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    Predefinito Re: Da agnostico quale sono mi accingo a.....

    L’esistenza di Dio: pro e contro



    Ho avuto modo di leggere in un quotidiano che il maggior numero di scienziati credenti è da ricercare fra gli astronomi, i fisici, i matematici. Ci deve essere un motivo, mi sono detto: credo di aver capito il perché, come sempre, leggendo ciò che hanno scritto.

    Poche persone sanno che il Vaticano ha uno dei più grandi osservatori astronomici del mondo, condotto da un grande astronomo, gesuita, che risponde al nome di George Coyne. Da una intervista di Messori allo stesso scienziato, ho tratto alcuni punti che trovo interessanti.

    Domanda di Messori: - Lei è gesuita e scienziato. Non c’è qualche interferenza tra il suo lavoro e la sua fede?

    · Risposta di Coyne: Affatto. Non solo non c’è, ma non ci può essere nessun conflitto tra le due sfere. La verità è una sola: dunque, le verità che lo scienziato scopre nella natura riposano sulle verità insegnate dalla fede. Può il creato essere in conflitto con il suo Creatore?
    ·
    D.- Allora è finito per sempre il tempo delle contrapposizioni tra scienza e fede?

    · Ormai tutti ammettono che è impossibile trovare per via scientifica un qualunque argomento contro l’esistenza di Dio. Così come - occorre non dimenticarlo - la fede resta pur sempre quel pari, quella scommessa di cui parla quel grande scienziato e insieme grande cristiano che è Pascal. Dunque, la scienza non nega e non può negare che ci sia Qualcosa al di là della materia; ma non può nemmeno mettere l’ateismo con le spalle al muro, facendo derivare la fede direttamente dalla ricerca.
    ·
    D.- Cosa la colpisce di più nel suo lavoro di astronomo?


    · Il fatto che, più si va a fondo, più si scoprono cose sconosciute, più si fa esperienza del mistero. Quando uno scienziato dice di sentirsi sempre più ignorante, non fa il modesto, dice solo la verità. E’ dietro questa ignoranza che si sente il mistero più insondabile, che si avverte il richiamo di Dio. La ricerca, in questo senso, diventa una preghiera.
    ·
    D.- Preghiera e teologia con equazioni matematiche e fotografie all’infrarosso?


    · Si, certo. Io come astronomo mi sento vicino, ad esempio, alla teologia di Agostino, quando dice che Dio si manifesta e insieme si nasconde, Egli dà notizie di se, ma come in uno specchio. Chi si addentra nella mia disciplina vede che l’universo è insieme ordinato e confuso, strutturato e caotico, almeno in apparenza. L’universo più che Dio, ci restituisce le sue tracce: se il Creatore è Mistero, come dice Agostino, anche la sua creazione è misteriosa.
    ·
    D.- Crede che esista la vita in altri pianeti dell’universo?


    · Se siamo alla statistica le condizioni di vita ci devono essere, e non in un solo punto dell’universo. Le stelle come il sole sono centinaia di miliardi, ed è certo che una parte di esse ha un sistema di pianeti simile al nostro. Ma questo non significa nulla. Niente è per ora dimostrato dalla scienza.
    ·
    D.- Ma l’uomo, il religioso padre Coyne, cosa ne pensa?


    · Personalmente, sapendo che la Terra è assai meno di un granellino di sabbia in una spiaggia immensa, mi chiedo perché Dio avrebbe creato questo enorme palcoscenico che è l’universo solo per noi. Ma noi non siamo Dio, non abbiamo il diritto di chiedercelo, non possiamo conoscere i suoi pensieri. Guardi, le leggi del creato sembrano tutte rispondere ad un enorme spreco. L’uomo, per esempio, getta miliardi di spermatozoi affinché uno solo, e non sempre, giunga alla riproduzione. Quindi lo stesso spreco che si vede nell’universo potrebbe rispondere alla stessa legge. Ma non sono certo sicuro. Per uno che crede, la vita non nasce dal caso, dalle leggi di statistica, da una fortuita combinazione fisico-chimica: l’evoluzione nasce dal fiat lux divino e segue il programma del Creatore.
    ·
    D.-I sondaggi dicono che gli astronomi sono credenti in percentuali superiori al 80%. Che ne dice?

    · Non posso che confermare. Ma attenti al ‘concordismo’ tra scienza e fede. Dio è fuori dal tempo e dallo spazio, mentre noi possiamo muoverci solo in queste due coordinate.

    Andiamo ora a un’altra bella citazione di sir John Carew Eccles, premio Nobel per la medicina:-


    Supponiamo - egli dice - l’esistenza di un magazzino immenso di pezzi aeronautici, tutti bene imballati nelle loro casse e sugli scaffali. Immaginiamo che questo enorme magazzino abbia delle misure di mille chilometri per lato, insomma una cosa enormemente piena di materiali. Arriva un ciclone che, per centomila anni, fa roteare e scontrare tra di loro tutti i pezzi che sono in quel magazzino. Finalmente, quando il ciclone si placa, dove c’era il magazzino c’è tutta una serie di bimotori, trimotori e quadrimotori, già con i motori accesi. Ecco, stando proprio alla scienza e non alle semplici congetture o ai discorsi da salotto, la probabilità che il caso abbia creato la vita sono più o meno quelle di quest’esempio. Con un’aggravante, per giunta: da dove vengono i materiali del magazzino?

    Un’altro scienziato, un astronomo famoso, Fred Hoyle, di recente ha detto:-


    Come si può pensare davvero che il caso abbia prodotto, nel famoso brodo primordiale di cui si favoleggia, anche soltanto i circa duemila enzimi necessari al funzionamento del corpo umano? Basta una piccola serie di calcoli al computer per rendersi conto che la probabilità che questo sia avvenuto casualmente è uguale alla probabilità di ottenere sempre dodici, per 50.000 volte consecutive, gettando sul tavolo due dadi. E questo, ripeto, è solo per quanto riguarda gli enzimi, che l’improbabilità raggiunge livelli ben più pazzeschi se ci si allarga a tutte le condizioni necessarie alla vita: tutti numeri usciti per caso dal cilindro? Se si risponde di si, si esce dalla ragione.

    La risposta di Margherita Hack, atea, a questa asserzione è stata:-



    Se l’universo ha, come sembra, 50.000 anni, a furia di tirare dadi è possibile che siano anche usciti 50.000 dodici. Magari non tutti insieme.

    No, guardi, fu osservato dall’intervistatore alla Hack- Hoyle diceva che stando al computer perché le probabilità siano pari a quelle della formazione casuale dei 2.000 enzimi umani, che sono solo uno degli elementi necessari alla vita, i 50.000 dodici devono uscire uno dopo l’altro, consecutivamente.

    Hack:- E’ difficile, lo so. D’altro canto la vita c’è, e a me credere in Dio mi è sempre sembrato come credere alla befana. Con questo non voglio dire che il credente è un sempliciotto, conosco gente che ha fede e che sono ottimi scienziati e anche premi Nobel. Ma io la penso in questo modo.

    Ora, la signora Hack non è una sprovveduta, per cui quando parla si presume che non dica frasi avventate, e infatti voglio pensare che con quella frase lei abbia semplicemente affermato un suo diritto ad un’opinione e non certo la sicurezza della verità.
    Certo che quando parliamo di Dio camminiamo su un terreno estremamente impervio, e chiunque può inciampare nelle più grandi sciocchezze. Comunque sia, la dichiarata professione di ateismo della signora Hack non può che avere origine in ragionamenti che sicuramente ancora si combattono nella sua mente. Sono certo che un grande aiuto a questa “fede” nell’ateismo, a questo voler negare la figura di Dio, si basa anche, stiamo parlando di uno scienziato, su qualcosa di scientifico, più che di filosofico, per cui sarei dell’idea che il famoso libro che Darwin ha pubblicato nel 1871, “La discendenza dell’uomo”, che conteneva la teoria dell’evoluzione umana, abbia avuto una notevole parte nella formazione dell’opinione della signora Hack, così come grande parte ha avuto per l’opinione di molti atei, e con questo voglio indicare i cosidetti ‘atei coscienti’, non certo coloro che respingono ogni idea divina solo per istinto, o per disinformazione culturale.
    Su questo argomento, che la Chiesa ha sempre rifiutato di prendere in considerazione e perfino di commentare con argomenti approfonditi, nei fatti essendosi limitata a rifiutarne il principio come “indecente”, oggi qualcosa è cambiato: è di questi giorni infatti la presa di posizione, nella figura di papa Giovanni Paolo II, sulla teoria di Darwin.
    Su questo argomento, e su quello che significa e ha significato, mi pare che sia il caso di chiarirci le idee.
    Darwin Charles Robert nasce in Inghilterra nel 1809. Diventa biologo e naturalista. Dopo aver scritto e pubblicato opere di puro interesse scientifico come naturalista, espose, attraverso un libro titolato “La discendenza dell’uomo”, la propria convinzione che l’uomo derivasse da specie inferiori, che lo sviluppo intellettuale e linguistico si fosse realizzato lentamente nel tempo attraverso successivi stadi evolutivi, e quindi che l’idea della moralità e della religione, che si estrinsecano nella figura di Dio e della creazione, sono modificazioni intervenute posteriormente, che sono state conservate per la loro utilità sociale.
    Darwin teorizzava in quel libro il concetto di lotta per l’esistenza, che si sarebbe svolta fra tutte le specie animali nel corso dei millenni, e quello di selezione, attraverso la quale solo i migliori sarebbero stati in grado di sopravvivere e quindi di portare avanti l’evoluzione della specie: in pratica Darwin chiariva, da un punto di vista assolutamente scientifico, in quanto lui era uno scienziato, che il cammino dell’uomo, così come quello delle altre specie viventi, si fosse svolto attraverso un’evoluzione che lo ha portato, da ciò che era inizialmente, cioè da un essere poco più che animalesco, all’uomo odierno. Con questo la creazione dell’uomo, a immagine e somiglianza di Dio, cadeva perché contraddetta dalla scienza.
    Prima di introdurmi in un breve riassunto di questa Teoria dell’evoluzione, vorrei però fare una piccola osservazione. Per l’evoluzionista ogni organo degli animali, uomo compreso, si sviluppa “secondo la necessità” dell’uso di quell’organo. C’è un piccolo mistero da spiegare: come mai il cervello dell’uomo, che provenendo da una specie inferiore si è necessariamente dovuto modificare nel corso della sua evoluzione, è oggi ampiamente sovrasviluppato per l’uso che ne facciamo? Forse che la teoria evoluzionistica, per quanto riguarda il cervello umano, deve avere una eccezione, oppure il cervello deve avere uno sviluppo superiore all’uso richiesto? E’ un piccolo, ma grandissimo mistero che però nessuno ha mai spiegato.
    Come già detto, Darwin era uno scienziato. Non si è mai dichiarato ateo, per parlarne da un punto di vista religioso, ma agnostico. Con la sua Teoria dell’evoluzione si può ben dire che egli abbia scosso il mondo del suo tempo, non meno di quanto fece prima di lui Newton con i suoi Principia. La teoria evoluzionistica darwinista afferma soprattutto che la lotta per l’esistenza, di ogni specie animale, ha dato come risultato principale quello di ‘evolvere’ la vita sulla terra. Egli postulava la morte di specie non adatte alla vita terrena e la nascita di specie nuove con caratteristiche più adatte a vivere. Questo principio si conferma nella selezione sessuale che favorisce i più forti e quindi perpetua la discendenza con le caratteristiche migliori. Anche la natura, secondo Darwin, opera una selezione ‘naturale’ della specie, infatti, allo stesso modo degli allevatori, tende a eliminare, attraverso processi di vario tipo, compreso quello della predazione da parte degli animali carnivori, i soggetti più deboli e passibili di arrecare danno alla specie. Perno di tutta la concezione evoluzionistica darwinista era di conseguenza la tesi della ereditarietà dei caratteri liberamente insorti e selezionati dall’ambiente.
    Le teorie di Darwin ovviamente crearono grande scalpore anche tra filosofi e teologi, e si rifletterono, anche tragicamente almeno in una occasione, perfino in campo politico, e fu quando la teoria venne usata dalla follia hitleriana che pretese di applicare l’evoluzione e la selezione della specie, in maniera unilaterale e violenta, eliminando fisicamente ogni specie umana diversa da quella che il nazismo definiva ‘razza ariana’, intendendo con questo termine la ‘razza pura di origine indoeuropea’, alla quale ovviamente appartenevano i tedeschi. Caddero, come tutti sappiamo, milioni di persone a seguito di questa folle progetto nazista, uomini differenti fra loro come ebrei e zingari, ma anche ‘ariani’ tarati psichicamente o fisicamente, oppure omosessuali, con l’aggiunta dei soggetti politici pericolosi come comunisti, anarchici, democratici, liberali.
    Spencer (1820-1903), fra i filosofi del suo tempo, fu tra i primi a interessarsi delle teorie di Darwin.
    Laureato in scienze, si era già interessato ai primi fermenti evoluzionistici che si erano formati intorno alle argomentazioni di scienziati dell’epoca (Lyell, Lamarck), infatti, ancor prima che Darwin pubblicasse il risultato delle sue ricerche, Spencer era riuscito a dare alle stampe un paio di trattati (Statica sociale e Principi di psicologia) improntati all’evoluzionismo. Nelle sue tesi egli rimarca il carattere meccanicistico dell’evoluzione, intesa come un mutamento costante che, in virtù di una dispersione di movimento e un’integrazione di materia, procede verso un’eterogeneità definita.
    Le teorie evoluzionistiche di Spencer sono del tutto differenti, negli scopi e nella dimostrazione, da quelle di Darwin. Per Spencer la vita biologica e materiale segue un andamento evolutivo che la porta ad essere sempre più omogenea e ordinata, provenendo dal disomogeneo e dal disordinato (caos). La miglior controprova, secondo Spencer, a dimostrazione della validità della sua teoria, è offerta da quanto accade in campo naturale e in campo sociale dove, nel primo caso, si evidenzia sempre che quando un organismo si corrompe o si dissolve i suoi organi perdono la loro specificità e assumono forme confuse, come nei tumori, mentre nel secondo caso quando si dissolvono i diversi poteri costituiti creano un’unità disorganizzata di entità sociali fluide e spesso in conflitto fra loro. Delineare la legge dell’evoluzione non significa però poterne spiegare la causa ultima, e per questa via Spencer ritiene possibile una conciliazione tra filosofia e religione. Al di là di quello che la filosofia può discutere, afferma Spencer, vi è l’Inconoscibile, che spetta solo alla teologia. Per questo riconoscimento dei limiti della ragione umana, che non può negare o affermare l’assoluto, Spencer sembra avere una posizione simile a quella di Kant, anche se diverso è il modo di concepire la ragione.

