Ed è una logica rigorosa, perfetta, incriticabile, il libro della natura non è scritto a caso, mai una virgola è stata trovata fuori posto. E questo è un discorso importante, che deve far molto pensare”.

    E ancora, interrogato sulla famosa teoria del big-bang e sull’esistenza di Dio, Zichicchi conclude: “Tante persone parlando del big-bang, negano poi Dio: dicono che noi veniamo da quella grande esplosione, e così pensano di aver risolto il problema. Ma cosa c’era prima del big-bang? Questi non poteva nascere dal nulla cosmico! Prima bisognava che esistessero le leggi fondamentali della natura: lo spazio, il tempo, le cariche, la massa, l’energia, altrimenti non sarebbe stato possibile che, dopo, le cose prendessero il corso che hanno preso. Prima del big-bang bisognava fare lo spazio e decidere quante dimensioni doveva avere: se chi a creato il mondo lo avesse voluto a due dimensioni, noi saremmo come fogli di carta, ci vuole la terza dimensione per essere come siamo! Se chi ha fatto il mondo non avesse creato il tempo, noi saremmo immobili come figure geometriche, e se non avessimo la massa, non ci sarebbe nulla di quello che ci circonda: se ci danno una bistecca senza massa, cosa mangiamo? Poi ci vuole l’energia e anche le cariche, che evitano alla massa di trasformarsi in energia e quindi di esplodere. Chi ha creato il mondo ha dovuto fare tutte queste cose prima del big bang! Analizzando poi le origini concettuali e scientifiche della nostra esistenza, non si può che rimanere ammirati. n giorno Einstein disse, al proposito Se dovessi rifare il mondo e l’universo devo riconoscere che lo rifarei esattamente come è stato fatto, perché non si può immaginare nulla di più perfetto. E quando Einstein finalmente riuscì a scrivere la famosa equazione della gravitazione generale, la trovò di una tale eleganza matematica che rimase ammirato ed esclamò: Ecco, è così che io penso al Creatore”.

    Ecco allora che, per le parole di grandi scienziati, noi ci troviamo dinnanzi, con l’universo, alla più grande dimostrazione di fantasia creatrice che si può immaginare. Soffermiamoci un attimo a pensare a questo universo che si ritiene abbia una possibilità di vita di almeno cento miliardi di anni. Dalla famosa esplosione ne sono passati, si è calcolato da parte della scienza, quindici o venti, quindi l’universo è ancora in netta fase di espansione. La sera il cielo è nero perché, espandendosi, le stelle si allontanano fra loro e la radiazione elettromagnetica si abbassa di frequenza. Fra circa 30, 40 miliardi di anni l’universo si fermerà nel suo espandersi e comincerà a collassare, il cielo pian piano diventerà bianco e poi tutto scomparirà, oppure, attraverso quello che viene chiamato big-crunch, darà origine a un nuovo universo, probabilmente attraverso una nuova esplosione come il big-bang. In ogni caso ‘questo’ universo scomparirà. Scomparirà, ho detto. Una vita di cento miliardi di anni e poi migliaia di miliardi di soli e stelle e pianeti SCOMPARIRANNO, magari per essere trasformati in altra cosa! Però non scompariranno i protoni, cioè le palline di energia che compongono la materia di cui è fatto l’uomo, le cellula della vita. Per un protone, cento miliardi di anni sono NIENTE, un battito del cuore, un secondo della nostra esistenza. Per cui i mattoni che ci compongono, la radice, la base della vita, continueranno ad esistere anche DOPO la scomparsa, o la mutazione, dell’universo, perché sono praticamente eterni. Questi mattoni ricordano le monadi di Leibniz, energia che proviene da Dio, gli eoni divini.
    E allora, ancora una volta, ci troviamo di fronte a “messaggi” che sembrano proprio voler confermare quanto le Scritture dicono, messaggi che provengono dalla scienza, che li ha letti nell’universo del macro e del microcosmo, messaggi che ci dicono che sembra giustificato pensare alla Creazione come parte di un fine che vede l’Uomo come protagonista, l’Uomo creato da Dio a ‘propria immagine e somiglianza’, l’uomo ‘fisico’ formato essenzialmente da questi “protoni” che sembrano raccogliere in loro l’eternità divina.
    Vorrei qui fare un’altra chiarificazione sul fatto che saremmo stati creati, secondo i sacri testi, ad immagine e somiglianza di Dio. In una discussione di qualche giorno fa un bello spirito di pensatore, mio figlio, mi ha chiesto: a quale uomo assomiglia Dio, a quello primitivo che sembrava una scimmia o a quello che sarà in futuro? Era una domanda chiaramente provocatoria. E’ chiaro che noi non siamo stati creati a immagine e somiglianza della fisicità di Dio, perché Dio non ha fisicità, ma dello spirito. O qualcuno pretenderebbe che Dio sia un bell’uomo, alto, magari con la barba bianca e gli occhi azzurri? Per la teologia Dio è puro spirito e quindi la somiglianza con Lui è proprio in quella parte che Platone ha chiamato pneuma, che vuol dire anima. Ci sarebbe poi tutta la discussione sul dio veterotestamentario, il dio di Mosè, di Abramo che per alcuni pensatori non sarebbe lo stesso dio che ha generato Gesù, ma su questo argomento mi riprometto di soffermarmi in futuro.
    Tornando ai messaggi della scienza di cui parlavo più sopra, questi non fanno altro che confermare la tesi che vuole Dio esistente proprio come spiegazione dell’origine ultima della vita, la stessa tesi che non crede alla vita nata dal nulla e che alla fine tornerà allo stesso nulla, ma pensa a una totalità con un senso e un valore, che non sono semplicemente Kaos, ma cosmo, “perché il tutto ha una sicurezza prima e ultima in Dio in quanto origine, autore, creatore” (Bertrand Russel)
    Ma qui torniamo a uno dei problemi fondamentali della filosofia: perché c’è qualcosa e non il nulla? Si è chiesto un importante filosofo. Domanda fondamentale sulla quale hanno dibattuto tutte le correnti di pensiero. E la risposta non può certo venire dalla scienza, che del resto rifiuta la domanda come priva di senso, in quanto essa studia il qualcosa che esiste e non il possibile nulla che non c’è.
    Come giustamente si chiede Kung in un suo libro, “chi mai ha dimostrato inequivocabilmente che il problema del senso del tutto è privo di senso”?
    I due racconti biblici della Creazione - il primo scritto nel 900 a.C. e il secondo nel 500 a.C.- non informano certamente sull’origine dell’universo in senso scientifico, per cui non avrebbe senso accettarli come “verità dimostrata”. La Bibbia non è stata scritta da un fisico, non riporta scoperte della scienza, la Bibbia “interpreta” i fatti, per cui là dove la scienza non arriva a spiegare, la Bibbia invece arriva, perché offre una testimonianza di fede. E dalla Bibbia sappiamo che l’inizio dell’universo non è stato né il caso né l’arbitrio, né la cieca energia, ma solo Dio e la sua buona intenzione nei confronti della Creazione. Come dice ancora Kung però non dobbiamo pensare a Dio come ad un architetto o come a un orologiaio, che stava lì a organizzare dall’esterno tutte le cose e ne determinava l’ordine. Che Dio abbia creato il mondo dal nulla non è un’asserzione scientifica su un falso vuoto con una forza di gravità negativa, ma neppure significa un’automazione dal nulla (cioè un vuoto spazio nero) esistente prima di Dio o situato accanto a Dio, ma è l’espressione teologica per indicare che il mondo e l’uomo, insieme allo spazio e al tempo, provengono soltanto da Dio e da nessuna altra causa.
    La testimonianza di fede dei racconti biblici della Creazione, così come dimostrano ad esempio, anche gli affreschi di Michelangelo nella Cappella Sistina, rispondono con immagini e metafore proprie del loro tempo a problemi che sono ineludibili anche per l’uomo di oggi, problemi che la scienza non è ancora in grado di risolvere. E il messaggio della prima pagina della Bibbia è:-
    · Il Dio buono è l’origine di tutto e di ciascuna cosa.
    · Egli non è in concorrenza con nessun principio alternativo cattivo o demoniaco.
    · Il mondo nella sua totalità e nelle sue singole parti, anche la notte, la materia, gli animali inferiori, il corpo umano e la sessualità sono fondamentalmente buoni.
    · La creazione significa la benevola attenzione del Dio buono al mondo e all’uomo.
    L’uomo è quindi il fine del processo creativo, e proprio per questo è responsabile della cura del proprio ambiente, della natura. Vorrei sottolineare l’ultima frase che è stata tratta, nel suo senso finito, dalla prima pagina della Bibbia “l’uomo è quindi il fine ultimo del processo creativo”. E con questa frase sott’occhio tornare alla pagina precedente, laddove si è parlato dei protoni, mattoni della sostanza umana, praticamente “eterni”. Non si concilia questa ultima scoperta della scienza, non solo con le monadi di Leibniz, ma addirittura con la prima pagina della Bibbia, una pagina scritta 3000 anni or sono, proprio in quella parte che abbiamo or ora sottolineato: l’uomo è quindi il fine ultimo della Creazione? Se pensiamo al fatto che fra 50/60mila miliardi di anni questo universo sarà scomparso, e che probabilmente attraverso una nuova esplosione rinascerà con una nuova forma, magari con coordinate differenti, o forse non rinascerà affatto, (ma non è questo il problema), se rinascerà, dicevamo, l’unica cosa certa sarà che le monadi, i mattoni della vita, cioè i protoni, ancora voleranno nei nuovi spazi appena nati per creare di nuovo la vita.

    E’ questo l’incredibile! Per creare nuovamente la vita!
    E allora quella frase della Bibbia che abbiamo sottolineato, una frase, ripeto, vecchia di 3000 anni, “l’uomo è quindi il fine ultimo del processo creativo” come spiegarla se non come volere di Dio?

    Un’altra frase è molto importante, sempre in questa prima pagina della Bibbia, è dove si dice, riferendosi a Dio “Egli non è in concorrenza con nessun principio alternativo o demoniaco”. Questo vuol significare che il Male non esiste?
    Grandi discussioni teologiche e filosofiche si sono sviluppate da secoli, al riguardo.
    Per la mia modesta opinione il Male esiste, nulla sarebbe più grave del pensare il contrario. Parleremo del Male anche in altra sede ma in questo momento vorrei soffermarmi sul concetto di Male, e sulla sua esistenza.

    Il Male non può essere in concorrenza con Dio e non può essere a Lui alternativo, perché per sua natura il Male è autodistruttivo, e quindi nulla può realizzare. Ma il Male che l’uomo conosce non è solo il male dell’uomo, quello di cui abbiamo già in qualche modo parlato, quello fisico e anche quello morale, ma un principio sovra-individuale, una potenza negativa, che il Nuovo Testamento indica come “potenza e potestà”. Quindi escludiamo da subito che esistano uomini cattivi per spiegare, ad esempio, Auschwitz e l’Olocausto. Perché questo sarebbe un grave errore di giudizio: terribile banalizzare il male privatizzandolo all’uomo singolo “cattivo”. Così come sarebbe sbagliato personificarlo in esseri sovrumani, demoni e diavoli, dotati di ragione, che prendono possesso dell’uomo per ridurlo a servo di Satana. Anche se questo può capitare, sarebbe una soluzione troppo semplice del problema della colpa: Hitler era forse preda del demonio? Personalmente non credo.

    Come dice il teologo, la rappresentazione mitologica di Satana e delle sue legioni di diavoli, entra nella Bibbia ebraica ai tempi della dominazione persiana (539-331 a.C.), non c’entra niente con la religione ebraica e non dovrebbe essere accettata dagli uomini d’oggi. Eppoi nemmeno Gesù, benché vissuto in un’epoca in cui la credenza dei demoni era assai diffusa, stranamente non lascia trasparire nulla di questo dualismo di provenienza persiana, in cui Dio e il diavolo combattono sullo stesso piano, per il possesso del mondo e dell’uomo.

    Gesù non parla del messaggio minaccioso di Satana, alle folle che lo ascoltano, ma solo di quello gioioso di Dio, ma Lui, Gesù, è di un’altra dimensione, forse, come pretende Marcione, di “altra” origine, perché Satana, nell’AT esiste, addirittura scommette con Dio, quel dio demiurgo secondo Marcione, sull’esito delle sofferenze che lo stesso dio/demiurgo fa patire a Giobbe. Il regno di Dio è una Creazione buona e Gesù, quando si legge che ha cacciato i demoni, prende sovente solo il significato di colui che, con quegli esorcismi, ha inteso liberare gli ossessi dalle costrizioni psichiche in cui erano posti gli anormali veri, e spezzare così il circolo infernale di turbamento psichico=fede nel diavolo=disprezzo sociale.

    Però, forse io esagero nel credere che Satana fosse solo un derivato postumo della prigionaia degli ebrei in Persia. Infatti come spiegare il principe del male che ha tentato Gesù nel deserto, offrendogli tutti i beni del mondo, ricchezza e gloria dall’alto del picco sul mondo?

    Allora accettiamo che Satana esista davvero, anche se non è sempre dietro l’angolo a insidiare le piccolissime virtù degli uomini
    C’è stato un teologo cattolico di nome Herbert Haag che, senza negare la potenza del Male nel mondo, ha indicato nella fede dell’esistenza del diavolo la causa di danni incalcolabili all’umanità e anche alla stessa religione.
    In effetti è stolto lo schematismo dualistico che, con assoluta leggerezza, pretende che là dove esiste un Dio personificato, debba esistere anche un demonio altrettanto personificato; dove si crede a un paradiso premiante debba anche esistere un inferno di punizione; dove esiste la vita eterna debba esserci anche la sofferenza eterna. Come se, per il fatto che esiste una cosa, necessariamente debba esistere anche il suo contrario.
    No, Dio non ha bisogno di un anti-Dio per essere Dio, anche se questo anti-Dio da sempre, lo vedremo, lotta per separare l’uomo dal suo creatore.

    Ma allora, in definitiva, il Male esiste o no? Per quel che mi riguarda ho già risposto di si, esiste. Ma ci sono anche pensieri differenti dal mio.

    Per esempio: secondo certa filosofia orientale il Male non esiste, e se esiste non è originato da Dio ma creato dall’uomo, dalle sue paure e dalla sua malvagità. Però attenzione, l’ultima parola su questo argomento non può dirla nessuno.
    Per la chiesa cattolica il Male invece esiste, esistono gli indemoniati, le possessioni e gli esorcismi. Eppoi tutto il creato poggia su due poli, positivo e negativo, perché non ci dovrebbe essere una negatività contraria alla positività di Dio?
    Perché questo minerebbe, ed è impossibile solo pensarlo, il concetto dell’onnipotenza di Dio che, proprio per la Sua onnipotenza, non può avere forze contrarie a Sé, ed ecco perché più sopra io mi ho scritto” Come se, per il fatto che esiste una cosa, necessariamente debba esistere anche il suo contrario”.

    E allora cos’è il Male, forse un prodotto della materia?
    Oppure il Male è una forza limitata a quegli spiriti che ‘non hanno accettato Dio’, mettendosi in tal modo al di fuori della possibilità di ricevere amore?
    se fai le cose come gli altri poi diventi come gli altri - Charles Bukowsky

  3. #23
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    Predefinito Re: Da agnostico quale sono mi accingo a.....

