La facoltà intellettiva "verosimilmente darà alla conoscenza un'impronta umana"? La verità è che non hai la più pallida idea di cosa rispondere ad una semplicissima domanda: ammesso giustamente che la nostra conoscenza è - in un certo senso - limitata e condizionata, in che termini potrebbe essere condizionata al punto da percepire la realtà come strutturalmente incontraddittoria in modo necessario, universale ed oggettivo (come diresti tu: "assoluto"), senza che lo sia davvero? Sai solo dire "perché è umana"? Non è una risposta.
Ti è già stato spiegato come conosce l'uomo (qui ad esempio, con la citazione della Vanni Rovighi, ma non solo: ci sono stati parecchi interventi in merito nel corso della discussione). Sei tu ora a doverci dire se quella descrizione è scorretta o meno. E, se non lo è, dovresti dirci in che modo, in quanto descritto, s'infiltra la possibilità di una distorsione strutturale della realtà (tale sarebbe, infatti, una realtà in cui può verificarsi effettivamente la contraddizione, che però percepiamo come assolutamente incontraddittoria).
A dire il vero, sei proprio tu ad aver detto che noi cogliamo la realtà come universalmente e necessariamente incontraddittoria, ma che potrebbe non essere veramente così "perché siamo condizionati dalle nostre strutture biologiche e neurologiche". E non farmi ritirare fuori i quote e i link in cui sostieni questa posizione, visto che già l'ho dovuto fare in precedenza perché negavi l'evidenza.
Parlare di incontraddittorietà sarebbe "privo di senso fuori da una discussione sull'essere"? Prova a dire ad uno zoologo che la tigre si caratterizza ed insieme non si caratterizza come tigre sotto il medesimo aspetto: non sarà un tomista, ma sono abbastanza sicuro che – come minimo - strabuzzerà gli occhi a fronte dell'assurdità sentita.
Benissimo, ma questo lo possiamo dire proprio perché sappiamo che cosa può condizionare la conoscenza degli animali ed in che termini, facendo apparire loro la realtà in un certo modo. Ad esempio, possiamo dire che i cani sono in grado di sentire gli ultrasuoni a causa della morfologia delle loro orecchie ed in particolar modo grazie alle cellule del cd. orecchio interno. I gatti vedono molti meno colori di noi ma, al tempo stesso, hanno una vista notturna notevole perché la composizione cellulare della retina dei loro occhi è differente dalla nostra. Gli elefanti hanno un olfatto particolarmente sviluppato a motivo della proboscide. Diversi animali, avendo la magnetite nel proprio stesso cervello, sentono il campo magnetico e ne sono, di conseguenza, attratti. E di esempi ne potrei citare molti altri, se volessi.
Sai dire lo stesso per gli esseri umani in modo da spiegare cosa potrebbe farci percepire come assolutamente incontraddittoria nelle sue strutture fondamentali una realtà che, invece, non lo è? Limitarsi a dire che siamo umani e che quindi la nostra prospettiva è umana non è un argomento.
Tra l'altro, non dobbiamo dimenticare che le differenze che possiamo rinvenire tra la conoscenza sensibile degli animali e la conoscenza sensibile degli esseri umani sono di natura accidentale. Nell'ipotesi che hai formulato, non ci si limiterebbe a percepire un colore al posto di un altro oppure a sentire suoni che altri non riescono ad ascoltare, ma a qualcosa di decisamente più strutturale ed essenziale.
Con buona pace di certo materialismo riduzionista, ciò che connota l'essere umano, distinguendolo specificamente dagli animali, è il possesso dell'anima razionale. Pertanto, per poterle veramente considerare "umane" non ci si dovrebbe limitare a prenderne in considerazione la struttura biologica, bensì verificare se esistono prove di manifestazioni di vita propriamente intellettiva.
A dire il vero, s'è parlato di "presenza intenzionale". Ti dice niente?
Se si ha presente come conosce l'uomo, si avrà anche presente che, laddove è incondizionata, la nostra conoscenza non può che essere oggettiva o, se si vuole, "assoluta".