    Bergson (1859-1941), fu un’altro filosofo che si interessò alle teorie di Darwin.
    Egli fu uno dei grandi avversari del positivismo e ispirò una concezione evoluzionistica dove scienza e religione risultassero al fine fuse in un un’unico obiettivo. Occorre dire che Bergson fu uno dei più grandi filosofi che il pensiero umano ha mai prodotto, la sua fama fu giustamente grande e i suoi insegnamenti influenzarono grandemente tutti i suoi contemporanei. Bergson ebbe influenza sul pragmatismo di James, sull’esistenzialismo francese, sull’ermetismo in letteratura, il simbolismo e l’impressionismo in arte.
    La parte centrale del pensiero bergsoniano è il tempo. Il modello di spiegazione scientifica del positivismo è quello fisico-matematico, dice Bergson, ma proprio il concetto di ‘tempo’, fondamentale per una teoria evoluzionistica, sfugge alla scienza matematica. Il ‘tempo’ introdotto simbolicamente nelle equazioni della meccanica non è infatti, il ‘tempo reale’, ma una sua astrazione: una serie di istanti statici tutti uguali, distinti e indifferenti alla natura qualitativa dei fatti in essi contenuti. Da qui la necessità di trovare un modello di spiegazione dell’evoluzione non nella matematica ma nella biologia. “Si deve rompere con certi schemi matematici cartesiani e newtoniani, per tener conto delle scienze biologiche, psicologiche e sociologiche e su questa base più ampia edificare una metafisica capace di salire sempre più in alto mediante lo sforzo continuativo e progressivo dei filosofi”. (Bergson-Metafisica positiva-1901).
    In ‘Materia e memoria’ Bergson affronta il problema del conflitto tra concetti astratti, quelli del pensiero, e rigidi, quelli della scienza, che si esplicano in dualismi irrisolvibili, materia-spirito, estensione-pensiero, necessità-libertà.

    E’ la memoria pura e spirituale a caratterizzare la vita profonda della coscienza; essa raccoglie tutto il nostro passato e lo conserva nel fondo della psiche. Il corpo però, e in particolare il cervello, si incarica di limitare la memoria totale imponendo la dimenticanza di alcuni contenuti e l’oblio (che però a volte riaffiorano come percezioni, nel delirio della follia, nei sogni). Il cervello è dunque un organo di ‘traduzione e collegamento’, da un lato traduce l’attività della coscienza in movimento dall’altro collega la coscienza con la realtà esterna, e soprattutto con l’io e il corpo. I due estremi che sono il corpo e lo spirito si esprimono quindi come memoria e percezione; la prima raccoglie la vita vissuta, nella sua creatività, la seconda si concentra sul presente, sulle necessità pratiche dell’azione, sugli schemi intellettuali astratti. Il corpo ha come funzione essenziale quella di limitare, in vista dell’azione, la vita dello spirito, ma lo spirito sopravanza e trascende il corpo, lo spinge oltre il presente e il passato nel futuro, lo riassorbe entro la propria durata”.

    Su queste basi Bergson affronta il concetto dell’evoluzione che riguarda anche il mondo materiale. Egli respinge l’evoluzionismo deterministico di Spencer sia quello finalistico di Darwin. “L’evoluzione della realtà è slancio vitale, la vita cresce come un fascio di steli che si sviluppano in serie divergenti, che esplodono come fuochi d’artificio. La prima biforcazione dello slancio vitale dà luogo alla distinzione tra animale e pianta, quest’ultima chiusa nella notte dell’inconscio e dell’immobilità, si arresta ben presto nell’evoluzione, l’animale invece si protende oltre grazie al movimento e all’istinto”.
    Per Bergson la distinzione tra l’uomo e l’animale proviene dall’intelligenza, che sorge contro la ripetitività del gesto istintivo, capace di produrre strumenti inorganici, per colmare un’insufficienza dell’istinto naturale. L’intelligenza avvia l’uomo sulla strada della coscienza e del concetto, e questo porta a quella evoluzione che ha come fine il raggiungimento con la realtà assoluta. Risulta chiaro che Bergson, da filosofo, aveva una distanza notevole da certe esposizioni, del resto prettamente scientifiche, di Darwin.
    In campo religioso e teologico ovviamente Darwin accese una grande crisi, come fu a suo tempo per le scoperte di Galileo. Se l’uomo è il risultato di una selezione di evoluzione allora anche lo spirito è il risultato della stessa evoluzione, così come per gli animali. Da questo a pensare che l’uomo non è il fine del creato il passo è breve. Se l’uomo non è questo fine, anzi addirittura non tende a nessun fine, ne risulta che la vita è semplicemente un meccanismo che ha un’origine non ancora spiegabile, ma quasi certamente non divina.
    Alcuni teologi hanno poi sviluppato teorie che consentono, al di là del racconto biblico della genesi umana, l’accettazione della teoria evoluzionista che vede lo sviluppo umano dall’uomo inferiore, quello di Neanderthal, all’uomo di oggi. Questa teoria è oggi ufficialmente accettata dalla chiesa cattolica e del resto il riconoscimento della validità scientifica della stessa non lede in nessun modo il principio della creazione dell’uomo da parte di Dio, anche se mette il racconto biblico in una luce più di allegoria, o di esoterismo nascosto, che di verità scientifica.

    In un suo scritto, Monoquium salutis, Massimo Cacciari pone delle domande a Bruno Forte, teologo di fama, ordinario della Cattedra di Teologia Dogmatica dell’Università Pontificia. Cercherò di riportarne il senso.
    In pratica, nel suo linguaggio abbastanza difficile da penetrare, zeppo com’è di citazioni in greco, latino, tedesco e di frasi che si rigirano un pochino su se stesse (a volte sembra un linguaggio per soli iniziati), Cacciari dice:-

    La teologia dice che tutto è già stabilito da Dio fin dall’Inizio, e che il compimento finale è anticipato e promesso nella escatologica pienezza che è il Cristo. Ma questa, è un’anticipazione su ciò che sarà alla fine dei tempi o una promessa? Perché le due cose sono differenti. Se è una anticipazione “nulla c’è più da aspettarsi” di differente, la promessa invece può sempre fallire. L’essere fra gli eletti, può essere una promessa, ma se tutto è già nei disegni di Dio questa promessa
    potrebbe essere anticipata. Significa allora che tutti saranno eletti? O che l’essere eletti dipende esclusivamente dalla ‘soggettiva apertura del cuore’, e cioè dal nostro accogliere il disegno divino? E comunque, cosa vuol dire che noi possiamo rifiutare di accogliere il disegno di Dio? Se tutto è già scritto, questa nostra non-accoglienza non sarà, come si vorrebbe, una tragedia ma una commedia. Dobbiamo allora pensare che dopo l’Inizio, rinchiuso nel mistero del Deus absconditus, ci debba essere un Fine che è solo una promessa, e che il rifiuto dell’uomo potrebbe determinare il fallimento del disegno divino. Alla divina ignoranza dell’Inizio corrisponde la divina ignoranza della Fine. E qui Dio sembra, in quanto si intuisce per enigma, svuotarsi del suo Essere al punto di affidare all’uomo, alla sua libertà soggettiva, di rifiutare e accogliere il suo stesso disegno sul Fine, già certo, dimostrato con l’apparizione del Figlio.
    La fede cristiana è, sì, certezza, ma certezza di un Annuncio che rimane angosciosamente rivolto all’Inizio e alla Fine: un Annuncio che non risolve nella sua Parola l’Inizio, ma la cui Parola è nell’Inizio, e che promette salvezza senza poterla anticipare. E’ una fede che geme nell’attesa. Se, all’opposto, Inizio viene predicato come uguale a decisione creatrice, e tale decisione esprime la volontà di amore di Dio, allora da creazione a incarnazione a Fine, tutto non può che dipanarsi con un nesso e una logica. Per cui, in questo senso, ogni posizione umana può essere tollerata anche perché non sposterebbe di un millimetro il Fine anticipato.

    E Cacciari a questo punto si chiede, giustamente, viste le considerazione svolte, :- Cum venerit Filius hominis, putas inveniet fidem in terra? ( Quando verrà il Figlio dell’uomo, troverà ancora la fede sulla terra?)
    E qui entra in gioco la libera scelta dell’uomo. Ma a che pro utilizzarla se poi non può incidere su niente, visto che tutto è già stabilito dall’inizio?

    La risposta di Bruno Forte a Massimo Cacciari.

    Noi non possiamo misurare la Rivelazione del Fine con i nostri limiti troppo umani - dice Forte.
    L’anticipazione non presuppone che tutti gli uomini saranno eletti. Dio non ci ama per scherzo, la libertà dell’uomo significa anche che Dio può soffrire per le scelte dell’uomo, può soffrire per il nostro rifiuto fino all’abisso della possibilità della nostra dannazione. Come per amore Dio ci ha creati, così per amore, e cioè in assoluta libertà, Dio accetta di correre il rischio della nostra libertà. Il Dio della passione, quello che si è incarnato e ha sofferto nel corpo di Gesù, conosce il dolore e quindi conosce la sofferenza. Non possiamo presupporre che tutti saremo eletti: una simile supposizione, che è poi l’altro nome dell’apocatastasi, è la scorciatoia del pensiero della logica necessitante, che salta sul mistero della sofferenza in Dio. Il Dio di Hegel non può soffrire: la sua eventuale sofferenza è solo un momento del processo creativo, ma il Dio della Croce invece può soffrire.

    Ancora Cacciari chiede “Quando Gesù tornerà sulla Terra, il giorno della Fine, troverà la fede fra gli uomini?”. La domanda viene direttamente dall’idea della libertà di scelta che Dio lascerebbe agli uomini, condizione che potrebbe anche portare alla dissoluzione della fede sulla terra.

    Ebbene - dice Forte - anche la mia fede è appesa a questa domanda. Con una differenza: che per Cacciari alla divina ignoranza dell’Inizio deve corrispondere la divina ignoranza della Fine; per me alla divina amorosa e libera iniziativa dell’Inizio corrisponde l’eterna fedeltà dell’indefettibile amore, che non solo non sminuisce la tragicità del nostro rifiuto, ma anzi la esalta, perché la mostra nel suo effetto drammatico sulle stesso cuore divino. Che poi alla fine la tragedia possa essere una commedia io mi oppongo. Tragico non è solo che l’uomo soffra e possa eternamente soffrire come conseguenza alla sua infedeltà alla vocazione dell’alleanza; sommamente tragico è che Dio soffra. E, perciò, sommamente esaltante per la dignità della creatura.
    se fai le cose come gli altri poi diventi come gli altri - Charles Bukowsky

  2. #32
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    Predefinito Re: Da agnostico quale sono mi accingo a.....

    Devo commentare questi passi.
    L’inizio dello scritto di Kung, quello che ho riportato, mi sembra condivisibile, nella sostanza. E’ una posizione filosofica difficile da contraddire: se è infondato postulare l’esistenza di Dio in base alla insicurezza della scienza attuale, è anche infondato postulare la non esistenza di Dio in base alle stesse scarse conoscenze. Niente da eccepire, dunque.
    La posizione davanti alla fede diventa così una questione personale: o credi o non credi, però devi sapere che in entrambi i casi non puoi dimostrare di avere ragione.
    Mi sembra invece il caso di aggiungere qualcosa alla seconda domanda (Credere in Dio Padre onnipotente?).
    Kung inizia descrivendo il silenzio di Dio davanti ai crimini più spaventosi, alle guerre dell’umanità, al Gulag, all’Olocausto. Questo Dio, più che inutile, sembra superfluo, dice Kung, ovviamente per introdurre un suo ragionamento di segno opposto come risposta. Ma io, al proposito, voglio fare quel benedetto commento, che poi è una postilla allo scritto di Kung, a pro di me stesso.
    Ammettiamo, per pura ipotesi, che Dio non si limiti a tacere. Che non si limiti ad accettare. Dio interviene. Dall’alto di non so dove, o da chissà quale sito, egli scende, oppure manda una schiera di angeli e si intromette nelle piccole faccende dell’uomo. Ferma un’eruzione, impedisce una guerra, fa morire il dittatore sanguinario, fa sparire fame e carestia nel Bangladesh, divide due eserciti pronti a combattere, ferma un terremoto, e così via.
    Che Dio sarebbe mai questo?
    Più che Dio, sarebbe un arbitro, oppure un pompiere, un poliziotto, un medico del pronto soccorso.
    E gli uomini cosa diventerebbero?
    Niente, un gregge di qualche miliardo di stupidi automi guidati e condizionati da qualcosa di immensamente superiore a loro: degli schiavi. Nello spazio di poco tempo si mangerebbero il cervello e la volontà, ormai resi del tutto inutili, oppure cercherebbero un’altro albero della saggezza per ribellarsi a un Dio così invadente e presente.

    Ha detto bene Kung: Dio non fa l’orologiaio, non può mettersi ad aggiustare quello che l’uomo rompe: non è da Dio!
    E allora perché pregare Dio? Se Dio non fa l’orologiaio, se non vuole intervenire per non umiliare l’uomo e ridurlo a un niente vivente, che significato ha pregare?
    Perché la preghiera è la possibilità dell’eccezione, mi disse un giorno il gesuita del Centro di San Fedele.
    La preghiera è un aiuto che l’uomo, nella sua riconosciuta indipendenza e libertà, chiede a Dio quando non può rivolgersi a qualcosa di terreno.
    E’ la possibilità del miracolo.
    Quella possibilità che diventa a volte realtà, come dimostrano certi luoghi di culto con cuori d’argento, stampelle gettate, sedie a rotelle ormai inutili. Il miracolo, quello che fa sciogliere il sangue di San Gennaro o quello che ha operato Gesù quando ha ordinato a Lazzaro di risorgere dal regno dei morti.
    E poi la preghiera è un modo diretto per essere in contatto con Dio. Anche quella pensata, recitata fra sé e sé in solitudine, senza bisogno dell’inginocchiatoio della chiesa.
    Perché Dio, mi voglio ripetere, ha creato il mondo, gli ha dato delle regole ‘naturali’, e poi lo ha lasciato libero di essere, ma rimane comunque alla finestra perché non può abbandonare quello che ha creato. Questa creazione che, nella sua incredibile bellezza e funzionalità, reca la Sua impronta.
    Ma ecco che un teologo come Kung ipotizza domande in cui sembra che Dio si può essere allontanato dalla sua splendida creazione. Sono domande che Kung chiaramente riferisce agli altri, ai dubbiosi interlocutori, lui, Kung, sa benissimo che Dio non si è allontanato dal creato semmai…. Ma di questo “semmai” avremo modo di parlarne nella conclusione di queste pagine.
    Per quanto mi riguarda ho già detto che Dio non è l’orologiaio e nemmeno il direttore generale dell’universo spa. Se Dio fosse costretto a intervenire in un mondo già compiuto e quindi funzionante da sé, tutte le volte che volesse essere presente in questo mondo, allora ogni istante della sua presenza equivarrebbe a un atto per cui le leggi della natura, che nei casi normali, cioè in assenza di Dio, fanno funzionare il mondo da solo, verrebbero temporaneamente sospese. Ma questa combinazione di periodi straordinari, quelli con gli interventi divini, durante i quali le leggi della natura sarebbero sospese, e periodi normali, cioè quando le leggi della natura funzionano da sole, non farebbero altro che portare caos in un mondo che invece è ordine, quindi alla fine risulterebbero solo dannose.
    Dio dunque non può intervenire.
    Se Dio esiste, ha già fatto tutto quello per cui pensiamo a lui come Creatore. Non ci resta altro da fare che aspettare di rivederlo nell’aldilà e quindi alla fine dei tempi, al momento della Rivelazione.
    Se Dio non esiste le cose non cambiano di una virgola.
    Su cosa dobbiamo allora credere, o meglio, perché dobbiamo credere?
    La prima cosa da fare, per arrivare a rispondere a questa domanda, è porre dei paletti fissi nelle nostre cognizioni, sui quali poter edificare poi una costruzione non traballante .
    Che siamo nati e viviamo, non esiste alcun dubbio. Esistiamo.
    Abbiamo una funzione? C’è un senso nel nostro esistere?
    Non si sa, o meglio io non sono riuscito a saperlo. Ho cercato di capirlo studiando filosofi e scienziati ma, malgrado i duemilacinquecento anni di pensiero umano, nessuno di loro è riuscito ad andare oltre delle ipotesi sulle quali ha costruito delle tesi assolutamente indimostrabili, per cui il perché esistiamo non possiamo saperlo neanche con il minimo di certezza. Camminiamo nel buio.
    Però possiamo immaginarlo, il perché viviamo.
    Siamo forse inconsce palline di un gioco immenso? Potrebbe essere. Per un pollo l’aia della fattoria è l’universo e la contadina che porta il becchime potrebbe essere Dio, se il pollo riuscisse a sviluppare delle riflessioni e quindi se potesse avere l’idea di Dio.
    Ecco, l’idea di Dio. Possiamo accettare il pensiero del filosofo che vorrebbe che l’idea di Dio è venuta all’uomo perché Dio esiste? Come dimostrazione dell’esistenza di Dio è un po' scarsa. No, non l’accetto. L’idea di Dio può essere venuta all’uomo per diversi motivi, iniziando dalla paura dell’ignoto, del sole che la notte spariva e magari poteva non ricomparire, del tuono e del fulmine che stavano in cielo non si sapeva da chi mandati, timori e ignoranza che hanno portato i primi uomini ad adorare proprio quello che temevano, o di cui sentivano il bisogno, il sole o il fuoco o la pioggia, per arrivare lentamente, evolvendo il pensiero nei secoli, al Dio unico. Però un’idea che nasce dal timore dell’ignoto non mi sembra possa contenere la possibilità di svilupparsi e di evolversi: qualcosa d’altro deve esserci, nell’uomo, per poter arrivare all’idea di Dio. Ed è questo ‘qualcosa d’altro’ che distingue l’uomo dagli altri organismi biologici viventi, compresi i mammiferi di elevata intelligenza e i primati. Un pollo non arriva a pensare Dio, eppure è vivo quanto noi, ha un cervello, ha subito un’evoluzione secondo Darwin, ha un DNA uguale al nostro, con i soliti 20 aminoacidi al posto giusto, è solo un’altra forma biologica con la stessa matrice.
    E allora, perché non prega?
    Qualcosa che ci distingue da un pollo quindi esiste.
    Per noi uomini Dio potrebbe anche esistere, o almeno lo pensiamo magari per negarlo, per un pollo il problema non esiste.
    Siamo quindi ‘diversi dal pollo.
    Cosa ci rende diversi dal pollo qualche scienziato ha cercato di spiegarlo, magari confutato da altri suoi colleghi, ma in sostanza io ho capito che siamo diversi perché abbiamo sviluppato una ‘coscienza di essere’ che il pollo non possiede: è questa la differenza più notevole.
    Ma come mai noi abbiamo sviluppato questa coscienza e il pollo no?
    Nel gioco delle domande non si trovano mai le risposte adatte, ma una supposizione si può fare: perché noi non siamo nati allo stesso modo di un pollo, o meglio siamo nati entrambi da un uovo, ma siamo differenti proprio nell’autocoscienza.
    Cosa significa, essere ‘differenti’, se potremmo anche discendere da una specie di scimmione? In definitiva tra noi e l’orango ci sono solo 12 cromosomi diversi.
    Va bene, accettato, è vero, tra noi e l’orango ci sono solo 12 cromosomi di differenza.
    Però su questa obbiezione anch’io ho una domanda: perché l’orango è rimasto orango e noi siamo uomini, e perché l’orango, se è nostro fratello gemello come sembrerebbe dimostrare la ‘scienza’ quando affretta le conclusioni, non ha, come invece abbiamo fatto noi, sviluppato la ‘coscienza’ di esistere. Perché non pensa a Dio? Perché non prega? Perché non ha imparato a scrivere di filosofia? Perché non costruisce sottomarini?
    Caso. Un caso dell’evoluzione. Qualche supersaputo certamente darà questa risposta.
    Cosa vuol dire ‘il caso’?
    E se il caso fosse un’emanazione del volere di Dio? Chi è mai riuscito a dimostrare che il caso non debba essere scritto con tre lettere, di cui la prima maiuscola, invece che con quattro lettere minuscole?