    Nel Libro cinese dei Mutamenti si parla della Creazione e di Dio.
    Tai-Geuk, l’Essere Supremo, è la fondazione dell’universo e da questo derivarono lo Ying e lo Yang (negativo e positivo). Da questi uscì O-Haeing - metalli, legno, acqua, fuoco e terra . Tutte le cose furono create da O-Haeing.
    La positività e la negatività prese insieme si chiamarono Tao (La Via), che sarebbe il Verbo, cioè la parola di Dio. Allora Tai-Geuk originò il Verbo che produsse il mondo attraverso O-Haeing.
    Tai-Geuk (l’Essere Supremo) è la causa prima e ultima dell’esistenza, il nucleo della polarità, e di conseguenza il soggetto neutro della positività e della negatività. In conseguenza di ciò Dio è l’unico a non dover poggiare su due differenti poli. La necessità delle cose di avere una positività e una negatività in Dio non esiste, come mi sembra giusto, per cui Dio non ha contrari, meglio dire NON può avere contrari.
    Si ricava da questo concetto che Dio è l’unica sostanza o cosa del creato a non dover obbedire al concetto di dualità, in quanto riflette e possiede ‘entrambe’ le polarità. Se ne deduce che anche per la filosofia orientale il Male, concepito come antagonista del Bene, non esiste.
    Nella Bibbia però si parla di un “inferno eterno”, cosa significa? E si parla anche di ‘battaglia finale’. Cosa vuol dire? Quello dell’inferno è un argomento che sembra piacere poco alle autorità ecclesiastiche, se volete mettere in imbarazzo un teologo o un prete qualsiasi chiedetegli dell’inferno: ne avrete sempre una risposta abbastanza vaga.
    Il fatto è che la questione dell’inferno, così come lo ha visto Dante nella Divina Commedia, così come lo ha dipinto Luca Signorelli nella stupenda Caduta dei dannati, esposto nel Duomo di Orvieto, così come lo descrive la Chiesa dal Concilio di Firenze nel 1442 fino al Concilio Vaticano II, quando conferma la dannazione eterna per chi si trova, al momento della sua morte, fuori dalla chiesa cattolica, secondo il modesto parere del sottoscritto, confortato da quello di illustri teologi, è da superare come arcaico nel concetto e nella sostanza.
    Come dice il teologo

    L’esito di questa idea dell’inferno sono stati i cristiani angosciati, spesso avviliti, che avevano paura e mettevano paura. Quello che spesso opprimeva essi stessi, sessualità, aggressività, dubbi di fede repressi, dogmatici e moralisti devoti combattevano in maniera compensatoria negli altri. Per salvare sé stessi e gli altri, in particolare gli ebrei, gli eretici, i non credenti, le streghe, dall’inferno, ogni mezzo appariva legittimo. Contro tutti coloro che erano destinati alla dannazione si procedeva con la spada, la tortura e soprattutto con il fuoco, tanto li attendeva il fuoco dell’inferno. Con la morte del corpo quaggiù si poteva forse sperare di salvare loro l’anima nell’aldilà. Le conversioni forzate, i roghi degli eretici, i progroom degli ebrei, le crociate, la caccia alle streghe, le guerre di religione nel nome di una religione che doveva portare amore, sono costati milioni di vite umane. E non sono stati solo i cattolici con il loro Dies irae, dies illa, pronunciata dal papa Pio V, ma anche i Riformatori, segnati e tormentati anch’essi dalla credenza nel diavolo e nell’inferno, a rendersi responsabili di massacri di ebrei, eretici, streghe e a sostenere la credenza nel diavolo e nell’inferno: e tutto in nome di Dio!!”

    Possiamo davvero credere sinceramente che il Dio d’amore, quel Dio che ha creato l’intero universo con l’unico fine di creare l’uomo e renderlo partecipe, nella sua limitatezza, delle Grandi Verità, possiamo davvero credere che il Dio di ogni pietà, di ogni misericordia, così come da sempre la teologia ce lo indica, sia anche capace di mandare all’inferno, fra eterni tormenti un uomo, per un peccato mortale, ancorché gravissimo? Ma come poter credere nella giustizia di un Dio tanto crudele? Questo Dio non esiste perché la logica, che è anche un prodotto della sapienza di Dio, dice semplicemente che non può esistere.
    Abbiamo detto però che il Male esiste, allora perché non ci dovrebbe essere l’inferno?
    La domanda è giusta ma noi intanto non dobbiamo confondere il Male con l’inferno. Il Male esiste perché il bene si può solo misurare sul suo contrario, e poi perché il Male è ‘fisicamente’ presente nella vita terrena degli uomini, lo si vede, lo si sente, lo si sperimenta tutti i giorni. L’inferno è un’altra cosa, e sul fatto che possa esistere un luogo chiamato inferno dove Dio manda le anime dei defunti che in vita sono stati cattivi, io ho dei fortissimi dubbi. Questo però non significa che l’inferno non debba esistere ma solo che non può esserci un luogo con fiamme e diavoli che ti rincorrono con la forca in mano. L’inferno, immagino, deve essere qualcosa di più sofisticato, ma soprattutto non un luogo ‘collettivo’ di espiazione, ma sicuramente personale.
    Come sarà punito allora il Male se manca il luogo della punizione?
    La sconfitta finale. Il Male, in quanto contrario del bene, in quanto separatore delle creature di Dio da Dio, sarà sconfitto nel giorno della Rivelazione, perché così è scritto: ecco cosa si intende per ‘battaglia finale’. Il Male inteso come possibile scelta dell’uomo, perché fino a quel giorno all’uomo sarà concesso di scegliere liberamente ‘anche’ il Male.
    E gli uomini che si sono dedicati al Male, nella loro vita?
    Io voglio pensare che Dio, dopo il giorno della Rivelazione, nel suo grande amore perdonerà tutti i peccati e tutti i peccatori.

    Ma, per tornare all’inferno, abbiamo la certezza che non esiste o è solo una supposizione?
    Secondo alcuni teologi, la responsabilità della condanna alle pene dell’inferno non è di Dio, ma dell’uomo che ha peccato. L’autodannazione è la lontananza da Dio: dell’uomo che ha peccato, ecco la pena, che non significa ‘essere preda di Satana’ ma essere lontani da Dio. E’ come aver sete e non avere l’acqua. Una pena individuale, quindi.
    Però anche su questa posizione qualche obiezione andrebbe posta. Dio non può essere due cose contemporaneamente, anzi lo potrebbe, dall’alto della sua onnipotenza, ma come pensare che Dio possa essere insieme misericordia e vendetta, amore e crudeltà, perdono e castigo? Da questo pensiero, e solo da questo, prendo sicurezza quando affermo che il peccato è umano e il perdono è divino, così come Gesù ha insegnato con la sua vita e le sue parole, quindi io voglio pensare che non solo l’inferno, come luogo deputato alla punizione, debba essere considerato solo un retaggio di credenze ‘importate’ dagli antichi ebrei dal vicino oriente, ma anche che la punizione ad personam, cioè individuale, non debba esserci, e proprio per il ragionamento appena svolto: può Dio dall’alto del Suo amore per l’uomo nutrire anche sentimenti di vendetta? O qualcuno preferisce chiamarla ‘giustizia’?
    Invece l’inferno esiste nella vita terrena, ed è quando l’uomo decide, in piena libertà, di rifiutare l’amore di Dio, escludendosi in tal modo dalla comunione con il suo Creatore, che rappresenta il fine e la realizzazione perfetta, il senso ultimo della vita terrena.
    Ma se il male non esiste, anzi esiste solo l’amore di Dio quello che abbiamo visto ad Auschwitz cos’era?

    E Dio dov’era, quando i forni crematori di Auschwitz bruciavano migliaia di corpi al giorno? Milioni di suoi figli sono stati massacrati da una genia di demoni umani, e lui dov’era? Molti si sono posti queste domande.

    Le risposte sono semplici: Dio era ad Auschwitz come è in ogni luogo, ma certo Dio non era negli uomini che hanno creato e fatto vivere Auschwitz. Semmai Auschwitz dimostra proprio il contrario, e cioè che là dove l’uomo sceglie esclusivamente la materialità dell’esistenza, Dio muore in lui e allora sono possibili deviazioni mentali come quelle che hanno generato quegli orrori. Seguendo una logica perversa, non frenata dall’insegnamento cristiano sull’amore universale, rifiutato in nome di un’ideologia contorta come fu quella nazista, l’uomo-carnefice di Auschwitz ha perfino creduto di aver ragione, di compiere un servizio all’umanità eliminando gli ebrei, i diversi, gli zingari. Per un nuovo mondo pulito e ordinato, dicevano i nazisti, che forse nemmeno oggi si rendono conto dell’enormità del crimine che hanno commesso.

    Ecco, Dio non era in quegli uomini, e quindi, in quegli orribili lager, Gesù Cristo è stato messo in croce ancora milioni di volte, tante quante sono state le vittime della follia nazista.

    In una lettera di Cartesio si legge, a proposito del terribile episodio della condanna di Galileo, uno dei grandi errori della Chiesa Cattolica, “Significa usare la Sacra Scrittura per uno scopo diverso da quello per cui Dio l’ha data, e quindi abusare di essa, se se ne vuole ricavare la conoscenza di verità che servono solo alla scienza umana e non alla nostra salvezza”.
    Ma, a quel tempo, la Chiesa di Roma, al culmine della propria alterigia terrena, di questo non si preoccupava. La teoria galileiana contrastava con la sua immagine del cielo, immagine che si stava esprimendo nello stile barocco delle chiese, con le cupole a tamburo che dovevano rappresentare appunto la volta celeste, così come la chiesa romana la concepiva. Quel cielo che per la chiesa romana era popolato da santi e da angeli e, in mezzo a loro, dalla Trinità di Dio Padre, il Cristo con la croce e lo Spirito Santo, in figura di colomba. Il cielo della chiesa allora non era quello reale studiato da Galileo, ma un cielo metafisico, un cielo che Galileo metteva in pericolo con la verità dei suoi studi e delle sue conclusioni: Galileo doveva quindi morire, e la Chiesa nemmeno si rese conto che ancora una volta un altro uomo che diceva la verità, che portava un messaggio nuovo per le genti, veniva crocefisso.

    Oggi quei tempi sono passati, la scienza ci ha mostrato il cielo nella sua vera natura e quando pensiamo al Paradiso o ai santi che ci vivono, sappiamo che si tratta sempre e solo di un cielo figurato.


    Non crediamo più quindi a un Dio che abita “in cielo”, in senso locale o spaziale, ma in un Dio che abita nel mondo, anche se in senso trascendente.

    Il cielo della fede non è quindi un luogo, dice sempre il teologo, ma un modo di essere, e il Dio infinito non è localizzabile nello spazio ne è delimitabile temporalmente. Quando si parla del cielo di Dio si intende quella sfera invisibile, quello spazio vitale di Dio Padre, del quale il cielo fisico visibile, nella sua grandezza, chiarezza, luminosità può certamente continuare ad essere il simbolo, ma solo il simbolo. Il cielo della fede non è che il segreto, invisibile e inconcepibile ambito di Dio, il quale non è affatto ritratto dalla terra, ma, per il bene di tutte le cose, rende partecipi della sovranità e del regno di Dio. In questo senso Feuerbach, nel suo capitolo sulla fede nell’immortalità ha definito Dio “ il cielo non sviluppato”, e il cielo reale lo ha chiamato “il Dio sviluppato”.
    “Dio e cielo sono infatti identici - egli scrive - attualmente Dio è il regno dei cieli, in futuro il cielo sarà Dio”.

    Ma quando il cielo che vediamo diventerà Dio? E perché diventerà Dio?

    Qui dobbiamo parlare della Fine, della fine dei tempi stabilita da Dio all’universo finito, al momento della Creazione. Nella preghiera del Credo si inizia con la Creazione e si termina con “la vita del mondo futuro”. Che significato dobbiamo dare a queste parole?
    Lo Zarathustra di Nietzsche dice a un certo momento “ Fratelli miei, restate fedeli alla terra e non credete a coloro che vi parlano di speranze ultraterrene”. Ma a parte il fatto che abbiamo visto, quando abbiamo parlato di Auschwitz e dell’Olocausto, cosa succede all’uomo quando mancano le cosiddette “speranze ultraterrene”, ‘il mondo futuro’ del Credo, dovrebbe essere preso in considerazione non solo per quel che dice la religione, ma anche per quello che presume la scienza, e oggi la scienza non è che ci prospetta un futuro rosa…
    Sulla questione c’è un ristretto numero di scienziati che continua a credere in un universo che esiste “da sempre”, e che si sviluppa costantemente, ma la maggior parte di loro oggi accetta l’ipotesi che l’universo non è eterno, né che esiste da sempre ma che è sicuramente nato, quindi è finito nel tempo perché ha avuto un inizio, e altrettanto certamente avrà una fine: per lo meno questo universo che vediamo.
    Per quanto riguarda la sua durata, ci sono anche scienziati che tendono a credere che l’universo abbia certamente avuto un inizio ma non avrà mai una fine, per cui si chiedono se davvero ad un certo momento finirà di espandersi e comincerà a contrarsi, per collassare su sé stesso e infine annullarsi, o se invece continuerà ad espandersi senza limite di tempo, all’infinito.
    L’ipotesi della fine nel tempo di quest’universo, attraverso la contrazione e il suo collasso, vede in pratica un ritorno al principio. Lentamente tutto si contrarrà, come già detto, gli spazi si restringeranno, e quindi galassie e stelle e pianeti cadranno rapidamente l’una sulle altre e alla fine, per la disintegrazione degli atomi e dei nuclei atomici, si giungerà al big crunch, l’esplosione finale, se esplosione sarà, e questa è un modo che gli scienziati vedono per la morte dell’universo.
    L’altra ipotesi, quella della espansione costante, vede invece un universo che muore lentamente per consunzione delle stelle in uno spazio infinito di gelo, silenzio, morte: la notte assoluta.
    Effettivamente se si considera lo spreco enorme, incredibile di energia nell’universo, questa potrebbe essere un’ipotesi di qualche sostanza. Ma tutto è molto al di là di qualsiasi benché minima certezza, almeno proponibile.
    Ma se l’uomo è la parte finale della Creazione e l’uomo vive sulla terra, e secondo me anche su altre terre sparse nel cosmo perché sarebbe impensabile il contrario, è della terra, di questa nostra terra, che dobbiamo maggiormente occuparci.
    Arriveremo alla ‘fine dei tempi’ insieme al resto dell’universo, oppure l’uomo riuscirà nella straordinaria impresa di distruggere il pianeta dove vive, prima di quel giorno? Abbiamo visto il pericolo che corriamo con le centrali atomiche, Cernobyl ne è un esempio, ma di energia atomica imprigionata dall’uomo è piena la terra, anche nei piccoli paesi guidati da nazionalismi fanatici o da integralismi religiosi altrettanto fanatici. Dobbiamo allora temere per la vita del nostro pianeta?
    Sentirete parlare di guerre e di rumori di guerre. Guardate di non allarmarvi; è necessario che tutto questo avvenga, ma non sarà ancora la fine: si dovranno sollevare popolo contro popolo e regno contro regno; vi saranno carestie e terremoti in vari luoghi; ma tutto questo sarà solo l’inizio dei dolori, perché subito dopo il sole si oscurerà, gli astri cadranno dal cielo e le potenze dei cieli saranno sconvolte”.
    Questo dice il Nuovo Testamento.
    Cosa significa?
    Che l’uomo riuscirà a distruggere la sua casa?
    Forse con le atomiche sparse per tutto il pianeta, o con le scorie velenose, la sovrappopolazione, i terreni e le acque avvelenati dalle scorie, l’aria inquinata, il buco dell’ozono, i mari sporchi?
    Anche se le parole del Nuovo Testamento devono essere prese come l’interpretazione di profezie, come possiamo non pensare che l’uomo stia veramente uccidendo se stesso?
    E perché l’uomo si sta autodistruggendo?
    Nel 1701, in un convento di religiose di Dresda, in Germania, una ragazza di vent’anni, di origini contadine, praticamente analfabeta, una novizia, cominciò ad un certo momento a sentire una voce incredibile, celestiale che le parlava dettandole messaggi particolari sul futuro del mondo. Il mistero è che la giovane novizia scriveva questi messaggi in latino o in tedesco colto, cosa che riusciva difficile da comprendere considerando appunto il livello di istruzione della ragazza.
    La “Voce” le parlò per quasi sei anni, periodicamente, e la giovane novizia per quasi sei anni trascrisse i messaggi. Poi la Voce cessò di parlare e la ragazza in breve tempo morì: aveva solamente ventisei anni.
    Ecco un insieme di tre messaggi trascritti dalla giovane, parole che entrano a pieno diritto nell’argomento che stiamo trattando.
    .....
    Giungerà un tempo in cui volerà la voce. E gli uomini si parleranno tra i mari e i monti. Giungerà un tempo in cui voleranno le immagini. E gli uomini si potranno vedere tra i mari e i monti. Questo sarà un tempo di grandi dolori e di grandi tormenti.
    Voleranno le immagini come gli angeli, ma non porteranno la luce degli angeli. E voleranno gli animali, e voleranno gli uomini.
    Guarda! Mi ordinò la Voce. Ed io ho visto volare una casa, con gli uomini dentro. Ho visto anche lunghi serpenti rotondi volare intorno alla terra. E dentro ai serpenti fluiva il sangue degli uomini. Alla fine voleranno anche i pensieri, e questo sarà il giorno della condanna. L’uomo non avrà più bisogno di immagini. L’uomo sarà libero, ma la sua libertà sarà la sua schiavitù.
    Nell’ultima scala del tempo il ventre della terra diventerà putrido. E tutto quello che è in lei marcirà, e tutto quello che si raccoglierà da quel ventre sarà velenoso. Ma gli uomini continueranno a mangiare le interiora del ventre e periranno. La morte avrà il colore del ventre. Ma gli uomini diranno che è il colore del tempo. La morte avrà l’odore del ventre. Ma gli uomini diranno che è l’odore della natura. Verso la fine tutto sarà un veleno perché sarà l’uomo che avrà decretato di uccidere l’uomo. Ma questa non sarà ancora la volontà di Dio. E sarà così che gli uomini saggi proveranno a cingere il ventre marcio con una corda affinché il veleno non si espanda. Ma il ventre marcio farà più morti della guerra. E poi tutto sarà marcio, e tutto sarà morte.
    Ho visto uomini senza pace sedersi su una terra piena di immondizie, che levavano il cuore ad altri, così come noi togliamo le scarpe. Poi ho visto uomini levare il cervello di altri uomini. e la Voce mi disse, guarda! E ho visto fiumi con vapori di veleno e di morte, e mari con vapori di veleno e di morte, e terre con vapori di veleno e di morte, e nuove malattie terribili, mai conosciute prima, faranno strage degli uomini che diranno che è colpa del destino e invece la colpa è degli uomini, che con le loro mani hanno avvelenato la casa che il Signore aveva loro affidato.

