L’esistenza di Dio: pro e contro
Ho avuto modo di leggere in un quotidiano che il maggior numero di scienziati credenti è da ricercare fra gli astronomi, i fisici, i matematici. Ci deve essere un motivo, mi sono detto: credo di aver capito il perché, come sempre, leggendo ciò che hanno scritto.
Poche persone sanno che il Vaticano ha uno dei più grandi osservatori astronomici del mondo, condotto da un grande astronomo, gesuita, che risponde al nome di George Coyne. Da una intervista di Messori allo stesso scienziato, ho tratto alcuni punti che trovo interessanti.
Domanda di Messori: - Lei è gesuita e scienziato. Non c’è qualche interferenza tra il suo lavoro e la sua fede?
· Risposta di Coyne: Affatto. Non solo non c’è, ma non ci può essere nessun conflitto tra le due sfere. La verità è una sola: dunque, le verità che lo scienziato scopre nella natura riposano sulle verità insegnate dalla fede. Può il creato essere in conflitto con il suo Creatore?
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D.- Allora è finito per sempre il tempo delle contrapposizioni tra scienza e fede?
· Ormai tutti ammettono che è impossibile trovare per via scientifica un qualunque argomento contro l’esistenza di Dio. Così come - occorre non dimenticarlo - la fede resta pur sempre quel pari, quella scommessa di cui parla quel grande scienziato e insieme grande cristiano che è Pascal. Dunque, la scienza non nega e non può negare che ci sia Qualcosa al di là della materia; ma non può nemmeno mettere l’ateismo con le spalle al muro, facendo derivare la fede direttamente dalla ricerca.
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D.- Cosa la colpisce di più nel suo lavoro di astronomo?
· Il fatto che, più si va a fondo, più si scoprono cose sconosciute, più si fa esperienza del mistero. Quando uno scienziato dice di sentirsi sempre più ignorante, non fa il modesto, dice solo la verità. E’ dietro questa ignoranza che si sente il mistero più insondabile, che si avverte il richiamo di Dio. La ricerca, in questo senso, diventa una preghiera.
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D.- Preghiera e teologia con equazioni matematiche e fotografie all’infrarosso?
· Si, certo. Io come astronomo mi sento vicino, ad esempio, alla teologia di Agostino, quando dice che Dio si manifesta e insieme si nasconde, Egli dà notizie di se, ma come in uno specchio. Chi si addentra nella mia disciplina vede che l’universo è insieme ordinato e confuso, strutturato e caotico, almeno in apparenza. L’universo più che Dio, ci restituisce le sue tracce: se il Creatore è Mistero, come dice Agostino, anche la sua creazione è misteriosa.
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D.- Crede che esista la vita in altri pianeti dell’universo?
· Se siamo alla statistica le condizioni di vita ci devono essere, e non in un solo punto dell’universo. Le stelle come il sole sono centinaia di miliardi, ed è certo che una parte di esse ha un sistema di pianeti simile al nostro. Ma questo non significa nulla. Niente è per ora dimostrato dalla scienza.
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D.- Ma l’uomo, il religioso padre Coyne, cosa ne pensa?
· Personalmente, sapendo che la Terra è assai meno di un granellino di sabbia in una spiaggia immensa, mi chiedo perché Dio avrebbe creato questo enorme palcoscenico che è l’universo solo per noi. Ma noi non siamo Dio, non abbiamo il diritto di chiedercelo, non possiamo conoscere i suoi pensieri. Guardi, le leggi del creato sembrano tutte rispondere ad un enorme spreco. L’uomo, per esempio, getta miliardi di spermatozoi affinché uno solo, e non sempre, giunga alla riproduzione. Quindi lo stesso spreco che si vede nell’universo potrebbe rispondere alla stessa legge. Ma non sono certo sicuro. Per uno che crede, la vita non nasce dal caso, dalle leggi di statistica, da una fortuita combinazione fisico-chimica: l’evoluzione nasce dal fiat lux divino e segue il programma del Creatore.
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D.-I sondaggi dicono che gli astronomi sono credenti in percentuali superiori al 80%. Che ne dice?
· Non posso che confermare. Ma attenti al ‘concordismo’ tra scienza e fede. Dio è fuori dal tempo e dallo spazio, mentre noi possiamo muoverci solo in queste due coordinate.
