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Discussione: Fede o scienza?

  1. #13801
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da topquark Visualizza Messaggio
    se l'ambaradan e' concesso non c'e' bisogno di alcun actus fidei: dio esiste e ogni posizione atea o agnostica è logicamente falsa.
    ma questo fatto non avvalora un tipo di dio rispetto ad un altro (la probabilita' che allah sia quello giusto non cambia)
    Non c'è necessità di alcun actus fidei per riconoscere che Dio esiste: questo sì. Infatti l'actus fidei serve per sapere "chi è" Dio, cioè, per usare i tuoi termini, per sapere se Dio sia Allah o la Santissima Trinità.
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  2. #13802
    SMF
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Aladar Visualizza Messaggio
    Dipende da cosa si intende per "alla cieca". Credere che un uomo è dio ed è anche risorto per liberare dai peccati commessi da una singola coppia di progenitori, se non è fede cieca, poco ci manca.
    Evidentemente, quando sei andato a catechismo (sempre che ti ci abbiano mandato), non te l'hanno spiegato a dovere né tu hai mai approfondito bene l'argomento.
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    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  3. #13803
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Non c'è necessità di alcun actus fidei per riconoscere che Dio esiste: questo sì. Infatti l'actus fidei serve per sapere "chi è" Dio, cioè, per usare i tuoi termini, per sapere se Dio sia Allah o la Santissima Trinità.
    quindi l'atto genuinamente irrazionale sta nella scelta dell'identita' del dio che preferisci (perche se la scelta fosse razionale non avresti bisogno di alcun actus fidei).
    If we are honest - and scientists have to be - we must admit that religion is a jumble of false assertions. P. Dirac

  4. #13804
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    La medicina è causa della guarigione quando guarisce, non prima. Se vuoi intendere la guarigione come un processo, rimane il fatto che la medicina può dirsi causa della guarigione solo nell'istante stesso in cui la serie di eventi che portano il malato a tornare sano viene innescata: la medicina viene ingerita e nel momento in cui viene ingerita causa la guarigione così intesa. Come vedi, non c'è una sequenza temporale
    non c'e' nessun "istante" ben definito: il malato comincia a stare meglio a ad un certo punto considerera' che i suoi sintomi sono diventati trascurabili.

    l'azione del riscaldamento si ha nell'istante stesso in cui viene acceso il fuoco.
    mah... un po fumosa questa affermazione...

    Peccato che, nello stesso istante in cui vuoi pensare la lettera X, la pensi. Introduci una sequenza temporale che, in realtà, non esiste.
    con una sufficiente dose di tecnologia puoi prevedere di circa mezzo secondo decisioni e volizioni.
    If we are honest - and scientists have to be - we must admit that religion is a jumble of false assertions. P. Dirac

  5. #13805
    sonnecchiante...
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Evidentemente, quando sei andato a catechismo (sempre che ti ci abbiano mandato), non te l'hanno spiegato a dovere né tu hai mai approfondito bene l'argomento.
    Non mi venire a raccontare che la genesi è una eziologia metastorica sapienziale, perché lo so bene e perché è un modo moderno per uscire dall'imbarazzo di un racconto per bambini. Ok, togli la parte di adamo ed eva, non è che il pezzo che rimane è meno da superstizione magica.
    mediante la meccanica quantistica viene stabilita definitivamente la non validità del principio di causalità
    Heisenberg,Sul contenuto intuitivo della cinematica e della meccanica nella teoria quantistica,Zeitschrift für Physik,vol.43,n.4,1927,p.172

  6. #13806
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    La medicina è causa della guarigione quando guarisce, non prima. Se vuoi intendere la guarigione come un processo, rimane il fatto che la medicina può dirsi causa della guarigione solo nell'istante stesso in cui la serie di eventi che portano il malato a tornare sano viene innescata: la medicina viene ingerita e nel momento in cui viene ingerita causa la guarigione così intesa. Come vedi, non c'è una sequenza temporale: l'ingerimento della medicina (causa) produce istantaneamente una reazione bio-chimica che costituisce il principio della fine della malattia (cosa che comunque possiamo solo constatare ex post). Possiamo dire invece che la medicina sia causa producens per motus della guarigione del malato, se consideriamo che, una volta ingerita, i sintomi della malattia non vengono meno in un unico momento, ma in diversi istanti. Se, invece, intendiamo la guarigione come il venir meno della malattia e lo star bene del paziente, l'affermazione resta confermata perché una medicina non può dirsi causa di guarigione se non nell'istante in cui il malato cessa di essere tale. D'altronde, per intendere la guarigione come un processo, non si può che farlo in relazione all'esito finale della serie di eventi innescata dall'assunzione della medicina: la cessazione della malattia.