    I commenti non sono necessari, però confesso che la prima volta che ho letto queste profezie scritte ripeto, quasi 300 anni fa, sono rimasto a bocca aperta. Comunque, si può credere alle “profezie” e si può non credere, ma una cosa è certa: alcune, come queste della novizia tedesca, lasciano quanto meno perplessi
    Ultima modifica di cireno; 26-12-15 alle 14:25
    se fai le cose come gli altri poi diventi come gli altri - Charles Bukowsky

  4. #24
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    Predefinito Re: Da agnostico quale sono mi accingo a.....

    Ma a questo proposito, cioè il credere o meno alle profezie, alle divinazioni, agli oracoli e così via, oggi sembra svilupparsi una teoria che dice che il futuro, così come il passato che evidentemente è già stato vissuto e quindi scritto, è già scritto e quindi persone di particolari sensibilità possono anche leggerlo, e quindi anticiparlo con profezie e precognizioni. Non so ovviamente se questo può essere possibile, colpisce però da sempre la straordinaria somiglianza di certe profezie con fatti che accadono DOPO (le profezie di quella giovane novizia di Dresda sono spettacolari, in tal senso).
    Ma torniamo a noi, e ai nostri filosofi, per concludere questa parte del ragionamento.

    Hume, filosofo inglese nato nei primi anni del ‘700, ha avuto una grande importanza per la filosofia della religione. Ma non solo, egli ha una grande importanza anche per la ricerca che io sto conducendo.
    E’ stato lui a chiedersi: è possibile fondare la religione per via della ragione? E ancora: come è nata la religione negli uomini?
    Per quanto riguarda quest’ultima domanda Hume afferma che il bisogno di credere in un’essere divino non è una necessità dell’intelletto. La fede, dice Hume, viene provocata da sentimenti che nascono nel corso della vita: dal timore e dalla speranza, dall’attesa e dall’incertezza, ma specialmente dall’angoscia dinnanzi al mistero.
    La storia sembra mostrare che il politeismo sia stato la religione dei primi uomini, il primo “dio unico” è nato con il faraone Akhenaton, e fu molto osteggiato, poi venne Zarathustra, e gli ebrei prigionieri in quelle terre ne copiarono l’idea realizzando il loro Yahweh, il dio personale delle tribù ivrim. E ciò concorda con il naturale processo evolutivo della coscienza che gradatamente si eleva dagli infimi gradi verso i più alti. Nello stato di eccitazione a cui sia la paura, sia l’entusiasmo la conducono, essa innalza sempre più l’oggetto della sua immaginazione e se lo figura sempre più perfetto finché in ultimo perviene alla rappresentazione di un Dio unico, infinito, inconcepibile. Avviene qui, secondo Hume, un processo di idealizzazione simile a quello che sta a fondamento della formazione dei principi matematici del principio casuale. Il passaggio dal politeismo al monoteismo non può venire spiegato da motivi puramente intellettuali, ma il sentimento ha condotto gli uomini allo stesso risultato: non può esservi che un solo Dio.
    Nelle domande e nelle considerazioni di Filone, nel suo colloqui con Demea e con Cleante, si legge il pensiero di Hume sull’esistenza di Dio.

    · Chi potrebbe biasimarci, dice Filone, se noi in rapporto a così grandi e difficili questioni dichiarassimo di non sapere nulla? Esse oltrepassano di gran lunga il campo dell’esperienza, e i sistemi si oppongono a altri sistemi!
    · Perché cercare la causa dell’ordine e della finalità della natura fuori dal mondo?

    In questo nostro mondo potrebbero addirittura agire forze capaci di produrre l’ordine e l’armonia, magari dopo molti rivolgimenti e accomodamenti provvisori. E allo stesso modo che l’abilità dell’artefice si realizza dopo diversi tentativi di prove, così avrebbero potuto succedersi diversi ordinamenti del mondo sempre più perfetti, fino ad arrivare al sistema presente.

    La storia della filosofia chiude con questo ritratto di Hume: egli è stato il più importante precursore del positivismo moderno.
    Io ho molto rispetto per Hume ma devo fare delle obiezioni alle sue tesi.
    Alla storia del mondo imperfetto, con i suoi dolori e le sue necessità, guardando il quale si fatica a pensare ad un sistema perfetto e quindi a Dio, ho già risposto. Le azioni dell’uomo sono dell’uomo: Dio non fa il vigile urbano. Intervenisse nei nostri programmi e nelle nostre azioni noi saremmo delle figurine da mettere in un album, non degli esseri viventi.
    In quanto al perché cercare la causa dell’ordine della finalità del creato ‘fuori dal creato stesso’ è una domanda da un euro, anzi è una domanda retorica, perché è il perno su cui poggia tutto il castello delle domande che Hume si pone: poiché non sappiamo giustificare le cose che vediamo, non le spieghiamo e ci limitiamo ad accettarle. Non mi sembra una grande risposta, però è quanto afferma la filosofia positivista: io spiego quello che vedo, quello che non posso spiegare è perché non lo posso vedere.
    Concetto molto discutibile. Se posso spiegare solo quello che vedo, e Dio non si vede quindi non posso prenderlo in considerazione, anche il Big Bang non è, per le medesime ragioni, spiegabile. E allora che si fa, si nega anche quell’inizio?
    E allora vale in Hume la domanda di Filone: non sarebbe meglio dichiarare che l’argomento è così difficile che noi non riusciremo mai a comprendere, perché noi non possiamo sapere nulla di preciso?
    E se è questa conclusione ciò che dovrebbe rimarcare la filosofia di Hume, io sono d’accordo: se non sono in grado di capire, debbo astenermi dal dichiarare di aver capito, quindi non posso esprimere certezze, ne favorevoli ne contrarie, che tradotto in linguaggio pratico vuol dire: sono agnostico perché non mi è possibile essere altro.

    (continua)
    Ultima modifica di cireno; 26-12-15 alle 14:58
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  5. #25
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    Predefinito Re: Da agnostico quale sono mi accingo a.....

    La vita e la scienza



    Come è nata la vita? Ma specialmente, perché?

    Secondo la Bibbia è stato Dio a creare le varie specie animali e quindi l’uomo, dopo aver creato il mondo. L’uomo è stato creato, recita sempre la Bibbia, modellando un corpo con l’argilla, che divenne una cosa viva dopo che Dio gli ebbe soffiato il suo alito divino nelle narici. Sembrerebbe un bel racconto ad uso degli ingenui lettori o uditori del tempo, questo del fantoccio di argilla che è l’origine della vita dell’uomo, ma recentemente uno scienziato inglese della University of Glascow, il dr. Graham Cairns-Smith, ha dichiarato che le prime forme di vita potrebbero non essere nate da composti organici basato sul carbonio, come si ritiene comunemente, bensì dall’ argilla. Infatti egli ha potuto appurare in laboratorio che i cristalli di argilla sono in grado di mettere in atto una rudimentale forma di riproduzione, e potrebbero fornire una complessità sufficiente per realizzare l’immagazzinamento e la trasmissione genetica. In ogni caso la teoria sostiene che i primitivi organismi basati sull’argilla svilupparono gradualmente attività più complesse, comprese sperimentazioni con sostanze organiche. A tempo opportuno, le molecole organiche assunsero la funzione genetica, soppiantando le origini della vita legate all’argilla. E questo, bisogno riconoscerlo, è un’altro bel motivo di perplessità, e aggiunge confusione alla confusione, invece che fugare dubbi.

    Nel 1944 il dottor Schrodinger, nel suo libro ‘Che cos’è la vita?’, scriveva che sia l’origine che la natura della vita stessa apparivano completamente sconosciute e del tutto ‘inspiegabili’.
    A più di cinquanta anni di distanza dall’uscita di quel libro, che fra l’altro ebbe grande risonanza per la fama dell’autore ed influenzò la nascita della scienza della biologia molecolare, il mistero sulla natura e sull’origine della vita continua ad essere avvolto nella più fitta nebbia, malgrado gli straordinari progressi nella comprensione delle basi molecolari degli organismi viventi..
    Paul Davies, un noto professore di Fisica Teorica, in un suo libro scrive:-

    “I problemi connessi alla comprensione della vita sono esemplificati dai problemi legati alla sua semplice definizione. Si riconosce solitamente un organismo biologico come tale quando lo si incontra, e tuttavia è notoriamente difficile specificare cos’è che ci rende così certi che si tratti di qualcosa di vivo. Non esiste nessuna definizione che sia sufficiente a descriverlo. Qualunque proprietà particolare dei sistemi viventi si trova anche nei sistemi non viventi: i cristalli si possono riprodurre, le nubi possono crescere, e così via. Chiaramente la vita è caratterizzata da una costellazione di proprietà insolite.
    Gli organismi viventi rappresentano l’esempio supremo di materia attiva. essi costituiscono la forma più sviluppata che conosciamo di materia ed energia organizzate. Esse esemplificano tutte le caratteristiche-crescita, adattamento, complessità crescente, dispiegamento di forme, varietà, impredicibilità-che abbiamo studiato al riguardo del mondo. Queste proprietà sono così cospicuamente rappresentate negli organismi viventi che non c’è quindi da meravigliarsi se la semplice domanda ‘Che cosa è la vita?’ abbia causato grandi controversie, e abbia suggerito risposte che sfidano le basi stesse della scienza”.

    Forse la cosa più sconcertante che riguarda gli organismi biologici è la loro qualità teleologica.
    Un argomento teleologico vuol esprimere la convinzione che Dio esiste basandosi sulla dimostrazione che ogni cosa esistente è ordinata in funzione di un ‘fine’, per cui, esistendo un fine, uno scopo, deve anche esistere un’intelligenza che ordina le cose in ragione di quel fine, e questo è Dio.
    Sappiamo che Aristotele introdusse l’idea ‘che uno scopo finale guida l’attività di ogni organismo verso una meta pre-definita’. Benché la causalità finale sia un anatema per gli scienziati, il sapore teleologico posseduto dai sistemi biologici è innegabile. Questo fatto pone lo scienziato in una situazione imbarazzante, che Monod esprime così: ‘L’obiettività ci obbliga tuttavia a riconoscere il carattere teleonomico degli organismi viventi, ad ammettere cioè che nella loro struttura e nei loro atti essi decidono secondo uno scopo e lo perseguono.

    Le misteriose qualità degli organismi viventi sono così notevoli che hanno spesso condotto alla conclusione che i sistemi viventi rappresentano una classe a parte, una forma di materia ed energia che è tanto strana da sfidare le leggi che governano la materia e l’energia ordinarie.
    La credenza che la vita non possa essere spiegata dalle leggi fisiche ordinarie e che necessitava perciò di una sorta di ‘ingrediente extra’ è conosciuta dalla scienza come vitalismo. Il vitalismo sostiene che vi è una forza vitale, infusa nei sistemi biologici, che rende conto dei loro straordinari poteri.
    Questa teoria del vitalismo è una delle due teorie della biologia molecolare, l’altra essendo quella così definita meccanicistica, secondo la quale gli organismi viventi sono macchine complesse che obbediscono alle leggi della fisica. ‘Macchine complesse’ formate da molecole biochimiche, per cui gli scienziati meccanicistici cercano una spiegazione della vita attraverso la sua composizione molecolare.
    Si è arrivati, seguendo questo indirizzo, a grandi scoperte nel campo. Ad esempio si è capito che la vita è un legame fra due classi di molecole, acidi nucleici e proteine. Si è scoperto il DNA e il RNA, cioè gli schedari della riproduzione. Oggi si sa che le proteine svolgono il maggior lavoro a livello molecolare per consentire la vita, sappiamo che tutte le proteine sono composte da 20 aminoacidi, e questo vale per ogni organismo vivente, sia uomo o fiore o batterio che sia. Sono stati compiuti passi da gigante per conoscere la vita nei suoi più reconditi misteri. Ma è stato come smontare una macchina, per cercare di capirne il segreto del funzionamento ‘ignorando la benzina’, per cui si rimane perplessi dinnanzi al motore, ancor più dopo aver identificato pistoni, bielle, alberi ecc. ma non il mistero della sua ‘vita’, cioè del perché tutto questo ‘funzioni’.
    Per questo il genetista Giuseppe Montalenti ha scritto:-

    La complessità strutturale e funzionale degli organismi, e soprattutto il finalismo dei fenomeni biologici, hanno costituito la difficoltà insuperabile, la insolubile aporia che ha impedito l’accettazione di un’interpretazione meccanicistica della vita. Questa è la ragione principale del perché nella competizione fra le interpretazioni aristotelica e democritea abbia vinto la prima, dall’inizio sino ai nostri giorni.
    Tutti i tentativi di stabilire un’interpretazione meccanicistica sono stati frustrati dai fatti seguenti: a) la inadeguatezza delle leggi fisiche a spiegare il finalismo biologico; b) la crudezza degli schemi fisici nei riguardi di fenomeni meravigliosi e complessi quali quelli biologici; c)il fallimento del riduzionismo a comprendere che a ogni livello di integrazione che si verifica nei sistemi biologici si manifestano nuove qualità che hanno bisogno di nuovi principi esplicativi che sono sconosciuti enon necessari in fisica”.

    Sottolineo quest’ultima frase: che hanno bisogno di nuovi principi esplicativi, cioè a dire di nuove spiegazioni, che la fisica non prevede e nemmeno conosce perché non necessari alle leggi della stessa fisica..
    Il mistero della vita allora non è tanto nella natura delle forze agenti sulle singole molecole, cioè nel modo in cui la macchina è costruita, ma nel modo in cui l’intera struttura si comporta. Infatti anche possedendo esattamente una mappa di tutto il sistema nervoso di un’organismo, non si riesce a capire perché vi sia un certo comportamento di quell’organismo.
    Ci sono poi altri misteri sulla vita.
    Prendiamo l’origine della forma. Voglio dire, in che modo un insieme disorganizzato di molecole si riunisce e forma quel complesso coerente che è un organismo vivente? La creazione di forme biologiche si chiama morfonogenesi, ed è una materia ancora completamente misteriosa, malgrado gli sforzi della scienza.

    Vediamo un caso: come, da una cellula fecondata, viene stabilito che certe cellule devono andare a costituire ossa, altre il fegato, altre i nervi, il cervello ecc?

    Dice uno scienziato “E’ un processo che è in qualche modo supervisionato a un livello straordinario di dettaglio e accuratezza sia nello spazio che nel tempo”.

    Va bene, ma come?

    “Nello studiare lo sviluppo dell’embrione è difficile resistere all’impressione che da qualche parte esista un progetto, o schema costruttivo, contenente le istruzioni necessarie per realizzare la forma completa. In qualche maniera poco chiara la crescita dell’organismo è obbligata a obbedire a questo progetto. Vi è quindi un forte elemento teleologico in tutto ciò. Sembra che l’organismo in via di sviluppo venga guidato verso il suo stadio finale da un agente supervisore globale


    La morfonogenesi è inoltre ancor più straordinaria per altre incredibili curiosità. Se si mutila l’embrione, ad esempio, nulla muta nella nascita del nuovo organismo, che rimane inalterato nella sua costruzione.
    Sarà bene chiarire quanto detto: se si prende un embrione e lo si mutila in una sua parte, all’organismo che nascerà non mancherà ugualmente nulla, perché sarà integro come se nulla fosse accaduto, e questa è una cosa ancora incomprensibile.
    Si è detto che tutte le cellule contengono il medesimo DNA. Ma se è vero, come è infatti vero che ogni cellula contiene il progetto globale per l’intero organismo, com’è che cellule uguali eseguono parti differenti del progetto?- si chiede lo scienziato-vi è forse un metaprogetto che dice a ciascuna cellula quale parte del progetto complessivo essa deve eseguire? Se è così, dove si trova questo metaprogetto?
    Comunque gli studi di biologia molecolare, e quelli sulla morfonogenesi continuano. Ma, benché eccitanti, tutte le loro scoperte in realtà riguardano solo il meccanismo della vita, ma non riescono a svelare il mistero più profondo di come tale meccanismo sia costretto ad obbedire ad un progetto globale, insomma perché la vita esiste e cosa è.
    Il mistero fondamentale della biologia è in che modo una così grande varietà di vita, sia venuta alla luce. La Bibbia dice che è Dio ad aver creato uomini e animali tutti. La scoperta della dimensione temporale in biologia ha trasformato le basi concettuali di questo mistero. Oggi sappiamo, ad es., che i primo organismi viventi apparvero sulla Terra circa tre miliardi di anni or sono, ed erano estremamente semplici. Solo gradualmente si sono evoluti in organismi sempre più complessi. La pubblicazione del 1859 de L’Origine della Specie di Charles Darwin fu un avvenimento fondamentale nella storia della scienza, paragonabile ai Principia di Newton. Ma, a dispetto del suo successo, vi sono sempre stati scienziati che hanno avversato Darwin e ritengono non plausibili le basi della sua teoria. Questi scienziati non mettono in dubbio il fatto dell’evoluzione, visto che i reperti fossili non lasciano dubbi al proposito, ma contestano il meccanismo, cioè a dire ‘le mutazioni casuali’ e la selezione naturale. La selezione naturale, cioè là dove Darwin dice che ‘gli organismi più adatti a sopravvivere sopravviveranno meglio’, può anche essere accettata. Porre invece la pura probabilità, la casualità, al centro del grandioso edificio della biologia è per molti scienziati un boccone troppo grosso da inghiottire (anche lo stesso Darwin del resto espresse poi timori in proposito). Ecco alcune delle obiezioni che sono state sollevate contro la casualità darwinista.