Andiamo ora a un’altra bella citazione di sir John Carew Eccles, premio Nobel per la medicina:-
Supponiamo - egli dice - l’esistenza di un magazzino immenso di pezzi aeronautici, tutti bene imballati nelle loro casse e sugli scaffali. Immaginiamo che questo enorme magazzino abbia delle misure di mille chilometri per lato, insomma una cosa enormemente piena di materiali. Arriva un ciclone che, per centomila anni, fa roteare e scontrare tra di loro tutti i pezzi che sono in quel magazzino. Finalmente, quando il ciclone si placa, dove c’era il magazzino c’è tutta una serie di bimotori, trimotori e quadrimotori, già con i motori accesi. Ecco, stando proprio alla scienza e non alle semplici congetture o ai discorsi da salotto, la probabilità che il caso abbia creato la vita sono più o meno quelle di quest’esempio. Con un’aggravante, per giunta: da dove vengono i materiali del magazzino?
Un’altro scienziato, un astronomo famoso, Fred Hoyle, di recente ha detto:-
Come si può pensare davvero che il caso abbia prodotto, nel famoso brodo primordiale di cui si favoleggia, anche soltanto i circa duemila enzimi necessari al funzionamento del corpo umano? Basta una piccola serie di calcoli al computer per rendersi conto che la probabilità che questo sia avvenuto casualmente è uguale alla probabilità di ottenere sempre dodici, per 50.000 volte consecutive, gettando sul tavolo due dadi. E questo, ripeto, è solo per quanto riguarda gli enzimi, che l’improbabilità raggiunge livelli ben più pazzeschi se ci si allarga a tutte le condizioni necessarie alla vita: tutti numeri usciti per caso dal cilindro? Se si risponde di si, si esce dalla ragione.
La risposta di Margherita Hack, atea, a questa asserzione è stata:-
Se l’universo ha, come sembra, 50.000 anni, a furia di tirare dadi è possibile che siano anche usciti 50.000 dodici. Magari non tutti insieme.
No, guardi, fu osservato dall’intervistatore alla Hack- Hoyle diceva che stando al computer perché le probabilità siano pari a quelle della formazione casuale dei 2.000 enzimi umani, che sono solo uno degli elementi necessari alla vita, i 50.000 dodici devono uscire uno dopo l’altro, consecutivamente.
Hack:- E’ difficile, lo so. D’altro canto la vita c’è, e a me credere in Dio mi è sempre sembrato come credere alla befana. Con questo non voglio dire che il credente è un sempliciotto, conosco gente che ha fede e che sono ottimi scienziati e anche premi Nobel. Ma io la penso in questo modo.
Ora, la signora Hack non è una sprovveduta, per cui quando parla si presume che non dica frasi avventate, e infatti voglio pensare che con quella frase lei abbia semplicemente affermato un suo diritto ad un’opinione e non certo la sicurezza della verità.
Certo che quando parliamo di Dio camminiamo su un terreno estremamente impervio, e chiunque può inciampare nelle più grandi sciocchezze. Comunque sia, la dichiarata professione di ateismo della signora Hack non può che avere origine in ragionamenti che sicuramente ancora si combattono nella sua mente. Sono certo che un grande aiuto a questa “fede” nell’ateismo, a questo voler negare la figura di Dio, si basa anche, stiamo parlando di uno scienziato, su qualcosa di scientifico, più che di filosofico, per cui sarei dell’idea che il famoso libro che Darwin ha pubblicato nel 1871, “La discendenza dell’uomo”, che conteneva la teoria dell’evoluzione umana, abbia avuto una notevole parte nella formazione dell’opinione della signora Hack, così come grande parte ha avuto per l’opinione di molti atei, e con questo voglio indicare i cosidetti ‘atei coscienti’, non certo coloro che respingono ogni idea divina solo per istinto, o per disinformazione culturale.
Su questo argomento, che la Chiesa ha sempre rifiutato di prendere in considerazione e perfino di commentare con argomenti approfonditi, nei fatti essendosi limitata a rifiutarne il principio come “indecente”, oggi qualcosa è cambiato: è di questi giorni infatti la presa di posizione, nella figura di papa Giovanni Paolo II, sulla teoria di Darwin.