Certo: attraverso le sue opere possiamo avere una certa conoscenza di Dio, così come è dagli effetti che possiamo risalire, in una certa misura, alla causa che li ha prodotti.
Le risposte sono già state date in più occasioni: il problema è che non le accetti.
Stai omettendo un passaggio fondamentale: l'astrazione avviene nel momento in cui l'intelletto conosce i singolari nella realtà esterna. È a contatto con le singole cose che noi astraiamo il concetto di "cosa". È a contatto con le singole pietre che noi astraiamo il concetto di "pietra". È a contatto con le singole piante che noi astraiamo il concetto di "pianta". È a contatto con i singoli animali che noi astraiamo il concetto di "animale". È a contatto con i singoli umani che noi astraiamo il concetto di "umano". Anzi, a rigore, sarebbe sufficiente conoscere una singola cosa, una singola pietra, una singola pianta, un singolo animale ed un singolo umano per astrarne i rispettivi concetti. Il concetto di "essere" è un'astrazione, come ogni altro concetto, ma è anch'esso un concetto ricavato da un fatto. Ed il fatto è che c'è relazione fra tutte le cose e tutto di ogni cosa. Fatto rinvenuto dal nostro intelletto. Come facciamo a dire che c’è tale relazione? Perché, infatti, cogliamo "qualcosa" che lega ed accomuna tutte le cose e tutto di ogni cosa, universalmente e necessariamente. E questo "qualcosa", che è il fondamento di tale relazione, viene espresso con il verbo sostantivato "essere". La scelta ricade su quel verbo sostantivato perché noi diciamo che "ci sono delle cose", utilizzando la terza persona plurale del verbo "essere"? Sì, ma cosa veicoliamo col verbo "essere"? Lo stato del soggetto della proposizione in cui è inserito, cioè esprime l'identità del soggeto. Non si tratta di buttare una parola lì a caso, ma di usare una parola che esprime (o che, perlomeno, può esprimere) in modo intellegibile qualche cosa della realtà. Anzi, nel caso di specie, dobbiamo riconoscere che non si limita ad esprimere qualche cosa della realtà ma, più precisamente, ogni cosa e tutto di ogni cosa della realtà.
Un illuminato potrebbe sempre essere nient'altro che un fulminato? Ma noi sappiamo distinguere fra un "illuminato" ed un "fulminato", tra chi sogna e chi è sveglio, tra chi è lucido e chi delira, tra un'illusione ottica ed un realtà effettiva. E tu ci dovresti spiegare perché sarebbe da "fulminati" o perché sarebbe una mera "illusione ottica" (restiamo nell'analogia, eh!) affermare che, effettivamente, c'è una relazione fra tutte le cose e tutto in ogni cosa, che, dopo averla concettualizzata, chiamiamo con il termine "essere".
A questo ho già fornito sopra la risposta.
Rispondi a questa domanda: che s'intende con la parola "cosa" e quale realtà essa indica? E dicendo che "ci sono delle cose" oppure che "le cose sono", quale messaggio stiamo veicolando?
Commetti nuovamente un errore che avevo già segnalato in precedenza: siccome la formalizzazione rigorosa di quanto contenuto materialmente nell'esperienza originaria, ancorché non formalmente espresso, avviene inevitabilmente dopo l'esperienza stessa, t'inventi un'inversione dei piani che non c'è. C'è la realtà e poi la conoscenza della realtà, che esprimiamo dopo con il linguaggio per indicarne il contenuto. Dapprima in termini imprecisi e confusi, poi – se ci arriviamo - in termini rigorosi nella speculazione filosofica. Tu invece fai finta che ci sia prima il linguaggio e poi tutto il resto. Ma non è così. Il linguaggio esprime la conoscenza della realtà e, se questo significa darne un'interpretazione, questo non implica che tale interpretazione sia relativa o campata per aria. Le interpretazioni e le descrizioni di qualcosa non sono necessariamente il "regno del relativo".