    (continua)
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  3. #33
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    Predefinito Re: Da agnostico quale sono mi accingo a.....

    E poi quando un’azione, o più d’una, ha una sistematicità non si può parlare di ‘caso’.
    E’ vero. Allora leggiamo altri indizi. Continuiamo a cercare di mettere dei paletti fissi, non senza prima ricordare, tanto per far notare quanto è debole la ragione umana, che il grande Lavoisier, padre della chimica moderna, in una memorabile riunione dell’Accademia delle Scienze a Parigi ha dichiarato a voce alta che gli areoliti, che non sono altro che i residui combusti delle stelle filanti che cadono sulla terra, non esistono perché, parole sue “Non esistono pietre nel cielo, quindi non ne possono cadere sulla terra”. Povero Lavoisier, dal suo ‘limitato’ punto di vista aveva ragione, il grave è che le pietre invece nel cielo esistono, e anche grosse, ma la ragione umana quando ‘non può vedere, fatica a capire’ (vedi sopra).

    Che potremmo essere palline di un gioco immenso, l’ho già detto. In questo caso Dio sarebbe il creatore del gioco, quindi non saremmo comunque ‘figli del ‘caso’, ma di qualcuno che noi chiamiamo Dio, colui che ha creato il gioco nel quale noi siamo attori.
    Come possibili palline di un grande gioco l’evoluzione ha toccato noi più di chiunque altro essere vivente nel mondo. Possiamo cercare fra tutti gli animali più intelligenti ma tutti, nessuno escluso, sono diversi da noi: la loro vita è esclusivamente manovrata dall’istinto. La coscienza di esistere è solo dell’uomo, quindi chi ha determinato questo ‘caso’ molto speciale per l’uomo, quello di essere ‘diverso’ da ogni altra specie animale voglio dire, ha operato una selezione iniziale: e anche qui, in mancanza di altre spiegazioni logiche dobbiamo ancora pensare a un Dio, altrimenti cosa pensare?
    Che noi si pensi a Dio, che noi ci si debba confrontare con l’idea di Dio è più che normale. Il filosofo potrebbe anche avere torto, quando dice che pensare a Dio vuol già significare che Dio esiste, però come posso pensare a Xyloych (termine chiaramente inventato) per cercare di comprendere una galassia che non vedo, non sento e non so nemmeno se esiste. Chi è Xyloych? Da dove mi viene questo termine? E se fosse il creatore del gioco? Comunque sia, Xyloych starebbe come Dio.
    E allora Dio non è poi così inimmaginabile nella sua esistenza come qualcuno vorrebbe.
    Se poni all’uomo un problema apparentemente insolubile questi, per risolverlo, crea delle ipotesi. Potrebbe essere che Dio è solo un’ipotesi di soluzione al problema della sua esistenza. Ma se il problema esiste, allora magari esiste anche Dio. Dire che esiste il problema ma non la soluzione, mi sembra stupido. Ogni cosa ha una spiegazione, solo che ci sono spiegazioni logiche, per la nostra mente, e altre che necessitano di uno sforzo che la nostra mente non riesce, malgrado tutto, a compiere.
    E allora si può solo credere. Possiamo solo avere fede,, una situazione che per un agnostico è però alquanto difficile.
    Noi che crediamo agli elettroni senza averli mai visti, perché dovremmo rifiutare, per la stessa ragione l’idea di Dio? Mi ha chiesto un amico chiaramente credente. Al che non ho risposto, perché non c’è una risposta, eppoi, caro amico, crediamo agli elettroni perché la scienza ci ha dimostrato che esistono. Ma allora, sempre il mio amico che parla, tutti gli indizi che hai da valutare non stanno a dimostrarti che Dio esiste?
    Non hai altra scelta: si deve credere perché è più logico e naturale che non credere.
    E anche perché là dove il problema sembra insolubile si può solo pensare che probabilmente, vista la assoluta inconsistenza delle ragioni contrarie e la minima logica di quelle a favore, Dio esiste.
    Ma se Dio probabilmente esiste perché dovremmo affannarci a tentare di dimostrarne l’esistenza?
    Perché è nel nostro modo di essere il voler capire..
    E allora continuiamo con altre domande.
    Perché esistono gli spiriti?
    Vedo gente che ride: gli spiriti non esistono!
    Abbiamo ancora gli scettici all’orizzonte!
    Ci sono migliaia di apparizioni inspiegabili, di casi di infestazione in località anche visitate dalla scienza, ci sono stati medium famosi sottoposti a mille esperimenti scientifici, a rigorosi controlli, seviziati dagli scienziati, che hanno verificato l’assenza di trucchi e inganni, eppure c’è gente che dice ancora ‘gli spiriti non esistono’ e ride, come se credere a qualcosa del fenere, del resto ‘ampiamente dimostrato’, li potesse porre in condizione di inferiorità.
    Ma esistono. Diciamo che esistono, anche con gli scettici sulla porta.
    Perché esistono? Da dove arrivano?
    Non saranno anche loro fenomeni casuali?
    E le premonizioni da dove nascono?
    Sempre dal caso?
    Certe azioni dei santi, come volare (si chiama levitazione), sono sempre frutto del caso? E le guarigioni inspiegabili di Lourdes e degli altri luoghi di miracolo, da dove vengono? Dalla fede, dice qualcuno.
    Bene, almeno queste non vengono dal caso.
    E la fede cos’è? Non abbiamo detto che la preghiera è il modo diretto per mettersi in contatto con Dio? Ebbene se la preghiera è rivolta con fede, con sincerità Dio opera molto spesso il miracolo. Certo non può fare un miracolo per ogni supplica. Diventerebbe una macchina per la distribuzione di bevande, metti il gettone ed esce la bibita, però la possibilità, dimostrata migliaia di volte che il miracolo avvenga, esiste. E allora la preghiera, mossa dalla fede, diventa miracolo. Per cui, dobbiamo concludere che questa fede che opera miracoli altri non può essere che Dio, e allora chiamiamola con il suo vero nome, la fede si chiama Dio.
    Quelli che avversano l’idea del miracolo dicono: non si è mai visto uno senza un braccio che per miracolo il braccio gli rispunta, e credono di dire una cosa intelligente, che taglia la testa al toro. E invece dicono una sciocchezza. Perché non sanno cosa significa un miracolo e non sanno che Dio ‘non può’ intervenire, come invece noi sappiamo, per modificare l’esistenza umana. Succede qualche volta che la fede operi una guarigione, ma questa è una cosa assolutamente diversa.
    Ci sono persone che passano la vita rinchiusi in una cella a pregare Dio. Hanno lasciato la vita terrena ‘da vivi’ e dedicano le loro giornate a Dio. Ci vuole una gran forza per rinunciare alla vita. Perché lo fanno? Da dove traggono la forza inumana per farlo?
    Da Dio, dalla sicurezza dell’esistenza di Dio.
    Qualcuno dice che sono degli esaltati, dei fanatici? Ma avete mai visto il comportamento di un esaltato? Un monaco trappista ricorda forse un esaltato? No. Solo e sempre la fede in Dio agisce su queste persone.
    Madre Teresa di Calcutta, don Mazzi, don Gelmini, le umili suore degli ospizi, degli ospedali, sono esseri esaltati anche loro? Cosa li spinge a fare ciò che fanno per aiutare i fratelli nel bisogno? Chi di noi lo farebbe?
    La risposta è sempre la stessa: li spinge la fede in Dio.
    Comincio a pensare che siano moltitudini ad avere questa assoluta fiducia in Dio.
    Si sbaglieranno tutti?

    (continua)
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  4. #34
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    Predefinito Re: Da agnostico quale sono mi accingo a.....

    Vuoi vedere che siamo solo noi, che rincorriamo il futile e il provvisorio della materialità, ad aver ragione e a vedere con chiarezza?
    Ho messo un’avviso sulla porta, per gli scettici, che dice: è ora di cominciare ad avere qualche dubbio, se riuscite a farveli venire.
    Ma andiamo avanti.

    Parliamo ancora di Gesù.

    *Guarire e consolare invece di ferire e offendere
    *Perdonare invece di vendicarsi
    *Soffrire invece di far soffrire
    *Amare e cercare la pace invece della guerra
    *Amare i nemici


    Questo è in sintesi il messaggio di Gesù, per questo è andato a morire sulla croce.
    Un esaltato? Un fanatico?
    Forse, ma magari anche no. Gesù ha vissuto in mezzo alla gente, alla più umile, a prostitute, pubblicani, lebbrosi, perché egli non dava peso alla purezza del corpo ma a quella ben più importante dello spirito. Gesù non ha vissuto rinchiuso in una cella o in una grotta, egli ha portato il suo messaggio ‘rivoluzionario’ in mezzo alla gente.
    Ma se Gesù, mi faccio le obbiezioni da solo, era un nazareno, cioè un uomo dedicato già da prima della nascita a servire Dio, perché non pensare che sia stato solo un profeta? Perché dovrebbe essere il Figlio di Dio, il Messia?
    Gesù non ha mai pronunciato, effettivamente, il termine di ‘Messia’ riferito a se stesso. Non ha mai detto ‘io sono il figlio di Dio’, salvo quella volta davanti al Sinedrio. Ma la sua figura è stata ben diversa da quella dei profeti, anche dei più grandi. Loro, i profeti, parlavano di sventure, fustigavano il popolo, lo richiamavano alle leggi di Dio. Si è mai sentito da Gesù niente di tutto questo? No, quello che Gesù predicava era un discorso ben più elevato, non era a base di castighi e anatemi, Lui voleva che tutti gli uomini entrassero nel Regno di Dio: non erano parole di un semplice profeta.
    Dice l’amico scettico: un grand’uomo, certo, un socialista ante-litteram, ma Figlio di Dio….e allora, chi può essere stato in realtà?
    Dobbiamo riconoscere che è un enigma.
    Ma non sorridete, non credo abbiate ragione di sorridere.
    E’ vero che la figura di Gesù è enigmatica ma qualcosa che aiuta a chiarire l’enigma esiste, ed è la sua morte violenta e i miracoli veri che dopo questa morte si sono succeduti.
    La morte violenta di Gesù è strettamente connessa al suo messaggio rivoluzionario. Quest’uomo che, incurante delle gerarchie, è passato sopra, con le parole e le opere, ai tabù culturali, alle esigenze e alle consuetudini proprie del digiuno e del riposo sabbatico, considerate il ‘precetto principale’ della Legge di Mosé. Quest’uomo che muore “per aver bestemmiato Dio” secondo le parole degli scribi del tempio e dei grandi rabbini, non era certo solo un profeta.
    Un profeta può bestemmiare Dio? No.
    E allora chi era Gesù?
    Era un uomo che, come mai prima di lui era successo, parlava ai ceti dominanti con una forza e un’autorità che incuteva rispetto e timore: non poteva essere solo un profeta.
    Era forse un fanatico religioso?
    Era un fanatico, se vogliamo definirlo così. Ma un fanatico dell’idea di portare Dio, padre di tutti, nel cuore di tutti. Era un fanatico che voleva che le donne non fossero più merce nelle mani degli uomini. Che proteggeva i bambini di fronte agli adulti, i poveri davanti ai ricchi, i piccoli di fronte ai grandi. Che amava i lebbrosi, le prostitute, i miserabili. Che aiutava i malati, perdonava i peccatori, parlava agli emarginati.
    Ma la cosa più ‘diversa’ era che Gesù non ha mai parlato in nome e per conto di Dio, e questo, per molti teologi ha un grande significato: se io parlo posso parlare in nome di me stesso? No, sarebbe assurdo, se sono io a parlare è chiaro che sono io a parlare. Da questa semplice verità il vescovo Marcione, circa cento anni dopo la morte di Gesù, ha detto, predicato, scritto che Gesù nei fatti era l’incarnazione del Dio buono venuto sulla terra per portare il suo messaggio, diverso da quello del Dio giusto di Mosè, quello che gli ebrei chiamano Yahweh. Ma ne parleremo.
    I profeti dicevano “ Così vuole il Signore” oppure “Così dice il Signore”, perché loro parlavano a nome del…ma dalla bocca di Gesù queste parole non sono mai uscite.
    Egli era un ‘esaltato’ che conosceva la materia religiosa più e meglio dei sacerdoti e dei dottori della legge, che parlava con loro con un’autorità che non si capiva da dove gli provenisse, che annunciava, in parole e opere, la volontà di Dio, anzi che sembrava rappresentare Dio dinnanzi agli uomini, e gli uomini davanti a Dio.
    Ed ecco allora che, giustamente, i suoi discepoli si sono posti delle domande, che anche noi dobbiamo porci:- “Non era egli più di Giona e di tutti i profeti? (Matteo, 12,41) e ancora “E non era più di Salomone e di tutti i maestri di sapienza?” (Luca 11,31).
    Gesù rinuncia poi (sapendolo), attraverso i suoi atti e le sue parole interpretate come bestemmie, alla vita stessa. Perché lo ha fatto? Isaia ha spiegato perché il ‘Servo del Signore’ ha rinunciato alla vita.
    La crocifissione di Gesù ha infatti un significato profondo per l’umanità. Unico fra tutti i grandi portatori di Dio che hanno vissuto fra gli uomini Gesù, ha scelto di morire così come era vissuto, da uomo del popolo, da uomo che conosce la sofferenza della carne, perché questo è quello che Dio voleva che accadesse, e che Lui, la carne di Dio, ha subito senza un lamento, perchè nella visione che aveva avuto dalla grotta nel monte, prima ancora di cominciare a predicare alle folle, Lui aveva visto quello che sarebbe stato il Suo destino: crocifisso. Ecco, con la crocifissione Gesù diventa ancor più di quello che si può pensare, anzi si identifica, se non addirittura, come vuole Marcione, con il Dio Padre, almeno di fronte a Lui, nella gente umile e povera che ha amato. La sua invocazione a Dio sulla croce è la voce della carne dolente, perchè Gesù è il figlio dell’uomo, certamente, ma per quello che ha significato, per la portata straordinaria del suo messaggio, per la sua morte cercata, per la sua Resurrezione dai morti è anche giusto porsi le domande di Matteo e di Luca “Non era forse qualcosa di più di Giona e di Salomone?”.