    Perché, ho forse detto che l'effetto del riscaldamento si ha anche senza che qualcosa venga riscaldato? Ovviamente, no! Ho detto che l'azione del riscaldamento si ha nell'istante stesso in cui viene acceso il fuoco. Graduale è l'intensificazione del calore prodotto dalla fiamma, ma l'azione stessa del riscaldamento si ha subito. Ed affermare ciò non implica alcuna negazione né del divenire né del tempo.



    Peccato che, nello stesso istante in cui vuoi pensare la lettera X, la pensi. Introduci una sequenza temporale che, in realtà, non esiste. Fai pure un esperimento su te stesso e vediamo se riesci a voler pensare ad X senza, al tempo stesso, pensare già ad X.



    Non ho fatto soltanto l'esempio della medicina e del malato. Ne ho fatti anche altri due e non mi pare che tu sia stato in grado di smentirli. Se scartassimo il primo, resterebbero validi gli altri due. Se scartassimo sia il primo che il secondo, rimarrebbe comunque valido il terzo, che è indubbiamente quello che offre meno appigli di tutti ad eventuali obiezioni.

    Il fatto che una cosa si possa vedere sotto aspetti differenti non implica che "causa ed effetto dipendono da come noi vogliamo vedere le cose", come se il nostro voler vedere nella realtà esterna un unicorno producesse necessariamente la visione effettiva dell'unicorno "dal nostro punto di vista". Per quanto ti sia ostico accettarlo, il punto di vista regge se è efficace nel cogliere la realtà o un suo aspetto.
    Per dire che causa ed effetto possono essere simultanei devi eliminare il fattore tempo e immaginare che eventi fisici che si svolgono nel tempo si svolgano fuori dal tempo.
    Per esempio, fuori da ogni logica dici che l’ingerire una medicina e la conseguente reazione biochimica non avvengono entro una sequenza temporale, per cui la seconda cosa avviene istantaneamente alla prima.

    Oppure presenti l’accensione di un fuoco come simultanea a un’azione di riscaldamento, che però per manifestarsi deve esercitarsi su qualcos’altro che non è il fuoco, e dunque, prima si accende il fuoco, poi qualcos’altro ne subisce l’effetto e si riscalda: anche questo è ovvio. Senza contare che sia l’accensione di un fuoco che l’azione di riscaldare qualcosa sono processi che avvengono nel tempo, non eventi puntuali.

    Allo stesso modo devi eliminare il fattore tempo nel terzo esempio che hai fatto, quello che più di tutti si presta ad obiezioni, dal momento che la sua stessa formulazione è del tutto vaga: cosa significa “pensare la lettera X”? Significa visualizzare l’immagine di una X, pensare alla funzione della lettera X in una determinata lingua, immaginare il suo suono, o che altro? In ogni caso si deve ammettere che voler formulare un dato pensiero e formulare un dato pensiero sono due eventi distinti, e dunque, visto che non possiamo negare che avvengano nel tempo, prima viene la volontà di pensare, poi il pensare.

    È chiaro che per presentare causa ed effetto come simultanei occorre immaginare che in una dimensione temporale possano verificarsi eventi che si collocano fuori dal tempo, cioè ricorrere a un’altra idea altrettanto paradossale.
    - Non esiste in Germania una cricca più spudorata e stupida di questi antisemiti.

    Nietzsche, 1887

  7. #13807
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Quindi se, a fronte di una spesa di cinquanta euro, tu dai una banconota da 100 e ti viene dato un resto di soli dieci euro, fai spallucce dicendo che tanto i numeri sono solo astrazioni il cui statuto ontologico reale è ignoto? Penso proprio di no.