Invece il paragone è molto utile per farti capire che una legge della realtà vige a prescindere dal momento in cui la si scopre e/o la si formula. Vale per le leggi che regolano i fenomeni fisici che sono state scoperte tramite esperimenti e calcoli matematici, vale per le leggi necessarie ed universali della realtà in quanto tale che sono state formalizzate in termini rigorosi dalla metafisica a partire dai dati del senso comune, appresi dal nostro intelletto.
Certo: bisogna saper cogliere l'analogia! Cosa riguardo alla quale tu mostri notevoli difficoltà.
La metafora è un'analogia impropria, quelle che ti ho riportato no. Ed il tomismo ricorre soprattutto, per quanto non esclusivamente, all'analogia di attribuzione (detta anche analogia di proporzione semplice) e all'analogia di proporzionalità propria o intrinseca.
Io non ho nessun problema con la fede: tant'è che sono cattolico e non me ne vergogno. Il problema, come già ti ho detto numerose volte nelle nostre discussioni (a quanto pare inutilmente) è che tu a) consideri la fede non solo diversa ma addirittura opposta alla ragione, concependola come qualcosa di soggettivo, sentimentale e volontaristico; b) estendi al dominio esclusivo della fede conoscenze che, di per sé, sono di ordine naturale ed alle quali ci si può arrivare con il solo ausilio della ragione umana. La conseguenza di tale visione è chiara: se la fede è priva di fondamenti razionali (si tratti o dei preambula fidei o dei motivi di credibilità della fede), allora non può rivendicare di essere vera in modo "assoluto"...se non per chi "soggettivamente" la professa. E, se non ci sono cognizioni di ordine naturale veramente preliminari alla fede (perché anch'esse, a tuo avviso, rientrerebbero nella fede), allora la fede cattolica non può nemmeno rivendicare che talune delle verità che abbraccia ed insegna siano intrinsecamente evidenti o immediatamente o mediatamente.
Per il resto, si è già spiegato che la fede si basa sull'evidenza estrinseca. Repetita iuvant: «I diversi tipi di evidenza che abbiamo esaminato fino ad ora hanno un carattere comune: quello di farci vedere, immediatamente o mediatamente, il nesso fra soggetto e predicato della proposizione; di essere evidenze intrinseche. Ci sono casi, invece, nei quali si afferma una proposizione non perché si veda, neppure indirettamente, un nesso fra i termini della proposizione, ma solo perché si vede che ci sono buoni motivi per assentire ad una proposizione che viene proposta. Questo vedere che c'è un motivo per dare l'assenso è detto evidenza estrinseca o di credibilità. La conoscenza basata sull'evidenza estrinseca si chiama fede. L'evidenza estrinseca è data dall'autorità di un altro che mi asserisce l'esistenza di quel nesso oggettivo (fra soggetto e predicato) che io non vedo. Se questo altro è un uomo, si ha una fede umana, come è quella che un discepolo può avere nel maestro; se l'altro è Dio o qualcuno che parli in nome di Dio, si ha la fede religiosa, la fede divina» (S. Vanni Rovighi, Elementi di filosofia, I, p. 191).
E, alle domande che poni, la risposta si trova (in buona parte) già nella citazione di mons. Antonio Livi che ti ho riportato (anche qui: repetita iuvant): «A differenza dei preambula fidei, i motiva credibilitatis non hanno carattere metafisico, bensì storico-empirico; ma la connessione tra i due ordini di premesse della fede cristiana è stabilita dal fatto che determinati eventi storici e determinate situazioni di fatto possono fare da motivi di credibilità del teste solo se interpretati in un certo modo alla luce dei principi metafisici, ossia in definitiva alla luce dei preambula fidei. Ciò riguarda innanzitutto i segni o indizi della missione profetica, ossia le prove della credibilità dei profeti dell'Antico Testamento (...); quindi i segni o indizi relativi alla divinità di Gesù, il Verbo incarnato; infine, e di conseguenza, i segni o indizi della presenza di Dio nella vita della Chiesa fondata da Gesù (indefettibilità e santità della Chiesa nella storia); infatti, anche se tali segni sono sperimentati empiricamente nelle vicende storiche, essi sono indizi della presenza di Dio proprio perché presuppongono la certezza che ci sia un Dio creatore, il solo che possa santificare gli uomini (...) e il solo che possa inoltre operare interventi di carattere creativo (essendo un atto creativo la productio rei ex nihilo sui et subiecti). È a questi interventi di carattere creativo che si dà propriamente il nome di "miracoli"» (Antonio Livi, Razionalità della fede nella Rivelazione. Un'analisi filosofica alla luce della logica aletica, Casa Editrice Leonardo da Vinci, 2021, p. 199).