    Io capisco, perché ne faccio parte, coloro che fanno fatica ad accettare misteri così grandi. Ma mi batto per trovare una via di uscita dal dubbio. Essere atei è forse una via d’uscita? Rifiutare senza sapere non è una via d’uscita, è solo un vicolo cieco.
    Agostino, Tommaso, Calvino, Leibniz, Hegel: nessuno è riuscito a fugare il dubbio dell’uomo.
    Ma all’ateo voglio porre delle questioni. Se Dio non esiste, il mondo viene forse spiegato?
    Se Dio non esiste l’uomo viene forse spiegato?
    Rispondere che il mondo non ha bisogno di spiegazioni significa vestirsi di ignoranza e di superficialità. Sappiamo di esistere ma non vogliamo sapere perché esistiamo. Siamo, e basta, alla stessa maniera delle pecore e degli ornitorinchi.
    Ma basta davvero? Forse con Auschwitz, roccia dell’ateismo per antonomasia, l’ateo vede spiegata la propria posizione di incredulo?
    Auschwitz è stata proprio l’opera umana di criminali privi della presenza di Dio, bestie che pensavano all’uomo come ‘semplice materia’, priva di dignità e di importanza, e come tale lo hanno trattato, obbedendo alla loro dottrina folle.
    Dopo Auschwitz un religioso ebreo ha chiesto a un grande rabbino: “Come è possibile oggi credere ancora in Dio, dopo questo massacro?” E il grande, saggio, vecchio rabbino ha risposto: “E’ proprio dopo Auschwitz che si deve credere in Dio”.
    Eppure c'è molta gente che proprio guardando ad Auschwitz dice" Dio non può esistere, Auschwitz dimostra che non esiste"

    Ho prima scritto che anche attraverso la Resurrezione dal regno dei morti di Gesù Luca e Matteo hanno diritto ai loro dubbi sulla reale figura, anzi sulla SOLA figura di profeta di Gesù.
    Può un profeta ‘risorgere’ dal regno dei morti? Non si era mai visto.

    (continua)
    Ultima modifica di cireno; 01-01-16 alle 14:07
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  5. #35
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    Predefinito Re: Da agnostico quale sono mi accingo a.....

    Sulla Resurrezione si fonda gran parte della credenza del cristiano nella figura divina di Gesù.
    Chiariamo che la Resurrezione di Gesù non deve essere intesa come un ritorno alla dimensione umana preesistente. La sua morte non era stata fisicamente cancellata, ma semplicemente superata. Egli, risorgendo, entra in una dimensione diversa, incorruttibile, celeste, eterna.
    Risorgere non ha voluto dire ‘tornare alla vita terrena’, nessuno lo ha mai detto. Significa una vita nuova, esorbitante il tempo e lo spazio, così come dovrebbe essere per ognuno di noi.
    Eppure il sepolcro era vuoto, il suo corpo non era più là, dicono i testi.
    Nietzche ha teorizzato l’eterno ritorno dell’uguale. E’ un antichissimo mito dell’umanità, quello di risorgere un giorno. Quasi tutte le filosofie orientali parlano di reincarnazione. Tutti, in oriente, accettano quest’idea che però, ovviamente, non può essere dimostrata. Neppure nello spiritismo e nella teosofia esistono fatti riconosciuti che provano in maniera inoppugnabile la tesi della reincarnazione: si presume, come sempre si parla di ipotesi, ma il buddhismo si basa essenzialmente su questo: la reincarnazione.
    Possiamo noi accettare passivamente queste tesi sulla reincarnazione?
    Razionalmente non possiamo, perché nulla può realmente spiegare il senso di una vita poggiata su una vita precedente che a sua volta nasce da una ancora precedente. Ma la teoria della reincarnazione presuppone un premio ai giusti e una castigo agli empi. Quindi la reincarnazione sarebbe la retribuzione delle opere terrene compiute? Sembra proprio che sia così, ma allora qui dovrebbe sorgere la domanda: ma chi stabilisce in quale corpo o vegetale o altra dimensione si deve reincarnare l’anima del morto?

    Il fatto è che l’uomo ha solo ‘questa vita’ da vivere e fatica ad accettare l’ineluttabilità della sua scomparsa, il giorno della fine per cui si crea molte tesi sull’immortalità, e la reincarnazione sembra, a molti, un mezzo per sfuggire alla assoluta cancellazione della nostra identità una volta trapassati.
    In definitiva la realtà che conosciamo con certezza assoluta è solo una: morire.

    Cosa troveremo nell’aldilà? Ma soprattutto, esiste un aldilà?
    Un altro punto fermo della fede è la vittoria finale sulla morte. Non sarà la morte a vincere, anche se il suo silenzio sembra stendersi su tutte le cose. Nella Resurrezione Gesù ha vinto per sempre la morte: questo è il significato del sepolcro vuoto. “L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte, perché ogni cosa Cristo ha posto sotto i suoi piedi” (Vangelo-Cor.15,26). L’atto del morire allora, letto alla luce della Resurrezione, non è più la fine dell’esistenza ma il passaggio ad una nuova condizione di esistenza. Scrive Hans Urs von Balthasar “E’ Dio il fine ultimo dell’esistenza dell’uomo. Egli è il cielo per chi lo guadagna, l’inferno per chi lo perde. Egli è colui per cui muore tutto ciò che è mortale che resuscita in Lui e per Lui”.
    La resurrezione dei morti, annunciata da Cristo per la fine dei tempi, al proposito della quale dice il teologo “E’ quanto di più difforme si possa immaginare dall’esperienza comune e dalle ragionevoli aspettative umane. Eppure il Simbolo degli Apostoli afferma la resurrezione della carne per la ‘vita eterna’, e il Credo di Nicea afferma la resurrezione dei morti per la vita del mondo che verrà. Se ci si limitasse a parlare di resurrezione dei morti per la vita eterna, forse sarebbe possibile dare un’interpretazione metaforica di questa verità. Ma dalle formule usate nei due venerandi testi della Chiesa antica risalta l’affermazione che sarà la carne a risuscitare per vivere nel mondo che verrà. E su questo non sono ammesse interpretazioni metaforiche: questa è la promessa di Cristo, il cuore dell’annuncio cristiano che noi troppo spesso tendiamo a dimenticare, fingendo di non vedere ciò che le Scritture stesse dicono chiaramente”.
    Ma come sarà la resurrezione dei morti, di tutti i morti nel corpo di carne in vita posseduto?
    Sarà, dicono sempre i testi, la resurrezione dei corpi esattamente così come erano in vita.
    E per quelli che hanno meritato l’inferno?
    Ma avevamo detto che l’inferno non esiste, e allora?
    Siamo sempre nella supposizione, ogni risposta non può avere certezza alcuna. Balthasar ‘suppone’ un inferno per chi non ha meritato Dio, io ‘suppongo’ l’inesistenza dell’inferno. Se attraverso la morte si accede all’incontro con il Cristo, lo stato che emergerà sarà comunque sempre rispettoso della piena libertà dell’essere che fu uomo, per quanto riguarda l’accettazione o il rifiuto dell’amore di Dio. Dio diventa così, per un periodo di tempo, il Dio della speranza, perché Dio vuole “Che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità” ma l’uomo può rifiutarne l’offerta. Ne consegue che l’inferno non è creazione di Dio, ma dell’uomo che lo crea sul suo rifiuto. Quindi l’inferno, quello delle urla di dolore e dello stridor di denti, vuol dire che non esiste? No, significa solo che l’inferno esiste ma non è voluto come castigo da Dio, che anzi lotta affinché ogni uomo debba essere affrancato dal castigo, o almeno è così che a me sembra di capire.

    Ci sarà quindi l’inferno solo per chi avrà voluto, in modo libero e riflesso, edificare la sua vita lontano da Dio. Con ciò è esclusa la conseguenza che alcuni hanno voluto trarre dall’universale volontà salvifica dell’Eterno: che l’inferno cioè non esista, e che alla fine tutto e tutti saranno riconciliati in Dio. Questa visione dell’apocatastasi svuota di dignità e di serietà la libertà della creatura e di consistenza la storia che essa produce: se tutto è destinato comunque a un fine che lo sorpassa e che sarà conseguito nonostante o addirittura attraverso ogni possibile resistenza o caduta, non c’è più spazio per la tragicità del rifiuto, e la stessa accettazione risulta svalutata nel suo prezzo e nel suo rischio. La negazione della possibilità di una dannazione eterna si traduce nella negazione della stessa autonomia della creatura, e perciò diviene alla fine negazione della stessa carità del Creatore: in forma a prima vista paradossale si potrebbe asserire che, se non ci fosse l’inferno, Dio stesso non sarebbe amore, perché creerebbe degli esseri privi di libertà, incapaci di essere autentici protagonisti dell’alleanza (con Lui).

    Ecco, questo è quanto dice il teologo Bruno Forte a una domanda su Inferno e Paradiso, che, ad un’altra domanda (E’ dunque conseguenza di una libera scelta della creatura la realtà dell’inferno?) aggiunge:-

    E’ solo la creatura che può chiudersi al dono dell’amore creatore e redentore, a quella scelta, decisiva in ordine al destino eterno, cui il Profeta galileo chiama l’uomo con la Sua predicazione. La decisione, quando è vissuta come rifiuto consapevole e libero del dono veniente da Dio, si converte in affermazione di sé, presunzione inospitale e ingrata. Il destino ultimo di chi si è radicato nel rifiuto è descritto dal nazareno: fuoco, tenebra, pianto e stridore di denti...

    L’inferno potrebbe essere quindi, secondo il teologo che riporta una frase di Gesù, proprio un luogo dantesco di fiamme e di grida di dolore, un inferno che l’uomo si sceglie in assoluta libertà e convinzione.

    Dice ancora il teologo:- “Colui che, unito al Cristo nell’incontro del giudizio che avviene dopo la morte, prende dolorosa coscienza del suo rifiuto radicale dell’amore, resta come paralizzato in questo rifiuto: in Cristo e per mezzo di Lui egli è davanti al Padre, sorgente della carità eterna, conservato nell’essere dallo stesso amore che lo aveva chiamato ad esistere. Ma all’amore non può più rispondere con l’amore: l’inferno è la tristezza di non poter più amare, è il rimpianto infinito di non poter più vivere la gratitudine, senza la quale lo stesso dono è e perduto. Ma Dio non cessa di amare il dannato, perché senza il Suo amore egli nemmeno esisterebbe, ma nello Spirito che unisce e distingue, chi ha rifiutato l’amore, sapendosi amato, sa di non saper amare, e si consuma nell’infinito dolore di una possibilità irrevocabilmente perduta. fatta per amare la persona non sa né può più amare”.

    Io spero ardentemente che la sicurezza del teologo sia corrispondente alla realtà del dopo-morte. Perché reputo straordinariamente difficile per un uomo ‘non poter amare’, per cui impossibile sarebbe trovarsi dinnanzi a Dio e rifiutarne l’amore. L’uomo nasce per amare il suo simile. Nasce anche per amare Dio, ovviamente, ma questo, come vediamo, gli diventa più complicato dall’assenza fisica del Dio che dovrebbe (potrebbe) amare.
    Può Dio castigare, per i suoi dubbi, colui che potrebbe credere? Può castigare l’ateo per la sua incredulità, l’agnostico per il suo non decidere? Faccio molta fatica ad accettare l’idea di un inferno punitivo, dove le anime gemono di dolore e vivono nelle tenebra. Non ho delle ragioni valide, evidentemente, a mio conforto, ma io voglio credere che noi tutti, creature di un solo Padre, non possiamo essere privati della sua presenza in virtù di una condanna per qualcosa che non ci rendiamo conto di commettere o che non possiamo non commettere. Certo che l’assassino sa di uccidere. Ma il pazzo assassino no, egli uccide senza rendersene conto, così come l’ateo non crede perché la sua mente razionalmente impedisce al suo cuore di aver fede, quindi non rifiuta Dio e il suo amore, ma semplicemente non crede possibile che esista un Dio da accettare, per cui, conseguentemente, ne rifiuta l’offerta o meglio, non può accettare l’offerta perché non vede nessuna offerta.
    Sarà egli punito da un Dio che è solo Amore? Non ci credo, o meglio, non voglio crederci.
    Trovo forzata la posizione del teologo al riguardo.

    (continua)
    Ultima modifica di cireno; 02-01-16 alle 11:23
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  6. #36
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    Noi dovremmo credere a un Dio che non conosciamo, ma che probabilmente possiamo intuire da mille segni. Se non crediamo, se non abbiamo fede nel Signore, il teologo dice che rifiutiamo già da adesso l’offerta del suo amore che Dio ci farà al momento del nostro giudizio, quando cioè, accompagnati da Gesù, ci presenteremo al suo cospetto.
    Questa posizione mi sembra difficile da sostenere, anzi penso di doverla respingere totalmente, perché manifestamente dubbia.
    Intanto, domanda prima, chi ha dato al teologo informazioni ‘precise’ al riguardo? Sembrerebbe una domanda banale, anzi perfino stupida, ma la verità è che tutti noi, teologi compresi, esprimiamo delle ‘opinioni’ personali su argomenti difficili quindi, a meno che il teologo abbia delle informazioni diverse dalle mie, che non ne ho, sia lui che io abbiamo diritto ad avere delle idee nostre, e la mia è proprio in contraddizione con la sua impostazione del Dio che potrebbe anche castigarci per aver rifiutato il suo amore.
    La seconda domanda è :-
    -Come possiamo rifiutare l’amore di Dio, se non abbiamo la sua offerta diretta, ma solo quella mediata da una chiesa che sovente ha compiuto cose abominevoli al cospetto del Dio che ‘pretende’ di rappresentare? Non viene messa a durissima prova la nostra ragione?
    Certo, è limitata, lo abbiamo ormai imparato benissimo da tutti i pensatori che l’hanno detto, però è la ragione che Dio ha voluto che avessimo, ed è con questa che ci dobbiamo misurare. Ora la nostra ragione ha diritto a sollevare dei dubbi, perché altrimenti non sarebbe una ragione, ma un arnese inutile. Il teologo comprenderà che è proprio la sua limitatezza a originare i dubbi, e non il rifiuto dell’offerta dell’amore di Dio, per cui non ci dovrebbe accusare di “affermazione di sé, di presunzione inospitale e ingrata”.