    Ovviamente, è chiaro che i numeri siano astrazioni, ma dovrebbe essere altrettanto chiaro che si ricavano astraendo da ogni materia sensibile e considerando la sola quantità delle cose.
    Ma guarda un po’, si scopre che i matematici non avevano mai pensato di poter risolvere la questione ragionando come te: il tabaccaio mi ha dato il resto giusto, ergo i numeri esistono indipendentemente dalla mia mente.

    I numeri sono astrazioni, la scienza di queste astrazioni stabilisce esattamente quale deve essere il resto, ma questa applicazione pratica dell’aritmetica non dimostra che in qualche iperuranio esistano i numeri, indipendentemente da noi che li pensiamo e li usiamo per decifrare la realtà. Né dimostra che i numeri siano in qualche modo nelle cose, proprio come il fatto che noi astraiamo dei concetti non dimostra che i concetti siano nelle cose, o esistano in qualche altro modo fuori dalla nostra mente.

    Noi usiamo la matematica per decifrare la realtà in molte applicazioni pratiche, ma questo non dimostra nulla circa lo statuto ontologico dei numeri, perché questo uso è compatibile sia con l’idea che i numeri abbiano una loro esistenza autonoma, sia con l’idea che siano solo strumenti mentali con cui noi leggiamo la realtà.

    Lo stesso si deve dire dei concetti: un’astrazione ricavata a partire dalla realtà non è per ciò stesso qualcosa che ha un’esistenza extramentale, perché il fatto che noi astraiamo dei concetti è perfettamente compatibile anche con l’ipotesi che i concetti siano solo elaborazioni mentali.

    Tu invece dai per scontata la prima ipotesi, e questo è un altro esempio di come, senza rendertene conto, scambi semplici teorie per fatti indiscutibili (immaginando così il tomismo come l’unica filosofia del tutto priva di elementi ipotetici).
    - Non esiste in Germania una cricca più spudorata e stupida di questi antisemiti.

    Nietzsche, 1887

  8. #13808
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Se continui a replicarmi con dei sofismi, nonostante te li abbia beccati in abbondanza, dovrò iniziare a pensare che mi consideri mentalmente deficiente. A maggior ragione se poi concludi tutto tronfio i tuoi post come sopra.

    La parola "convinzione" significa "ferma certezza morale o intellettuale" (vedasi qui). La parola "presupposto" può avere diverse sfumature di significato ed una di queste è "ciò che è fondamento e condizione di cose successive" (vedasi qui). È palese che, nel contesto del discorso fatto da Ratzinger, così come nel contesto del documento wojtyliano, sono queste le accezioni in cui sono intese le parole "convinzione" e "presupposto"/"presupporre".

    Tu, invece, cos'hai fatto? Hai sottolineato l'uso della parola "convinzione" da parte di Ratzinger, come se la stesse utilizzando come sinonimo di "opinione" con relativa possibilità d'errore. Invece, come s'è visto, la parola "convinzione" più propriamente designa il concetto di "ferma certezza".

    Nel caso del documento wojtyliano, hai cercato di far vedere che l'efficacia del linguaggio analogico sarebbe accettata a priori, strumentalmente, in modo da poter parlare di Dio: sarebbe quindi una sorta di espediente atto a produrre un discorso che, altrimenti, non si potrebbe fare, a cui la fede ricorre per fondare se stessa.

    Ma è questo il senso delle parole dell'allora Sommo Pontefice? No: quando Giovanni Paolo II afferma che la fede "presuppone chiaramente che il linguaggio umano sia in grado di esprimere la realtà divina e trascendente in modo universale, in termini analogici", sta soltanto citando uno dei preambula fidei, ossia una di quelle verità oggettive di ordine naturale, accessibili ad ogni essere umano tramite l'uso della sola ragione, che fanno da premesse alla fede, ma non sono di per se stesse, in senso stretto, parte dell'oggetto per se della Divina Rivelazione, che invece include verità essenzialmente d'ordine soprannaturale. Il che non significa che si dia per scontata o per assodata senza averla vagliata criticamente la validità del ricorso all'analogia per parlare di Dio.

