Ancora non hai capito la differenza fra ipotesi logicamente contraddittorie e non contradditrorie
Inviato dal mio SM-A536B utilizzando Tapatalk


Ancora non hai capito la differenza fra ipotesi logicamente contraddittorie e non contradditrorie
Inviato dal mio SM-A536B utilizzando Tapatalk
- Solo gli imbecilli non hanno dubbi!
- Ne sei sicuro ?
- Non ho alcun dubbio !






1) quello che penso non equivale a ciò che esiste fuori dal pensiero per il quale il tuo assunto decade
2) Dio non è un numero naturale e quindi a lui l assioma di Peano non si applica.
Inviato dal mio SM-A536B utilizzando Tapatalk
- Solo gli imbecilli non hanno dubbi!
- Ne sei sicuro ?
- Non ho alcun dubbio !




- Solo gli imbecilli non hanno dubbi!
- Ne sei sicuro ?
- Non ho alcun dubbio !


Secondo me, invece, non ti è chiaro cosa significhi "di per sé perfetto", perché altrimenti non continueresti a ripetere l'assurdità che essere di per sé perfetti "non dice niente circa il grado di quella perfezione". Leggiti o rileggiti la quarta delle cinque vie: una serie di perfezioni relative e limitate richiede necessariamente una perfezione senza limiti ed assoluta, analogamente a come una serie di contenitori d'acqua richiedono necessariamente una fonte d'acqua per poter essere tali.
Non c'è alcuna "suggestione" nel dire che Dio è la perfezione stessa, a meno che con "suggestione" tu non intenda qualcosa che ne suggerisca un'altra. In tal senso, l'espressione è suggestiva: perché ti suggerisce la soluzione del problema che poni.
Se Dio s'identifica con la perfezione stessa (se il concetto non è chiaro, ripeto, leggersi o rileggersi la quarta via), chiedersi quant'è perfetto è come chiedersi quant'è perfetta la perfezione....non ti piace l'espressione? Va bene, allora chiediamoci: quant'è perfetto ciò che è di per sé perfetto? Anche mettendola, terminologicamente, in questo modo, resta l'assurdità di chiedersi qual è il limite di qualcosa che è perfetto non per partecipazione ma in se stesso.
Ho già risposto a questo. Qual è l'alternativa ad essere l'Essere stesso sussistente? 1) Non essere; 2) essere...una particella, un atomo, una molecola, un minerale, una pianta, un animale, un uomo. Tutte cose (quest'ultime) che costituiscono un grado di essere - corrispondente alla propria natura in atto - ma non sono l'essere.
Non vedo nessun limite, quindi. Se tu chiami "limite" il fatto di non poter non essere o il fatto di non poter essere da meno di ciò che si è, vuol dire che hai una nozione oscura o distorta di ciò che significa avere un limite. Come ho già detto qui, sarebbe come dire che l'immortalità è un limite rispetto alla mortalità.
Dio non diviene? Non diviene perché, se divenisse, vorrebbe dire che 1) può venir meno a ciò che è; 2) è ulteriormente determinabile, cioè può acquisire perfezioni che non ha. Ma se così fosse Dio non sarebbe di per sé perfetto.
Credere - Pregare - Obbedire - Vincere
"Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).






Nel paragrafo dal titolo "La Matematica", sempre nella Prefazione, in merito alla dimostrazione del teorema di Pitagora, dirà che
«il triangolo viene smembrato; le sue parti sono volta in altre figure fattevi sorgere dalla dimostrazione. Dunque, il triangolo intorno al quale si deve operare, veniva perduto di vista durante il procedimento, ed era là soltanto in pezzi che appartenevano ad altri intieri»[25].
«La necessità non scaturisce dal concetto del teorema, anzi viene imposta; e si deve ciecamente ubbidire alla prescrizione di tirare certe linee, mentre se ne potrebbero tirare infinite altre: tutto ciò con un'ignoranza pari solo alla fede che ciò andrà a buon fine per la condotta della dimostrazione. [...] così la dimostrazione percorre una via che si fa cominciare a un punto qualunque, senza sapere in che rapporto stia con il risultato che deve venir fuori».[26]
Hegel critica il modo di procedere della matematica, per quanto concerne le finalità e l'identificazione dei momenti conoscitivi. Il modo matematico, pur sviluppando le interconnessioni tra le varie fasi dello sviluppo del concetto, non descrive accuratamente, e anzi per lo più tralascia lo sviluppo dialettico che dalle ipotesi arriva alla tesi. Per Hegel, la costruzione è un mezzo della conoscenza, ma non un momento dell'oggetto, poiché nella sua struttura non evidenzia chiaramente i momenti dell'evoluzione dialettica.
La matematica produce sistemi chiusi nei quali la conclusione è la tesi che si intendeva dimostrare, ma proprio perché la fine è uguale al principio, dopo la dimostrazione lo spirito non si è annullato - ciò che è necessario al suo rivelarsi - ed è tornato in se stesso senza in realtà uscirne. Se si considera la tesi come primo momento della fenomenologia del sapere matematico, la dimostrazione si riduce a qualcosa che si può omettere saltando direttamente alla conclusione, è un passaggio che viene da un metodo scientifico per distinguere verità e opinione. In questo modo, si perde la dialettica, tutta la conoscenza che è manifestata durante i cambiamenti dell'oggetto.
Un sapere compiuto deve mostrare come si struttura l'oggetto, l'esposizione segue il divenire dell'oggetto ed è necessaria. Ciò non è riscontrabile nel procedere matematico, quando la tesi sia posta come primo momento dello sviluppo del sapere.
«Quel procedere è piuttosto un formalismo monocromatico che giunge alla differenza del contenuto soltanto perché è preparata e già nota. [..]. Il formalismo protesta che sentirsi inappagati dell'universalità da lui proposta è incapacità di impadronirsi di una posizione assoluta e a mantenervisi».[27]
https://it.wikipedia.org/wiki/Fenome..._dello_spirito