

Credere - Pregare - Obbedire - Vincere
"Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).


Credere - Pregare - Obbedire - Vincere
"Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).


If we are honest - and scientists have to be - we must admit that religion is a jumble of false assertions. P. Dirac


non c'e' nessun "istante" ben definito: il malato comincia a stare meglio a ad un certo punto considerera' che i suoi sintomi sono diventati trascurabili.
mah... un po fumosa questa affermazione...l'azione del riscaldamento si ha nell'istante stesso in cui viene acceso il fuoco.
con una sufficiente dose di tecnologia puoi prevedere di circa mezzo secondo decisioni e volizioni.Peccato che, nello stesso istante in cui vuoi pensare la lettera X, la pensi. Introduci una sequenza temporale che, in realtà, non esiste.
If we are honest - and scientists have to be - we must admit that religion is a jumble of false assertions. P. Dirac


Non mi venire a raccontare che la genesi è una eziologia metastorica sapienziale, perché lo so bene e perché è un modo moderno per uscire dall'imbarazzo di un racconto per bambini. Ok, togli la parte di adamo ed eva, non è che il pezzo che rimane è meno da superstizione magica.
mediante la meccanica quantistica viene stabilita definitivamente la non validità del principio di causalità
Heisenberg,Sul contenuto intuitivo della cinematica e della meccanica nella teoria quantistica,Zeitschrift für Physik,vol.43,n.4,1927,p.172


Per dire che causa ed effetto possono essere simultanei devi eliminare il fattore tempo e immaginare che eventi fisici che si svolgono nel tempo si svolgano fuori dal tempo.
Per esempio, fuori da ogni logica dici che l’ingerire una medicina e la conseguente reazione biochimica non avvengono entro una sequenza temporale, per cui la seconda cosa avviene istantaneamente alla prima.
Oppure presenti l’accensione di un fuoco come simultanea a un’azione di riscaldamento, che però per manifestarsi deve esercitarsi su qualcos’altro che non è il fuoco, e dunque, prima si accende il fuoco, poi qualcos’altro ne subisce l’effetto e si riscalda: anche questo è ovvio. Senza contare che sia l’accensione di un fuoco che l’azione di riscaldare qualcosa sono processi che avvengono nel tempo, non eventi puntuali.
Allo stesso modo devi eliminare il fattore tempo nel terzo esempio che hai fatto, quello che più di tutti si presta ad obiezioni, dal momento che la sua stessa formulazione è del tutto vaga: cosa significa “pensare la lettera X”? Significa visualizzare l’immagine di una X, pensare alla funzione della lettera X in una determinata lingua, immaginare il suo suono, o che altro? In ogni caso si deve ammettere che voler formulare un dato pensiero e formulare un dato pensiero sono due eventi distinti, e dunque, visto che non possiamo negare che avvengano nel tempo, prima viene la volontà di pensare, poi il pensare.
È chiaro che per presentare causa ed effetto come simultanei occorre immaginare che in una dimensione temporale possano verificarsi eventi che si collocano fuori dal tempo, cioè ricorrere a un’altra idea altrettanto paradossale.
- Non esiste in Germania una cricca più spudorata e stupida di questi antisemiti.
Nietzsche, 1887


Ma guarda un po’, si scopre che i matematici non avevano mai pensato di poter risolvere la questione ragionando come te: il tabaccaio mi ha dato il resto giusto, ergo i numeri esistono indipendentemente dalla mia mente.
I numeri sono astrazioni, la scienza di queste astrazioni stabilisce esattamente quale deve essere il resto, ma questa applicazione pratica dell’aritmetica non dimostra che in qualche iperuranio esistano i numeri, indipendentemente da noi che li pensiamo e li usiamo per decifrare la realtà. Né dimostra che i numeri siano in qualche modo nelle cose, proprio come il fatto che noi astraiamo dei concetti non dimostra che i concetti siano nelle cose, o esistano in qualche altro modo fuori dalla nostra mente.
Noi usiamo la matematica per decifrare la realtà in molte applicazioni pratiche, ma questo non dimostra nulla circa lo statuto ontologico dei numeri, perché questo uso è compatibile sia con l’idea che i numeri abbiano una loro esistenza autonoma, sia con l’idea che siano solo strumenti mentali con cui noi leggiamo la realtà.
Lo stesso si deve dire dei concetti: un’astrazione ricavata a partire dalla realtà non è per ciò stesso qualcosa che ha un’esistenza extramentale, perché il fatto che noi astraiamo dei concetti è perfettamente compatibile anche con l’ipotesi che i concetti siano solo elaborazioni mentali.
Tu invece dai per scontata la prima ipotesi, e questo è un altro esempio di come, senza rendertene conto, scambi semplici teorie per fatti indiscutibili (immaginando così il tomismo come l’unica filosofia del tutto priva di elementi ipotetici).
- Non esiste in Germania una cricca più spudorata e stupida di questi antisemiti.
Nietzsche, 1887