    Þ Come può un organismo incredibilmente complesso e così armoniosamente organizzato in un’integrata unità funzionante, essere il prodotto di una serie di eventi puramente casuali?
    Þ Come possono eventi casuali aver mantenuto con successo un’adattamento biologico per milioni di anni a dispetto delle condizioni mutevoli?
    Þ Come può la sola probabilità essere responsabile della comparsa di strutture completamente nuove e di successo, quali il sistema nervoso, il cervello, l’occhio, e così via, in risposta a sfide ambientali?
    Þ Dove sono gli anelli di congiunzione fra gli organismi unicellulari e quelli pluricellulari?
    Þ E come mai nell’evoluzione alcuni nostri fratelli tipo le scimmie antropomorfe non hanno seguito lo stesso nostro sviluppo evolutivo?

    Al centro di queste domande vi sono la natura dei processi casuali e le leggi della probabilità. Non è necessario essere un matematico per capire che un piccolo errore di copiatura nel progetto di una bicicletta può significare quasi niente, mentre quello nel progetto di una nave spaziale può diventare un disastro, questo perché più un sistema è complesso più è fragile e complicato. Così come l’esperimento con un mazzo di carte, messe in ordine di semi, che mescolato, quasi certamente sarà meno ordinato che in partenza, allo stesso modo si dovrebbe supporre che le mutazioni casuali in biologia tenderebbero a degradare, piuttosto che a migliorare, la complessa adattabilità degli organismi. Per la verità succede proprio così, come è stato mostrato da esperimenti diretti: la maggior parte delle mutazioni sono dannose. E tuttavia si sostiene che il casuale mescolamento dei geni è responsabile della comparsa di occhi, orecchi, cervello e di tutti gli accessori degli esseri viventi. Come può essere possibile? Intuitivamente si percepisce che il rimescolamento può condurre solo al caos, non all’ordine.
    Naturalmente a fronte di uno scienziato come Paul Davies, fisico teorico, matematico, cosmologo e docente di fisica fondamentale, che con le parole che abbiamo appena letto, critica la teoria evoluzionista dove parla di casualità e di nascita della vita dalla materia inerte, ce ne sono altri che queste teorie difendono.
    Von Ditfurth, ad esempio, psichiatra e neurologo berlinese, è uno di questi.
    Vediamo cosa dice:
    “Sulla realtà dell’evoluzione biologica non è più possibile avere dubbi. E’ certo che le specie di organismi oggi esistenti sulla terra non si sono mantenute immutate fin dal principio, bensì sono il risultato transitorio di una lunga storia evolutiva che ancora oggi continua.
    Si è rivelato un pregiudizio pensare che la terra fosse staccata dall’immensità del cosmo perché abitata dall’uomo. L’universo non consiste in zone sottoposte a leggi differenti. Tutto ciò che esiste è ‘mondo’, fa parte di un’intera, di un’unica realtà chiusa in se stessa e in rapporto con ogni altra parte del tutto.
    Ci sono ad esempio dei confini che crediamo di vedere in natura. Per molti critici, specie nel campo delle scienza morali, la semplice idea di ‘oltrepassare il confine’ è un peccato mortale. Il confine che appare oggi decisivo, nello studio dei fondamenti biologici, è quello tra natura animata e inanimata. Chi mette in dubbio la sua realtà, cioè chi crede, come me, nella possibilità di un passaggio naturale, dalla materia inerte a quella animata, subito si scontra con questi scienziati ‘vitalisti’. I quali vitalisti negano la possibilità che la materia inerte abbia potuto originare la vita, in sostanza pensano all’intervento di una divinità.
    Ora la prova concreta dell’origine naturale della vita sulla terra, cioè del passaggio spontaneo, governato dalle leggi naturali che noi conosciamo, dalla materia inerte a quella vivente, finora si presenta pieno di lacune. Nel quadro che gli scienziati stanno pazientemente componendo, manca ancora una intera serie di importanti tessere del mosaico. Da qui i vitalisti succhiano il loro miele. Ma i contorni del quadro sono già riconoscibili.
    Consideriamo, per cominciare, con l’esperimento eseguito nel 1953 da Stanley Miller, allievo del Premio Nobel Harold Urey.
    Miller chiuse in una provetta delle molecole semplici inorganiche, che, come gli aveva detto il suo maestro, dovevano abbondare nell’atmosfera della terra primordiale: biossido di carbonio, metano, ammoniaca, idrogeno molecolare. Eglì lasciò che la sua miscela si agitasse per giorni e la trattò con scariche elettriche, per simulare le tempeste della terra ai primordi. Tutti sanno che cosa ne uscì. Un brodo culturale dove si erano formati spontaneamente alcuni fra i più importanti elementi biologici, sotto forma di aminoacidi. Il resoconto di questo esperimento fece sensazione”.

    E su questo esperimento di Miller si chiude lo scritto di Von Ditfurth.
    Un’altro scienziato, di scuola differente, così descrive lo stesso esperimento di Stanley Miller:

    “A questo punto dobbiamo spendere qualche parola sul famoso esperimento eseguito da Stanley Miller e Harold Urey alla University of Chicago nel 1953. L’esperimento fu un grezzo tentativo di simulare le condizioni che potrebbero aver regnato sulla terra tre o quattro miliardi di anni fa, al tempo della comparsa dei primi organismi viventi. In quel periodo sulla Terra non vi era ossigeno libero e l’atmosfera era, da un punto di vista chimico, di natura riducente. Neanche oggi si è sicuri della sua composizione precisa. Miller e Urey presero una miscela di gas idrogeno, metano e ammoniaca (tutte sostanze comuni nel sistema solare) insieme ad acqua in ebollizione, e fecero passare scariche elettriche per simulare i fulmini. Dopo una settimana nel recipiente si era accumulato un liquido rossastro che venne analizzato. In esso si trovò un certo numero di ben noti composti organici importanti per la vita, fra cui alcuni aminoacidi.
    Benché i prodotti fossero banali in rapporto all’infinita complessità di molecole quali il DNA i risultati dell’esperimento ebbero grande effetto psicologico. Divenne possibile immaginare il verificarsi di un enorme e naturale esperimento di Miller sulla superficie primitiva della Terra nel corso di milioni di anni. Si pensò che le molecole si sarebbero rapidamente moltiplicate, usando come materiale grezzo il brodo chimicamente ricco dove si trovavano. E’ stato possibile calcolare, con elaboratori elettronici, le probabilità che questo enorme esperimento potesse essere in grado di formare anche solo un piccolo virus, dopo un miliardo di anni di fulmini e sbattimenti. Il numero di possibili combinazioni chimiche è talmente enorme che tale probabilità è minore di 1 su 10 al 2.00.000. Cioè, per capirsi meglio, meno probabile che ottenere testa per sei milioni di volte di seguito lanciando una moneta. Se invece di un virus si prende in considerazione una ipotetica molecola più semplice capace di riprodursi le probabilità non cambiano e la conclusione resta la stessa: la spontanea generazione della vita a partire dal mescolamento molecolare casuale è un evento ridicolmente improbabile”.

    (continua)
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  6. #26
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    Predefinito Re: Da agnostico quale sono mi accingo a.....

    Ecco, abbiamo appena letto due diverse descrizioni del medesimo esperimento. Uno scienziato, il primo, fedelmente attaccato alla teoria dell’evoluzione darwinista, che accetta come possibile, anzi probabile, la nascita della vita dalla materia inerte e un’altro invece assolutamente critico nei confronti della casualità come origine.
    Ci sono scienziati evoluzionisti che, pur di spiegare quello che ancora non è assolutamente spiegabile, cioè la nascita della vita dalla materia inerte, sono arrivati a formulare l’ipotesi che composti organici scatenanti la vita sulla Terra possano essere giunti dalla testa di comete cadute sul nostro pianeta in età primordiale, composti organici che in effetti esistono nello spazio. Ad esempio, in una nube di gas lontana molti anni luce da noi, si sono trovate molecole di acido formico e di monoamminometano. Queste due sostanze mescolate tra loro danno la glicina, e la glicina in biologia è un aminoacido importante per la vita. Ad avanzare questa ipotesi un poco ’fantascientifica’ sono stati anche alcuni scienziati di valore, per così dire, un premio Nobel come Svante Arrhenius ad esempio ha detto che non sarebbe da escludere l’ipotesi, e poi Fred Hoyle, Francis Crick e altri ottimi studiosi. Potrebbe anche essere accaduto, nulla vieta di pensarlo e quindi di ipotizzarlo, ma questa teoria sposterebbe solo l’enigma un passo indietro: si dovrebbe spiegare in che modo la vita si è generata altrove, presumibilmente in condizioni differenti, prima di essere trasportata sulla Terra dalla testa delle comete, perché insomma, se risaliamo all’inizio dell’inizio le comete non potevano esserci, e quindi qualcosa o qualcuno ha dovuto creare, formare, sviluppare questi essenziali composti organici.
    Poi c’è il problema dei 20 aminoacidi che sono sempre presenti, in ogni organismo vivente, vegetale o animale che sia. E allora una parte di scienziati si chiede come ha fatto la materia inerte a trovare quei 20 aminoacidi, proprio quelli necessari a far nascere la vita, fra le centinaia di aminoacidi conosciuti e forse altrettanti non ancora conosciuti. La risposta degli evoluzionisti è che la vita è nata su quella serie di 20 aminoacidi’, ce ne fosse stata una serie diversa probabilmente sarebbe nata una vita differente.
    Potrebbe anche essere, niente vieta di supporlo, ma allora anche l’idea di Dio ha le stesse probabilità di essere, a questo punto, anche se sembra non paragonabile un ragionamento con l’altro, mentre invece lo è, perché quando si discute su ipotesi, tutte quelle avanzate hanno lo stesso diritto di interesse e di possibilità, ed anche di credibilità fino a quando viene dimostrato il contrario. La verità è che nella scienza vi è una disputa infinita che nasconde il fatto che nessuno può dimostrare di aver ragione con le varie ipotesi. Si viaggia su supposizioni supportate da esperimenti che vengono interpretati a proprio vantaggio, come abbiamo visto. Ad oggi non si può quindi affermare che la scienza sia riuscita a spiegare un evento importante come la nascita della vita, perché infatti non è ancora riuscita a dare una accettabile spiegazione.

    Tuttavia non possiamo trascurare il fatto che l’origine della vita si differenzia dagli altri eventi per un aspetto cruciale: noi esistiamo, noi siamo qui. Un qualche insieme di accadimenti deve aver condotto a questo fatto inconfutabile : noi siamo qui, senza sapere come siamo nati e tanto meno il perché siamo nati. La vita esiste, quindi, semplicemente perché noi ne siamo la prova. Però non possiamo provare cosa sia, la vita. Quando uno muore si dice che ha perso la vita. Perché l’ha persa? Per un infortunio alla materia che lo compone? Non basterebbe riparare l’infortunio? E una volta fatta la riparazione questa sfuggente, effimera, aleatoria, invisibile entità che è ‘la vita’ dove si dovrebbe riprenderla per rimetterla nel corpo che è stato aggiustato?
    A questo punto del ragionamento non solo il senso dell’esistenza ci sfugge di mano, ma anche il motivo della vita stessa, in senso fisico, voglio dire.

    Naturalmente, se mai otterremo le prove che la vita si è generata spontaneamente in qualche altro punto dell’universo, il fatto che noi esistiamo diventerà del tutto irrilevante, però rimarranno le domande di sempre: perché siamo nati, e che senso ha il nascere?
    Malgrado le sue scoperte anche Darwin rimane non sempre spiegabile, specialmente, come abbiamo visto, quando teorizza la ‘casualità’ nell’evoluzione della specie. Ci sono domande che, anche ad un materialista come Darwin, sarebbe risultato difficile dare una risposta. Per esempio: io penso che la vita genera la vita, e ne ho le prove, ma in che modo la non vita avrebbe creato la vita?
    Perché in pratica quello che afferma Darwin è proprio questo: siamo nati dalla materia inerte che per una strana, incredibile, rarissima combinazione biochimica non spiegabile, si è tramutata in vita biologica, che poi si sarebbe evoluta nel modo da lui spiegato. Chiaramente tutta la teoria potrebbe essere accettata, dico potrebbe anche se nessuno ha certezze, ma mi sembra evidente il difetto di partenza.
    Il paleontologo gesuita Teillard de Chardin ha proposto una tesi interessante che vuole che l’evoluzione non obbedisca nei minimi dettagli a un progetto preesistente, ma che tenda nel complesso a convergere verso uno stadio finale ancora da raggiungere, che Egli ha chiamato ‘punto Omega’, rappresentante la comunione con Dio.

    Ci sono anche scienziati che hanno ipotizzato che la nostra vita potrebbe essere semplicemente una fase di transizione verso altre forme di vita. Qualcuno di loro ha detto che il nostro rango attuale appare di natura assolutamente provvisoria. E’ certo che noi non esisteremo più, molto prima che l’Universo arrivi alla sua fine. Non sappiamo se moriremo magari per nostra stessa mano, se avremo discendenti genetici così lontano da noi come noi lo siamo dall’Homo Abilis, che non sapeva nemmeno parlare, oppure se rappresentiamo semplicemente un anello di congiunzione con una discendenza non biologica di tutt’altra specie. Forse non saremo nemmeno più cervelli organici. Dobbiamo calcolare la possibilità che anche la fase biologica dell’evoluzione rappresenti uno stadio passeggero della storia. Si possono addurre argomenti per sostenere che l’evoluzione biologica possa finire, non appena i suoi prodotti (noi!) avranno fornito alle strutture cibernetiche un sufficiente grado di complessità che le renderà capaci di continuare a svilupparsi da se, senza l’aiuto di tecnici organici viventi. Siccome la capacità intellettuale delle strutture cibernetiche non è sottoposta ai limiti della conoscenza realizzata organicamente, cioè per mezzo di cervelli organici, e certo non ai limiti della durata della vita organica, ridicolmente breve rispetto al compito gigantesco che la conoscenza deve affrontare nel cosmo, è lecito pensare che la linea principale dell’evoluzione, in futuro, possa abbandonare la via seguita fino ad ora e cominciare a realizzare le sue potenzialità non più con materiale organico, vivente, estremamente deperibile in certi particolari, quali noi siamo, bensì con modelli cibernetici, in qualunque forma materializzati. Il biofisico di Friburgo Werner Kreutz, di recente, si è espresso con argomenti a dir poco stimolanti, a favore della verosimiglianza di questa ipotesi.
    Per cui il futuro potrebbe riservare un’umanità nella quale le parti dell’organismo umano deteriorabili saranno sostituite con ricambi artificiali, così da evitare ‘guasti’ nel funzionamento della ‘vita’ fisica, che potrà in tal modo durare centinaia di anni, permettendo di sfruttare il cervello umano mettendone a frutto cognizioni acquisite ed esperienza : insomma potremmo anche essere organismi simil-umani portatori del più straordinario computer realizzabile, il cervello dell’uomo, così come potremo addirittura essere sostituiti da organsimi completamente cibernetici. Ma!

    La vita sarà quindi profondamente diversa da quella che siamo abituati oggi a vivere. Già se ne vedono le prime, timide ma rivoluzionarie, avvisaglie. Prendiamo, per fare un piccolo esempio, una novità del momento che sembrava iniziata per gioco, Internet. Ebbene, già questa rete di collegamento mondiale porterà domani una enorme evoluzione nella vita sociale perché con il suo uso si perderanno quasi tutti i motivi per muoversi nelle strade, basteranno cip e bit dei computer per trasmettere praticamente in tempo reale tutto ciò che ad oggi si spedisce e si porta materialmente. Chi andrà per strada ad alimentare il traffico lo farà perché vorrà farlo o per proprio piacere: una rivoluzione, come si vede, e questo è solo un piccolissimo esempio

    (continua)
    Ultima modifica di cireno; 27-12-15 alle 17:24
    se fai le cose come gli altri poi diventi come gli altri - Charles Bukowsky

  7. #27
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    Predefinito Re: Da agnostico quale sono mi accingo a.....