Su questo argomento, e su quello che significa e ha significato, mi pare che sia il caso di chiarirci le idee.
Darwin Charles Robert nasce in Inghilterra nel 1809. Diventa biologo e naturalista. Dopo aver scritto e pubblicato opere di puro interesse scientifico come naturalista, espose, attraverso un libro titolato “La discendenza dell’uomo”, la propria convinzione che l’uomo derivasse da specie inferiori, che lo sviluppo intellettuale e linguistico si fosse realizzato lentamente nel tempo attraverso successivi stadi evolutivi, e quindi che l’idea della moralità e della religione, che si estrinsecano nella figura di Dio e della creazione, sono modificazioni intervenute posteriormente, che sono state conservate per la loro utilità sociale.
Darwin teorizzava in quel libro il concetto di lotta per l’esistenza, che si sarebbe svolta fra tutte le specie animali nel corso dei millenni, e quello di selezione, attraverso la quale solo i migliori sarebbero stati in grado di sopravvivere e quindi di portare avanti l’evoluzione della specie: in pratica Darwin chiariva, da un punto di vista assolutamente scientifico, in quanto lui era uno scienziato, che il cammino dell’uomo, così come quello delle altre specie viventi, si fosse svolto attraverso un’evoluzione che lo ha portato, da ciò che era inizialmente, cioè da un essere poco più che animalesco, all’uomo odierno. Con questo la creazione dell’uomo, a immagine e somiglianza di Dio, cadeva perché contraddetta dalla scienza.
Prima di introdurmi in un breve riassunto di questa Teoria dell’evoluzione, vorrei però fare una piccola osservazione. Per l’evoluzionista ogni organo degli animali, uomo compreso, si sviluppa “secondo la necessità” dell’uso di quell’organo. C’è un piccolo mistero da spiegare: come mai il cervello dell’uomo, che provenendo da una specie inferiore si è necessariamente dovuto modificare nel corso della sua evoluzione, è oggi ampiamente sovrasviluppato per l’uso che ne facciamo? Forse che la teoria evoluzionistica, per quanto riguarda il cervello umano, deve avere una eccezione, oppure il cervello deve avere uno sviluppo superiore all’uso richiesto? E’ un piccolo, ma grandissimo mistero che però nessuno ha mai spiegato.
Come già detto, Darwin era uno scienziato. Non si è mai dichiarato ateo, per parlarne da un punto di vista religioso, ma agnostico. Con la sua Teoria dell’evoluzione si può ben dire che egli abbia scosso il mondo del suo tempo, non meno di quanto fece prima di lui Newton con i suoi Principia. La teoria evoluzionistica darwinista afferma soprattutto che la lotta per l’esistenza, di ogni specie animale, ha dato come risultato principale quello di ‘evolvere’ la vita sulla terra. Egli postulava la morte di specie non adatte alla vita terrena e la nascita di specie nuove con caratteristiche più adatte a vivere. Questo principio si conferma nella selezione sessuale che favorisce i più forti e quindi perpetua la discendenza con le caratteristiche migliori. Anche la natura, secondo Darwin, opera una selezione ‘naturale’ della specie, infatti, allo stesso modo degli allevatori, tende a eliminare, attraverso processi di vario tipo, compreso quello della predazione da parte degli animali carnivori, i soggetti più deboli e passibili di arrecare danno alla specie. Perno di tutta la concezione evoluzionistica darwinista era di conseguenza la tesi della ereditarietà dei caratteri liberamente insorti e selezionati dall’ambiente.
Le teorie di Darwin ovviamente crearono grande scalpore anche tra filosofi e teologi, e si rifletterono, anche tragicamente almeno in una occasione, perfino in campo politico, e fu quando la teoria venne usata dalla follia hitleriana che pretese di applicare l’evoluzione e la selezione della specie, in maniera unilaterale e violenta, eliminando fisicamente ogni specie umana diversa da quella che il nazismo definiva ‘razza ariana’, intendendo con questo termine la ‘razza pura di origine indoeuropea’, alla quale ovviamente appartenevano i tedeschi. Caddero, come tutti sappiamo, milioni di persone a seguito di questa folle progetto nazista, uomini differenti fra loro come ebrei e zingari, ma anche ‘ariani’ tarati psichicamente o fisicamente, oppure omosessuali, con l’aggiunta dei soggetti politici pericolosi come comunisti, anarchici, democratici, liberali.