    E se il teologo potrebbe comprenderci e quindi scusarci, sarà mai possibile che Dio, nel suo infinito Amore, voglia al contrario gettarci tra le fiamme e le tenebre a piangere la Sua lontananza e a urlare di dolore?
    La terza domanda è:-
    -Può l’uomo essere responsabile di qualcosa che commette senza sapere di commettere?
    Evidentemente io vorrei amare Dio con tutte le mie forze, ma non solo perché ho paura dell’inferno, ove esistesse, cioè della mia povera anima infilata per l’eternità tra fiamme e pene, ma perché amare Dio vorrebbe dire essere più ricchi, condurre un’esistenza migliore, dove lo spirito può bere acqua miracolosa quando ne ha bisogno, che può aiutarlo a guarire quando le avversità della vita lo colpiscono. Vorrei amare Dio con tutte le mie forze, perché potrei andare in chiesa tutte le domeniche, dimenticare le sue colpe temporali, passare sopra l’accidia di certi prelati, e sentirmi unito a coloro che hanno la mia stessa fede, pregare con loro, dar loro la mano con gioia quando l’officiante dice di scambiarsi un segno di pace, e magari parlare alla gente affamata di consolazione per convincerli della presenza di Cristo anche nei momenti più bui dell’esistenza.
    Vorrei, ma la mia mente continua ad avere dubbi.
    Cosa devo fare, signor teologo, li cancello, fingo di non averli, e decido di avere fede?
    Santo Dio, non è come accendere una lampadina!
    Io cerco, leggo, penso, ragiono ma i dubbi continuo ad averli.
    E se fosse il demonio a soffiarmeli nel cervello?
    Non può essere perchè questo presupporrebbe di credere nel demonio quando ancora ho dei dubbi sull’esistenza di Dio?
    No, certo che no, non è il demonio.
    Ancora una domanda: cosa significa: “Ci sarà inferno solo per chi avrà voluto, in modo libero e riflesso, edificare la sua vita lontano da Dio?”
    Significa forse che cercare Dio, come io sto facendo con tutti i miei dubbi, non vuol dire edificare la propria vita lontano da Dio? Vuol dire che edificare la propria vita ‘lontano da Dio’ è solo quando, commettendo in piena coscienza azioni gravi contro i Suoi insegnamenti, espressi nelle Tavole attraverso dieci ordini di comportamento, non solo non ci si pente dell’averli commessi ma si insulta Dio sapendo di farlo, ripetendo l’errore?
    Se l’uomo che non crede offende coscientemente un Dio in cui non crede, merita una punizione. Penso di essere d’accordo, in questo caso, con il teologo. Non si può bestemmiare chi non si crede esista, oltre che stupido dal punto di vista razionale è anche una sfida aperta alla possibilità che chi si bestemmia invece esista davvero. La punizione, al di là dell’Amore del Padre per tutti, è in questo caso giusta.
    Ma qui sorge la quinta domanda al teologo:-
    -E’ giusto affermare che ciò che è giusto, misurato con la ragione dell’uomo, debba esserlo anche per il grande Amore che Dio ha per le sue creature?
    Traducendo vorrei dire che se l’uomo che bestemmia un Dio in cui non crede lo fa in sfida alla possibilità che invece esista, e quindi è doppiamente colpevole, e di conseguenza per la ragione umana è punibile, per la ragione di Dio, illimitata così come il suo Amore, questa arroganza colpevole e blasfema può meritare quella punizione, che l’uomo, nella sua logica umana, comminerebbe al colpevole? Non è Dio ‘al di sopra e al di là’ di queste aule giudiziarie a misura umana, dei codici di comportamento con di fianco scritte le pene da infliggere, caso per caso? Oppure il dente per dente, occhio per occhio biblico vale anche per la nostra partita con Dio?

    Sull’inferno poi le posizioni, dei vari teologi e pensatori ma anche nella stessa chiesa, sono state molto dibattute e abbastanza diversificate. Origene, Gregorio, Didimo e Girolamo, che sono stati fra i grandi padri della chiesa, pensavano a un inferno limitato nel tempo, un posto dove le anime empie e colpevoli di gravi peccati contro l’insegnamento di Dio, sono inviate a purificarsi in attesa dell’incontro con il Signore. Il Sinodo di Costantinopoli del 543 invece ha respinto l’idea origenista dell’inferno come pena limitata nel tempo e ne ha stabilito la durata eterna. Diventa quindi giusta la dantesca scritta sulla porta degli inferi’ Lasciate ogni speranza o voi che entrate?’. Ma specialmente è giusta una punizione simile per il Dio buono, il Dio d’amore?
    Oggi perfino l’uomo tende a commutare le pene più lunghe, cioè l’ergastolo, in pene a termine. Questo per ragioni ovvie: non esiste criminale che non meriti un’ancora di salvezza al di là delle colpe commesse, una luce di speranza..
    Può Dio fare dell’inferno ciò che il sinodo di Costantinopoli ha stabilito? Come cristiano devo credere a un tale Dio? Non ci credo, e ncora una volta rifiuto come illogica la decisione di un Concilio cristiano, di un Sinodo come fu quello di Costantinopoli.

    “In un Dio che potrebbe assistere a una simile crudele tortura psicofisica, priva di speranza, di misericordia e di amore, oltre che senza fine, delle sue creature? Magari insieme ai beati del cielo per tutta l’eternità? Coloro che propugnano un Dio simile pensano che il Dio infinito, di fronte a un’offesa ritenuta infinita, per ristabilire il ‘proprio onore’ abbia bisogno di una punizione infinita. Ma il peccato, in quanto azione dell’uomo è realmente più di un atto finito?” E ancora più avanti Kung aggiunge:- “E nel Nuovo Testamento Dio è davvero presentato come un simile creditore duro di cuore? Un Dio della misericordia, dalla cui misericordia sono esclusi i morti? Un Dio della pace, che rende eterne l’inimicizia e la non conciliazione? Un Dio della grazia e dell’amore per i nemici, che spietatamente potrebbe vendicarsi dei suoi nemici per tutta l’eternità?

    E allora? Come dirimere la questione? Bruno Forte dice alfa, e Hans Kung dice beta, a chi credere, visto che entrambi sono due grandi teologi?
    Difficile a dirsi visto che ogni pensatore, dai grandi Padri della chiesa ad oggi, propone le proprie convinzioni che sono quasi sempre diverse l’una dall’altra.
    I teologi favorevoli alla presenza dell’inferno e al castigo eterno non dicono che è Dio a condannare l’uomo che ha peccato, ma che è l’uomo stesso ‘in piena libertà e convinzione’ a peccare, e quindi a porsi fuori dalla presenza di Dio. Definitivamente.
    Non è quindi Dio che vuole punire il peccatore ma il peccatore stesso che, rinnegando Dio e rifiutando il suo amore, lo obbliga a prendere atto della sua volontà. Del resto Dio ha o non ha lasciato libera l’umanità di decidere per sé stessa?
    Qualcuno dice che dichiarare che il peccato è già stato cancellato dal sangue di Cristo, pur vedendolo crescere a dismisura intorno a noi, è una menzogna suprema. E’ stato l’Apostolo Paolo a dirlo, ma il teologo rigidamente dice che il peccato resta esattamente ciò che era un tempo: peccato. E di conseguenza come tale deve essere punito. Ma dichiarare abolito il peccato, continua il teologo, come se nulla fosse più peccato, significherebbe far coincidere la condizione di redenzione nel regno di Dio con la condizione del mondo in cui satana è principe e padrone, anche dopo il sacrificio di Cristo: e in questo consiste la peggiore bestemmia contro lo Spirito Santo.
    Ma qui l’altro pensiero teologico, quello favorevole alla limitazione temporale del castigo, chiede.- “Perché un Dio infinitamente buono deve rendere eterna l’inimicizia e deve volere di fatto condividere per l’eternità la sua sovranità con qualche anti-Dio?”
    La questione non si può chiudere con una conclusione netta.
    Personalmente, ripeto, spero che Dio, se esiste, sia così buono da perdonare nel tempo tutte le sue creature. Così non fosse, avrei paura di affrontare la morte, non per il castigo che, da peccatore, potrei ricevere, ma per la stessa figura di Dio che ‘tradirebbe’ il ritratto di amore e bontà che, lentamente, sto costruendo sulla sua figura.

    (continua)
    Ultima modifica di cireno; 02-01-16 alle 14:35
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    Predefinito Re: Da agnostico quale sono mi accingo a.....

    Ma la questione dell’esistenza dell’inferno non cancella quella dell’esistenza del diavolo.
    Diavolo deriva dal greco diaballo che vuol dire separare. E infatti il diavolo è il grande ‘separatore’, colui che vuol staccare l’uomo da Dio.
    Quinzio nel suo ultimo libro-Mysterium Iniquitatis-ha bene affrontato l’argomento del diavolo e della malvagità che sta ormai imperando nel mondo, ormai da troppo tempo.
    Perché il diavolo, che si chiama anche la Scimmia del Signore, si chiede Quinzio, non dovrebbe esistere?

    Lo vedremo adesso parlando dei miracoli.
    Quello che ingenui pastorelli hanno visto a Lourdes, a Fatima, a Medjugorje era o non era la Madonna? E se non era la Madonna chi era? Un’allucinazione collettiva forse, ripetuta nel tempo, che ha originato tutta una serie di guarigioni inspiegabili?
    E il miracolo del sangue di San Gennaro, è un miracolo oppure no?
    Periodicamente, il 19 di settembre e il 16 dicembre, per la precisione, il sangue del martire, raggrumato e solidificato in due ampolle di vetro, si scioglie davanti a tutti i fedeli in attesa in chiesa.
    Bisogna dire subito che le due ampolle di vetro racchiuse in una teca hanno un’età, stabilita scientificamente dal prof. Moscarella, che si aggira sul 1600 anni., quindi esattamente della data in cui è morto San Gennaro a Pozzuoli.
    Quando il cardinale Ursi mostra ai fedeli il sangue sciolto nelle ampolle la gente batte le mani, piange, grida viva San Gennaro, viva Gesù. Poi finalmente tutti tacciono, ognuno segue la cerimonia in silenzio: il miracolo è concluso.
    Cosa dice la scienza su questo fatto straordinario?
    Innanzi tutto che, attraverso la spettrografia, si è stabilito che si tratta proprio di sangue.
    Un biologo ha così spiegato la cosa:- “Ci troviamo di fronte a una sostanza solida, sigillata, secolare, che in modo irrefutabile si liquefa, cambia di colore, di volume, di peso, di viscosità davanti ai nostri occhi, in inverno e in estate, con il caldo e con il freddo, davanti alla folla, a date quasi sempre fisse. Qualche volta non si liquefa per niente”.
    Tentativi di riprodurre artificialmente il fatto non hanno dato nessun risultato. La variazione di volume è imponente, sfida addirittura le leggi della fisica. Anche il colore cambia spesso: da rosso cupo a rosso brillante. Al termine del ‘miracolo’ la solidificazione avviene in maniera repentina. Ci sono persone che vorrebbero spiegare il miracolo con una possibile causa naturale che non si conosce. Però le leggi della fisica sono immutabili, e questo fatto, assolutamente illogico, le rovescia. Come lo spiegheranno gli scettici?
    Considerato che qualcuno ha detto in passato che poteva essere la temperatura delle candele che si utilizzavano per riscontrare lo scioglimento ora viene usata una pila.
    Qualcuno ha anche detto che potrebbe essere la tensione psichica della folla in attesa a operare il miracolo. Ma anche qui sbagliano, perché sovente il sangue si è sciolto prima della cerimonia o davanti a pochissime persone. E a volte non si scioglie, nemmeno davanti a una folla imponente.
    Altri hanno supposto che si tratti di una sostanza alchemica di cui si sono perse le formule. Ma l’esame spettrografico ha chiarito che si tratta ‘solo’ e certamente di sangue.
    E anche con questa affermazione le leggi della natura sono sovvertite. In 1600 anni il sangue umano, contenuto nelle ampolle, avrebbe già dovuto essersi putrefatto e diventato polvere.
    Dopo uno studio molto accurato il prof. Gastone Lambertini ha dichiarato:- “Una cosa è certa. Tutte le possibili spiegazioni che possiamo dare ‘non reggono e cadono’. Non esiste spiegazione. Tutte le leggi, la gelificazione, la conservazione, la soluzione dei colloidi, tutto sfida le leggi naturali. Ogni spiegazione che non ipotizzi un intervento soprannaturale non ha fondamento”.

    Sappiamo tutti cosa è accaduto a Lourdes e a Fatima. Meno persone sanno invece con cosa è accaduto a Medjugorje, in Jugoslavia.
    In una piccola chiesa parrocchiale un giorno, a cinque ragazzi del posto, appare la misteriosa Signora che loro chiamano la Gospa, cioè la Signora, che parla e affida loro messaggi.
    Periodicamente, e sempre contemporaneamente a tutti cinque i ragazzi, ‘la Gospa’ appare.
    Si è provato a filmare l’atteggiamento dei cinque giovani e la ripresa ha evidenziato la contemporaneità dei loro gesti e dei loro sguardi che, senza che uno possa vedere l’altro, mostrano con chiarezza che ogni ragazzo segue ‘insieme agli altri qualcosa’ che solo i loro occhi riescono a vedere, e questa contemporaneità dello sguardo è dimostrata dal sincrono movimento della pupille di ognuno di loro.
    Inutile dilungarci su questa nuova apparizione della Madonna, ci sono libri su Medjugorje che si possono acquistare. La realtà è che si tratta, ancora una volta, di fatti inspiegabili.
    Così come inspiegabili sono le Madonnine che piangono lacrime o sangue.
    Può essere allucinazione collettiva? O sono miracoli di provenienza ‘diabolica’?
    Tutto può essere, però rimaniamo nella logica, per favore.
    Cosa esiste come allucinazione collettiva a Medjugorje, se solo cinque ragazzi vedono la Signora?
    E a Lourdes? E a Fatima?
    E a Loreto, a Caravaggio?
    Cosa esiste di allucinazione collettiva nelle stigmate? Le stigmate sanguinano e non guariscono, e quando guariscono, diversamente da ogni ferita naturale, non lasciano cicatrici. Come mai?
    E il fenomeno della levitazione? Sono talmente tanti i casi che non si possono nemmeno citare. Come faceva a ‘volare’ San Giuseppe da Copertino?
    E il digiuno? Parliamo di una caso eclatante, quello di Teresa Neumann. Controllata dalla scienza, è sopravvissuta 35 anni senza prendere altro che un’ostia consacrata al mattino. Wikipedia scrive di lei:-

    -Teresa Neumann è nota per alcuni fenomeni e proprietà presuntamente sovrannaturali, che le sono stati riconosciuti dalla Chiesa Cattolica che le ha attribuito il titolo di "Serva di Dio", e per cui è in atto il processo di beatificazione; tali fenomeni sarebbero: la comparsa di stigmate, fenomeni quali bilocazione, xenoglossia, e profezia; l'essere guarita da paralisi e cecità in seguito a visioni mistiche; la conoscenza di lingue mai studiate (greco, latino, aramaico); la capacità di vivere senza alimentarsi: secondo quanto asserito da vari testimoni, per 36 anni si sarebbe nutrita ogni giorno esclusivamente con la Comunione sacramentale, senza assumere altri cibi o bevande.Diverse indagini psichiche sulle sue "grazie" hanno dato esiti positivi, confermando la sua sanità mentale, ed escludendo qualsiasi forma di patologia legata alla personalità.