    Altro che "discorso chiuso"! Hai alterato nuovamente il pensiero degli autori che citi per far dire a quest'ultimi ciò che ti pare, rendendo apparentemente palese la validità delle tue obiezioni: ma, come ben sai, questo è un argomento fantoccio, oltre che un modo disonesto di discutere.

    Ma veniamo ora al fulcro della questione: l'analogia risulta essere un valido strumento per parlare di Dio proprio perché è dimostrato che Dio esista a partire dai cinque segni di contingenza del mondo. Le cinque vie di S. Tommaso d'Aquino, infatti, dimostrano che Dio è necessario all'universo per poter esistere. Ed ogni effetto, come tale, dipende dalla natura della sua causa e le è proporzionata. Dal momento che è possibile dimostrare, a partire dagli effetti, l'esistenza della causa dalla quale essi dipendono totalmente ed assolutamente, ne consegue pure che in quegli effetti è rinvenibile qualcosa che condividono con la loro causa. In che termini ed in quale misura è proprio parte integrante dell'oggetto di studio della teologia naturale. E l'Aquinate in modo rigoroso spiega quali nomi si dicono di Dio in senso metaforico (ad es., come quando nelle Sacre Scritture si dice che Dio ruggisce come un leone) e quali invece si utilizzano in senso proprio, ancorché il loro modus significandi convenga alle creature, cioè ai suoi effetti (ad es., come quando si afferma che Dio è buono).
    Tu hai definito più volte “un fatto” che l’analogia possa esprimere qualcosa di reale a proposito di Dio, hai anche ironizzato sull’idea che fosse una questione di fede. E ti sbagliavi: che non sia un fatto ma una questione di fede te lo dice chiaramente l’enciclica.

    "La fede presuppone chiaramente che il linguaggio umano sia in grado di esprimere la realtà divina e trascendente in modo universale, in termini analogici, è vero, ma non per questo in modo meno significativo. Se non fosse così, la parola di Dio, che è sempre parola divina in linguaggio umano, non sarebbe capace di esprimere nulla su Dio. L'interpretazione di questa Parola non può rimandarci soltanto da interpretazione a interpretazione, senza mai portarci ad attingere un'affermazione semplicemente vera; altrimenti non vi sarebbe rivelazione di Dio, ma soltanto l'espressione di concezioni umane su di Lui e su ciò che presumibilmente Egli pensa di noi."

    È molto chiaro: se il linguaggio umano non avesse la capacità di esprimere la realtà divina in termini analogici, la parola divina non potrebbe esprimere nulla su Dio, e non vi sarebbe rivelazione di Dio, ma solo l'espressione di concezioni umane su di lui.

    Ma che Dio si sia rivelato, e che la parola di Dio sia parola divina in linguaggio umano, sono appunto questioni di fede. Puoi forse negarlo?

    E proprio su questa fede poggia l’efficacia del linguaggio analogico nel parlare di Dio, come spiega l’enciclica. L’unico fatto è questo.

    Non lo sapevi, ora lo sai.
    - Non esiste in Germania una cricca più spudorata e stupida di questi antisemiti.

    Nietzsche, 1887

  9. #13809
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Visto che fai questi esempi, presumo che tu sappia che in giapponese la parola per dire "verde" c'è eccome: è stata introdotta successivamente perché, in precedenza, una certa gamma di colori era indicata con un unico termine. Come se da noi, in passato, ci fosse stata solo l'espressione "colore freddo" per indicare i colori blu, verde, viola e le loro eventuali sfumature. E presumo pure che tu sappia che albus e candidus corrispondono, rispettivamente, a ciò che noi intendiamo con le espressioni "bianco opaco" e "bianco lucente", mentre ater e niger indicano l'uno un nero più opaco e l'altro uno decisamente più scuro.

    Tutto questo non vuol dire che i giapponesi non sapessero cosa fosse il verde, così come non vuol dire che noi non percepiamo quelle sfumature di colore che invece i latini hanno indicato con i termini di cui sopra: altrimenti né i giapponesi, da un determinato momento in poi, sarebbero stati in grado di utilizzare un termine proprio per indicare quello specifico colore (il verde), né noi saremmo in grado di rendere con un'espressione intellegibile ciò che i latini intendevano con albus e candidus oppure con ater e niger. Pertanto, questi esempi non sono sufficienti a dimostrare che non si possa dire che un certo oggetto materiale abbia...oggettivamente un determinato colore.