    Il senso della vita


    Se viviamo, un perché ci deve essere. Non possiamo pensare di essere qui, fluttuanti su questa microscopica barca che si chiama Terra, immersi in un universo inimmaginabile, così, per “un puro capriccio del caso”, come qualcuno vorrebbe; non possiamo pensare che tutto ciò che è intorno a noi possa essere nato senza una ragione: sarebbe la spiegazione più banale, la più negativamente banale. Dunque, un motivo ci deve essere.
    Oppure dovrebbe essere come ha detto l’astronoma Margaret Geller “Non c’è nessun scopo e nessun motivo. E’ solo un sistema fisico, perché dovrebbe avere uno scopo?”
    E’ solo un sistema fisico, senza scopo né fine….demoralizante.
    Nel Catechismo di Ginevra, redatto e pubblicato da Calvino nel 1542, alla domanda “Quelle est la principale fin de la vie humaine?” (qual è il fine principale della vita umana), viene risposto ”Per conoscere Dio”.
    Nel Catechismo cattolico di maggiore diffusione, alla medesima domanda si risponde: ”Siamo sulla terra per conoscere Dio, amarlo, servirlo e prepararci la strada per il paradiso”.
    Quindi noi saremmo sulla terra “per conoscere Dio”, e anche “per prepararci la strada del paradiso”.
    Conoscere Dio sarebbe già un grande motivo, anzi una grande consolazione ai nostri tormenti esistenziali, e anche prepararci la strada per il paradiso sarebbe importante, anche se credo che per la povera gente, quella che vive di solo lavoro, che dura fatica giorno dopo giorno solo per riuscire a vivere, spesso anche solo per sopravvivere, la stessa vita è una lunga, faticosa strada verso il paradiso, ma per quanto riguarda quel “conoscere Dio” calvinista, malgrado i miei auspici, c’è il piccolo particolare che nella nostra vita Dio non riusciamo mai a vederlo, quindi diventa piuttosto difficile riuscire “a conoscerlo”. Forse la risposta del Catechismo di Ginevra vuole significare che la conoscenza di Dio avverrà dopo la morte se nella vita avremmo meritato di conoscerlo, però lì si parla di conoscerlo quando “siamo sulla terra”, non nella terra.
    Io continuo a cercare una risposta al motivo di ‘questa vita’ che non può essere, con tutto il rispetto per Calvino, solo quello indicato nel suo Catechismo.

    E allora? Perché viviamo, se dovremmo vivere per conoscere Dio e poi, in pratica non possiamo conoscerlo, ma possiamo solo pensarlo, immaginarlo, crederlo, cercarlo?
    Domande che hanno bisogno di risposte che io non riesco a trovare. Io credo che l’uomo abbia una dovere da assolvere, nel corso della sua esistenza, un dovere che, una volta compiuto, diventa anche un omaggio al suo creatore: autorealizzarsi, formarsi nel lavoro, nell’amore per gli altri e per la terra che ci fa vivere, nel sano divertimento, nella sessualità pulita, nella cultura, nella preghiera. E’ questo che viene chiesto all’uomo, anzi che gli viene ordinato: la realizzazione di se stesso secondo le coordinate che Dio ha stabilito. Credo che il vero motivo del nostro vivere sia quindi la possibilità di autorealizzarci, cioè di creare “noi stessi”, di confezionare un abito alla vita che abbiamo, per cui è vero che siamo alla ricerca costante di conoscere Dio, che abbiamo imparato essere la domanda principale, l’idea ‘innata’, ma è anche vero che dobbiamo trovare, attraverso le nostre azioni e pensieri, un significato alla nostra unica esistenza.
    Voglio dire che per dare un senso alla nostra vita, dovremo essere capaci di dare alla nostra vita un senso.
    E di motivi che possono concorrere ad autorealizzare per un uomo ce ne sono molti, perché diversi sono i modi con cui si può dare un significato al nostro vivere. Si può essere un buon genitore e dedicare la propria vita ai figli, oppure si può sviluppare la propria artisticità, se si possiede, si possono aiutare i fratelli bisognosi, e sentirsi così riempiti di gioia per il bene che si compie, si può contribuire allo sviluppo dell’umanità, se si ha una mente in grado di farlo, e così via. Mille sono le cose che si possono fare, ma importante è che, qualunque strada si scelga, si riesca a sentire piena utilità in quello che si compie, e questa è la cosa più difficile.
    Vorrei spiegarmi meglio: colui che vive una vita inutile, perché vuota di interessi, (anche l’amore è un interesse) è un uomo che non riesce a trovare la via dell’autorealizzazione e quindi è un uomo infelice. Ci sono persone che cercano di raggiungere la felicità attraverso il possesso di cose terrene, la carriera, il denaro (ricordate il famoso slogan americano “Sex, Car and Career=Sesso, auto e carriera): questi non sono degli illusi, certo che no, sono semplicemente edonisti, danno ai lustrini maggior importanza che al brillante, e alla fine si ritroveranno vuoti come marionette troppo usate da una vita del tutto inutile, senza aver potuto acquistare, con il denaro tanto perseguito, le cose veramente importanti che danno un significato all’esistenza.

    Anche Aristotele, nella sua grande saggezza, scriveva “La felicità è il fine ultimo che deve guidare l’agire dell’uomo. La felicità però non risiede nei piaceri sensibili, che l’uomo ha in comune con gli animali, e non risiede nella ricchezza, che è solo un mezzo. Felicità, per l’uomo, significa esercizio dell’attività che più gli è propria, cioè quella intellettiva. L’esercizio dell’intelligenza, tuttavia, non esclude che si goda moderatamente dei piaceri sensibili e degli altri beni come la ricchezza, purché ciò non ostacoli la contemplazione del vero e non disturbi l’uso della ragione.
    L’uomo si avvicina a Dio solo quando usa la sua intelligenza, ha detto un frate che ilk sabato mattina partecipa a una trasmissione radiofonica, perché è solo nel pensiero, oltre che nell’anima, che l’uomo assomiglia a Dio che è pensiero che pensa solo se stesso, pensiero di pensiero, come ha detto quel frate.

    Dominare gli altri dunque, comandare, credersi privilegiati solo come conseguenza della ricchezza posseduta o della carriera svolta, è ben misera cosa. Non sarà mai vero dominio, ma solo una forzata condiscendenza dei sottoposti a una figura quasi sempre sopportata.
    Ricordiamo che Gesù, nella parabola del ricco epulone, disse del povero “ un uomo chiamato Lazzaro” mentre il ricco lo indicò solo come “un ricco”. Perché? Perché, anche per Gesù, il ricco è colui che ama soprattutto il possesso del suo denaro, delle sue cose, insomma di ciò che possiede: quasi sempre egli si identifica con queste cose, al punto di scordarsi di tutto il resto. Ebbene, è questa l’autoaffermazione che conta? Avere? Possedere? E’ per questo, semmai, che Gesù disse “E’ più facile che un cammello entri nella cruna di un ago, che non per un ricco attraversare le porte del paradiso”. L’uomo che ama solo ciò che può avere dalla terra, non potrà mai elevare il suo spirito fino agli spazi dove Dio vive, e quindi sarà sempre un uomo infelice perché, per quanto possegga, gli mancherà sempre quel qualcosa che viene solo dallo spirito.
    Diciamolo chiaramente: l’essere umano dovrebbe essere qualcosa di più che non un semplice accumulatore di denaro o di potere, al di là di una certa filosofia corrente che vorrebbe che “la ricchezza prodotta è ricchezza per tutti”, soprattutto perché non è vero, e i nostri tempi lo stanno dimostrando. Intanto, anzi soprattutto, l’uomo dovrebbe essere attento a non perdere l’anima, nel senso di non perdere l’umanità e l’amore verso gli altri, e gli “altri” non sono solo gli esseri umani, ma tutto quello che vive sulla terra, animali e vegetali che siano, e anche a non diventare dipendente dal desiderio del possesso, come purtroppo sembra succedere a troppi.
    Egli dovrebbe cercare di elevare il proprio spirito, sollevarlo dalla facile materialità della terra, e portarlo più in alto, così da poter godere di tutto quello che la vita può regalare. Insomma è necessario che l’uomo cerchi di essere un Uomo Umano, come Aristotele oltre duemila anni or sono giustamente aveva detto.

    E proprio su questa affermazione si è svolta una querelle fra i teologi: essere cristiano vuol forse dire essere di più che essere uomo? Uno dei miei teologi preferiti, a questa domanda risponde che “essere cristiani può costituire un ampliamento, un approfondimento dell’essere uomo, ma non significa essere più uomo.” E io aggiungo che non si deve essere cristiano al prezzo di non essere uomo. Mi scappa un sorriso sulla scelta di certe persone che hanno dedicato la loro vita “laica” alla verginità, o alla sola preghiera. Posso comprendere la preghiera, anzi la sollecito nel credente, ma la verginità cosa c’entra nel laico? Dio non ha fatto l’uomo perché rimanesse in contemplazione del suo mistero e basta, non ha fatto l’uomo perché mortificasse la sua natura di uomo, ma anche se questo dovesse essere, cioè sapersi fermare per contemplare il suo mistero, Dio ha creato l’uomo perché sappia ringraziarlo per la vita ricevuta dando un senso pieno al suo esistere, vale a dire saper diventare un uomo. Questo vuole Dio, o almeno, così mi sembra di poter credere, perché non vedo significati diversi da dare all’esistenza. Se poi Calvino, nella sua furia moralistica, ha detto che “Siamo nati per conoscere Dio”, e basta, io mi oppongo, e porto con me l’esempio di Gesù, che non ha mai chiesto all’uomo di vivere solo pregando e mortificandosi, perché è stato proprio questo triste modo di interpretare la religione cattolica, che ha portato, nei secoli scorsi, la chiesa a compiere azioni terribili in nome di un Dio che terribile non è.

    Ci sono tutta una serie di cose obbligate che l’uomo laico non può non fare, anzi non deve non fare.
    In ragione di questo, essere cristiano deve certamente significare aver fede, vivere secondo gli insegnamenti di Gesù, specialmente nei riguardi del resto dell’umanità, ma deve anche voler dire essere liberi di “esistere” nel senso più ampio del termine. Per cui smettiamo di pensare alla sessualità come ad una vergogna, come fonte di peccato, perché non lo è. Smettiamo di sentirci in colpa per una banale bugia (anche se la menzogna è, a mio giudizio, uno dei peccati più gravi dell’uomo) o per una risposta stizzita data alla propria madre: ben altri sono i peccati da evitare...


    (continua)
    se fai le cose come gli altri poi diventi come gli altri - Charles Bukowsky

  8. #28
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    Predefinito Re: Da agnostico quale sono mi accingo a.....

    Voglio qui riportare un passaggio, a proposito della sessualità intesa come vergogna, anzi come peccato, di un libro di religione stampato dagli Avventisti nel 1976, quindi abbastanza recente, che casualmente ho trovato su una bancarella. Un passaggio illuminante su come ‘certe gerarchie’ della chiesa hanno mal compreso il messaggio di Gesù e ne hanno sempre diffuso una visione punitiva e mortificante, che non mi sembra esistesse nelle intenzioni del Figlio dell’Uomo.


    Le radici del peccato - “Altri elementi possono provare che la radice del male è la fornicazione, l’adulterio. Dato che il peccato iniziò attraverso un rapporto sessuale, esso viene trasmesso di generazione in generazione. Le religioni che insegnano come liberarsi dal peccato, vedono l’adulterio come il peccato più grave ed incoraggiano la vita ascetica per non cadere in tentazione. Gli ebrei dovevano essere circoncisi per poter essere gli eletti di Dio, con questo atto gli ebrei rimuovevano il sangue contaminato dalla parte che aveva trasmesso il peccato. La fornicazione è stata causa di guerre e distruzioni nel mondo ed ha corrotto le menti degli uomini senza che essi ne fossero consapevoli. Gli altri peccati possono essere corretti e prevenuti attraverso gli insegnamenti etici, morali, religiosi e culturali, ed anche migliorando i sistemi economici e sociali. Però nessun insegnamento può prevenire questo peccato ed anzi questa civiltà lo vede aumentare di giorno in giorno. Il mondo ideale non potrà essere stabilito se prima non si sradica questo peccato, scoprendone la causa. Il messia, il Signore del Secondo Avvento, verrà per risolvere definitivamente questo dramma dell’umanità

    Un commento è di dovere. Intanto bisogna distinguere tra adulterio e fornicazione, mentre qui vengono equiparati, secondo me in assoluta malafede, perché non posso pensare che chi ha scritto queste righe non conoscesse il differente significato dei due termini. E ancora chiarire che la circoncisione è, come tutti sappiamo, un atto igienico imposto ai tempi in cui lavarsi era una consuetudine quasi sconosciuta. Che poi si pretenda che, con questo segno, si possa diventare ‘eletti’ presso Dio, come gli ebrei pensavano scordando che Mosè aveva richiesto questa operazione come un marchio per distinguere loro ivrim dagli altri, mi sembra arrogantemente assurdo. E ancora la fornicazione viene indicata come causa di guerre e distruzioni. Non la miseria, non la prepotenza, non la malvagità dell’uomo potente, ma l’atto sessuale, una cosa che Dio ha voluto come suggello dell’unione di una coppia. Certo che la ‘fornicazione’ pagata con denaro o strappata con la violenza è un’atto squallido e sporco. Ma pagare una donna per averne il corpo, o costringerla con la forza a fare ciò che l’uomo vuole senza il suo consenso, non sono atti che richiedono l’avvento del Signore per essere puniti: fanno schifo e basta. Ed è su chi vende il proprio corpo per denaro e su chi lo compera per piacere che la sporcizia ricade, senza interventi divini di nessun genere.

    Già che sono in questo argomento io vorrei vedere una chiesa cattolica finalmente all’altezza della natura. I preti, salvo loro specifica scelta, dovrebbero ad esempio avere una moglie. E’ stato scritto che chi predica il Vangelo debba vivere del Vangelo. D’accordo, ma dove è scritto che per predicare il Vangelo bisogna mortificare la innata sessualità e non avere un compagno per la vita? Perché quella punizione, che tale è, senza aver commesso peccato?
    Dio non si serve con l’astinenza o, peggio, con l’amore solitario o rapinato alla donna di altri, o peggio all’ingenuo ragazzino che frequenta l’oratorio, ma si serve negli atti della vita, con il rispetto verso tutti e ‘verso noi stessi’ soprattutto. Questa mortificazione della carne, voluta non si è mai capito bene in nome di quale penitenza o mortificazione, è contro natura, illogica e anche origine di molti drammi conseguenti.
    E poi l’amore fra un uomo e una donna è stato benedetto anche da Gesù il quale, fra l’altro, sembrerebbe essere stato addirittura sposato. O almeno così scrive Weddig Fricke nel suo libro ‘Il caso Gesù’ :-

    Anche con le donne Gesù non sembra sia stato ritroso. Un episodio abbastanza piccante esce dalla penna di Luca (7,37) quando racconta che egli si lascia prestare alcuni servizi da una donna - che Luca chiama peccatrice - nella casa del fariseo Simone, dimostrando di gradire la sua vicinanza che lo stesso tollerante Simone stima eccessiva (Luca 7,44).
    ‘Volgendosi verso la donna disse a Simone : “Vedi questa donna? Sono venuto in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per lavare i piedi ; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e con i capelli li ha asciugati”.
    La scena con il suo profumo erotico è ritratta in molti eccellenti dipinti. La bella peccatrice è in genere identificata - ma Luca non può esserne un punto di riferimento - con Maria Maddalena.
    Tratteggiando questo aspetto specifico di Gesù, Luca intende volutamente dare una lezione ai moralisti dall’animo gretto che sono sempre esistiti in ogni epoca. Eppure, come nulla fosse, la dottrina ecclesiastica nella sua avversione per il corpo non accetta di interpretare l’episodio - che so - come una sorridente concessione all’erotismo; anzi vuole scorgervi un esempio di contrizione senza tener conto che la donna a cui Gesù concede di ungerlo, in Marco e in Matteo non è una peccatrice e in Giovanni non è Maria di Magdala, ma la rispettabile Maria di Betania, sorella di quel Lazzaro che Gesù avrebbe risuscitato dai morti.
    In genere si deve osservare che subito dagli inizi la Chiesa fu largamente orientata verso l’ideale paolino della castità, piuttosto che a scendere sul terreno della tolleranza, che era quello di Gesù. E quanto Gesù fosse tollerante risulta per esempio da suo comportamento con l’adultera, condannata a morte e prossima ad essere lapidata (gv,8,7 e 11.
    Quello di voi che è senza peccato scagli per primo una pietra contro di lei...Neppure io ticondanno, và e d’ora in poi non peccare più.
    Ben-Chorin è convinto che Gesù fosse sposato. “Egli stesso visse un momento nuziale. I discepoli e la cerchia dei seguaci chiamavano Gesù rabbi. E’ difficile immaginare un rabbi non sposato... Proviamo a domandarci: se Gesù non fosse stato sposato, i suoi discepoli non gli avrebbero chiesto il motivo di questo difetto? Soprattutto i suoi oppositori non gli avrebbero rimproverato di aver disatteso al primo precetto ‘siate fecondi e moltiplicatevi’ del catalogo rabbinico dei doveri?.. Dobbiamo anzitutto liberarci dell’idea che un Gesù sposato avrebbe costituito nel suo mondo un motivo di imbarazzo. E’ vero proprio il contrario.