    La Chiesa nei riguardi dei miracoli procede con i piedi di piombo. La Chiesa sa che il diavolo molto spesso opera miracoli ‘falsi’ per ingannare le folle e confonderle nella loro fede.
    Per entrare in argomento riporto con una storia.
    Una suora di clausura francese, vissuta alla fine del 700, riuscì a predire con ‘estrema esattezza’ la Rivoluzione Francese, come si sarebbe svolta, chi sarebbe stato ucciso, e la sua fine. Fra le diverse cose che ha ancora predetto ha parlato di un periodo che sembra essere proprio il nostro, nel quale essa annunciava “L’apparizione di pseudo-religiosi che saranno di grande aiuto e sostegno al Nemico di sempre, il quale eserciterà per loro mezzo dei prodigi che affascineranno gli uomini. Costoro verranno considerati quasi delle divinità. Prediranno l’avvenire, faranno grandi rivelazioni, avranno estasi e rapimenti del corpo. Dei loro prodigi si sentirà parlare in ogni dove”.
    Nel mondo stanno succedendo da tempo cose che hanno del miracoloso ma che potrebbero invece essere proprio opera del Nemico di sempre, per usare l’appellativo della monaca francese.
    In Messico, ad esempio, è apparsa una Madonna con un piede di bronzo, che operava straordinari sortilegi e dava consigli alla gente con voce dolce e suadente. Masse di gente sono andate nel luogo di apparizione ma la Chiesa ha capito che questo miracolo’ era opera del diavolo: il piede di bronzo lo indicava chiaramente, come scherno alla maestà della divinità cristiana.
    E così in Europa una bellissima madonna che ballava e piroettava su stessa e compiva ogni sorta di sortilegi: anche qui si è accertata la presenza del Nemico, del grande Separatore: una Madonna vera non balla, non piroetta.
    Statue che piangono sangue, o lacrime, possono avere la stessa origine. Il diavolo si serve di ogni ‘prodigio’ fasullo per intaccare la fede nei veri miracoli che invece, qualche volta, si compiono.
    Anche le ambigue prodezze di certi santoni apparsi negli ultimi anni mi lasciano perplesso.
    Da un libro di Talamonti traggo questo brano su Shai Baba, che io sottoscrivo totalmente:-

    “Finora non c’è mai stato nessuno che ambisse a gareggiare in miracoli con Cristo. Ora c’è.
    Circa settant’anni or sono in India un ragazzo normalissimo subì una trasformazione radicale all’improvviso. Quel ragazzo si chiamava Satya Shai Baba ed era destinato a diventare l’uomo dei grandi portenti, la cui fama risuona in India e nel mondo.
    Da altre quarant’anni raduna attorno a sé discepoli, accoglie pellegrini e visitatori giunti da ogni parte, e a tutti dispensa una sua sincretistica saggezza, ove si fa posto a insegnamenti del Cristianesimo, ma al tempo stesso intesi a far credere che si possa realizzare un’utopica religione universale, ove il Cristianesimo sarebbe praticamente annullato dal solito complesso di credenze che caratterizzano la teosofia ed altri movimenti parareligiosi. Insegnamenti moralmente ineccepibili con un solo punto centrale: la reincarnazione. A Shai Baba vengono attribuiti poteri e portenti di ogni genere compresa, si dice, qualche resurrezione di defunti.
    La sua fama è però legata in particolare a due specie di prodigi con i quali incanta immancabilmente i visitatori: l’apporto di cenere sacra e di gioielli: monili di pregio che regala come amuleti. E intendiamoci: si tratta di prodigi autentici che Shai Baba opera con tranquilla noncuranza. Chiude la mano, la riapre e il gioiello, o la cenere, è lì. Realizza e regala, con una frequenza che non manca di sbalordire. Uomo di ‘potere’ senza dubbio, ma come si fa a paragonarlo a Cristo?
    Eppure questo fanno. ‘Nuovo Cristo’ lo chiamano; ma forse non si è riflettuto ad alcune circostanze che a noi sembrano importanti. Per esempio questa: che Gesù guariva sì i corpi ma mirava in primo luogo alle anime; per prima cosa, rimetteva i peccati, e questo non crediamo rientri nei poteri di Shai Baba. Moltiplicò i pani e i pesci, Gesù, ma lo fece per aiutare un mare di gente che per amor suo si era dimenticata di mangiare. Erano miracoli dettati dall’amore, non dall’ambizione di diffondere la propria fama: che anzi gli capitava di pregare i suoi beneficiati perché mantenessero il segreto. E poi ci sono i simboli che parlano con eloquenza. Di chi sono simbolo i gioielli, gli anelli d’oro, i braccialetti, gli altri ninnoli d’oro? Parlano di vanità, di frivolezza, di fasto vuoto e vanesio; rappresentano tutto l’insieme di allettamenti mondani da cui tanta gente si lascia sedurre.
    Fasto, potere, ricchezza: i doni che Cristo rifiutò sdegnosamente quando nel deserto il Signore di questo mondo glieli offrì. Quanto alla cenere sarà certamente sacra per gli induisti, ma per noi è simbolo penitenziale della dissoluzione, della riduzione in polvere di ciò che prima era vivo e vitale. I simboli hanno un linguaggio, ascoltiamolo”.

    (continua)
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  8. #38
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    Predefinito Re: Da agnostico quale sono mi accingo a.....

    Ed ora parliamo di spiriti. Cosa dire degli spiriti?
    Che non esistono, dirà qualche ben informato.
    E allora come mai a Rosenheim in Baviera, per citare solo un esempio, magistratura, scienziati e polizia non riuscirono a spiegare fenomeni di spiritismo con oggetti che volavano, impressionanti perturbazioni elettriche e telefoniche, e perfino una cassaforte di tre quintali che si sollevava e stava sospesa in aria davanti agli occhi attoniti di magistrati e poliziotti?

    Ma attenzione! Il passato può essere un grande pericolo per il presente, nel senso che bisogna fare grande attenzione a mescolare l’oggi fisicamente materiale con il passato extra-sensibile. Ci possono essere, anzi si trovano sovente, grandi e micidiali sorprese: non tutte le entità sono avvicinabili dall’uomo, e anzi, quelle malvagie sono le prime a cercare il contatto con il terreno. Vediamo un esempio tratto sempre da un libro di Talamonti:

    E’ un episodio riferito dall’ingegner Vittorio Perrone, riportato sul Bollettino della Società Italiana di Parapsicologia, Ente Morale. L’ingegnere era allora membro del Comitato Scientifico di quella società. L’episodio riguarda il signor GZ, noto scrittore, commediografo e novelliere, presentato dall’ing. Perrone come persona arguta, equilibrata e serena.
    Un giorno GZ si trova a passare per Firenze, va in un albergo e si fa assegnare una camera. C’è una portafinestra che dà su un terrazzo. Nell’accostarsi al parapetto avverte, improvviso e prepotente, l’impulso di gettarsi nel vuoto sottostante. Preoccupato e sorpreso, reagisce con risolutezza a quel perverso impulso così estraneo alla sua personalità, e si ritrae subito all’indietro.
    Scende, fa delle domande e viene a sapere che poco tempo prima un giovane artista straniero si era lanciato nel vuoto, morendone, proprio da quel terrazzo.
    Ora noi sappiamo che certe persone hanno una mente facilmente influenzabile da accadimenti del passato, e questo è il pericolo di certi contatti.
    C’è a suffragare l’ipotesi una casistica non trascurabile. Da sempre in Cina si parla di alberghi nei quali sono avvenuti parecchi suicidi, e tutti nella stessa stanza. Stanze del suicidio, vengono chiamate.
    Non è pensabile che i clienti aspiranti suicidi le scegliessero appositamente, visto che nemmeno le conoscevano, perciò si deve dedurre che in quelle improvvise decisioni malsane l’ambiente c’entrasse per qualche verso. Non possiamo certo stupircene dopo aver visto l’impressionante facilità con cui Ida Ronconi e Sandra Baietto e altri soggetti citati, recepivano immagini, impressioni ed emozioni-a volte assai forti-solo toccando degli oggetti o entrando in certi ambienti, e capitava loro di soffrire in proprio per l’immedesimazione con protagonisti che non esistevano più.”

    Gli esempi sulla possibile pericolosità del contatto con sostanze extra-sensibili, che possiamo chiamare ‘spiriti’ al di là dell’incredulità dei soliti scettici che dubitano sempre di tutto, forse persino della loro stessa esistenza, potrebbero continuare. Ci sono state malattie gravissime, suicidi, casi di follia citati e elencati in libri specializzati e assolutamente credibili in quanto frutto di assoluta ricerca scientifica.
    Una dimensione extraterrestre quindi esiste. E non è certo la proiezione della nostra psiche o delle nostre emozioni: semmai queste la richiamano.
    I morti tornano, qualche volta, ma molto raramente. Sono prodigi che partono per volere dell’Alto, mai per esaudire richieste di curiosi o nostalgie di congiunti, e hanno sempre uno scopo di ordine spirituale. Però è sbagliato credere che per queste apparizioni gli spiriti dei morti debbano avere bisogno dell’opera di un tramite, il medium.
    Porto, al proposito, un esempio eclatante. Dopo la morte del nobile Guy de Torno, ad Alais vicino Avignone, per otto giorni la sua voce ha continuato a risuonare nella camera della vedova. L’eco di questo straordinario fatto giunse fino a Roma, al papa e ai cardinali del Sacro Collegio, che immediatamente ordinarono una rigorosa inchiesta. Fra le varie relazioni sull’accaduto riporto quella del frate John Goby: “Ispezionammo con diligenza la casa, fin sotto le tegole, e anche le case vicine. Lasciammo dappertutto uomini fidati a fare la guardia. Mettemmo una signora a guardia continua della vedova.” Il frate poi continua dicendo di aver messo sotto la tonaca una pisside con le sacre Specie. L’atmosfera era elettrica. I frati, erano in tutto quattro, si misero a recitare le litanie nella camera della vedova, quando a un certo momento sentirono come un fruscio e la vedova gridò “E’ qui, lo sento!”. Un frate chiese ad alta voce se fosse lo spirito di Guy de Torno e una voce lontana ma chiara rispose “Si, sono io”. Il frate ripresosi un pochino dalla meraviglia gli chiese se era uno spirito buono e la voce disse di si, e precisò che doveva frequentare quel luogo perché, in attesa di raggiungere sfere più elevate, doveva ripercorrere i peccati che aveva commesso.
    Padre Resch, redentorista sud-tirolese, cattedratico di ‘Psicologia clinica e Paranormologia’ presso la Pontificia Università Lateranense di Innsbruck, ha avuto esperienze concrete con l’aldilà e alla domanda “Cosa si aspetta di trovare dopo la sua morte?” ha risposto:-

    “Un luogo di felicità totale, perché in Dio avremo raggiunto l’unità con il cosmo e la conoscenza chiara dei legami che ci legano tutti a tutto. Una luce e un’unione di amore dove non dovrò più pensare a me stesso, dove l’infelicità sarà scomparsa assieme a ciò che la provoca: la domanda e il desiderio. La realtà che vedremo sarà superiore a tutte le nostre previsioni”.

    E ora un episodio della mia vita. Mia madre era morta da circa tre anni quando una notte mi sembra di svegliarmi ma sono mezzo addormentato. Vicino al mio letto, in piedi, mia mamma che mi guarda e io noto che ha lacrime che le scorrono sul viso. Mi sveglio completamente, mi giro verso mia moglie e le dico “c’era mia mamma vicino al letto, mi guardava e piangeva”. Ti sarai sognato, dice lei. Forse, non lo so, era lì, proprio vicino a me.
    Alla mattina sono ancora impressionato, e mia moglie mi dice “falle dire qualche messa”. Piangeva-dico io- perché piangeva?
    Qualche giorno dopo ne parlo con un’amica e lei mi dice “forse è un avvertimento, vai da un medico tu che non ci vai mai, fai tutti gli esami possibili”.
    E così succede, faccio tutte le analisi del sangue e li porto al medico di base. Tutto bene, dice lui, ma suo padre di cosa è morto? Tumore intestinale. Ah, ecco, allora deve fare la ricerca di sangue occulto nelle feci. Lo faccio: niente sangue. Deve ripeterlo tre volte-dice il medico. No, basta, ho schifo di portare il vasetto ecc. Bene, allora deve fare una colonscopia. Siamo in luglio, due giorni di digiuno e purghe ed ecco la colonscopia. Faticosissima, ho un intestino troppo lungo. Trovano un polipo intestinale. Dobbiamo toglierlo,ha fatto l’esame per il tempo di coagulazione del sangue? No, non lo sapevo. E allora deve farlo poi ritorna e togliamo il polipo. Non torno più in quella clinica, vado all’Ospedale di Niguarda e nuova colon-scopia. Deve togliermi il polipo-dico al nuovo medico. So io cosa devo fare, ora ispeziono tutto il colon. Dottore l’hanno già fatto alla clinica X un mese fa. Non importa, io lo rifaccio. A un certo punto sento che dice” ahi, qui sotto la valvola ileo cecale c’è un polipo che non mi piace, prelevo un frammento e facciamo la biopsia. Dopo dieci giorni vado a ritirare il referto “adeno carcinoma”. Dieci giorni dopo sono all’IEO di Veronesi, mi aprono la pancia e mi tolgono un pezzetto di intestino, poi prelevano frammenti dei vasi intorno all’alieno per vedere se il tumore si è mosso. Al quarto giorno viene il medico della sala e mi dice “tutto a posto, nessuna metastasi, ancora sei mesi e lei avrebbe cominciato il ciclo di chemio ecc. Può andare a casa e ringrazi chi l’ha mandata adesso, perchè le ha salvato la vita.

    Ecco qua, chi mi può spiegare?

    (continua)
    Ultima modifica di cireno; 04-01-16 alle 12:18
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    Predefinito Re: Da agnostico quale sono mi accingo a.....