    Macché falla. Tu supponi indebitamente che, siccome in certe lingue ci sono stati vocaboli per indicare concetti dalla portata più estesa ma non per indicare concetti dalla portata più limitata, ancorché riconducibili a quelli dalla portata più estesa (o viceversa), allora ne conseguirebbe che non ci sarebbe (nel caso dei concetti di "bianco" e "nero") "una relazione necessaria fra tutte le cose bianche e tutte le cose nere". Pure qui siamo di fronte ad una conclusione indebita che non ‘segue’ affatto dalle premesse poste e che è già smentita da quanto sopra evidenziato. Peraltro, quando parliamo dei colori, parliamo pur sempre di elementi fisici accidentali degli oggetti, di cui è normale che l'uomo non riesca ad avere una piena intellegibilità, similmente a come, per tale motivo, non siamo in grado di avere definizioni metafisiche propriamente dette di cose come, ad es., l'oro, l'albero, il cane, l'europoide, ecc.

    Piaccia o meno, noi possiamo esprimerci solo attraverso il linguaggio: pertanto, dobbiamo prendere atto del fatto che è un elemento ineliminabile. Che l'ineliminabilità del linguaggio come mezzo d'espressione dell'essere umano infici in partenza ogni discorso sul fondamento in senso filosofico, condannandoci a restare nell'ipotetico o a scambiare segni meramente grafici per nozioni metafisiche dotate di riscontro reale, è un'affermazione gratuita, che non tiene minimamente conto proprio dell'esperienza originaria della conoscenza umana e del suo (effettivo) rapporto col linguaggio.
    La traduzione non risolve il problema, ma lo conferma lasciandolo intatto, perché consiste semplicemente nel passare da un linguaggio, con la sua peculiare segmentazione della realtà, a un altro che ne presuppone una diversa.
    Albus e candidus sono due differenti tipi di bianco per noi, che abbiamo una sola parola per esprimerli, ma non lo erano per chi parlava il latino classico: per loro erano due colori diversi, due diverse proprietà “oggettive” delle cose, a cui corrispondevano due parole diverse. Come dici tu, la parola segue la cosa conosciuta.

    E in questo caso la parola dimostra che dalla realtà delle cose il latino astraeva i concetti di albus, di candidus, di ater e di niger, dunque non coglieva una relazione universale e necessaria fra tutte le cose bianche o tutte le cose nere, come noi, ma fra tutte le cose alba, tutte le cose atra, e così via.
    Non si può negare che questi concetti, queste relazioni universali e necessarie fra le cose, fondate sul reale, dipendono dal linguaggio che si usa, che a sua volta riflette non una trasparente struttura universale e necessaria della realtà, ma un particolare modo di vederla e leggerla.

    Questo significa che il nesso fra realtà, conoscenza della realtà e linguaggio con il quale si esprime il contenuto di tale conoscenza non è così lineare come si credeva in passato (nel realismo antico e medievale).

    Il problema cioè non è come dici tu che sia “meramente teorico che le parole veicolino dei contenuti e che questi contenuti siano conoscenze ricavate dalla realtà stessa”. Il problema è che nel ricavare questi contenuti il linguaggio non è uno strumento neutro o passivo.

    “Le parole si formano per esprimere il contenuto di quel che si conosce”: va bene, ma il problema è che le parole testimoniano modi diversi di cogliere quel contenuto.

    Non si può quindi risolvere la questione dicendo che il linguaggio è ineliminabile, perché questo è ciò che imposta il problema, non la soluzione del problema.

