In teoria, l'errore giudiziario è possibile sempre e comunque, in ogni caso.
Anche se condanni all'ergastolo una persona o se le fai fare 20 o 30 anni di galera c'è pur sempre il rischio dell'errore giudiziario. Quindi? Cosa facciamo? Riduciamo di default tutte le pene perché si deve temere l'errore giudiziario? Non sono d'accordo perché questo potrebbe inficiare il bene comune e dopo l'ultimo grado di giudizio una condanna è irrevocabile. Ricordiamoci che la giustizia ha una funzione prima di tutto punitiva e riequlibratrice e solo in secondo luogo ed eventualmente rieducativa.
In pratica, se una persona viene colta in flagranza di reato le incertezze si riducono in maniera molto notevole. In più, come giustamente faceva notare cammarone, un pluriomicida è molto più difficile che non commetta errori. Detto in altri termini, se commetti più omicidi è molto più facile farsi beccare piuttosto che se ne commetti uno solo.
Mi sembra un falso umanitarismo la contrarietà alla pena di morte perché considerata "barbara e disumana". Sarebbe invece più umano tenere tutta la vita una persona in una galera? Sarebbe invece molto più umano mandare ai lavori forzati (non retribuiti, perché se no son bravi tutti) una persona? No, perché in ogni caso la tua vita è distrutta.
Il problema non è quindi la pena, ma - al limite - fare in modo che il sistema giudiziario sia fondato sui giusti principi e su meccanismi funzionanti ed efficienti, che riducano il più possibile il margine di errore.
Lo stesso Cesare Beccaria riguardo alla pena di morte sosteneva quanto segue: "La morte di un cittadino non può credersi necessaria, che per due motivi. Il primo, quando anche privo di libertà egli abbia ancora tali relazioni e tal potenza, che interessi la sicurezza della nazione; quando la sua esistenza possa produrre una rivoluzione pericolosa nella forma di governo stabilita. La morte di un cittadino divien dunque necessaria quando la nazione ricupera o perde la sua libertà, o nel tempo dell’anarchia, quando i disordini stessi tengon luogo di leggi".
Beccaria, quindi, avrà pure scritto nel "Dei delitti e delle pene" delle argomentazioni contrarie alla pena di morte, ma pochi ricordano che praticamente ha promosso ed approvato l'uso della pena di morte per reati politici.
Il principio a favore della pena di morte è quello enunciato egregiamente da San Tommaso d'Aquino nella Summa Theologiae:
Omnis autem pars ordinatur ad totum ut imperfectum ad perfectum. Et ideo omnis pars naturaliter est propter totum. Et propter hoc videmus quod si saluti totius corporis humani expediat praecisio alicuius membri, puta cum est putridum et corruptivum aliorum, laudabiliter et salubriter abscinditur. Quaelibet autem persona singularis comparatur ad totam communitatem sicut pars ad totum. Et ideo si aliquis homo sit periculosus communitati et corruptivus ipsius propter aliquod peccatum, laudabiliter et salubriter occiditur, ut bonum commune conservetur, modicum enim fermentum totam massam corrumpit, ut dicitur I ad Cor. V.
(Ora, qualsiasi parte è ordinata al tutto come ciò che è meno perfetto è ordinato a un essere perfetto. Perciò la parte è per natura subordinata al tutto. Ecco perché, nel caso che lo esiga la salute di tutto il corpo, si ricorre lodevolmente e salutarmente al taglio di un membro putrido e cancrenoso. Ebbene, ciascun individuo sta a tutta la comunità come una parte sta al tutto. E quindi se un uomo con i suoi peccati è pericoloso e disgregativo per la collettività, è cosa lodevole e salutare sopprimerlo, per la conservazione del bene comune; infatti, come dice S. Paolo: "Un po' di fermento può corrompere tutta la massa")
fonte: Summa
E in questo passo successivo l'Aquinate è ancora più illuminante:
Ad tertium dicendum quod homo peccando ab ordine rationis recedit, et ideo decidit a dignitate humana, prout scilicet homo est naturaliter liber et propter seipsum existens, et incidit quodammodo in servitutem bestiarum, ut scilicet de ipso ordinetur secundum quod est utile aliis; secundum illud Psalm., homo, cum in honore esset, non intellexit, comparatus est iumentis insipientibus, et similis factus est illis; et Prov. XI dicitur, qui stultus est serviet sapienti. Et ideo quamvis hominem in sua dignitate manentem occidere sit secundum se malum, tamen hominem peccatorem occidere potest esse bonum, sicut occidere bestiam, peior enim est malus homo bestia, et plus nocet, ut philosophus dicit, in I Polit. et in VII Ethic.