    Ancora su Gesù



    Come sappiamo tutti, altre religioni, e non solo quella ebraica dalla quale ufficialmente si dice che è nato il Cristianesimo, si sono ispirate al monoteismo o sono diventate universali, anche se apparentemente politeiste, come quella induista. Religioni che hanno avuto, e hanno tuttora, un peso nella storia dell’umanità e che meritano di essere ricordate per la loro importanza e, soprattutto in questa sede, per confrontarle con il Cristianesimo.
    Ho già detto che Gesù ha predicato agli uomini parole mai sentite prima, e ho già detto che Lui ha rappresentato qualcosa di totalmente diverso da ogni profeta mai comparso prima, per la semplice ragione che Lui non era un profeta.
    E’ questa la ragione che fa di Gesù di Nazaret il Cristo, cioè l’incarnazione del volere di Dio, oppure come dice marcione, l’incarnazione dello Spirito di Dio, del Dio Buono.
    Il confronto con le altre grandi religioni deve far proprio apparire, così come io ho notato, la grande differenza dei messaggi del Nazareno rispetto a quelli di qualsiasi altro vissuto prima di Lui, ed è proprio questa diversità che dà alla Sua figura una patente di divinità che non può essere negata, anche se Lui, Gesù, mai nel corso della Sua esistenza, salvo che davanti al Sinedrio, ha dichiarato di essere il Figlio di Dio. Questa indicazione divina nasce con il Vangelo di Luca, che per la prima volta lo chiama in tal modo. Del resto non c’era bisogno che Gesù dichiarasse di essere quello che Luca dice che Lui era: la Resurrezione dal Regno dei morti, e i miracoli accaduti DOPO la sua morte (quelli che ho provato a descrivere), sono sufficienti a dimostrare la Sua origine divina.
    Nell’Antico Testamento, cioè in uno scritto che va da 1000 a 200 anni a.C., c’è un brano di Davide (Salmi, 21) che voglio riportare a maggior sostegno della mia convinzione sull’origine divina di Gesù:

    “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato? Tu sei lontano dalla mia salvezza”:
    sono le parole del mio lamento.
    Dio mio, invoco di giorno e non rispondi, grido di notte e non trovo riposo.
    Eppure tu abiti la santa dimora,
    tu, lode di Israele.
    In te hanno sperato i nostri padri, hanno sperato e tu li hai liberati;
    a te gridarono e furono salvati,
    sperando in te rimasero delusi.
    Ma io sono un verme, non uomo,
    infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo.
    Mi scherniscono quelli che mi vedono,
    storcono le labbra, scuotono il capo:
    “Si è affidato al Signore, lui lo scampi;
    lo liberi se è suo amico”
    Sei tu che mi hai tratto dal grembo
    mi hai fatto riposare sul petto di mia madre.
    Al mio nascere mi hai raccolto,
    dal grembo di mia madre, sei tu il mio Dio.
    Da me non stare lontano
    perché l’angoscia è vicina
    e nessuno mi aiuta.
    Mi circondano tori numerosi
    mi assediano tori di Basan.
    Spalancano contro di me la loro bocca
    come leone che sbrana e ruggisce.
    Come acqua sono versato,
    sono slogate tutte le mie ossa.
    Il mio cuore è come cera,
    si fonde in mezzo alle mie viscere.
    E’ arido come un coccio il mio palato,
    la mia lingua è incollata alla gola,
    su polvere di morte mi hai deposto.
    Un branco di cani mi circonda,
    mi assedia una banda di malvagi;
    hanno forato le mie mai e i miei piedi,
    posso contare tutte le mie ossa.

    Ho evidenziato in grassetto le due cose che mi hanno colpito, anzi che non possono non colpire chiunque le legga. Il Salmo riflette chiaramente la figura del Servo di Dio profetizzato da Isaia (52,13-53,12) che deve soffrire per i peccati di tutti gli uomini. Il Salmo, come si legge, inizia con la frase che Gesù ha poi, centinaia di anni dopo, urlato qualche secondo prima di morire sulla croce (Eli, Eli, lema sabactani?- Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?), e continua descrivendo chiaramente la fine del Nazareno, lo scherno a cui è stato sottoposto (se è amico del Signore perché non si fa liberare?) per arrivare alla parte finale che è impressionante nella sua veridicità di quello che ‘sarebbe successo’, là quando dice “le mie ossa sono tutte slogate, il mio cuore è di cera, la mia lingua è incollata al palato (ricordiamo la Sua grande sete sulla croce e l’offerta di acqua e aceto del soldato romano), un branco di cani mi circonda (e infatti intorno alla croce vi erano quasi solamente nemici, spariti i discepoli solo tre donne piangevano ai Suoi piedi), hanno forato le mie mani e i miei piedi.”
    Ecco la profezia incredibile! Centinaia di anni prima che questo accadesse, in un paese che ‘non conosceva assolutamente la crocifissione’, che forse a quei tempi nemmeno esisteva a Roma, un uomo, Davide, Re di Israele, riferendosi al messia che ‘verrà’ ne parla in quei termini e ne descrive così la morte: deriso e schernito, picchiato, in mezzo a un branco di cani, bucate mani e piedi, con il cuore di cera e la gola riarsa e l’urlo dell’agonia, della paura ‘Dio mio, perché mi hai abbandonato.
    E qui sarà bene riportare per intero anche la profezia di Isaia.

    52,13-Il Servo del Signore
    Ecco, il mio servo avrà successo,
    sarà innalzato, onorato, esaltato grandemente.
    Come molti si stupirono di lui
    tanto da essere sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto
    e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo
    così si meraviglieranno di lui molte genti;
    i re davanti a lui si chiuderanno la bocca,
    perché vedranno un fatto mai ad essi raccontato
    e comprenderanno ciò che non avevano mai udito.

    53,1-Dovrà molto patire
    Chi avrebbe creduto al nostro annuncio?
    A chi sarebbe manifestato il braccio del Signore?
    E’ cresciuto come un virgulto davanti a lui
    e come una radice in terra arida.
    Non ha apparenza ne bellezza
    per attirare i nostri sguardi,
    non splendore per potercene compiacere.
    Disprezzato e reietto dagli uomini,
    uomo dei dolori che ben conosce il patire,
    come davanti al quale ci si copre la faccia,
    era disprezzato e non aveva alcuna stima.
    Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze,
    si è addossato i nostri dolori,
    e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato.
    Egli è stato trafitto per i nostri delitti,
    schiacciato per le nostre iniquità.
    Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui;
    per le sue piaghe noi siamo guariti.
    Noi eravamo tutti sperduti come un gregge,
    ognuno di noi seguiva la sua strada,
    il Signore fece ricadere su di lui
    l’iniquità di noi tutti.
    Maltrattato si lasciò umiliare
    e non aprì la sua bocca.
    Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo;
    chi si affligge per la sua sorte?
    Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi,
    per l’iniquità del mio popolo fu percosso a morte.
    Gli si diede sepoltura con gli empi,
    con il ricco fu il suo tumulo,
    sebbene non avesse commesso violenza
    né vi fosse inganno nella sua bocca.
    Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori.
    Quando offrirà se stesso in espiazione,
    vedrà una discendenza, vivrà a lungo,
    si compirà per mezzo suo la volontà del Signore.
    Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce
    e si sazierà della sua conoscenza;
    il giusto mio servo giustificherà molti,
    egli si addosserà la loro iniquità.
    Perciò io gli darò in premio le moltitudini,
    dei potenti egli farà bottino,
    perché ha consegnato se stesso alla morte
    ed è stato annoverato fra gli empi,
    mentre portava il peccato di molti
    e intercedeva per i peccatori.**************************************** *

    Ho lasciato alla fine questa profezia, con Isaia che parla con la voce di Dio, annunciando quello che ‘sarebbe arrivato’ ottocento anni più tardi, perché mi sembrava troppo facile darmi questo straordinario atout fin dall’inizio del mio scritto per provare la veridicità dell’origine divina di Gesù di Nazaret. Il salmo di Davide poi conclude e ‘spiega’ la frase di Dio pronunciata da Isaia (egli è stato trafitto per i nostri delitti), cioè trafitto nelle mani e nei piedi.
    Anche il miracolo della Resurrezione e i successivi miracoli post-mortem sono elencati quasi con dettagli nella profezia di Isaia che, ripeto, riportava ‘La voce di Dio’. “Quando avrà dato se stesso in espiazione vivrà a lungo e vedrà una discendenza- dice Isaia - e poi avrà in premio le moltitudini e dei potenti farà bottino.” Non faccio interpretazioni perché tutto mi sembra fin troppo chiaro, però, sulle profezie ed i profeti voglio riportare una bella pagina di Schurè:

    “La divinazione è esistita nelle forme e nei modi più diversi, presso tutti i popoli del ciclo antico; ma il profetismo in Israele raggiunse un’ampiezza, un’elevazione, una autorità, che ha la sua sorgente nell’alta regione intellettuale e spirituale, dove il monoteismo mantiene l’anima umana.
    Il profetismo, presentato dai teologi della lettera quale comunicazione diretta di un Dio personale, negato dalla filosofia naturalistica come pura superstizione, non è in realtà che la manifestazione superiore delle leggi universali dello Spirito. Le verità generali che governano il mondo, dice Ewald nel suo bel libro sui profeti, in altri termini i pensieri di Dio, sono invariabili e intangibili e del tutto indipendenti dall’incertezza delle cose, dalla volontà e dalle azioni degli uomini. L’uomo è chiamato originariamente a parteciparvi, a comprenderli ed a tradurli liberamente in atto, ed è così che egli giunge alla sua propria e vera destinazione.
    Però, affinchè il verbo dello Spirito penetri nell’uomo di carne, è necessario che l’uomo sia scosso sino nell’anima dalle grandi commozioni della storia; ed allora la verità eterna ne scaturisce come un raggio di luce. Perciò nel Vecchio Testamento è detto più volte che Jahvè è un Dio vivente. Quando l’uomo obbedisce alla chiamata divina ha origine in lui una vita nuova, nella quale non si sente più solo, ma in comunione con Dio e tutte le verità e pronto a camminare da una verità all’altra sino all’infinito. In questa nuova vita il suo pensiero si identifica con la volontà universale, ha visione chiara del presente e fede intera nel successo finale dell’idea divina.
    L’uomo capace di sentire questo è un profeta, egli è irresistibilmente spinto a manifestarsi agli altri come rappresentante di Dio. Il suo pensiero diviene visione e questa forza superiore, che fa sgorgare la verità nella sua anima, benchè talvolta la infranga, costituisce l’elemento profetico. Le manifestazioni profetiche furono nella storia i colpi di fulmine e i lampi della verità. Ecco la fonte dove i giganti, che si chiamano Elia, Isaia, Ezechiele, Geremia attinsero la loro forza. Nel fondo delle loro caverne, o nei palazzi dei re, essi furono veramente le sentinelle dell’Eterno e, come dice Eliseo al suo maestro Elia, i carri e i cavalieri di Israele. Spesso predicono con esattezza la morte dei monarchi, la caduta dei regni, i castighi d’Israele; qualche volta errano, poichè, sebbene accesa al sole della verità divina, la fiaccola profetica vacilla fino a spegnersi nelle loro mani, al soffio delle passioni nazionali; ma giammai essi esitano sulle verità morali.
    Non è che oggi, e innanzi alla tomba del Cristo, che questa visione comincia a realizzarsi?
    Tutti ne parlano: l’incomparabile Isaia è ancora colui che vede più nettamente, che lo dipinge con più forza:- Verrà un discendente dal trono di Jesse, un rampollo crescerà dalle sue radici e lo spirito dell’Eterno sarà in lui. Egli è uscito come un fuiore dall’arida terra, ed è cresciuto in silenzio. E’ disprezzato, è l’ultimo degli uomini: è l’uomo del dolore. Si è caricato dei nostri mali e noi abbiamo creduto fosse colpito per le nostre iniquità. Fu perseguitato ed oppresso e condotto al massacro come un agnello e non ha aperto bocca-.
    Durante otto secoli, sopra dissensi e calamità nazionali, il verbo tonante dei profeti fece intravedere l’immagine del messia. Al tempo di Erode, sotto la dominazione romana, il messia viveva in tutte le coscienze, e se i grandi profeti l’avevano visto con i lineamenti di un giusto, di un martire, di vero figlio di Dio il popolo, dfedele all’idea giudaica, se lo raffigurava come un Davide, un Salomone, o un nuovo Maccabeo”.

    Gesù di Nazaret era quindi il messia annunciato dai grandi profeti, colui che avrebbe sopportato, per amore degli uomini, un’ingiusta sentenza, i maltrattamenti, la crocifissione e la morte e infine la sepoltura nel tumulo di un ricco (la tomba, come sappiamo, era quella di Giuseppe di Aritematea, un ricco componente del Sinedrio), era colui che per premio avrebbe avuto, come infatti ha poi avuto, le moltitudini, ed è stato colui che ha piegato i potenti (cos’era Roma a quei tempi?). Ma la domanda essenziale è: Gesù è stato solo un profeta, il più grande dei profeti ebraici o qualcosa di più come afferma Marcione e non solo? Non è facile trovare una risposta a questa basilare domanda, quindi nemmeno cerco di trovarne una.

    A questo punto è utile il raffronto con gli altri grandi profeti o personaggi centrali di grandi correnti religiose.
    Zarathustra è sempre stato un personaggio che mi ha sempre affascinato. Sembra essere vissuto in Iran intorno al 1000 a.C., ma non c’è alcuna sicurezza. Certamente era di origine indoeuropea, e lo stesso nome lo conferma, quindi estraneo al monoteismo iniziale dei semiti ebrei e alle rozze religioni dei popoli arabi delle regioni circostanti. Zarathustra era sposato e aveva figli, era un sacerdote addetto ai canti sacri del tempio. Predicava un monoteismo dove il Bene, rappresentato da Mazda, il dio della Luce, era in eterna lotta con Arimane, il dio delle tenebre e del Male. Intorno a Zarathustra è poi nata una leggenda che lo ha fatto una specie di Gesù dell’epoca. Intanto la sua nascita che è descritta come miracolosa, in quanto tutti gli elementi che lo avrebbero poi formato fisicamente già sarebbero esistiti dal giorno della nascita del mondo. Poi la sua infanzia, dove lui bambino sprigionava saggezza e metteva in imbarazzo gli adulti; poi la sua giovinezza, le sue predicazioni contro gli eretici e il suo ritiro nel deserto, la sua lotta con il Male, le sue estasi e le sue visioni, i miracoli e i prodigi, e infine la conservazione del suo seme nel lago Kasoya per far nascere un salvatore a venire, uno per ogni millenio di esistenza dell’umanità.
    E’ stato uno dei primi uomini a proclamare la fede in un unico Dio che lui definiva nel Gatha, il libro della dottrina mazdeista, come il Signore Pensante, dio unico.

    Confucio nasce 551 prima di Cristo. Non era un profeta ma un pensatore, e un politico.
    Dopo tutta una serie di vicissitudini legate al suo stato di funzionario al servizio del sovrano dello stato di Lu, dove raggiunse un’elevata posizione, si dedicò a sistemare gli antichi libri della tradizione cinese il Libro della Storia, il Libro delle Odi, il Libro dei mutamenti e quello dei Riti. Malgrado si considerasse solo un ordinatore delle leggi antiche del suo paese, in effetti risultò un grande innovatore della società cinese, della quale criticava aspramente l’immoralità della aristocrazia, per combattere la quale redasse dei codici di comportamento rigorosissimi.
    Cercò coraggiosamente di introdurre dei principi democratici in un paese che non ne aveva affatto. La leggenda lo ha poi portato anche a una dimensione simil-divina che lo stesso Confucio non aveva mai dichiarato di avere.

    Lao-Tze era contemporaneo di Confucio ed è considerato il fondatore del taoismo, l’unica corrente filosofica alternativa al confucianesimo. Il taoismo ha avuto una influenza fondamentale sulla società cinese e sul pensiero di quel popolo. Lao-tze ha scritto un libro famoso, il Tao Teh Ching, Libro della Via e della Virtù, dove si riscontrano parecchie ricette di pratiche religiose e magiche radicate nell’antichità della Cina.
    Il taoismo si basa su discipline alimentari e tecniche di respirazione antichissime, già praticate dagli sciamani allo scopo di ritardare l’invecchiamento della persona. La parte religioso-comportamentale vede il taoismo contrario alla rigida morale del confucianesimo e predica una vita autonoma, naturale e libera, condizionata solo dal non nuocere agli altri.
    Tutte le miserie del mondo indeboliscono lo ‘spirito vitale’ che è il motore dell’uomo. Il tao è sinonimo del comportamento della natura, praticamente impassibile davanti a tutto, e proprio questo dovrebbe essere, secondo il taoismo, il modo che l’uomo dovrebbe adottare per vivere.
    Il taoismo è quindi più un modo di vivere, una filosofia sociale che non una religione, malgrado pratiche magiche e formule per la ricerca dell’Essere supremo lo abbiano portato ad esserlo.
    Presso la società cinese ha significato una ideologia di permissività nelle normali azioni umane contro la rigida schematizzazione della morale confuciana.