In che senso i miracoli, la resurrezione, le profezie, la diffusione e la santità della Chiesa, la verità, la bellezza e la sublimità della dottrina cristiana avrebbero carattere «storico-empirico» (perché sono fatti ed avvenimenti riportati come tali o da testimoni che li hanno vissuti o da persone che hanno conosciuto testimoni di quegli accadimenti) ma possono fare da motivi di credibilità «solo se interpretati in un certo modo alla luce dei principi metafisici»? Ad esempio, sapendo che ogni effetto richiede una causa proporzionata (verità di ordine naturale), possiamo dire che determinate azioni compiute da Gesù Cristo, testimoniate nei Vangeli, non possono che essere state compiute da - esprimiamoci pure in termini generici - "qualcosa di divino" (preliminarmente, sapendo che è necessario che Dio esista, noi possiamo pensare che determinati effetti siano stati causati direttamente da Dio). Oppure, noi possiamo apprezzare verità, bellezza e sublimità della dottrina cristiana solo sapendo, ad esempio, che il matrimonio è un'unione indissolubile fra un uomo ed una sola donna già per diritto naturale: in tal modo, possiamo apprezzare la restaurazione dell'indissolubilità matrimoniale attuata da Cristo stesso e l'elevazione del matrimonio, così restaurato, a sacramento, cioè a segno sensibile della grazia divina.
Questi motivi di credibilità della fede non inducono il singolo ad aderire al contenuto della Divina Rivelazione in forza di un sillogismo dimostrativo o in forza di un'evidenza immediata: perciò, come accennato sopra, non si può dire che l'atto di fede si basi su un'evidenza intrinseca e che sia frutto esclusivo di una conclusione razionale. Ciò non toglie però che questi motivi sono – per ricorrere ad un'espressione di S. Tommaso d'Aquino – rationes quae inducuntur ad auctoritatem fidei, cioè argomenti che fanno vedere che l'oggetto dell'actus fidei non è impossibile e che quanto la fede propone non contraddice ciò che la ragione stessa conosce (o che, perlomeno, può conoscere) autonomamente.
Cosa conosciamo? Cosa crediamo? Ma "conoscere" o "sapere" e "credere" non si contrappongono: anche la fede implica una conoscenza. Come potremmo infatti credere se non sapessimo che Dio s'è rivelato? Se non conoscessimo l'Antico ed il Nuovo testamento, come potremmo credere alla religione cattolica? Se non sapessimo dei miracoli o della resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo, come potremmo credere che è Dio stesso fattosi carne? I misteri soprannaturali sono l'oggetto proprio dell'atto di fede cristiana: se non sapessimo che tali misteri ci sono, come potremmo credervi?