Tu hai definito più volte “un fatto” che l’analogia possa esprimere qualcosa di reale a proposito di Dio, hai anche ironizzato sull’idea che fosse una questione di fede. E ti sbagliavi: che non sia un fatto ma una questione di fede te lo dice chiaramente l’enciclica.
"La fede presuppone chiaramente che il linguaggio umano sia in grado di esprimere la realtà divina e trascendente in modo universale, in termini analogici, è vero, ma non per questo in modo meno significativo. Se non fosse così, la parola di Dio, che è sempre parola divina in linguaggio umano, non sarebbe capace di esprimere nulla su Dio. L'interpretazione di questa Parola non può rimandarci soltanto da interpretazione a interpretazione, senza mai portarci ad attingere un'affermazione semplicemente vera; altrimenti non vi sarebbe rivelazione di Dio, ma soltanto l'espressione di concezioni umane su di Lui e su ciò che presumibilmente Egli pensa di noi."
È molto chiaro: se il linguaggio umano non avesse la capacità di esprimere la realtà divina in termini analogici, la parola divina non potrebbe esprimere nulla su Dio, e non vi sarebbe rivelazione di Dio, ma solo l'espressione di concezioni umane su di lui.
Ma che Dio si sia rivelato, e che la parola di Dio sia parola divina in linguaggio umano, sono appunto questioni di fede. Puoi forse negarlo?
E proprio su questa fede poggia l’efficacia del linguaggio analogico nel parlare di Dio, come spiega l’enciclica. L’unico fatto è questo.
Non lo sapevi, ora lo sai.
- Non esiste in Germania una cricca più spudorata e stupida di questi antisemiti.
Nietzsche, 1887


La traduzione non risolve il problema, ma lo conferma lasciandolo intatto, perché consiste semplicemente nel passare da un linguaggio, con la sua peculiare segmentazione della realtà, a un altro che ne presuppone una diversa.
Albus e candidus sono due differenti tipi di bianco per noi, che abbiamo una sola parola per esprimerli, ma non lo erano per chi parlava il latino classico: per loro erano due colori diversi, due diverse proprietà “oggettive” delle cose, a cui corrispondevano due parole diverse. Come dici tu, la parola segue la cosa conosciuta.
E in questo caso la parola dimostra che dalla realtà delle cose il latino astraeva i concetti di albus, di candidus, di ater e di niger, dunque non coglieva una relazione universale e necessaria fra tutte le cose bianche o tutte le cose nere, come noi, ma fra tutte le cose alba, tutte le cose atra, e così via.
Non si può negare che questi concetti, queste relazioni universali e necessarie fra le cose, fondate sul reale, dipendono dal linguaggio che si usa, che a sua volta riflette non una trasparente struttura universale e necessaria della realtà, ma un particolare modo di vederla e leggerla.
Questo significa che il nesso fra realtà, conoscenza della realtà e linguaggio con il quale si esprime il contenuto di tale conoscenza non è così lineare come si credeva in passato (nel realismo antico e medievale).
Il problema cioè non è come dici tu che sia “meramente teorico che le parole veicolino dei contenuti e che questi contenuti siano conoscenze ricavate dalla realtà stessa”. Il problema è che nel ricavare questi contenuti il linguaggio non è uno strumento neutro o passivo.
“Le parole si formano per esprimere il contenuto di quel che si conosce”: va bene, ma il problema è che le parole testimoniano modi diversi di cogliere quel contenuto.
Non si può quindi risolvere la questione dicendo che il linguaggio è ineliminabile, perché questo è ciò che imposta il problema, non la soluzione del problema.
Lo stesso vale per le pure astrazioni, se pensiamo per esempio che in tutto il pensiero classico cinese mancano i concetti di spazio e tempo come estensione geometrica astratta e come dimensione lineare uniforme, e le parole cinesi antiche che noi tradurremmo come spazio e tempo indicano invece due aspetti inseparabili e complementari di un ordine cosmico.
Anche in questo caso, il linguaggio riflette un certo modo di leggere la realtà, per cui ciò che sarebbe universale e necessario in una tradizione, non lo è in un’altra. Non a caso, a contatto con la civiltà occidentale i cinesi introdussero due parole nuove ad esprimere spazio e tempo come li intendiamo noi, entrando in questo modo anche nel nostro peculiare modo di leggere la realtà.
A maggior ragione quando si ricava una metafisica da un certo modo di esprimersi, niente permette di stabilire che ciò che in questo modo si è ottenuto esprima verità sulla struttura della realtà e non soltanto sulla struttura del linguaggio.
Per esempio, il fatto che noi possiamo riferirci con la stessa parola a ciò che esiste e a ciò che non esiste, in che modo dovrebbe dirci qualcosa sulla struttura della realtà e non invece solo sul nostro modo di parlarne? Secondo te questo prova che le cose che esistono e quelle che non esistono hanno in comune qualcosa che fonda una relazione fra di esse: bene, ma quel qualcosa è il nostro pensiero, in cui appunto possono apparire cose che esistono e cose che non esistono, perché anche le cose che esistono vi appaiono come contenuto pensato. Non c’è alcun passaggio necessario verso un fondamento trascendentale, per cui si debba concludere che le cose che esistono e quelle che non esistono hanno in comune il fatto di “avere l’essere”, perché il semplice fatto di ricavare delle astrazioni, come abbiamo visto, non implica necessariamente che quelle astrazioni abbiano un’esistenza extramentale.
Questo significa che non è possibile provare che il linguaggio contenga implicitamente una verità sulla struttura della realtà. Anche in questo caso si tratta di una semplice ipotesi che tu scambi per un fatto indubitabile.
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Nietzsche, 1887