Spencer (1820-1903), fra i filosofi del suo tempo, fu tra i primi a interessarsi delle teorie di Darwin.
Laureato in scienze, si era già interessato ai primi fermenti evoluzionistici che si erano formati intorno alle argomentazioni di scienziati dell’epoca (Lyell, Lamarck), infatti, ancor prima che Darwin pubblicasse il risultato delle sue ricerche, Spencer era riuscito a dare alle stampe un paio di trattati (Statica sociale e Principi di psicologia) improntati all’evoluzionismo. Nelle sue tesi egli rimarca il carattere meccanicistico dell’evoluzione, intesa come un mutamento costante che, in virtù di una dispersione di movimento e un’integrazione di materia, procede verso un’eterogeneità definita.
Le teorie evoluzionistiche di Spencer sono del tutto differenti, negli scopi e nella dimostrazione, da quelle di Darwin. Per Spencer la vita biologica e materiale segue un andamento evolutivo che la porta ad essere sempre più omogenea e ordinata, provenendo dal disomogeneo e dal disordinato (caos). La miglior controprova, secondo Spencer, a dimostrazione della validità della sua teoria, è offerta da quanto accade in campo naturale e in campo sociale dove, nel primo caso, si evidenzia sempre che quando un organismo si corrompe o si dissolve i suoi organi perdono la loro specificità e assumono forme confuse, come nei tumori, mentre nel secondo caso quando si dissolvono i diversi poteri costituiti creano un’unità disorganizzata di entità sociali fluide e spesso in conflitto fra loro. Delineare la legge dell’evoluzione non significa però poterne spiegare la causa ultima, e per questa via Spencer ritiene possibile una conciliazione tra filosofia e religione. Al di là di quello che la filosofia può discutere, afferma Spencer, vi è l’Inconoscibile, che spetta solo alla teologia. Per questo riconoscimento dei limiti della ragione umana, che non può negare o affermare l’assoluto, Spencer sembra avere una posizione simile a quella di Kant, anche se diverso è il modo di concepire la ragione.
Bergson (1859-1941), fu un’altro filosofo che si interessò alle teorie di Darwin.
Egli fu uno dei grandi avversari del positivismo e ispirò una concezione evoluzionistica dove scienza e religione risultassero al fine fuse in un un’unico obiettivo. Occorre dire che Bergson fu uno dei più grandi filosofi che il pensiero umano ha mai prodotto, la sua fama fu giustamente grande e i suoi insegnamenti influenzarono grandemente tutti i suoi contemporanei. Bergson ebbe influenza sul pragmatismo di James, sull’esistenzialismo francese, sull’ermetismo in letteratura, il simbolismo e l’impressionismo in arte.
La parte centrale del pensiero bergsoniano è il tempo. Il modello di spiegazione scientifica del positivismo è quello fisico-matematico, dice Bergson, ma proprio il concetto di ‘tempo’, fondamentale per una teoria evoluzionistica, sfugge alla scienza matematica. Il ‘tempo’ introdotto simbolicamente nelle equazioni della meccanica non è infatti, il ‘tempo reale’, ma una sua astrazione: una serie di istanti statici tutti uguali, distinti e indifferenti alla natura qualitativa dei fatti in essi contenuti. Da qui la necessità di trovare un modello di spiegazione dell’evoluzione non nella matematica ma nella biologia. “Si deve rompere con certi schemi matematici cartesiani e newtoniani, per tener conto delle scienze biologiche, psicologiche e sociologiche e su questa base più ampia edificare una metafisica capace di salire sempre più in alto mediante lo sforzo continuativo e progressivo dei filosofi”. (Bergson-Metafisica positiva-1901).
In ‘Materia e memoria’ Bergson affronta il problema del conflitto tra concetti astratti, quelli del pensiero, e rigidi, quelli della scienza, che si esplicano in dualismi irrisolvibili, materia-spirito, estensione-pensiero, necessità-libertà.