    Voglio affermare con questi esempi che io vedo un giusto comportamento cristiano soprattutto nel rapporto amorevole, comprensivo verso gli altri, i più deboli, i più indifesi e non nella mortificazione del corpo che Dio ci ha dato. Vedo un giusto comportamento cristiano nella mancanza di cattiveria e di aggressività nei rapporti con gli altri, che non vuol dire assenza di grinta nel lavoro o nello sport, sia ben chiaro. Lo vedo nel rispetto per tutto quello che vive intorno a noi, uomini, animali e vegetali; nella missione continua di cercare di migliorare la casa di tutti, sia nella pulizia che nella distribuzione delle sostanze; nell’aiuto che si può dare a quelli che possono aver bisogno di noi, specialmente a quelli che soffrono.
    Ecco, la sofferenza. Essere cristiano significa aiutare chi soffre ma anche accettare la nostra sofferenza. Certo, si fa presto a dirlo, però guardando alla figura di Gesù, il Grande Sofferente, si deve almeno tentare di prenderne l’esempio. Certo nella nostra condizione di esseri umani la sofferenza per malattia, o per la perdita di una persona cara, ci sembrano ingiuste e difficili da sopportare, ma bisogna almeno provare, perché è anche attraverso la sofferenza che si diventa uomini ( o almeno è questo che io dico sempre ai miei nipotini), e che si giunge ad apprezzare la gioia che danno quelle che sembrano piccole cose, e invece sono grandissime: il colore del cielo, un bosco, le ali delle farfalle, una catena di montagne al tramonto, il sorriso di un bambino, la voce della persona che amiamo, il sole che spunta, la distesa del mare....

    Nella mia vita, ormai lunga, ho trovato la felicità di vivere quasi sempre presso le persone semplici, o in coloro che pur non essendolo, sono riusciti ugualmente a vivere semplicemente. Perché? Perché la semplicità -“i poveri di spirito” come li ha definiti Gesù - ha la porta dei cieli aperta? Perché la semplicità è “sempre vera”, priva di artifizi e quindi di inganni: è come il candore del bambino.
    Perché la semplicità non ‘obbliga’ a essere differenti da quello che siamo, è il mezzo più autentico, l’unico, che ci permette di essere noi stessi, fuori da ogni rappresentazione, è la realizzazione del nostro vero io, non la versione mascherata che portiamo in giro nella società.

    In un bel libro che un caro amico mi ha recentemente regalato - Le sette leggi spirituali del successo, di Deepak Chopra - all’inizio si legge:

    “La prima legge spirituale del successo è La Legge della Potenzialità pura, la quale si basa sulla convinzione che l’uomo, nel suo stato essenziale, è coscienza pura, ovvero potenzialità pura, ovvero campo di possibilità illimitate. La coscienza pura è la sua essenza spirituale. Essere infiniti e liberi significa provare una gioia pura. La conoscenza pura, il silenzio infinito, l’equilibrio perfetto, la semplicità e la felicità assoluta rappresentano gli attributi della coscienza.....La scoperta dell’essenza della vostra natura e la vera conoscenza di voi stessi rappresentano di per sé la capacità di realizzare qualsiasi sogno, perché voi siete l’eterna possibilità, il potenziale incommensurabile del passato, del presente e del futuro. La Legge della Potenzialità Pura potrebbe essere definita come la Legge dell’Universo: alla base delle infinite forme di vita sussiste sempre l’unità di uno spirito onnipresente. Non c’è separazione tra l’uomo e tale energia, poiché il campo della Potenzialità pura è il vostro Sé: quanto più vivete la vostra vera natura tanto più vi avvicinate al campo della potenzialità pura. L’esperienza del Sé o dell’autoriferimento implica prendere come spunto di riferimento il proprio spirito e non gli oggetti delle nostre esperienze. Il contrario dell’auto-riferimento è il riferimento esterno, in base al quale subiamo sempre l’influenza degli oggetti posti al di fuori del Sé, tra cui le situazioni, le circostanze, le persone e le cose. Il riferimento esterno porta alla ricerca dell’approvazione altrui; in tal caso il nostro modo di pensare e il nostro comportamento si esprimono sempre in funzione di una risposta e, conseguentemente, si fondano sulla paura. Il riferimento esterno , inoltre, fa nascere in noi un forte bisogno di controllare le cose: il bisogno di approvazione degli altri in realtà sono dettati dalla paura. Questo non deriva dal Sé. Il Sé non ha bisogno di lottare per ottenere l’approvazione degli altri. Nel riferimento esterno, il punto centrale è l’ego, che non è la vostra vera identità, ma la maschera che mettete nella società, il ruolo che interpretate. Esso si consolida con l’approvazione altrui, vuole avere il controllo di ogni cosa, poiché vive sempre nella paura.

    Il vero Sé, cioè il vostro spirito, la vostra anima, è invece del tutto estraneo a quanto descritto. Esso infatti è immune nei confronti della critica, non teme nessuna sfida e non si sente inferiore a nessuno. Nel contempo è umile e non nutre sentimenti di superiorità nei confronti di nessuno, perché riconosce che anche gli altri sono l’espressione di Sé stessi. Questa è la differenza sostanziale fra riferimento esterno e auto-riferimento. Quest’ultimo consente di conoscere il proprio essere, il quale non teme sfide, rispetta tutti gli uomini e non si sente inferiore a nessuno. Il potere che deriva dal Sé è quindi il vero potere. Quello fondato sul riferimento esterno è invece falso: dato che si basa sull’ego, la sua durata è subordinata all’esistenza dell’oggetto di riferimento. Se siete presidente di una società o sindaco di un paese, oppure possedete una grossa somma di denaro, il potere che ne risulta dipende dal titolo, dalla carica o dal denaro. Il potere che vi viene non è vero ma durerà solo fino a quando esisteranno i fattori che lo hanno determinato. E’ quindi solo il potere che viene dal Sé, quello che conta”.


    Poi il pezzo continua dichiarando appunto che la ricerca della ‘semplicità’ è il punto primo della vera esistenza, quella che porta alla felicità della vita(continua)
    se fai le cose come gli altri poi diventi come gli altri - Charles Bukowsky

  9. #29
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    Predefinito Re: Da agnostico quale sono mi accingo a.....

    Ci devono essere delle ragioni in questa felicità dei semplici. Aristotele ha detto che solo coltivando l’intelletto si può godere di gioie altrimenti sconosciute. E questo è vero. Ma è anche vero che chi si pone poche domande ha anche pochi dubbi, e quindi minor angoscia di vivere: forse è questo il segreto? Immerso nei suoi libri, colui che nutre solo il suo cervello magari non ha nemmeno il tempo, o la voglia, di guardare le meraviglie che lo circondano. L’uomo semplice no, lui vede il creato, ama la natura, e spesso ha la felicità di esserne compartecipe.

    Io credo di essere un animo semplice. Alla mattina guardo ancora con vero stupore il cielo, il sole, gli uccellini che volano e le fronde degli alberi che disegnano arabeschi nell’azzurro e mi sento contento di vivere, anzi, penso con grande rammarico a quando non potrò più godere di queste meraviglie che ho intorno.

    Ma probabilmente la felicità si raggiunge anche con i consigli di Chopra nel libro che ho appena citato: sforzarsi di essere noi stessi, non mascherarci, ‘accettare serenamente quello che siamo’, insomma non complicarci la vita.

    Tornando alla sofferenza: dobbiamo convincerci che la materia, così come è fonte, qualche volta, di piacere, è necessariamente anche causa di dolori e sofferenze, perché l’involucro che contiene l’anima è mortale, e quindi soggetto alla malattia, al dolore, al degrado. Per questo credo che Dio abbia disposto tanta bellezza nel mondo ma ha permesso anche il male, perché le due cose sono complementari, visto che noi siamo, come tutto il resto che esiste, esseri o cose che avranno una fine. Poiché non può esistere una materia organica che invecchia e muore senza che esista il dolore del degrado e quindi la sofferenza, dobbiamo concludere che la sofferenza, come la gioia e il piacere, è parte della vita e come tale deve essere razionalmente accettata.

    Al proposito dice il teologo:


    Secondo Gesù Cristo l’uomo nel mondo di oggi può
    vivere, agire, soffrire e morire in modo umano:
    nella felicità e nella sventura, nella vita e nella morte
    sorretto da Dio e fecondo di aiuto per gli altri.

    Fecondo di aiuto per gli altri. Ecco uno dei significati più importanti che dobbiamo dare alla nostra vita. Essere di aiuto per chi ha bisogno di noi, ben sapendo che quelli che hanno bisogno di aiuto potremmo essere anche noi.
    Avete mai provato a compiere una buona azione, fare una giusta elemosina, aiutare un cieco a camminare, un vecchio ad alzarsi? Non vi sentite pieni di gratitudine verso voi stessi, quando l’avete fatto?
    C’è una parte di uno scritto di Simone Weil sulla sofferenza umana che voglio farvi conoscere.
    Devo dire che è una delle più belle cose che ho mai letto su un argomento così difficile. Simone Weil lo scrisse a soli 33 anni, poco prima di morire, e lo confidò insieme ad altri suoi scritti ad un giovane sacerdote francese, Jean-Marie Perrin, con il quale intratteneva da tempo un epistolario (pubblicato da Rusconi sotto il titolo “Attesa di Dio), che ventilava la sua tentazione di entrare nella chiesa cattolica, lei ebrea di nascita e di famiglia, per il grande amore che provava per la figura di Gesù. Ecco uno stralcio dello scritto ( che è del 1943, in piena guerra):-

    ..Il grande enigma della vita umana non è la sofferenza, è la sventura. Non c’è da stupirsi che degli innocenti siano uccisi, torturati, cacciati dal proprio paese, ridotti in miseria o in schiavitù, chiusi in campi di concentramento o in carcere, dal momento che esistono criminali capaci di compiere tali azioni. Non c’è nemmeno da stupirsi che la malattia infligga lunghe sofferenze che paralizzano la vita e ne fanno un’immagine della morte, dal momento che la natura soggiace a un cieco gioco di necessità meccaniche. Ma c’è invece da stupirsi che Dio abbia dato alla sventura il potere di afferrare l’anima degli innocenti e di appropriarsene da padrona assoluta. Nel migliore dei casi, chi è segnato dal marchio della sventura riuscirà a salvaguardare solo metà della propria anima.
    Chi è stato raggiunto da uno di quei colpi che lasciano l’essere umano a terra, a contorcersi come un verme mezzo schiacciato, non è in grado di trovare le parole per esprimere quanto gli succede. Lo persone che lo incontrano, pur avendo molto sofferto, se non hanno mai toccato con mano la vera sventura non possono capire ciò a cui si trovano di fronte. Essa è qualcosa di particolare che non si può rapportare a null’altro, come in nessun modo si può dare a un sordomuto l’idea dei suoni. E coloro che sono stati mutilati dalla sventura non sono in grado di soccorrere nessuno; sono quasi persino incapaci di provarne il desiderio. Quindi la compassione nei riguardi degli sventurati è cosa impossibile. Quando la cosa si verifica veramente, è un miracolo più sorprendente che camminare sulle acque, guarire gli infermi e persino risuscitare i morti.
    La sventura ha costretto Cristo a supplicare di essere risparmiato, a cercare conforto fra gli uomini, a credersi abbandonato dal Padre. Ha costretto un giusto a imprecare contro Dio, un giusto perfetto, quanto almeno può esserlo un essere umano, e forse di più, se Giobbe non è tanto un personaggio storico quanto un’immagine di Cristo. “Egli si fa gioco della sventura degli innocenti”. Non è una bestemmia, è un autentico grido strappato al dolore. Il libro di Giobbe è dall’inizio alla fine una pura meraviglia di verità e autenticità.
    Nella sventura Dio è assente, più assente di un morto, più assente della luce in un sotterraneo completamente buio. Una specie di orrore sommerge completamente l’anima. Durante questa assenza non c’è nulla da amare. la cosa terribile è che, se in queste tenebre in cui non c’è nulla da amare l’anima cessa di amare, l’assenza di Dio diventa definitiva. Bisogna che l’anima continui ad amare a vuoto, o almeno a voler amare, sia pure con una parte infinitesimale di se stessa. Allora viene il giorno in cui Dio le si mostra e le rivela la bellezza del mondo, come avvenne per Giobbe. Ma se l’anima cessa di amare, cade, già in questo mondo, in qualcosa che assomiglia all’inferno.
    Ecco perché coloro che fanno precipitare nella sventura esseri umani non preparati a sopportarla, uccidono delle anime. D’altra parte, in un’epoca come la nostra ( eravamo nel 1942), nella quale la sventura incombe su tutti, l’aiuto prestato alle anime è efficace solo se riesce veramente a prepararle alla sventura. Non è cosa da poco.
    la sventura indurisce l’anima e porta alla disperazione, perché imprime in essa profondamente, come un ferro rovente, quel disprezzo, quel disgusto e persino quella ripugnanza di se stessi, quel senso di colpa e di abiezione che dovrebbero essere la logica conseguenza del delitto, ma non lo sono mai.
    perché il male abita nell’anima del criminale senza essere percepito. E’ percepito invece dall’anima dell’innocente colpito dalla sventura. Tutto avviene come se lo stato d’animo che è essenzialmente proprio del criminale fosse stato separato dal delitto e annesso alla sventura e persino in proporzione all’innocenza degli sventurati.
    .........
    “Egli venne fatto maledizione per noi”. Non soltanto il corpo di Cristo inchiodato sulla croce fu maledetto, ma anche l’anima sua. Allo stesso modo, ogni innocente nella sventura si sente maledetto.
    .......
    Talvolta è facile liberare uno sventurato dalla sua sventura presente, ma è difficile liberarlo da quella passata. Solo Dio può farlo. E nemmeno la grazia di Dio può guarire, quaggiù, la natura irrimediabilmente ferita. Il corpo glorioso di Cristo mostrava le piaghe.
    Non si può considerare l’esistenza della sventura se non considerandola come una distanza.
    Dio ha creato per amore, e ai fini dell’amore. Dio non ha creato altro che l’amore stesso e i mezzi dell’amore. Ha creato tutte le forme dell’amore. Ha creato esseri capaci di amore a tutte le distanze possibili. Lui stesso - poiché nessun altro poteva farlo - è andato alla distanza massima, alla distanza infinita. Questa distanza infinita fra Dio e Dio, strazio supremo, dolore senza pari, miracolo d’amore, è la crocifissione. Nulla può essere più lontano da Dio di ciò che è stato reso maledizione.
    Questo strazio, al di sopra del quale l’amore supremo crea il legame dell’unione suprema, risuona in perpetuo attraverso l’universo, in fondo al silenzio, come due anime separate e fuse, come un’armonia pura e straziante. E’ la parola di Dio. L’intera Creazione non è che la sua vibrazione. Quando la musica umana, nella sua massima purezza, penetra nella nostra anima, è proprio questo che percepiamo attraverso di essa. Quando abbiamo imparato ad ascoltare il silenzio, è questo che, nel silenzio, cogliamo più distintamente.
    Coloro che perseguono nell’amore sentono questa nota anche al fondo dell’abbattimento in cui li ha gettati la sventura. Da quel momento non possono più avere dubbi. Gli uomini colpiti dalla sventura sono ai piedi della croce, quasi alla massima distanza da Dio. Non bisogna credere che il peccato sia una distanza maggiore da Dio. Il peccato non è una distanza. E’ un cattivo orientamento dello sguardo.
    Esiste, è vero, un legame misterioso tra questa distanza e una disobbedienza originale. Fin dalle origini, ci dicono, l’umanità ha distolto lo sguardo da Dio e ha camminato nella cattiva direzione, allontanandosene quando le era possibile. Sta di fatto che allora essa poteva camminare; noi invece siamo inchiodati sul posto, liberi solo dei nostri sguardi, sottomessi alla necessità. Un meccanismo cieco, che non tiene in alcun conto il grado di perfezionamento spirituale, spinge di continuo gli uomini ora da una parte ora dall’altra, e qualcuno viene scagliato ai piedi della croce. Dipende da loro soltanto il mantenere o no gli occhi rivolti a Dio durante questi bruschi spostamenti. Non che la Provvidenza di Dio sia assente: nella sua Provvidenza, Dio ha voluto la necessità come un meccanismo cieco. Se il meccanismo non fosse cieco non vi sarebbe sventura. La sventura non avrebbe questo potere senza la casualità che comporta. Coloro che sono perseguitati per la loro fede, e lo sanno, non sono sventurati, qualunque cosa abbiano da sopportare. Cadono nella sventura solo se la sofferenza e la paura occupano la loro anima al punto di far loro dimenticare il motivo della persecuzione. I martiri gettati alle belve, che entravano cantando nell’arena, non erano degli sventurati. Cristo era uno sventurato. Non è morto come un martire: è morto come un criminale comune, assieme ai ladroni, solo con un po’ più di ridicolo. perché la sventura è ridicola.
    .....
    Ma la sventura non è il dolore. La sventura è ben altro che un mezzo pedagogico di Dio. L’infinità dello spazio e del tempo ci separa da Dio. Come potremo cercarlo? Come potremo andare verso di lui? Anche se camminassimo per secoli e secoli, non si farebbe altro che girare intorno alla terra. Non possiamo fare neppure un passo verso il cielo. Dio attraversa lo spazio e viene allora da noi.
    Al di là dello spazio e del tempo infinito, l’amore infinitamente più infinito di Dio viene ad afferrarci. Viene quando è la sua ora. Noi abbiamo facoltà di acconsentire ad accoglierlo o di rifiutare. Se restiamo sordi, egli torna e ritorna ancora, come un mendicante; ma un giorno, come un mendicante, non torna più. se noi acconsentiamo Dio depone in noi un piccolo seme e se ne va. Da quel momento, a Dio non resta altro da fare, e a noi nemmeno, se non attendere. Dobbiamo soltanto non rimpiangere il consenso che abbiamo accordato. Non è facile come sembra, perché la crescita del seme, in noi, è dolorosa. Inoltre per il solo fatto che noi accettiamo questa crescita, non possiamo fare ameno di distruggere ciò che potrebbe intralciarla, di estirpare l’erba cattiva, le gramigne; purtroppo queste erbacce fanno parte della nostra stessa carne, per cui tali operazioni sono cruente. Ciò nonostante il seme cresce da solo e viene il giorno in cui l’anima appartiene a Dio, un giorno in cui non soltanto acconsente all’amore ma ama veramente, effettivamente. Bisogna allora che essa a sua volta, attraversi l’universo per giungere sino a Dio.
    ....
    L’amore divino ha attraversato l’infinità dello spazio e del tempo per venire fino a noi. Ma come può rifare il percorso inverso quando proviene da una creatura finita?... Sembra impossibile, ma un mezzo c’è.
    ..... Quando si batte un chiodo con il martello, il colpo si trasmette per intero dalla larga testa del chiodo alla punta, senza che niente vada perduto, sebbene essa non sia che una punta. Se il martello e la testa del chiodo fossero infinitamente grandi, non avverrebbe diversamente. La punta del chiodo trasmetterebbe quel colpo infinito al punto su cui essa è posata.
    L’estrema sventura, che è a un tempo sofferenza fisica, sconforto mortale e degradazione sociale, può essere paragonata al chiodo. La punta viene posata al centro stesso dell’anima. La testa del chiodo è la necessità che si stende sulla totalità dello spazio e del tempo.
    La sventura è un miracolo della tecnica divina. E’ un dispositivo semplice che permette a quella forza cieca, bruta e fredda di penetrare nell’anima di una creatura finita. La distanza infinita che separa Dio dalla creatura si raccoglie intera intorno a un punto per trafiggere l’anima al suo centro. L’uomo cui accade non ha parte alcuna in questa operazione. Egli si dibatte come una farfalla appuntata con uno spillo su un album. ma può voler insistere ad amare attraverso l’orrore. Ciò non è impossibile, ne incontra ostacoli; si può quasi dire che non è difficile. Infatti fin che il dolore più grande non è ancora arrivato a far perdere i sensi, non raggiunge quel punto dell’anima che permette un buon orientamento.
    Bisogna solo sapere che l’amore è un orientamento e non uno stato d’animo. Se lo si ignora si cade nella disperazione al primo contatto con la sventura.
    Chi riesce a mantenere la propria anima orientata verso Dio mentre un chiodo la trafigge, si trova inchiodato al centro dell’universo. E’ il vero centro, che sta nel mezzo, che è fuori dallo spazio e dal tempo, che è Dio. Secondo una dimensione che non appartiene allo spazio, che non è tempo, che è una particolare dimensione, questo chiodo ha fatto un foro attraverso la Creazione, attraverso lo spessore dello schermo che separa l’anima da Dio. Tramite questa miracolosa dimensione, l’anima, senza lasciare il luogo e l’istante in cui si trova il corpo al quale è avvinta, può attraversare la totalità del tempo e dello spazio e pervenire alla presenza di Dio. Essa si trova al punto di intersezione tra la Creazione e il creatore, là dove si intersecano i bracci della croce.


