L'agghiacciante finale del racconto I nove miliardi di nomi di Dio di Arthur Clarke:
«Continua a non piacermi» disse, sette giorni dopo, mentre i piccoli pony di montagna li trasportavano verso il fondovalle lungo il sentiero a tornanti. «E non credere che io tagli la corda perché ho paura. È solo che mi dispiace per quei poveracci lassù, e non voglio assistere quando scopriranno che razza di babbei sono stati. Mi chiedo come la prenderà Sam.»
«È buffo» ribatté Chuck, «ma quando l’ho salutato ho avuto la netta sensazione che sapesse che noi ce la battevamo, ma non gliene importava, perché tanto la macchina funzionava benissimo e il lavoro stava per finire. Dopodiché… Be’, per lui non c’è nessun dopo.»
George si girò sulla sella e guardò indietro verso il ripido sentiero che s’inerpicava sulle montagne. Era l’ultimo tratto dal quale si aveva la veduta completa della lamasseria. Le costruzioni tozze e spigolose si stagliavano nell’estremo bagliore del tramonto. Qua e là brillavano piccole luci, come gli oblò sulla fiancata di un transatlantico. Erano lampade elettriche, naturalmente, collegate allo stesso circuito del Mark V. “Fino a quando?” si domandò George. I monaci avrebbero distrutto il computer, per la rabbia e la delusione? O invece se ne sarebbero stati tranquillamente seduti per ricominciare da capo i loro calcoli?
Sapeva esattamente che cosa accadeva in quel preciso momento sulla montagna. Il gran lama e i suoi assistenti, seduti nelle loro tuniche di seta, esaminavano i fogli, mentre alcuni novizi li ritagliavano dopo averli prelevati dalla stampante e li rilegavano negli enormi volumi. Nessuno parlava. L’unico suono era l’incessante ticchettio della stampante, dato che il Mark V effettuava migliaia di calcoli al secondo nel più completo silenzio. Bastavano tre mesi di quella vita, pensò George, per far impazzire chiunque.
«Eccolo!» urlò Chuck, indicando un punto giù a valle. «Non è bellissimo?»
Lo era davvero, pensò George.
Il vecchio DC-3 malconcio si era posato al bordo della pista come una minuscola croce d’argento. In due ore li avrebbe portati via verso la libertà e la ragione. Era un pensiero da assaporare come un liquore pregiato, e Chuck se lo rigirò nella mente mentre il pony scendeva pazientemente la china.
Su di loro stava per scendere la rapida notte delle alte cime dell’Himalaya. Per fortuna la strada era in ottime condizioni, almeno rispetto alla media di quella regione, ed entrambi avevano delle torce. Non c’era il minimo pericolo, solo un po’ di disagio per via del freddo pungente. Il cielo sopra di loro era perfettamente chiaro e illuminato dalle stelle amiche. Almeno non si sarebbe corso il rischio che il pilota non riuscisse a effettuare il decollo per avverse condizioni atmosferiche, pensò George. Era stata quella l’ultima preoccupazione che lo aveva assillato.
Cominciò a cantare, ma dopo un po’ s’interruppe. Quel vasto anfiteatro di montagne che incombevano luminose da ogni parte come bianchi fantasmi incappucciati non incoraggiava il suo entusiasmo. George diede un’occhiata all’orologio. «Dovremmo esserci fra un’ora» disse a Chuck, dietro di lui. Poi aggiunse: «Chissà se il computer ha terminato i calcoli? È quasi ora».
Chuck non rispose, e George si girò sulla sella. Vide la faccia dell’altro, un pallido ovale rivolto verso il cielo.
«Guarda» mormorò Chuck, e anche George alzò gli occhi. C’è sempre un’ultima volta per tutte le cose.
Sopra di loro, in silenzio, le stelle si spegnevano una dopo l’altra.




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