“E’ la memoria pura e spirituale a caratterizzare la vita profonda della coscienza; essa raccoglie tutto il nostro passato e lo conserva nel fondo della psiche. Il corpo però, e in particolare il cervello, si incarica di limitare la memoria totale imponendo la dimenticanza di alcuni contenuti e l’oblio (che però a volte riaffiorano come percezioni, nel delirio della follia, nei sogni). Il cervello è dunque un organo di ‘traduzione e collegamento’, da un lato traduce l’attività della coscienza in movimento dall’altro collega la coscienza con la realtà esterna, e soprattutto con l’io e il corpo. I due estremi che sono il corpo e lo spirito si esprimono quindi come memoria e percezione; la prima raccoglie la vita vissuta, nella sua creatività, la seconda si concentra sul presente, sulle necessità pratiche dell’azione, sugli schemi intellettuali astratti. Il corpo ha come funzione essenziale quella di limitare, in vista dell’azione, la vita dello spirito, ma lo spirito sopravanza e trascende il corpo, lo spinge oltre il presente e il passato nel futuro, lo riassorbe entro la propria durata”.
Su queste basi Bergson affronta il concetto dell’evoluzione che riguarda anche il mondo materiale. Egli respinge l’evoluzionismo deterministico di Spencer sia quello finalistico di Darwin. “L’evoluzione della realtà è slancio vitale, la vita cresce come un fascio di steli che si sviluppano in serie divergenti, che esplodono come fuochi d’artificio. La prima biforcazione dello slancio vitale dà luogo alla distinzione tra animale e pianta, quest’ultima chiusa nella notte dell’inconscio e dell’immobilità, si arresta ben presto nell’evoluzione, l’animale invece si protende oltre grazie al movimento e all’istinto”.
Per Bergson la distinzione tra l’uomo e l’animale proviene dall’intelligenza, che sorge contro la ripetitività del gesto istintivo, capace di produrre strumenti inorganici, per colmare un’insufficienza dell’istinto naturale. L’intelligenza avvia l’uomo sulla strada della coscienza e del concetto, e questo porta a quella evoluzione che ha come fine il raggiungimento con la realtà assoluta. Risulta chiaro che Bergson, da filosofo, aveva una distanza notevole da certe esposizioni, del resto prettamente scientifiche, di Darwin.
In campo religioso e teologico ovviamente Darwin accese una grande crisi, come fu a suo tempo per le scoperte di Galileo. Se l’uomo è il risultato di una selezione di evoluzione allora anche lo spirito è il risultato della stessa evoluzione, così come per gli animali. Da questo a pensare che l’uomo non è il fine del creato il passo è breve. Se l’uomo non è questo fine, anzi addirittura non tende a nessun fine, ne risulta che la vita è semplicemente un meccanismo che ha un’origine non ancora spiegabile, ma quasi certamente non divina.
Alcuni teologi hanno poi sviluppato teorie che consentono, al di là del racconto biblico della genesi umana, l’accettazione della teoria evoluzionista che vede lo sviluppo umano dall’uomo inferiore, quello di Neanderthal, all’uomo di oggi. Questa teoria è oggi ufficialmente accettata dalla chiesa cattolica e del resto il riconoscimento della validità scientifica della stessa non lede in nessun modo il principio della creazione dell’uomo da parte di Dio, anche se mette il racconto biblico in una luce più di allegoria, o di esoterismo nascosto, che di verità scientifica.
In un suo scritto, Monoquium salutis, Massimo Cacciari pone delle domande a Bruno Forte, teologo di fama, ordinario della Cattedra di Teologia Dogmatica dell’Università Pontificia. Cercherò di riportarne il senso.