    Contemporaneamente a Confucio nasce in India Siddharta Gaitama, detto poi il Buddha. Sposato e padre, verso i trent’anni abbandona tutto per cercare la via della salvezza dalla vecchiaia, dalla malattia e dalla morte. La sua ricerca si concluse dopo oltre un decennio di meditazioni con l’Illuminazione (Buddha vuol dire l’Illuminato) e da quel momento egli iniziò a percorrere in lungo e in largo la pianura orientale del Gange per predicare la sua Verità. Dopo la sua morte, avvenuta sembra per indigestione di carne grassa di maiale a circa 80 anni, i suoi seguaci iniziarono a creare una specie di culto sulle sue reliquie e sul suo insegnamento: nacque così la religione buddista, che io però nel mio piccolo considero più un filosofia di vita che non una vera religione.
    Il nucleo centrale dell’insegnamento buddista è la liberazione dal dolore che può essere raggiunta solo con la rinuncia del desiderio delle cose materiali e con la coltivazione dello spirito. Buddha, dopo averlo esperimentato insieme ad altri eremiti, rinuncia anche alla macerazione dell’isolamento e predica la ‘via media’ per l’illuminazione, caratterizzata sia dal rifiuto dei piaceri e dei godimenti mondani che delle privazioni e delle penitenze. Praticamente dobbiamo considerare anche il Buddismo, così come il taoismo, come una grande filosofia di vita, anche perché Buddha non ha mai preteso di fondare una religione né di rappresentare Dio, ma ha semplicemente predicato agli uomini la via ‘terrena’ per migliorarsi e non soffrire.

    Brahama è il dio induista che viene dopo l’antica religione dei Veda. Egli rappresenta il Principio creatore che, attraverso Visnu e Shiva, che con lui formano la Trimurti, è anche conservatore e distruttore dell’universo: Brahama è il Tutto, colui che dal brodo primordiale del caos ha tratto il mondo. Brahama è il dio unico dei vedanta, il dio assoluto che però la fantasia popolare distingue in diversi generi di divinità, vicine all’uomo in certe occasioni e lontane in altre.

    Maometto è stato il profeta che ha creato la religione mussulmana.
    Nato circa 600 anni dopo Cristo ha avuto una vita completamente differente da quella del Nazareno: Gesù ha fallito sulla terra, Maometto ha avuto successi e onori.
    Maometto ha avuto coscienza della propria vocazione profetica molto tardi, verso i quarant’anni. Il Corano parla di visioni che Maometto ebbe. Iniziò predicando contro gli eretici arabi che pensavano che solo la vita che si stava vivendo avesse significato; continuò a parlare di Mosè e di Gesù, di Abramo e di Lot. Nelle sue prediche egli minacciava il popolo dicendo che un profeta all’inizio è osteggiato ma che chi lo avrebbe fatto nei suoi confronti Dio, Allah, poi lo avrebbe castigato.
    La vita di Maometto si riassume nel Corano, un libro religioso e sociale di grande spessore, anche poeticamente molto bello in certe parti. Maometto, nel libro, dichiara di essere solo il Profeta di Dio.
    La religione musulmana non è facile da spiegare, specialmente in poche righe, e poi questo non è il luogo adatto. E non sarebbe nemmeno giusto farlo, in maniera approssimativa, perché è una grande religione, che si rifà agli stessi nostri ideali (esiste un solo Dio, Allah; tutti gli altri, Maometto, e anche Gesù, sono profeti; alla nostra morte saremo giudicati per le nostre azioni).
    Maometto si propone al popolo arabo così come facevano gli antichi profeti ebrei, cioè in base a un particolare rapporto con Dio, e come quei profeti intendeva solo annunciare la Parola di Dio.
    Praticamente l’Islamismo e l’Ebraismo sembrano essere religioni ‘identiche’.
    Allah è l’unico Dio degli arabi, e Jahvè è l’unico Dio degli ebrei, la parola di Allah è il Corano, quella di Javeh è la Bibbia, Allah è un Dio inaccessibile, di cui nemmeno si può pronunciare il nome, e così Javeh, Maometto è un profeta, allo stesso modo che lo furono Isaia e Geremia e Amos e Baruc e Osea, Abramo è uno dei padri degli ebrei e lo è anche degli arabi, e Gesù, che per noi è l’incarnazione del volere di Dio, se non addirittura l’incarnazione del Suo spirito, per entrambe le religioni un profeta.
    Anche il libro di Dio, il Corano, è Parola Scritta, anche qui del tutto simile alla Bibbia, e così come la Bibbia con gli ebrei, il Corano ha impregnato la vita e la storia, le arti e la mistica dei popoli arabi.
    Ma la differenza fra il grande profeta di Allah e Gesù di Nazaret è proprio qui, in questa similitudine di Maometto con Geremia, Isaia e gli altri profeti mentre Gesù non è mai stato, malgrado la visione ebraica, solo un profeta.
    Confucio e Lao-Tze non sono nemmeno stati dei profeti, perché essi erano, dal punto di vista politico-sociale, semplicemente dei grandi riformatori della vita pubblica del loro paese.
    Il Buddha ha certo significato qualcosa d’importante ma non tanto dal punto di vista della spiritualità quanto per un modo di vivere questa vita terrena, limitandone i lati negativi quali dolore e sofferenza. Dobbiamo considerare quindi il buddismo come un grande insegnamento ‘esistenziale’, una filosofia di vita, come ho già detto.
    Come si vede niente è paragonabile all’insegnamento di Gesù di Nazaret. Niente può essergli nemmeno avvicinato. Gesù ha avuto ben altro significato per l’uomo, basta leggere i Vangeli, leggere della Sua vita e si capisce abbondantemente il perché.

    (continua)
    se fai le cose come gli altri poi diventi come gli altri - Charles Bukowsky

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    Predefinito Re: Da agnostico quale sono mi accingo a.....

    Tempo fa dall’Inghilterra e dagli Usa è arrivata la notizia di due libri che vorrebbero introdurre una novità, che poi non è nemmeno tale, sulla figura di Gesù.
    Per un autore inglese egli sarebbe stato addirittura un semplice esorcista che ha avuto come solo risultato delle sue azioni quello di essere ucciso sulla croce dai romani. Sarebbe stato Paolo, secondo questa ipotesi, a far nascere la nuova religione prendendo come simbolo il crocefisso e facendo passare Gesù per il Figlio di Dio. Fosse stato per Giacomo, fratello di Gesù e fervente israelita, il cristianesimo non sarebbe mai nato. Al massimo si sarebbe creata una corrente ebionita in seno alla religione di Mosè.
    E’ chiaro che qualsiasi ipotesi può essere avanzata da chiunque, ricordo per esempio di un libro uscito negli anni 80 che pretendeva che Gesù fosse un alieno venuto da un’altro sistema solare.
    Per restare almeno minimamente con i piedi per terra a questo punto diventa importante per valutare questa nuova ipotesi stabilire quando Paolo si convertì alla nuova religione.

    Secondo il libro di Conzelmann sulle Origini del Cristianesimo, Gesù visse dall’anno 1 all’anno 30. Paolo fu folgorato dalla parole del Cristo sulla via per Damasco nell’anno 32. Secondo Luca (24,Atti1) Gesù appare ai suoi discepoli nei quaranta giorni successivi alla sua morte e ordina loro di non disperdersi, di rimanere in Gerusalemme. Qui la chiesa viene costituita, qui riceve lo Spirito (Atti 2) e da qui inizia ad espandersi (Luca Atti 1 :8).
    Marco e Matteo nel loro Vangelo non parlano delle apparizioni di Gesù a Gerusalemme ma riferiscono di quelle avvenute in Galilea. Questo indica come probabilità abbastanza plausibile che esistesse in quella regione una seconda comunità di seguaci di Gesù. La chiesa non era quindi limitata alla città di Gerusalemme. E in quei tempi Paolo (sotto il nome ebraico di Saul) ancora perseguitava i cristiani. Secondo Atti 1 le basi organizzative della nuova chiesa vengono poste ancora prima di ricevere lo Spirito. La direzione è nelle mani dei dodici apostoli, che erano diventati undici per il tradimento di Giuda. Il portavoce degli undici era Pietro.
    La discesa dello Spirito sulla nuova chiesa avviene dieci giorni dopo l’ascensione di Gesù, nel giorno della Pentecoste ebraica. Il primo effetto dello Spirito è la forza meravigliosa della predica con cui Pietro invita la gente alla conversione : tremila anime vengono aggiunte solo quel giorno, e subito diventano cinquemila (Atti 2.4 :41).
    Lo Spirito compie miracoli e dà la forza di confessare la fede anche di fronte alle minacce. Stefano è il primo martire cristiano di quei giorni.
    La chiesa cristiana si ingrandisce, si creano le prime comunità nelle quali si instaura la assoluta comunione dei beni. La suprema magistratura ebraica comincia a muoversi contro questa nuova fede. Non è ancora trascorso un anno dalla morte di Gesù, e di Paolo fra i cristiani non si sente ancora parlare. Il Sinedrio interroga Pietro e Giovanni, e poi anche gli altri nove apostoli. Si proibisce agli apostoli di svolgere attività pubblica. Essi non ubbidiscono eppure non vengono molestati.

    A questo tempo, sono cioè trascorsi due anni dalla morte di Gesù, Saul (Paolo) si reca a Damasco ancora a caccia di cristiani. Da questo si dovrebbe dedurre che la chiesa di Gesù era arrivata anche a Damasco. Sulla sua intenzione di perseguitare i cristiani non ci sono dubbi, risulta dalle lettere (Galati, Corinzi II). E’ su questa via per Damasco che Saul viene folgorato dalla luce di Gesù e dalla sua voce. Da quel momento Saul, con il nome di Paolo, diventa un cristiano.
    Com’è il mondo cristiano all’ingresso di Paolo nella comunità?
    I primi cristiani sono senza alcuna eccezione solo ebrei. La loro fede non li allontana dalla religione ebraica, anzi la venuta di Gesù è la conferma della promessa di Dio a Israele. Sono cristiani e autenticamente israeliti. La fede si basa su questi principi: Gesù è il messia, la chiesa è il popolo del messia, il popolo è Israele.
    La chiesa che era stata fondata da due anni è spiegata dalle apparizioni di Gesù risorto dai morti.
    Conzelmann nel suo libro afferma di non volersi occupare della natura delle apparizioni di Gesù.
    Egli infatti scrive:-

    Non c’è motivo di dubitare che le persone che appaiono nei testi biblici come testimoni oculari delle apparizioni abbiano veramente avuto questa esperienza. Il suo contenuto, cioè il passaggio di Gesù dallo stato di morte a una condizione soprannaturale e alla funzione celeste di Signore universale, ovviamente non si situa all’interno della realtà verificabile oggettivamente. La natura della fede consiste proprio in questo: che non è fondata su avvenimenti accessibili all’osservazione e al giudizio del pubblico, ed è consapevole che ciò non costituisce un difetto, ma al contrario dà un fondamento alla sua certezza.
    Di fronte alle apparizioni, dobbiamo notare che non esiste nessuna testimonianza di osservatori neutrali, cioè di gente che non sia stata convinta. Un osservatore neutrale non ci può essere per il modo stesso in cui i testimoni comprendono se stessi. Aggiungiamo che anche non-credenti e persino avversari (come Paolo) furono convinti.
    E’ stato fatto il tentativo, con l’aiuto della psicologia, di spiegare come la condizione spirituale dei seguaci di Gesù subito dopo la sua morte si sarebbe condensata in tali esperienze. In questo modo, per esempio: la loro disperazione per il fallimento di Gesù sarebbe stata superata grazie alla perdurante influenza della sua personalità e trasformata in una certezza nuoa della sua missione; questa rinnovata certezza avrebbe prodotto le visioni in cui lo contemplavano come il Vivente e il glorificato. Ma tutti questi tentativi di spiegazione psicologica rimangono congetturali: realmente non sappiamo niente della condizione spirituale dei seguaci di Gesù dopo la sua morte. Solo abbastanza tardi, cioè ad uno stadio assai avanzato dello sviluppo dei racconti pasquali, si trova un accenno alla loro delusione Luca, 24 : 21). Però non si tratta di una descrizione realistica ricavata dai ricordi personali di un testimone oculare, perché serve solo a mettere in rilievo la certezza della fede pasquale. Non c’è quindi nessuna ipotesi psicologica che sia in grado di dare una risposta alla questione fondamentale: perché le apparizioni del Risorto hanno prodotto proprio questi effetti? Perché i discepoli sono scesi in piazza e non si ritirarono in silenziosa meditazione?
    Ritornando ai testi più antichi, dobbiamo domandarci: che cosa riferirono, i discepoli sbalorditi, della loro esperienza?
    Che conseguenze ne trassero?
    Anzitutto è caratteristico che i più antichi documenti non dicano una sola parola sulle esperienze interiori degli interessati. Riferiscono soltanto il contenuto: Gesù crocefisso si mostrò a loro nella forma di esistenza chiamata “risurrezione”, ed essi sentirono questo come la loro salvezza. I Corinzi 15 : 3,5 ci offrono il terreno più sicuro. In questo passo paolo cita un atto di fede che risale ai primissimi anni della chiesa: “Gesù è morto per i nostri peccati, come era scritto nella Bibbia; è stato sepolto e risuscitato il terzo giorno, come era scritto nella Bibbia ed è apparso a Pietro e poi ai Dodici”.

    La chiesa cristiana primitiva nasce quindi sulle apparizioni di Gesù. Di questo siamo sicuri, molte sono le testimonianze che lo confermano. Paolo elenca tutte le apparizioni di Gesù e include nell’elenco anche quella da lui avuta sulla strada per Damasco. La chiesa sa di essere nata direttamente dal Signore glorificato, e questo è stato da Lui fatto con un atto diretto di comunicazione. Contemporaneamente alla fondazione vi è il mandato missionario, che spiega la predicazione fra genti pagane del verbo del Signore anche a costo della vita. Poiché Dio è il creatore e il Signore del mondo, l’atto di aver risuscitato Gesù riguarda tutti i popoli del mondo e quindi la chiesa primitiva non può ritirarsi, come per esempio aveva fatto la setta di Qumran, per godere della propria edificazione interiore, ma era obbligata, proprio dall’atto della Risurrezione, a diffondere la parola del Messia nel mondo intero.
    Pensare, come hanno fatto questi autori, a Paolo come il vero fondatore del cristianesimo è di conseguenza azzardare un’ipotesi, che però ha avuto molti sostenitori, fra i quali spicca la figura di MARCIONE.
    A Qumran sono stati trovati i famosi ‘rotoli del Mar Morto’ che hanno evidenziato di essere stati scritti ‘prima’ della comparsa di Gesù e parlano di concezioni religiose del tutto diverse da quelle poi predicate dal Messia. Nonostante i vari libri sul mistero dei rotoli di Qumran che conterrebbero chissà quali rivelazioni in grado di distruggere il cristianesimo questi non parlano di Gesù, non parlano degli Apostoli essendo di almeno cento anni anteriori alla nascita del cristianesimo. Quindi l’argomento è chiuso.
    Dei rotoli di Qumram, dell’importanza di Paolo nello sviluppo della nuova religione, avremo modo di parlare più avanti.

    (continua)
    se fai le cose come gli altri poi diventi come gli altri - Charles Bukowsky

 

 
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