“Il concetto di ciò che fonda la relazione fra ogni cosa e tutto di ogni cosa” non è la definizione di “essere”.
Sono d’accordo che “l'assenza di definizione non implica assenza di significato”, perché il problema è proprio l’opposto: l’assenza di definizione implica una varietà di significati. Infatti, se una definizione non c’è, sarà inevitabile dare delle interpretazioni di cosa si intenda per “essere”, senza che sia possibile stabilire quale sia quella corretta.
Questo non si può smentire, pertanto non vedo perché dovrei cambiare argomentazione.
Il fatto che l’essere si dica in molti modi e che sia inevitabile darne un’interpretazione lo vincola indissolubilmente alla dimensione del linguaggio. Quale sarebbe infatti l’aggancio extralinguistico? In base a cosa dici che l’essere non richiede alcunché per "reggere", e sarebbe immediato? Lo puoi dire solo riferendoti alla presunta evidenza di qualcosa che si percepirebbe “quasi notissimum”, ma questa è nella migliore delle ipotesi un’esperienza individuale, una specie di intuizione mistica, ma niente che si possa comunicare ad altri, e quindi niente su cui si possa fondare una filosofia. Per farne oggetto di filosofia occorre impostare un discorso sull’essere, e quindi interpretarlo.
Ne deriva che ciò che dovrebbe garantire ogni discorso sulla realtà è oggetto a sua volta di un discorso, che altro non può fare se non interpretarlo, senza mai arrivare a dire di cosa si tratta.
Ho anche fatto l’esempio di alcuni dei molti modi in cui l’essere si dice: esse commune, esse substantiale, esse universale, esse tantum, esse receptum, esse in actu, ipsum esse, quod quid erat esse: queste sono appunto interpretazioni dell’essere, che si basano unicamente sull’autorità di chi ne ha parlato. E anche questo non si può negare. Altrimenti avresti mostrato in che modo i molti modi in cui l’essere si dice si basano su altro che non sia la parola di chi li ha espressi - e quindi proprio sulla sua interpretazione dell’essere. Non l’hai fatto perché non è possibile.
Siamo molto lontani dall’esperienza originaria, in cui non compare proprio niente del genere. Cosa resta allora, il fatto che esistono delle cose? Certo per provare a dare un qualche significato all’essere si deve parlare di esistenza, ma purtroppo l’essere non è nemmeno l’esistenza. Resta quindi solo la solita fallacia, per cui si interpreta la realtà come ciò che esiste perché “ha l’essere”, dopodiché si chiama la realtà così interpretata a testimoniare l’ineludibilità dell’essere. Ma si tratta palesemente di un girare in tondo.
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Nietzsche, 1887