(Col peccato l'uomo abbandona l'ordine della ragione: egli perciò decade dalla dignità umana, che consiste nell'esser liberi e nell'esistere per se stessi, degenerando in qualche modo nell'asservimento delle bestie, che implica la subordinazione all'altrui vantaggio. Così infatti si legge nella Scrittura: "L'uomo non avendo compreso la sua dignità, è disceso al livello dei giumenti privi di senno, e si è fatto simile ad essi"; e ancora: "L'insensato sarà lo schiavo di chi è saggio". Perciò sebbene uccidere un uomo che rispetta la propria dignità sia cosa essenzialmente peccaminosa, uccidere un uomo che pecca può essere un bene, come uccidere una bestia: infatti un uomo cattivo, come insiste a dire il Filosofo, è peggiore e più nocivo di una bestia)
Riguardo al criterio con cui giudicare, anche in tal caso ritengo illuminante l'insegnamento del Dottore Angelico:
Ad secundum dicendum quod in pensanda gravitate peccati magis est considerandum illud quod est per se quam illud quod est per accidens. Unde ille qui occidit iustum gravius peccat quam ille qui occidit peccatorem. Primo quidem, quia nocet ei quem plus debet diligere, et ita magis contra caritatem agit. Secundo, quia iniuriam infert ei qui est minus dignus, et ita magis contra iustitiam agit. Tertio, quia privat communitatem maiori bono. Quarto, quia magis Deum contemnit, secundum illud Luc. X, qui vos spernit, me spernit. Quod autem iustus occisus ad gloriam perducatur a Deo, per accidens se habet ad occisionem.
Ad tertium dicendum quod iudex, si scit aliquem esse innocentem qui falsis testibus convincitur, debet diligentius examinare testes, ut inveniat occasionem liberandi innoxium, sicut Daniel fecit. Si autem hoc non potest, debet eum ad superiorem remittere iudicandum. Si autem nec hoc potest, non peccat secundum allegata sententiam ferens, quia non ipse occidit innocentem, sed illi qui eum asserunt nocentem. Minister autem iudicis condemnantis innocentem, si sententia intolerabilem errorem contineat, non debet obedire, alias excusarentur carnifices qui martyres occiderunt. Si vero non contineat manifestam iniustitiam, non peccat praeceptum exequendo, quia ipse non habet discutere superioris sententiam; nec ipse occidit innocentem, sed iudex, cui ministerium adhibet.
(Nel misurare la gravità di un peccato si devono considerare più gli elementi essenziali che quelli accidentali. Ecco perché chi uccide il giusto pecca più gravemente di chi uccide il peccatore. Primo, perché nuoce a una persona che è tenuto ad amare di più: e quindi il suo agire è più in contrasto con la carità. Secondo, perché fa un torto a chi meno lo merita: e quindi offende maggiormente la giustizia. Terzo, perché priva la società di un bene maggiore. Quarto, perché disprezza maggiormente Dio, avendo egli detto per i giusti quelle parole: "Chi disprezza voi disprezza me". - Il fatto, invece, che il giusto ucciso viene da Dio accolto nella gloria, è accidentale all'uccisione.
Il giudice, quando fosse persuaso che un accusato, convinto dalle false testimonianze, è innocente, deve riesaminare i testimoni con maggiore diligenza, per trovare il modo di liberarlo, come fece Daniele. Ma se non può far questo, deve rimandare l'accusato a un giudice superiore. E se anche questo è impossibile, non pecca dando la sentenza in base alle deposizioni: allora infatti non è lui che uccide l'innocente, ma gli accusatori. Il carnefice poi che è alle dipendenze di un giudice il quale condanna l'innocente, se la sentenza implica un errore patente, non deve ubbidire: altrimenti sarebbero da scusarsi i carnefici che uccisero i martiri. Se invece non c'è un'ingiustizia patente, allora egli non pecca eseguendo una condanna: poiché egli non è in grado di discutere la sentenza del suo superiore; e non è lui ad uccidere l'innocente, ma il giudice di cui è l'esecutore materiale)
Purtroppo, la possibilità dell'errore giudiziario è impossibile da eliminare totalmente.
Si può ridurre al massimo o rendere quasi nulla la sua possibilità, ma vi sarà sempre almeno un 1% di possibilità che vi sia.
Tuttavia, non è questo un buon motivo per essere contrari alla pena di morte perché per coerenza questo ragionamento andrebbe esteso a qualsiasi altra pena inflitta per qualsiasi altro reato.





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