Per lo storico si tratta dunque di rileggere la storia con una diversa consapevolezza appropriandosi di nuovi strumenti, a cominciare dalla teoria dei grafi, una branca relativamente recente della geometria. Nasce infatti nel 1741, quando Eulero risolse con uno dei suoi teoremi l'enigma dei ponti di Königsberg, la città di Kant: come è possibile attraversarli tutti e sette seguendo un unico itinerario... ma passando una volta sola su ogni ponte?
La teoria delle reti ci insegna che per prevedere la velocità con cui si diffonde un'epidemia – può essere un virus mortale o un'idea rivoluzionaria – non basta valutare la potenza del suo vettore, ma è necessario studiare anche la rete che trasmette il contagio, il suo grado di connessione, la presenza di nodi strategici al centro di molte connessioni o che possono congiungere reti diverse.
Ricondurre un fenomeno storico-sociale ai nodi e agli archi che lo sottendono non fa scoprire nuove realtà ma permette di vedere e interpretare in chiave differente fenomeni già noti (un po' come era accaduto con la teoria dei sistemi e la teoria delle catastrofi, tecniche ingegneristico-matematiche applicate poi a fenomeni sociali e dunque umani). La piazza e la torre affina la percezione delle reti spiluzzicando con divertita erudizione tra decine di episodi e situazioni emblematici che riguardano la storia, la politica, la scienza e la tecnologia, l'economia e l'organizzazione aziendale, le comunicazioni e la cultura (dall'invenzione della stampa alla posa dei cavi sottomarini transoceanici), l'arte della guerra e il terrorismo...
Nodo problematico dell'analisi di Ferguson è l'effettiva rilevanza delle reti nel determinare lo sviluppo storico e l'evoluzione delle idee. Da un lato, come denuncia Ferguson, la loro importanza è stata sottovalutata dagli storici di professione, più attenti all'evoluzione delle istituzioni. Dall'altro le teorie del complotto hanno fatto delle reti il motore della storia, e continuano a farlo. I "cattivi" sono stati di volta in volta denunciati: Illuminati e Massoni, Internazionale Ebraica e Savi di Sion, World Economic Forum di Davos, Burning Man, Bilderberg Group, Gnomi di Zurigo e Finanza Internazionale (con George Soros come mandante). È facile sconfinare nel romanzesco, aggiungendo Templari e Gesuiti, l'immancabile Spectre di 007 e Il pendolo di Foucault, senza dimenticare le efficaci reti informali delle varie mafie.
La rete delle reti che Ferguson insegue dall'antichità a oggi evidenzia la varietà delle possibili pratiche. Molte reti sono informali e orizzontali, altre sono puntigliosamente gerarchiche. Più precisamente, una gerarchia non è altro che un grafo con caratteristiche precise, a cominciare da una comunicazione essenzialmente top-down, dall'alto al basso, con un flusso di informazioni tendenzialmente unidirezionale, da un'unica emittente a molti destinatari. Inoltre le reti tendono a diventare gerarchie, come insegna l'involuzione autoritaria di quasi tutte le rivoluzioni dopo la fase caotica e desiderante dello "stato nascente" (per seguire l'intuizione di Genesi di Francesco Alberoni). I totalitarismi del Novecento, che per Ferguson segnano il culmine della gerarchizzazione politica e sociale, hanno cercato di controllare e limitare i legami orizzontali, compresi quelli amicali e familiari – e magari anche amorosi: esemplare la ricostruzione degli incontri tra Isaiah Berlin e Marina Cvetaeva nella Russia di Stalin.
Nella visione di Ferguson le reti hanno offerto un contrappeso e una possibile alternativa alle gerarchie, contrastando la loro tendenza all'irrigidimento e alla burocratizzazione dello Stato amministrativo, con la sua ossessione regolatoria. Reti e gerarchie possono scontrarsi, ed è il caso dei processi rivoluzionari. Con una avvertenza ai fanatici delle utopie 2.0, subito esplicitata nel risvolto di copertina: "La lezione della storia è che affidarsi alle reti per governare il mondo è una ricetta perfetta per l'anarchia" (p. 462).
Ferguson non è così ingenuo da pensare che oggi la Rete stia spazzando via ogni gerarchia. Sa bene che la "Dichiarazione d'indipendenza del ciberspazio" di John Perry Barlow (1996) e la visione di Manuel Castells di una rivoluzione della "società in rete" sono state subito vanificate dalla capacità di controllo e dalla censura dei governi, dall'avvento dei big data e soprattutto dall'irresistibile ascesa delle Big Five della Rete. Amazon, Apple, Microsoft, Facebook e Google hanno ribaltato l'egualitarismo originario del World Wide Web nel più feroce oligopolio: "siamo di fronte all'ultima gerarchia nel mondo attuale, una gerarchia determinata da ricchezza e reddito, modellata come un edificio con una base molto estesa che culmina in una guglia altissima e sottile" (p. 396). L'unica alternativa sono i colossi della rete cinesi e russi, sotto un rigidissimo controllo statale.
Proprio questo è l'aspetto più preoccupante: "Quando le reti e i mercati si allineano, come sta avvenendo ai giorni nostri, la disuguaglianza riesplode, perché i guadagni prodotti dalle reti finiscono in misura preponderante nelle mani di chi le possiede" (p. 440), aldilà delle intenzioni e delle idee politiche degli azionisti di riferimento.