



"I’m firmly of the opinion that real progress in philosophy can only come from taking common sense seriously. A departure from common sense is usually an indication that a mistake has been made."
Kit Fine (1946-?)


No, lo seguita. E se tu fai questo commento è perché non hai approfondito cosa ho scritto nel post successivo... Non consideri che l'essere delle cose è un Atto ma l'atto è verbo Agire al participio passato, non è ciò che è ma ciò che è stato, è l'effetto dell'essere. L'Atto è puro solo in Dio, senza successioni e quindi tempo. Nell'esistenza l'Atto è costituito da infiniti atti passati.
Quindi nelle cose cogli il "passaggio" dell'essere.
Dell'ente fisico solo le sue determinazioni materiali sono tangibili, ferme. E "sostando". Gli danno sostanza.
Gli atti sono come delle orme per questo si ha la nozione dell'essere dalle cose.
Per questo se consideri l'essere presente è come se lo considerassi una cosa. Il fatto che hai scritto che se l'essere lo si ricavasse dalle cose allora sarebbe la totalità delle cose esistenti vuol dire che sei disposto a pensarlo come una cosa. Anche se preferisci pensarlo come non-cosa e la creazione un non-essere.
Non vorrei che considerassi la determinazione dell'ente il suo non essere illimitato, ma l'ente esiste (non solo è) proprio perché è determinato altrimenti esisterebbe solo l'unico Ente infinito, Dio.
NO UE, NO EURO, NO NATO, NO NUCLEARE, NO GREEN, NO TAV, NO PONTE, NO IA AD AZIENDE PRIVATE, SOLO DI STATO
Giustizia per Rosa e Olindo. Giustizia per la Palestina
“Sorgi, Dio, difendi la tua causa.”
"Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli…"


Per quanto riguarda la teoria della conoscenza nei tre tenori vi consiglio questo:


Non è un'assunzione, è una semantizzazione. Io vedo che X muta in Y e ne evinco che X aveva la capacità di mutare in Y. Perché dovrebbe essere un'assunzione chiamare "potenza" questa capacità? Perché va bene dire "capacità" ma non "potenza"? In secondo luogo, che tale passaggio avvenga necessariamente in virtù di qualcos'altro che già esiste è dettato dalla mera applicazione del pdnc.
Non lo è, solo se quell'assenza di causa viene spiegata col fatto che gli enti sarebbero tutti...incausati, di fatto non uscendo dall'ontologia e dalla logica sottostante al principio di causalità. Nell'alternativa fra l'ente esistente di per sé e l'ente che esiste in virtù di un altro ente si sceglie che tutti gli enti sono di per sé, liquidando arbitrariamente l'evidenza del mutamento delle cose nei termini dell'illusione.
L'ho capito benissimo, ma la risposta data sopra resta valida: il venir meno di quel particolare ente non implica un passaggio dall'essere al nulla. Quell'essere determinato diventa "non essere"? No. Se mai, diventa un altro...essere determinato. Poi, si potrebbe far notare - come a suo tempo fece notare Berti - che è solo identificando erroneamente "divenire" e "tempo" che una critica come quella di Severino, seppur erroneamente, può essere imbastita.
Credere - Pregare - Obbedire - Vincere
"Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).


Stiamo giocando per caso?
Cosa accomuna in modo necessario la totalità delle cose che esistono e divengono?
Così si torna punto e a capo. Continui a supporre che in quella che chiami "mediazione linguistica" si perda irrimediabilmente il contenuto veicolato dalla parola con la quale noi indichiamo la cosa conosciuta e che ogni ragionamento fatto su di essa, solo perché è fatto sulla base di parole a cui corrispondono concetti frutto di astrazione, sia pressoché inevitabilmente incerto e traballante. O meglio, lo supponi solo nel caso dell'"essere". Ribattere eventualmente che l'"essere" non è una cosa sarebbe erroneo da parte tua perché l'"essere", come nozione, la ricaviamo per astrazione, del tutto legittimamente, dalle cose conosciute, constatando che ciò che rende tali tutte le cose è proprio il fatto di essere. Quanto all'ambiguità, torno a ripetere che si confonde l'equivocità con l'analogia. Equivoco è ciò che con una stessa parola significa contenuti affatto diversi - es.: la parola "cane" che designa sia l'anima che la costellazione -. Analogo - ma lo si è già detto - è ciò che con una medesima parola dice, dei soggetti di cui è predicato, una cosa in parte uguale ed in parte diversa, come quando si dice "sano" per indicare il colorito, il medicinale o l'individuo.
Peccato che, in tal modo, il ragionamento cessi di essere dimostrativo. E non lo si potrà più dire nemmeno probabile perché mancherà il riferimento necessario in virtù del quale lo si può qualificare come tale.
A dire il vero, l'elenchos è una forma di confutazione atta proprio a confermare il carattere necessario ed universale della cognizione che si vorrebbe mettere in discussione o addirittura negare. Se non lo facesse, fallirebbe il suo scopo e verrebbe meno nella sua ragion d'essere.
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"Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).


@Placido forse l'hai già letto o addirittura già postato, ma te lo segnalo comunque perché, in caso contrario, sono certo che t'interessi: https://www.jstor.org/stable/43068858
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A me risulta chiaro perché l'Essere sussistente non è un grado (di perfezione) dell'essere ma è l'Essere stesso. Però, visto lo sviluppo della discussione, posso solo prendere atto del fatto che quello che per me è un passaggio immediato, per te - forse - non lo è.
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