La contraddizione invece c'è. Dicendo che un ente contraddittorio può esistere nella realtà, stai affermando che un ente può, insieme, esistere e non esistere, pur esistendo. E questa cos'è, se non una contraddizione? Peraltro, se tu fossi coerente fino in fondo con quanto sostieni, non dovresti aver problemi ad ammettere che la tua stessa ipotesi sulla possibile esistenza di realtà contraddittorie sia, a sua volta, contraddittoria. Se non è detto che la realtà sia veramente incontraddittoria, quale sarebbe il problema in un'ipotesi contraddittoria? Dovresti ammettere la contraddizione e dire: "Embè?!? La contraddittorietà della mia ipotesi non ne pregiudica di per sé la possibile esattezza sul piano della realtà". Certo: rimane l'insolubile problema che il concetto stesso di "ipotesi" implichi quello di possibilità (il minimo di consistenza che deve avere un'ipotesi è che non sia contraddittoria rispetto alla realtà) e la possibilità è tale solo nel rispetto del pdnc.
A questo punto, allora, perché non mettere in dubbio pure l'effettiva distinzione fra pensiero e realtà? Se pdi e pdnc non hanno valore universale e necessario, ma sono solo "leggi del pensiero", potrebbe non esserci alcun distinguo fra l'uno e l'altra. Qualsiasi distinzione implica il rispetto del pdi e del pdnc. Ma non solo: potrebbe non esistere alcunché.
C'è qualcosa di verificato in questo mondo, a tuo avviso?
Non penso proprio che uno scienziato ti darebbe retta se gli dicessi che un determinato atomo potrebbe esistere e simultaneamente non esistere. Non nella larga maggioranza dei casi, quanto meno.
Esiste X. X muta in Y. Da ciò si evince che X era mutabile in Y. Com'è potuto avvenire il mutamento di X in Y? Non può esser stato frutto dell'azione di Y, perché vorrebbe dire affermare e negare insieme l'esistenza di Y. Ne consegue che può esser stato frutto soltanto di qualcosa di esistente. Questo qualcosa è la causa efficiente.
Non c'è alcuna "assurdità" nell'essere corruttibile: come già detto, non ci si può opporre realmente a ciò che non esiste e non può esistere. Pertanto, quella di Severino è una reificazione del nulla. L'essere corruttibile "dopo essere stato" non diventa nulla assoluto. È - per usare un'espressione di Enrico Berti - "parte della storia dell'essere" perché né il passato né il futuro sono "nulla", ma momenti diversi e distinti di una realtà che ai nostri occhi si svolge secondo una successione temporale ma di cui Dio ha l'intera visione nell'unico istante dell'eternità immobile. D'altra parte, gli escamotage severiniani non risolvono il problema posto dall'esistenza dell'essere corrutibile e dalla percezione del divenire. Se il divenire è apparenza di enti che si nascondono, sta di fatto che anche l'apparire è un divenire. Se la risposta ulteriore, che Severino provò a dare, è che quell'apparire che ci sembra divenire è, in realtà, un apparire dell'apparire, allora - con buona pace di un filosofo certamente acuto e brillante - siamo solo punto e a capo. La filosofia di Severino non dà nemmeno ragione della diversità di enti che, in realtà, condividerebbero attributi che li renderebbero identici: infatti gli enti severiniani sono eterni ed indivenienti. Se non erro, per Severino l'intero del positivo è l'orizzonte dell'essere che accomuna tutti gli enti e l'Essere stesso, ma questo non toglie che la nozione severiniana dell'essere sia mutuata, per sua stessa ammissione, da Parmenide. Semplicemente, anziché relegarla ad un unico ed esclusivo Essere, la estende a tutto ciò che nell'esperienza percepiamo avere l'essere (e ai pensieri stessi). Per quanto riguarda la tua conclusione/domanda finale, il punto è che le distinzioni che il tomismo fa riguardo all'essere trovano riscontro nella realtà, mentre invece quando Severino parla dell'essere cala la nebbia. Ma questo ci riporta alla questione che stavamo affrontando ad inizio post.





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