    All’inizio di questo capitolo, ho citato la risposta di Calvino alla domanda eterna: “Perché viviamo?” Alla quale domanda lui ha risposto “Per conoscere Dio”.
    E io ho commentato: ma se noi Dio non lo possiamo mai vedere, se mai lo incontriamo nella nostra vita, se mai ne udiamo la voce, come possiamo conoscerlo?
    E invece potrebbe essere, come ebbe a dirmi un giorno don Ettore, il fondatore dell’Opera Fratel lettore, che noi Dio lo incontriamo ogni giorno, sul tram, per strada, in un’ospedale, nel mio dormitorio per i più poveri, come lui mi disse. Solo che non lo ‘identifichiamo’, non riusciamo a capire che Dio è lì, davanti a noi e, spesso, non vogliamo vederlo.
    Ci sono però uomini che hanno incontrato Dio, nella loro vita, e lo hanno riconosciuto come tale. Certo Dio sembra essere intervenuto a Loreto, a Fatima, a Lourdes ecc. Ed è apparso in mille altri luoghi, e in mille diverse maniere inspiegabili, come è il mistero del sangue di San Gennaro a Napoli. Ma sono sempre stati interventi più che vere apparizioni ma a qualcuno è apparso nel pieno della sua presenza, e a costoro ha sempre totalmente mutato il corso della vita.
    Uno degli esempi più eclatanti della apparizione di Dio, viene dall’incontro che Andrè Frossard, scrittore e giornalista fra i più famosi in Francia, ebbe nel 1935 con la divinità.
    Vediamo la storia.

    Andrè Frossard, nipote di una signora ebrea, figlio di una donna protestante e di un uomo nemmeno battezzato (Ludovic Oscar Frossard, definito il Gramsci di Francia, fondatore del Partito Comunista Francese nel 1920), ateo lui stesso e marxista, Andrè Frossard all’età di venti anni (siamo nel 1935), entrando in una chiesa cattolica alla ricerca di un amico con il quale aveva appuntamento davanti alla chiesa, fu folgorato da un’esperienza indicibile: il velo che si squarcia, la visione “faccia a faccia” di Dio, dell’aldilà, della vita eterna.

    “Sono entrato in quella chiesa per caso, sereno, felice, senza angosce metafisiche, inquietudini, dispiaceri amorosi, problemi personali; non ero che un tranquillo giovane ateo, marxista, un ragazzo di vent’anni spensierato e allegro, anche un poco superficiale, che quella sera aveva in programma un incontro galante. Ne sono uscito dopo dieci minuti, tanto sorpreso da ritrovarmi improvvisamente cattolico e credente, quanto lo sarei stato nello scoprirmi giraffa o zebra all’uscita dallo zoo. Proprio perché sapevo che non sarei stato creduto, di quello che avevo visto in quei pochi minuti durati un secolo, ho taciuto per oltre trent’anni. Per tanti anni non ho mai confidato a nessuno il mio segreto. Ho lavorato sodo per farmi un nome come giornalista e scrittore, sperando di non essere preso per pazzo quando avessi assolto al mio debito: raccontare ciò che avevo visto e mi era accaduto in quella chiesa”.

    Infatti nel 1969, spronato da Francois Mauriac a cui aveva raccontato l’accaduto, Frossard fece uscire un libro che nel frattempo aveva scritto, che segnò un grande successo editoriale: Dieu existe, je l’ai rencontrè (Dio esiste, io l’ho incontrato). Il mondo intero rimase sorpreso dal suo contenuto, polemiche e discussioni seguirono per anni. Il fatto è che tutti avevano davanti le parole di un uomo di grande prestigio e levatura intellettuale, che non lo aveva scritto per spiegare sue teorie o ragionamenti, ma perché “aveva visto e toccato Dio, con i suoi occhi e le sue mani”. Anche papa Giovanni Paolo II lo volle conoscere, e quando lo incontrò parlarono per ore come vecchi amici.
    In un colloquio con uno scrittore cattolico italiano, Vittorio Messori, che allora andò a intervistarlo a Parigi, Andrè Frossard disse:

    Io non potevo evitare tutto questo trambusto. Cosa ci posso fare se Dio esiste, se il cristianesimo è vero, se l’aldilà c’è? Cosa ci posso fare se c’è una Verità, e questa Verità è una Persona che vuole essere conosciuta, che ci ama e che si chiama Gesù? Non ne parlo per ipotesi, per ragionamento. Ne parlo per esperienza: io ho visto. Non so perché si sia scelto proprio me, perché fossi testimone oculare di quel che si nasconde dietro l’apparenza del mondo. So solo che ho il dovere di testimoniare. Sono condannato a parlare, sono incalzato con dolcezza, ma con tenacia, dal bisogno di recitare la lezione che Dio mi ha impartito in quella chiesa nel 1935, durante quell’incontro sconvolgente. Quando si sa che Dio c’è, che Gesù è suo figlio, che siamo attesi dopo la morte, che su questa terra non c’è e non ci sarà mai altra speranza al di fuori del Vangelo, quando si sa questo, ebbene, bisogna dirlo”.

    Ma perché, fu chiesto a Frossard, quel Dio incontrato sarebbe quello cristiano e non altri?


    “Non avrei potuto incontrare Allah, perché quello non si incontra, egli è l’Inaccessibile per definizione. E così Jahvè, il Dio d’Israele. Non c’è che il Dio cristiano che renda possibile l’incontro, un Dio tanto umile da farsi mangiare. Il Dio dell’Antico Testamento appare avvolto e separato da noi dal velo del Sacro. E’ solo con Cristo che il sipario del tempio si squarcia. Con lui l’alleanza con Israele diventa una lega, come per i metalli, in cui Dio e l’umanità intera sono fusi in modo inestricabile.”

    Ma perché dunque il Dio cristiano ha scelto proprio lui, il giovane Frossard, figlio del Grande Capo ateo dei comunisti, anch’egli ateo e comunista, per apparirgli e farlo diventare cattolico di colpo?

    Non lo so: so che non ho scelto proprio nulla, io. Ne la fede né, meno che mai, la Chiesa cattolica. Posso solo dire di aver sentito con chiarezza che quella Chiesa sarebbe stata da lì innanzi il mio indirizzo di casa. Dopo quell’esperienza un prete mi spiegò il catechismo; scoprii così che Roma aveva già messo in formule, da secoli, quello che io avevo visto di colpo nella chiesa. Sapevo già tutto, prima ancora di studiare: mi ero messo a cercare dopo aver già trovato”.

    Andrè Frossard, ho già detto, era (è morto nel 1995) uno dei giornalisti più apprezzati di Francia, scriveva su Le Figaro. Una persona estremamente colta, polemista nato, con un carattere impetuoso, molto vivace.
    Una sua frase “Non posso dare al mondo tutta la serietà che il mondo pretenderebbe da noi. La stessa storia degli uomini non è così importante. Quando si incontra Dio, la prima scoperta è l’insignificanza di tutte le cose che anche oggi i cristiani, esclusi i santi, ovviamente, prendono così ridicolmente sul serio”.uando si incontra Dio
    Un’altra sua frase, data in risposta a qualcuno che gli aveva chiesto: “Come può sopravvivere l’uomo su cui Dio ha posato lo sguardo?.
    “Basta non prendersi sul serio. Basta rendersi conto che non si è che pedine poco importanti in un gioco misterioso di cui ignoriamo le regole”.

    Ci fermiamo qui su questa incredibile esperienza di un’uomo, ateo, marxista, giovane, felice e spensierato che in dieci minuti ha cambiato totalmente la sua vita, fino a diventare oggi uno dei personaggi cattolici più influenti di Francia, dal quale preti e suore in crisi spirituale andavano a parlare, per avere conforto nei momenti più difficili di un’esistenza cattolica; che parla del papa Giovanni Paolo II come di un amico di casa; che è stato anche abbastanza osteggiato, per la sua causticità di giornalista, dagli ambienti cattolici più conservatori di Francia, ambienti e uomini di una chiesa che Frossard non ha mancato mai di criticare.

    Un uomo, come dice Vittorio Messori dopo averlo conosciuto, che sembra “Un ateo sconfitto, piegato a credere ciò che, senza quella stangata, mai avrebbe creduto”.


    Certo sono pochi coloro che hanno, nella vita terrena, la grande opportunità di vedere e di conoscere Dio riconoscendolo, come vorrebbe il Catechismo di Calvino. Però, come abbiamo visto con un esempio, Dio si può trovare in ogni momento della nostra esistenza, oppure può trovare noi, come è stato per Frossard. I modi e i tempi non siamo certamente noi a sceglierli, ma questa conoscenza può nascere in ogni momento della nostra vita, e può accadere anche dietro l’angolo della nostra casa, e quindi potrebbe accadere anche a me, perché no?Ma torniamo alla domanda dell’inizio: Perché viviamo? qual è il senso della nostra esistenza?

    Come ha detto in un suo libro Teillard de Chardin, ogni risposta a questa domanda sarebbe insufficiente. Per cui anche le risposte della fede, quelle riportate dai catechismi, possono essere poco convincenti, in quanto ovvie e stereotipizzate. Bisogna trovare qualcosa di più penetrante, che soprattutto, come ho già detto prima, tenga conto che la felicità dell’uomo è anche terrena, perché Dio ci ha fatto per vivere anche su questa terra.
    Quindi certi parametri, che vengono ancora utilizzati dalla chiesa cattolica per dire quello che si deve e quello che non si deve fare, andrebbero rivisti. La nostra vita, voluta da Dio, ripeto, su questa terra, non deve essere intesa come un’esistenza di punizione e di mortificazione, come vorrebbero certi fondamentalisti cristiani, in quanto non c’è niente da mortificare né da punire, ma dev’essere dedicata alle cose che la terra e la vita donano, nei limiti del rispetto che gli altri uomini, gli animali e la natura stessa, ci impongono.

    Perché esistono, secondo me, due verità alle quali io ‘credo di credere’:
    · una verità superiore: dell’esistenza di Dio, della Sua venuta sulla terra nella carne di Gesù, ma anche la Creazione, che sono verità metafisiche.
    · una verità inferiore: la verità della terra come mondo dove esistiamo, della procreazione, dell’amore fra le persone, della natura, degli animali, insomma la visibile e concreta verità della vita terrena.
    Non ci sono motivi per cui, in onore della prima Verità si debba mortificare e annullare la seconda: per questo mi infastidiscono, voglio ripeterlo, i cattolici vergini a quarant’anni o quelli che passano la vita rinchiusi nelle chiese a recitare rosari, molto più servirebbero Dio se queste loro energie le dedicassero ad aiutare poveri e ammalati, ed ecco perché apprezzo il lavoro di papa Francesco. E se poi uno rifiuta la sessualità che Dio ci ha dato, se rifiuta l’idea tutta necessariamente terrena della procreazione, dell’amore fra uomo e donna, il concetto basilare di famiglia, a noi non resta che rispettarlo ugualmente, pur non condividendo.

    Penso che quando Carlo Marx ha dato mano alla sua opera debba essersi ispirato alla sola seconda verità, quella inferiore, cioè la terra come mondo dove esistiamo, e alle conseguenze di questa verità. Del resto in quel tempo la scienza sembrava dar ragione al materialismo e al positivismo, per cui la spiritualità era un poco discesa nella scala dei valori terreni.
    E poi Marx ha dichiarato più volte che egli voleva che anche la ‘vita dell’al di qua’ avesse la possibilità di rendere l’uomo felice di viverla, mentre sappiamo dalla storia che a quei tempi l’uomo, per la società neo-industriale, contava poco più di niente.
    In un suo scritto sulla filosofia di Feuerbach, che “ha fondato l’idea di socialismo nel descrivere la necessaria unità degli uomini con i propri simili, per combattere le differenze reali che gli uomini si sono dati, o hanno dovuto subire da persone aiutate e benedette da preti spesso bugiardi, che hanno cercato di convincere i poveri e i miserabili ad accettare la loro povertà terrena in cambio di una ricchezza ‘a venire’ nel cielo”, Marx dimostrava:

    -primo, di non credere alla verità delle gerarchie ecclesiastiche che, a suo giudizio, ingannavano i popoli promettendo un Dio nei cieli nel quale sovente, viste le loro azioni terrene, essi nemmeno mostravano di credere;
    -secondo, che da buon materialista voleva portare, prima di tutto, il cielo in terra, diffondendo quella filosofia socialista che avrebbe dovuto rivoltare la concezione capitalistica della società, per far avere ai poveri e ai miserabili anche da mangiare e non solo fatica, lacrime e pane duro.
    Marx voleva “l’emancipazione dell’uomo dalle proprie catene, materiali e intellettuali”, non gli bastava che l’illuminismo avesse generato quel motto “Libertè, egalitè, fraternitè” che per lui era ‘Solo bello da leggere sui frontoni dei palazzi di giustizia’ come ebbe a scrivere, ma che ha lasciato tutto praticamente come era prima della Rivoluzione.