Cosa c'entrano l'unione ipostatica e la SS. Trinità con quello che stiamo dicendo in questa parte del discorso? E chi ha parlato di "opposizione occasionale" o "interlocutoria"? Il discorso è sempre stato uno solo: l'"essere" si oppone al "non-essere"? Sì. Ma questa opposizione di che natura è? È un'opposizione che rientra in una relazione logica perché l'"essere" è il concetto del fondamento della relazione fra tutte le cose e tutto di ogni cosa, mentre il "non-essere"...non è. E per lo stesso motivo si deve dire che l'"essere" è logicamente antecedente al "non-essere", giacché la negazione del termine ha senso solo nella misura in cui c'è un termine, un concetto, da negare. Non si capisce come questo ti mandi così tanto in crisi. Non si potrebbe spiegare cosa vuol dire che una cosa c'è, senza rappresentare il momento in cui non c'è? Non ti rendi conto che, così dicendo, tu stai ricorrendo alle tante vituperate analogie, giacché l'inesistenza assoluta è letteralmente irrappresentabile in quanto ineffabile ed incogitabile, per dirla con Mondin? E, pure in tal caso, non noti che per rappresentare il nulla ricorrendo all'assenza di qualcosa, devi necessariamente far notare la differenza in relazione ad una presenza, che è inevitabilmente antecedente? Facciamo finta che io voglia rappresentare il nulla utilizzando l'immagine di una stanza e l'adesivo di un cane: per far intendere il concetto di "nulla", mostro che, inizialmente, ho l'immagine della stanza e basta; in un secondo momento attacco l'adesivo del cane sull'immagine della stanza e mostro che prima il cane non c'era ed ora invece c'è; in un terzo momento stacco l'adesivo del cane dall'immagine e mostro che il cane non c'è più. I momenti in cui il cane non c'è rappresentano per analogia il nulla. Ma...senza l'immagine di una stanza che c'è, che è a me presente, tale concetto non avrei mai potuto illustrarlo perché mancherebbe un termine di paragone.
L'"essere" non ha definizione in senso proprio con genere e differenza specifica, così come non ce l'hanno altri concetti. Perché insisti a dire che non vi è definizione? Lo si è già detto svariate volte. Se la tua risposta a questa obiezione è che gli altri concetti almeno si possono "spiegare", direi che di spiegazioni del termine "essere" te ne sono state fornite parecchie: in questo come in altri interventi. E la frase che hai virgolettato contribuisce a spiegare che cosa indica il concetto di "essere", ossia il fondamento della relazione tra gli analogati (gli analogati sono le "cose" o, per l'appunto, "enti"). Riducendo all'osso ogni argomentazione, non si può che spiegare l'"essere" con la parola "essere"? Ammesso che sia così (il discorso, in realtà, sarebbe più complesso, proprio perché l'"essere" è analogo), questo non depone contro la validità dell'"essere" come nozione trascendentale ma, in un certo senso, ne costituisce una conferma (ovviamente, questo discorso può essere compreso solo se si ammette che l'uso della parola "essere", se è un trattato di linguaggio, è un tratto di linguaggio che indica qualcosa di reale, anzi, come già si è detto, ogni cosa e tutto di ogni cosa).
Tale affermazione "non mi piace" semplicemente perché non regge ed è ridicolo che tu insista in merito. In che termini un sogno può essere contraddittorio? In quali non può esserlo? Può essere contraddittorio nel senso che io prima posso vedere, nell'esperienza onirica, un cerchio e poi posso vedere un quadrato. Cerchio e quadrato sono opposti e quindi si contraddicono reciprocamente. Ma, come si capisce, questo non significa che il sogno sia fatto di cose in se stesse contraddittorie. Non vedrai un cerchio che è anche un quadrato simultaneamente e sotto lo stesso identico aspetto. Magari vedrai il passaggio dall'immagine del cerchio a quella del quadrato visionando il cerchio modificarsi - piano piano o rapidamente - in un quadrato, ma ciò che vedrai nei singoli istanti sarà sempre inevitabilmente incontraddittorio. Dire che noi esprimiamo incontraddittoriamente qualcosa che, in se stesso, è contraddittorio è una pura e semplice invenzione, probabilmente l'ennesima trovata che hai escogitato per cercare di prendere per i fondelli i tuoi interlocutori.
Fare del sarcasmo sul dogma della SS. Trinità non ti salverà dal ridicolo di affermare che possiamo avere un ricordo incontraddittorio di qualcosa che, in se stesso, sarebbe contraddittorio. Vera e propria assurdità.





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