    Lo stesso vale per le pure astrazioni, se pensiamo per esempio che in tutto il pensiero classico cinese mancano i concetti di spazio e tempo come estensione geometrica astratta e come dimensione lineare uniforme, e le parole cinesi antiche che noi tradurremmo come spazio e tempo indicano invece due aspetti inseparabili e complementari di un ordine cosmico.
    Anche in questo caso, il linguaggio riflette un certo modo di leggere la realtà, per cui ciò che sarebbe universale e necessario in una tradizione, non lo è in un’altra. Non a caso, a contatto con la civiltà occidentale i cinesi introdussero due parole nuove ad esprimere spazio e tempo come li intendiamo noi, entrando in questo modo anche nel nostro peculiare modo di leggere la realtà.

    A maggior ragione quando si ricava una metafisica da un certo modo di esprimersi, niente permette di stabilire che ciò che in questo modo si è ottenuto esprima verità sulla struttura della realtà e non soltanto sulla struttura del linguaggio.

    Per esempio, il fatto che noi possiamo riferirci con la stessa parola a ciò che esiste e a ciò che non esiste, in che modo dovrebbe dirci qualcosa sulla struttura della realtà e non invece solo sul nostro modo di parlarne? Secondo te questo prova che le cose che esistono e quelle che non esistono hanno in comune qualcosa che fonda una relazione fra di esse: bene, ma quel qualcosa è il nostro pensiero, in cui appunto possono apparire cose che esistono e cose che non esistono, perché anche le cose che esistono vi appaiono come contenuto pensato. Non c’è alcun passaggio necessario verso un fondamento trascendentale, per cui si debba concludere che le cose che esistono e quelle che non esistono hanno in comune il fatto di “avere l’essere”, perché il semplice fatto di ricavare delle astrazioni, come abbiamo visto, non implica necessariamente che quelle astrazioni abbiano un’esistenza extramentale.

    Questo significa che non è possibile provare che il linguaggio contenga implicitamente una verità sulla struttura della realtà. Anche in questo caso si tratta di una semplice ipotesi che tu scambi per un fatto indubitabile.
    - Non esiste in Germania una cricca più spudorata e stupida di questi antisemiti.

    Nietzsche, 1887

  10. #13810
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Sei tu a sostenere che tale comprensione è espressa in termini ambigui, ma non oggettivi: a parte che, come s'è visto, non sei minimamente in grado di dire cosa significhi "oggettivo" (ricordo bene le tue uscite sull'oggettività "per approssimazione"...), confondi le tue personali opinioni con i dati di fatto.

    Non sono in grado di spiegare di che cosa sto parlando, quando tratto della nozione di "essere"? Non voglio sopravvalutare né le mie capacità persuasive né la mia preparazione, indubbiamente limitate, ma non pecco di tracotanza se dico che in questa discussione ho sviscerato il più possibile (relativamente ad un forum, s'intende) il tema in oggetto. Se poi per te affermare che la nozione di "essere" è il concetto di ciò che fonda la relazione fra ogni cosa e tutto di ogni cosa non significa assolutamente niente o è del tutto equivoco, alla luce di tutto quanto s'è detto nel 3d o (cosa più importante e dirimente) di quanto si può apprendere leggendo/studiando i testi di San Tommaso d'Aquino e dei suoi maggiori interpreti, allora alzo le mani: non è che posso pretendere di convincere un tronco.

    Se una definizione non c'è, allora è logico che si debba interpretare? Non è così. Anzi, come già ti ho fatto notare, quest'affermazione è del tutto illogica perché da una cosa (indefinibilità dell'essere) non consegue l'altra (assenza di significato certo ed oggettivo). L'assenza di definizione non implica assenza di significato e, quindi, di realtà del contenuto indicato dalla parola. A che cosa ti serve insistere su questo punto su cui sei già stato ripetutamente smentito? O ribatti mostrando che, al contrario, da una cosa consegue l'altra o accetti e passi oltre, magari cambiando argomentazione. Stante ciò, casca nuovamente anche il presunto valore dimostrativo (a favore della tua tesi) della "pluralità di metafisiche".

