



La volontà di Dio è sempre una ed una sola, così come il pensiero di Dio è uno ed uno solo. Anzi, se vogliamo essere pignoli: non solo il pensiero di Dio e la volontà di Dio coincidono, ma sono Dio stesso. Però, per analogia con il nostro modo di pensare e volere, parliamo al plurale di "pensieri diversi" o "volontà diverse" in Dio in quanto si riferiscono ad una pluralità di oggetti riconducibili all'unico oggetto: il bene. Bene assoluto e bene in quanto partecipe del Bene assoluto. Stante l'inevitabilità dell'esprimersi in termini analogici, in quale senso diciamo che la volontà sarebbe stata differente se anziché creare il nostro universo ne avesse creato un altro più o meno perfetto del nostro? A motivo della diversità degli effetti? Qual è insomma l'elemento differenziatore della volontà divina nei due casi?
Credere - Pregare - Obbedire - Vincere
"Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).


La facoltà intellettiva è una facoltà che l’uomo ha in più rispetto agli animali, ma è comunque una facoltà umana, che verosimilmente darà alla conoscenza un’impronta umana - non è una garanzia che essa colga la realtà nella sua assoluta oggettività, oltre la prospettiva umana - a meno che uno teorizzi che tramite quella facoltà, come tramite una specie di antenna, l’uomo capti verità assolute che esistono da qualche parte di per sé.
La mia ipotesi non è che noi prendiamo un oggetto per un altro, e nemmeno che percepiamo come incontraddittorio ciò che non lo è: quest’ultimo è un discorso privo di senso fuori da una discussione sull’essere.
L’animale si rivolge alla stessa realtà esterna a cui ci rivolgiamo noi, ma non coglie la stessa realtà che vediamo noi, la vede diversamente (a seconda dell’animale) in termini di proporzioni, colori e forme, non coglie necessariamente le stesse identità (nel tuo esempio: il sasso). La percepisce non necessariamente in termini di visione come noi, ma (a seconda dell’animale) come reticolo di suoni, di odori, di ultrasuoni, attraverso la percezione del campo magnetico terrestre ecc. Queste differenze dipendono dalle differenze biologiche, e dunque il discorso si amplia, visto che sappiamo che sono esistite altre specie umane, le cui differenze biologiche rispetto alla nostra verosimilmente comportavano percezioni diverse della realtà. Quindi io vorrei sapere perché la prospettiva umana sulla realtà sarebbe altro che una prospettiva, e sarebbe invece la realtà stessa. E poi anche chi garantisce che l’uomo possa cogliere verità assolute, e secondo i tomisti entrare almeno in parte nel pensiero di Dio. Vorrei sapere se si può rispondere a queste due domande, ma a quanto pare non è possibile.
Le parole indicano un fatto quando si può mostrare tale fatto oltre le parole, altrimenti indicano un’idea, un’astrazione ecc. E che queste idee siano fatti e non qualcosa che ha significato solo in relazione a noi che le formuliamo, non può essere affermato solo in base alla loro portata universale. I concetti sono universali, nel senso che hanno una portata di significato universale, ma questo non implica che astrarre un concetto significhi cogliere qualcosa di reale, nemmeno se questa nozione comprende tutte le altre. Niente dimostra che a tale nozione corrisponda un fatto, in questo caso un principio del tutto. Come per le parole, vale anche per i concetti: non indicano necessariamente qualcosa di reale, neanche se la mente rimane abbagliata nel concepire un concetto di portata trascendentale. Parlando per analogia, un illuminato potrebbe sempre essere nient'altro che un fulminato.
Quello che dici conferma che si arriva al significato metafisico di “essere” attraverso le parole: siccome di tutte le cose diciamo che sono, allora tutte le cose hanno in comune “l’essere”, dunque l’“essere” è il principio universale del tutto. Non sequitur, passaggio arbitrario dal piano delle parole a quello della realtà, si crede nell’esistenza di un principio ottenuto in questo modo.
Dopodiché si torna alle cose, le si interpreta attraverso questa idea, e invece di dire: “senza il verbo essere non potremmo dire che le cose sono”, si dice: “senza l’essere le cose non potrebbero esistere”. Non sequitur, falsa identità.
Tu obietti: non è forse un fatto che le cose sono? Sì, ma questo non significa che il verbo da noi utilizzato per esprimere quel fatto esprima anche il principio che fa esistere le cose.
La realtà per esistere non aspetta le nostre predicazioni di esistenza, mentre per la fede metafisica nell’essere la realtà esiste grazie al verbo che esprime il concetto di esistenza, e per esistere deve rispettare i criteri con cui noi ne parliamo, i nostri predicati di esistenza.