    “Occorre - scriveva Marx - liberarsi dai vincoli morali e religiosi che sono la prima causa dell’addormentamento delle coscienze umane. Mentre i poveri pregano nelle chiese per avere di che nutrirsi, la classe dei padroni pensa ad arricchirsi, sfruttando la loro ingenuità e il loro stato perenne di necessità. Il tutto con la interessata benedizione dei preti e delle alte autorità ecclesiastiche. Per questo affermo che la religione, così intesa, risulta essere come oppio per i popoli, che vengono con essa addormentati nella loro dignità di uomini, narcotizzati dalla paura del presente e dalla speranza dell’al di là”.

    Marx non attacca la religione in quanto portatrice dell’idea di Dio come ente supremo, come molti interessati interpreti di destra e anche di sinistra hanno voluto far credere, ma il modo terreno che gli uomini della chiesa usano per risolvere i problemi della società umana, quella viva e vivente su una terra carica di ingiustizie sociali. Egli vuole un diverso rapporto dell’uomo con l’uomo, ma non con Dio, che lascia alle singole coscienze, attraverso una società riformata. Marx vuole “rivoltare” il concetto capitalistico che la ricchezza deve essere di pochi, e la miseria e la fame di molti, per arrivare a una società senza classi, senza proprietà privata, senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo, senza oppressione di popoli su altri popoli: la religione diventerebbe così, nella sua visione della società umana, una cosa superflua, ma che comunque dovrebbe essere lasciata agli uomini come problema individuale. Per Marx contava solo l’eliminazione della proprietà privata, che giudicava originata da furti alla società e mantenuta da una sottrazione costante di ricchezza dalla fatica del salariato, quindi tutto il suo essere anelava al radicale sovvertimento dei rapporti sociali. La religione era vista come nemica in quanto “dalla parte dei ricchi e dei potenti nella vita terrena” e “dalla parte dei poveri nell’altra vita”, e questo a Marx, naturalmente non piaceva.
    Una frase che egli scrisse nel Manifesto del partito comunista: “Alla vecchia società borghese, con le sue classi e i suoi antagonismi fra le classi, subentrerà un’associazione di uomini liberi in cui il libero sviluppo di ciascuno è condizione del libero sviluppo di tutti”, dimostra come la sua idea costante non fosse ‘contro la religione’ ma il sogno di una società priva di sfruttamento e della povertà. Per quanto lo riguardava Marx, come tutti filosofi materialisti, era assolutamente ateo, ma questo non significa niente.
    Con Marx c’è quindi il rifiuto delle risposta dei catechismi: “Siamo sulla terra per conoscere Dio, e per andare in paradiso”, risposta che egli critica in nome di un pensiero che vorrebbe che anche sulla terra si dovrebbe cercare di vivere nella miglior maniera possibile, magari nel rispetto di Dio e degli altri uomini, come penso anch’io.
    Io sono marxista, l’ho già detto, in quanto condivido la speranza di Carlo Marx per una società dove l’uomo non si arricchisca sfruttando suo fratello, ma dove tutti possano avere pari dignità e pari diritti. Questo vuol dire che io non devo, o non posso, anche credere in Dio?

    (continua)
    Ultima modifica di cireno; 26-12-15 alle 14:58
    se fai le cose come gli altri poi diventi come gli altri - Charles Bukowsky

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    Predefinito Re: Da agnostico quale sono mi accingo a.....

    Le prime comunità cristiane è certo che avevano adottato una specie di comunismo ante-litteram. Racconta Guerriero:

    ‘In seguito al martirio di Gesù, i discepoli, terrorizzati, erano fuggiti da Gerusalemme. La Resurrezione, le varie apparizioni di Gesù : l’autore degli Atti fa il quadro della seconda vita di Gesù durante quaranta giorni, ma non dice cosa abbiano fatto i discepoli nel periodo fra la dispersione e il ritorno a Gerusalemme. E’ probabile che si siano rimessi a esercitare i loro mestieri. Dovevano pur vivere ed era povera gente.
    Può darsi che alcuni di essi si siano raccolti intorno a Pietro, e che Pietro abbia fatto loro coraggio. Un bel giorno ecco che si mettono in cammino e tornano a Gerusalemme. Perché vi tornano? Quanti erano? Come si installarono? Dove trovarono alloggio. Non ne sappiamo niente. Probabilmente avevano venduto le poche cose che possedevano e con il ricavato avranno fatto fronte alle prime spese. Ma è una congettura.
    ....................
    Vediamo ora in che consistette il comunismo di questa primitiva società cristiana o precristiana. Rispondono gli Atti :- Tutti i credenti della società avevano tutto in comune. Essi vendevano le loro proprietà e i loro beni e li distribuivano a tutti secondo i bisogni di ciascuno. Tutti coloro che avevano terre e case, le vendevano, portavano il ricavato e lo deponevano ai piedi degli Apostoli. E si distribuiva quello di cui vi era bisogno.

    Io, anche per questo esempio, sono convinto che marxisti e cristiani è una condizione che può tranquillamente convivere, perché sono anche certo che del connubio marxista=ateo s’è fatta una grande speculazione a fini politici, quindi terreni, che con la ricerca di Dio non hanno nessun aggancio. Si è invece riusciti, anzi la Chiesa è riuscita, a far diventare atee molte persone, che magari non si sarebbero mai sognate di diventarlo, perché si è loro rifiutato l’ingresso nelle chiese in maniera insensata e incosciente, solo perché comunisti.
    E poi, se anche Marx fosse stato ateo o addirittura contro Dio, io cosa c’entro? Io accetto le teorie economiche marxiste ma non penso di dovermi ricalcare con la carta copiativa sull’uomo Marx. Se lui non credeva in Dio, sono affari suoi e della sua anima.
    La presunzione di certi ambienti cattolici di rappresentare le idee di Dio e la sua volontà è incredibile. Come si può pretendere di non vedere e di non sentire, in nome di una fede nel Dio di tutti, il grande peccato dell’oppressione del ricco sul povero, del potente sul debole, e la mancanza di libertà economica, e spesso anche di quella fisica, degli uomini? Perché ci devono essere schiavi e oppressi ancora oggi, e perché ieri la Chiesa, nei 2000 anni della sua missione, non ha fatto praticamente niente per tutti gli schiavi e gli sfruttati del passato? Perché duecento milioni di uomini muoiono di fame, o per le conseguenze della sotto-nutrizione, ogni anno sulla terra, e due miliardi vivono al limite della miseria assoluta? E perché milioni di miliardi vengono invece spesi dai ricchi, dai potenti, in armi, ricerche sulle armi e su strumenti che producono morte? Perché ottocento milioni di uomini, la cosiddetta parte civile e industrializzata dell’umanità, consumano dieci volte più delle loro necessità e cinque miliardi di altri uomini soffrono quotidianamente la fame? Come si può pretendere di rappresentare Dio e scomunicare coloro che si battono per una società che potrebbe anche essere più giusta, al di là delle aberrazioni del socialismo reale? Cosa c’entra Dio in queste degli uomini? Dio ci ha lasciato liberi di agire in assoluta indipendenza, giudicherà poi come avremo agito!
    E’ questa società che sbaglia, che cammina nell’errore, che è imbevuta di egoismo e di malvagità. E allora perché si dovrebbero sostenere posizioni ormai anacronistiche, come è quella del parallelismo fra marxismo e ateismo, quasi fosse una congiunzione obbligatoria, quando abbiamo davanti produttori di armi, sfruttatori di miseria, colonizzatori per interesse, mercanti di morte che magari alla domenica vanno in chiesa a pregare, o a fingere di pregare?
    Questo è l’errore della Chiesa, un errore che ha duemila anni di storia ripetuta.
    Dicono: guardiamo cosa è successo in Russia, è questa la società sognata da Marx? E’ questa la società descritta nel Manifesto del partito comunista, quella del libero sviluppo per tutti?
    Certo che non è quella che abbiamo visto in Urss! E nemmeno quella che abbiamo visto in Vietnam, o in Cambogia! Anzi, laddove è stato applicato il cosiddetto socialismo reale, la libertà si è sempre più allontanata e il socialismo di Marx è stato continuamente tradito. Ma il tradimento è venuto dagli uomini, il principio era giusto: niente più sfruttati e niente sfruttatori. Forse che mettiamo in discussione la predicazione di Gesù perché la Chiesa ha fatto le crociate, l’inquisizione, ha distrutto la civiltà dei Maya e degli Incas, ha benedetto i cannoni fascisti, ha avuto al Sommo Soglio papi sacrileghi e crudeli ? L’uomo è un animale pensante che ha nell’errore il mezzo per imparare a vivere, non si può prescindere da questa verità, e non si può accusare la dottrina se l’uomo la applica per suo interesse e potere !
    Con la morte del socialismo di Marx, decretata da funzionari tetri e sanguinari come furono Stalin, Pol Pot, Ceausescu ecc., il mondo ha perso una speranza che avrebbe anche potuto essere non utopistica. Ora che è rimasto solo il capitalismo, la tecnocrazia, la fede nella scienza, la ricerca della carriera e l’edonismo, il liberismo, l’uomo, già impoverito dalla crisi della fede, è ancora più povero perché non ha più speranze da coltivare. E quindi la realtà di oggi è nelle cose che si vedono: questo mondo, così com’è, è una vergogna alla dignità delle creature di Dio, è un insulto all’amore nel quale Egli vive. Se i cosiddetti “funzionari tetri” del socialismo reale hanno spezzato una speranza, questa deve presto rinascere attraverso la stessa idea rivisitata, magari resa impermeabile alla stupidità e alla cattiveria umana. Come ha scritto Marcuse, deve nascere “un nuovo tipo di uomo, con una diversa sensibilità e una diversa coscienza: un uomo che deve aver sviluppato in se stesso una barriera istintiva contro la crudeltà, la brutalità, la bruttezza, un uomo dalla sensibilità diversa”.
    Ecco una nuova voce di speranza. Marcuse riconosce l’errore sociale del mondo, condanna il capitalismo, l’alienazione umana sottoposta al credo consumistico, ma bolla anche il marxismo sclerotizzato, totalitario e grigio, dimostrato là dove piccoli funzionari di partito, dopo le rivoluzioni rosse, sono diventati funzionari di stato.
    I giovani del ‘68 hanno creduto in questa ri-visitazione del marxismo da parte di Marcuse, e hanno cercato di trovare un senso alla loro esistenza in una serie di idee alternative: i verdi ecologisti, gli arancioni orientalisti, le comunità rurali, le cooperative artigianali ecc. Altri si sono dedicati alla filosofia indiana, altri hanno costituito associazioni di volontariato, altri vanno nelle piazze a urlare in nome della pace nel mondo, alla ricerca di qualcosa che non fosse solo, dopo la caduta del sogno marxista, l’accettazione di tecnologia, carriera, sport, televisione, discoteca e sesso.
    Bisogna dire che la chiesa, anche lei abbastanza sclerotizzata in certi suoi ambienti, ha fatto ben poco per cercare di riportare questa gioventù sulla via della fede nell’Assoluto. Questa assenza della chiesa nella visione giovanile, e anche la scomparsa della speranza in un futuro senza classi, che aveva tenuto vivi i padri di questi giovani sotto l’Internazionale e le bandiere rosse, ha determinato una spinta verso l’assolutizzazione della vita vissuta sulla terra. Ho già parlato dell’edonismo della società attuale, e ho già detto come da questo voler vivere il momento senza nessun pensiero per domani, si origina l’infelicità dell’uomo. Burattini usati e vuoti di energie, ho detto, e lo ripeto, marionette saltellanti in una società priva di valori e vuota
    di contenuti.
    E allora, stando le cose come stanno, che senso ha, oggi, la nostra vita?
    Se Dio non possiamo conoscerlo da vivi, se la chiesa sembra confusa in questo mare di edonismo, se il sogno di una società degli uomini liberi dall’oppressione è caduta a Berlino insieme allo storico muro, che senso ha oggi la nostra vita? Dobbiamo forse rassegnarci e rinchiuderci nelle chiese a pregare Dio per il nostro domani, quando saremo luce anziché materia?
    No. Dobbiamo darci da fare. Intanto perché, lo ripeto con forza, io non credo che siamo su questa terra solo per andare in cielo domani. Su questa terra dobbiamo viverci, senza dimenticare che questa vita deve anche servire per avvicinarci a quella di domani, quando appunto saremo luce, per cui dobbiamo sforzarci di non rendere inutile e vuoto questo ‘passaggio terreno’.
    Darci da fare, ma in che modo?
    Ognuno di noi ha delle potenzialità che deve esprimere. Io, fin che vivrò, parlerò e agirò per cercare di avere, almeno per i miei figli e i figli loro, una società più giusta a livello umano. Un altro potrebbe dedicarsi a rendere meno inquinata la terra dove tutti viviamo. Altri si dedicheranno a migliorare la giustizia nel mondo, esiste o non esiste Amnesty International? E nella nostra nazione, monumenti e opere d’arte che vanno in malora, sono o non sono ricchezza di tutti noi? Esiste o non esiste Italia Nostra? Diamoci da fare, perché questo mondo ottuso e liberista è pieno di cose da fare ‘per gli uomini di buona volontà’. Non dobbiamo subire l’invadenza e la prepotenza di chi comanda. Dio ha dato il mondo a tutti in ugual misura, perché accettare passivamente che qualcuno ne abbia più degli altri e ne faccia ciò che vuole?
    Ma questa scelta di vita significa anche amare anche la vita materiale, perché l’idea che casualmente nati e casualmente morti sia il solo significato di un’esistenza, mi spaventa. Poiché non è possibile che così sia, come abbiamo già avuto modo di vedere, dobbiamo concludere dicendo che il senso principale della nostra vita è proprio quello di vivere, ricordando continuamente che avremo un’altra esistenza più lunga, anzi eterna, domani, la condizione della quale sarà anche determinata dalle azioni che in questa vita compiremo.
    Del resto, per tornare alla questione marxismo=ateismo e scusandomi della confusione che faccio con questi salti, diversi filosofi neo-marxisti hanno oggi cominciato a porsi delle domande che prima, ai tempi del socialismo reale, forse tenevano chiuse nei cassetti del cuore: cosa significa la sofferenza, cosa rappresenta nella storia dell’uomo la figura di Gesù, perché la vecchiaia, e cosa esiste dietro il mistero della morte? Domande che mai il marxismo prima d’ora si era posto ma che stanno prepotentemente emergendo. Sono domande che l’ultimo filosofo marxista, Ernst Bloch, si pone nei suoi libri, dove, quando arriva al problema di Dio e della trascendenza, adotta il termine “Il Grande Forse”, compiendo così un notevole passo in avanti.
    In un suo libro, egli cita la cosiddetta ‘formula di Horkheimer’, per giustificare queste sue domande a sfondo teologico:-

    “Teologia significa qui la coscienza che il mondo è fenomeno, che non è verità assoluta, la quale soltanto è realtà ultima. La teologia è quindila speranza che, nonostante l’ingiustizia che caratterizza il mondo terreno, non possa avvenire che l’ingiustizia possa essere l’ultima parola. E questa è l’espressione di una speranza, secondo la quale l’assassino non possa trionfare sulla sua vittima innocente”.

    Chiudiamo qui questo disodinato capitolo. Una cosa certamente ho imparato, scrivendolo. Che il cielo e la terra debbono rimanere divisi, uniti solo nell’idea di Dio. “Sia fatta la tua volontà, così in cielo come in terra”, dice la preghiera rivolta al Padre di tutti. Ma la volontà di Dio non riguarda certamente le azioni degli uomini nella loro vita terrena, perché queste azioni sono frutto di libera scelta, perché ognuno sulla grande lavagna delle cose fatte e non fatte sia sempre libero di scrivere quello che ritiene di dover scrivere.
    La vita è un campo vergine da seminare - disse un saggio indiano a un giovane rajah, vizioso e fannullone - il cui raccolto ti servirà per sfamarti nella seconda vita. Se rimarrai fermo, nei tuoi ozi e nei tuoi vizi, questo campo non darà frutti e tu, domani, morirai di fame.

    E allora, per stare anche con le parole del saggio indiano, viviamo e cerchiamo di seminare ciò di cui domani avremo bisogno

    (continua)
    Ultima modifica di cireno; 27-12-15 alle 20:12
    se fai le cose come gli altri poi diventi come gli altri - Charles Bukowsky

 

 
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