    Quanto al resto (ed in questo "resto" è incluso anche il quesito su cosa permetterebbe di discernere le interpretazioni corrette da quelle che non lo sono), il problema more solito è che cosa tu intendi per "fondamento" o per "garanzia". In precedenza, abbiamo parlato delle certezze del senso comune come insieme di dati d'esperienza originari, formalizzati dalla metafisica aristotelico-tomista. Se oltre l'ente e l'essere non si può andare, perché non solo non hanno ma non necessitano nemmeno di un presupposto e perché sono necessariamente il presupposto di ogni altra cosa e di ogni affermazione con pretesa di verità, non ha il benché minimo senso chiedersi cosa fondi l'essere o l'ente perché sarebbe come chiedersi qual è il fondamento del fondamento o cosa fonda il fondamento. Ciò che non richiede alcunché per 'reggere' ed è immediato o pressoché immediato perché non dovrebbe essere sufficientemente fondato? Perché questo fatto non dovrebbe essere garanzia di alcunché? Lo puoi dire solo mostrandomi che tali formalizzazioni di quanto materialmente contenuto nell'esperienza originaria non soddisfano a dovere le caratteristiche di ciò che s'intende con le parole "fondamento" o "garanzia". Vediamo!

    Se dalla negazione della validità di un determinato concetto consegue la sua riaffermazione implicita o esplicita, ne traggo la logica conclusione che il concetto negato a parole è, in realtà, ineludibile. In che modo questo sarebbe "fallace"? Se vuoi, ci possiamo mettere a prendere in considerazione quei concetti che hai elencato uno per uno e vedere se il contenuto che veicolano si può effettivamente negare senza in qualche modo riaffermarlo. Come ho detto tante volte, entriamo pure nel merito delle formalizzazioni operate dalla "filosofia perenne"!
    “Il concetto di ciò che fonda la relazione fra ogni cosa e tutto di ogni cosa” non è la definizione di “essere”.

    Sono d’accordo che “l'assenza di definizione non implica assenza di significato”, perché il problema è proprio l’opposto: l’assenza di definizione implica una varietà di significati. Infatti, se una definizione non c’è, sarà inevitabile dare delle interpretazioni di cosa si intenda per “essere”, senza che sia possibile stabilire quale sia quella corretta.
    Questo non si può smentire, pertanto non vedo perché dovrei cambiare argomentazione.

    Il fatto che l’essere si dica in molti modi e che sia inevitabile darne un’interpretazione lo vincola indissolubilmente alla dimensione del linguaggio. Quale sarebbe infatti l’aggancio extralinguistico? In base a cosa dici che l’essere non richiede alcunché per "reggere", e sarebbe immediato? Lo puoi dire solo riferendoti alla presunta evidenza di qualcosa che si percepirebbe “quasi notissimum”, ma questa è nella migliore delle ipotesi un’esperienza individuale, una specie di intuizione mistica, ma niente che si possa comunicare ad altri, e quindi niente su cui si possa fondare una filosofia. Per farne oggetto di filosofia occorre impostare un discorso sull’essere, e quindi interpretarlo.

    Ne deriva che ciò che dovrebbe garantire ogni discorso sulla realtà è oggetto a sua volta di un discorso, che altro non può fare se non interpretarlo, senza mai arrivare a dire di cosa si tratta.

    Ho anche fatto l’esempio di alcuni dei molti modi in cui l’essere si dice: esse commune, esse substantiale, esse universale, esse tantum, esse receptum, esse in actu, ipsum esse, quod quid erat esse: queste sono appunto interpretazioni dell’essere, che si basano unicamente sull’autorità di chi ne ha parlato. E anche questo non si può negare. Altrimenti avresti mostrato in che modo i molti modi in cui l’essere si dice si basano su altro che non sia la parola di chi li ha espressi - e quindi proprio sulla sua interpretazione dell’essere. Non l’hai fatto perché non è possibile.

    Siamo molto lontani dall’esperienza originaria, in cui non compare proprio niente del genere. Cosa resta allora, il fatto che esistono delle cose? Certo per provare a dare un qualche significato all’essere si deve parlare di esistenza, ma purtroppo l’essere non è nemmeno l’esistenza. Resta quindi solo la solita fallacia, per cui si interpreta la realtà come ciò che esiste perché “ha l’essere”, dopodiché si chiama la realtà così interpretata a testimoniare l’ineludibilità dell’essere. Ma si tratta palesemente di un girare in tondo.
    - Non esiste in Germania una cricca più spudorata e stupida di questi antisemiti.

    Nietzsche, 1887

 

 
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