Il paragone fra “essere” e gravità non torna a tuo vantaggio: certo Newton vedeva la mela cadere, e diceva “la mela cade”, ma non è sulla base del verbo cadere che elaborò la legge di gravitazione universale.
Perché se avesse usato il criterio della metafisica, avrebbe ragionato così: “le cose cadono, è un fatto, e senza il verbo cadere non potremmo dire che le cose cadono, perciò è evidente che tutte le cose che cadono hanno in comune il cadere, dunque la cadenza è una legge universale della realtà. Senza la legge della cadenza universale le cose non cadrebbero, ma le cose cadono - dunque è vera la legge della cadenza universale”.
Alcuni malpensanti “mettono in dubbio il nesso fra realtà, conoscenza della realtà e linguaggio, con cui si esprime il contenuto di tale conoscenza, sia essa spontanea o formalizzata in termini rigorosi”, ma la legge della cadenza universale non ha aspettato di essere formalizzata dalla metafisica per regolare l'andamento dei fenomeni fisici, perché le cose, signori miei, cadono, e questo sconfessa i vostri sofismi.
Con Alberto siamo sempre nell’ambito delle figure retoriche che si possono sciogliere e ricondurre ad un significato letterale, mentre abbiamo visto che sul più bello le analogie del tomismo non sono di questo tipo.
Io non ho niente contro la fede o le opinioni (che sono cose diverse), ma vorrei capire che cosa sappiamo e che cosa crediamo, e magari in che senso. Sei tu che hai dei problemi con la fede, io infatti ne parlo perché tu non ne parli mai, e a leggerti sembra che tutto sia vero, oggettivo, razionalmente accertato, persino la bellezza e sublimità della dottrina cristiana (!).
Ma che senso ha dire che tutti possono ritenere convincenti quegli argomenti vedendone la veridicità? Non si capisce come fai a dire che argomenti come i miracoli, la resurrezione, le profezie, la diffusione e la santità della chiesa, la verità e la bellezza e sublimità della dottrina cristiana sarebbero evidentemente veri. Intendi che c’è una differenza fra evidentemente vero e oggettivamente vero? Tu hai tirato fuori questi argomenti per dire che la fede non è semplice adesione a ciò che è rivelato, ma questi argomenti richiedono comunque un’adesione, non c’è niente che li qualifichi come evidentemente veri.
Vedi cosa succede a ragionare per ipostasi di nature e triplicazioni di persone? Finisce che l’essere è nell’opposizione fondamentale col nulla, ma è anche antecedente all’altro termine - l’opposizione è e non è fondamentale, è anche occasionale, interlocutoria… Tuttavia non è possibile spiegare, a chi non lo sapesse, cosa vuol dire che una cosa c’è, è qui, senza rappresentare il momento in cui quella cosa non c’è, non è qui, e viceversa.
“Il concetto di ciò che fonda la relazione tra gli analogati” non è la definizione di “essere”, e per provare a spiegare che cos’è “l’essere” bisogna ricorrere alla parola essere.
Io ho il ricordo - non contraddittorio - di aver sognato qualcosa di contraddittorio: questa affermazione, che penso non stupirebbe nessuno, non ti piace, nonostante si parli appunto di sogni. Nel sogno le identità possono sfumare l’una nell’altra, dunque è inutile disputare per ricondurre i sogni entro il dominio della logica. Per parlare dell’esperienza onirica noi dobbiamo esprimerci in termini non contraddittori, cioè dobbiamo parlare di quel contenuto contraddittorio del sogno come qualcosa, termine che letteralmente implicherebbe appunto un contenuto non contraddittorio. Questo non è un problema dell’esperienza onirica, è un problema del linguaggio alle prese con il racconto dell’esperienza onirica. Ma volendo non è difficile trovare un modo di esprimersi che salvi capra e cavoli: uno può sempre dire di aver sognato tre persone distinte che erano un’unica sostanza onirica.
- Non esiste in Germania una cricca più spudorata e stupida di questi antisemiti.
Nietzsche, 1887


@Gunthr
Ma di cosa stai parlando? Non dell'aristotelico-tomismo voglio sperare.




@emv
Presumo sottraendo, ma sottraendo a cosa?


Prende l'ex nihilo nihil fit dei "filosofi antichi" in senso univoco, lo assimila al principio di causalità tout court e allora dice che la creatio ex nihilo sui et subiecti, in quanto basata sul pdc, "crolla", così come crolla lo stesso pdc come principio primo (universale e necessario).
Per questo dico che o non c'ha capito una mazza o fa finta di non averci capito una mazza (ed in quest'ultimo caso, sarebbe l'ennesimo sofisma che confeziona).
Credere - Pregare - Obbedire - Vincere
"Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).