In pratica, nel suo linguaggio abbastanza difficile da penetrare, zeppo com’è di citazioni in greco, latino, tedesco e di frasi che si rigirano un pochino su se stesse (a volte sembra un linguaggio per soli iniziati), Cacciari dice:-
La teologia dice che tutto è già stabilito da Dio fin dall’Inizio, e che il compimento finale è anticipato e promesso nella escatologica pienezza che è il Cristo. Ma questa, è un’anticipazione su ciò che sarà alla fine dei tempi o una promessa? Perché le due cose sono differenti. Se è una anticipazione “nulla c’è più da aspettarsi” di differente, la promessa invece può sempre fallire. L’essere fra gli eletti, può essere una promessa, ma se tutto è già nei disegni di Dio questa promessa
potrebbe essere anticipata. Significa allora che tutti saranno eletti? O che l’essere eletti dipende esclusivamente dalla ‘soggettiva apertura del cuore’, e cioè dal nostro accogliere il disegno divino? E comunque, cosa vuol dire che noi possiamo rifiutare di accogliere il disegno di Dio? Se tutto è già scritto, questa nostra non-accoglienza non sarà, come si vorrebbe, una tragedia ma una commedia. Dobbiamo allora pensare che dopo l’Inizio, rinchiuso nel mistero del Deus absconditus, ci debba essere un Fine che è solo una promessa, e che il rifiuto dell’uomo potrebbe determinare il fallimento del disegno divino. Alla divina ignoranza dell’Inizio corrisponde la divina ignoranza della Fine. E qui Dio sembra, in quanto si intuisce per enigma, svuotarsi del suo Essere al punto di affidare all’uomo, alla sua libertà soggettiva, di rifiutare e accogliere il suo stesso disegno sul Fine, già certo, dimostrato con l’apparizione del Figlio.
La fede cristiana è, sì, certezza, ma certezza di un Annuncio che rimane angosciosamente rivolto all’Inizio e alla Fine: un Annuncio che non risolve nella sua Parola l’Inizio, ma la cui Parola è nell’Inizio, e che promette salvezza senza poterla anticipare. E’ una fede che geme nell’attesa. Se, all’opposto, Inizio viene predicato come uguale a decisione creatrice, e tale decisione esprime la volontà di amore di Dio, allora da creazione a incarnazione a Fine, tutto non può che dipanarsi con un nesso e una logica. Per cui, in questo senso, ogni posizione umana può essere tollerata anche perché non sposterebbe di un millimetro il Fine anticipato.
E Cacciari a questo punto si chiede, giustamente, viste le considerazione svolte, :- Cum venerit Filius hominis, putas inveniet fidem in terra? ( Quando verrà il Figlio dell’uomo, troverà ancora la fede sulla terra?)
E qui entra in gioco la libera scelta dell’uomo. Ma a che pro utilizzarla se poi non può incidere su niente, visto che tutto è già stabilito dall’inizio?
La risposta di Bruno Forte a Massimo Cacciari.
Noi non possiamo misurare la Rivelazione del Fine con i nostri limiti troppo umani - dice Forte.
L’anticipazione non presuppone che tutti gli uomini saranno eletti. Dio non ci ama per scherzo, la libertà dell’uomo significa anche che Dio può soffrire per le scelte dell’uomo, può soffrire per il nostro rifiuto fino all’abisso della possibilità della nostra dannazione. Come per amore Dio ci ha creati, così per amore, e cioè in assoluta libertà, Dio accetta di correre il rischio della nostra libertà. Il Dio della passione, quello che si è incarnato e ha sofferto nel corpo di Gesù, conosce il dolore e quindi conosce la sofferenza. Non possiamo presupporre che tutti saremo eletti: una simile supposizione, che è poi l’altro nome dell’apocatastasi, è la scorciatoia del pensiero della logica necessitante, che salta sul mistero della sofferenza in Dio. Il Dio di Hegel non può soffrire: la sua eventuale sofferenza è solo un momento del processo creativo, ma il Dio della Croce invece può soffrire.
Ancora Cacciari chiede “Quando Gesù tornerà sulla Terra, il giorno della Fine, troverà la fede fra gli uomini?”. La domanda viene direttamente dall’idea della libertà di scelta che Dio lascerebbe agli uomini, condizione che potrebbe anche portare alla dissoluzione della fede sulla terra.
Ebbene - dice Forte - anche la mia fede è appesa a questa domanda. Con una differenza: che per Cacciari alla divina ignoranza dell’Inizio deve corrispondere la divina ignoranza della Fine; per me alla divina amorosa e libera iniziativa dell’Inizio corrisponde l’eterna fedeltà dell’indefettibile amore, che non solo non sminuisce la tragicità del nostro rifiuto, ma anzi la esalta, perché la mostra nel suo effetto drammatico sulle stesso cuore divino. Che poi alla fine la tragedia possa essere una commedia io mi oppongo. Tragico non è solo che l’uomo soffra e possa eternamente soffrire come conseguenza alla sua infedeltà alla vocazione dell’alleanza; sommamente tragico è che Dio soffra. E, perciò, sommamente esaltante per la dignità della creatura.




