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Risultati da 11 a 20 di 56

Discussione: Il futuro dell'Ulivo

  1. #11
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    Ovviamente no. Quel quattro % lo ha preso solo a queste politiche anche perché correva da solo. In realtà era l'ultima occasione che gli era rimasta, anche per questo ha corso da solo.

    Io credo che ci siano dei valori di base che siano uguali tra l'Ulivo e Rifondazione. Abbiamo dei punti di diversità ma anche dei punti di unione. Tra l'altro, come potremmo portare avanti una politica economica e sociale efficace se al governo Rifondazione ci andasse contro?

    Purtroppo, a meno che non si modifichino gli equilibri delle forze di centrosinistra, Rifondazione continua ad essere determinante. A meno che non si modifichino gli equilibri (è anche qui che dobbiamo lavorare) perché io sono dispostissimo a cercare l'accordo con Rifondazione, ma se questo deve degenerare in una imposizione di loro su di noi (come anche il contrario ovviamente) o in un ricatto continuo, non potrei accettarlo.

    Dopodiché aspettiamo fiduciosi le mosse di Fassino...

  2. #12
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    Oggettivamente inquietante l'idea del partito unico...

  3. #13
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    Predefinito valori di base ...

    Si', valori di base possono essercene ma bastano? Sono sufficienti?
    E cosa ci divide?
    Sul lavoro (pochissimo), sui temi internazionali (quasi nulla)?
    Il modo migliore per avere alleanze solide e non fidarci delle illusioni e non mettere la testa sotto la sabbia.
    I problemi e le divisuioni ci sono. Faremmo un pessimo lavoro se facessimo finta che non è vero.
    Ma il problema rimane "come conciliare visioni pragmatiche come quelle laiche di centro con quelle ideologiche di sinistra e cattoliche"?
    Ciao,
    Francesco

  4. #14
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    Forse espresso così "partito unico", è davvero inquietante, rieccheggiando regimi in cui vi era un unico, solo partito per tutti.
    Ma non sono inquietanti i democratici americani, i laburisti inglesi... ecco, chiamiamolo così.. Partito Democratico. E' più rassicurante e, sicuramente, ha un altro senso.
    Leggevo ieri Asor Rosa sull'Unità; si poneva il problema di stabilire i confini di un ipotetico partito della sinistra (non dell'Ulivo). Il confine sinistro era definito dal rifiuto dell'eversione; ma quando ha dovuto definire il confine "a destra" si è incartato. Facendo inspiegabilmente, due errori: nel ritenere possibile convivere in un unico partito sia la sinistra alternativa al sistema, sia la sinistra riformista (e francamente non vedo come due visioni così radicalmente opposte potrebbero trovare una stabile coesione), e - secondo errore - nel bisogno di mettere confini, laddove i cambiamenti della società tendono ad abbatterli. Proprio il sorgere dei movimenti autoconvocati - non certamente rivoluzionari, anzi, espressione del "ceto medio" riflessivo, come li definisce Ginsborg - dovrebbe far riflettere sul fatto che le classi, così come le abbiamo conosciute, si sono profondamente modificate.
    Per questo concordo con Francesco che le "divisioni" (quando non frutto di personalismi, che pure ci sono) sono originate più dal permanere di residui ideologici che da reali contrapposizioni nei contenuti.
    Infine, credo che siamo di fronte a un bivio: o una costante frammentazione dell'Ulivo in entità sempre più piccole e litigiose fra loro (rischio che mi pare reale, per la tentazione sempre presente di identificarsi in un gruppo omogeneo per tradizioni, cultura, pensiero) o una svolta verso la creazione di un soggetto unico (l'aprirsi, cioè, all'accettazione dell'altro e alla sintesi dei diversi pensieri). Certo, questa sarebbe un'operazione laica e pragmatica; e contro le ideologie, ci sarà ancora un bel po' da lavorare.

  5. #15
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    Per carità, tutto ma non il Partito Democratico.

    Scusate ma in questo momento, fare un partito unico non è proponibile, sono troppe ancora le cose che ci portiamo dietro, tante sono le cose che ancora devono cambiare. Sarà la prossima generazione, libera da pregiudizi e da problemi con Craxi e con la DC a creare, se ci saranno le condizioni, il partito comprensivo di tutta l'alleanza.

    Io preferisco però che l'alleanza rimanga un'alleanza.

    A Francesco: io continuo a pensare che si possa collaborare con Rifondazione (e ci ho provato nella mia zona). Sulla Tobin Tax, sul rispetto dei diritti umani, sulla giustizia sociale, sull'antifascismo. Sono tutte cose che ci uniscono.

  6. #16
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    Scusa, Red, ma forse ti sfugge che la prossima generazione è già qui. Chi ha 20 anni oggi, è dell'82; nell'89, caduta del muro, faceva la seconda elementare. Non ha mai conosciuto il CAF, il PCI è storia antica. Quali prospettive diamo a queste generazioni? Il protrarsi in eterno di appartenenze tutte nostre, alle quali loro non hanno il minimo interesse, perchè fanno riferimento a concetti e ideologie a loro del tutto estranei?
    Non è la realtà a non essere pronta, siamo noi a non essere pronti a cogliere la realtà in movimento.

  7. #17
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    Cara rowena, io sono dell'80. Quando cadeva il muro io stavo in quarta elementare, quando il PCI ha fatto il congresso di Rimini facevo, mi pare il primo anno delle medie.

    Io non parto con pregiudizi, quando parlo di questione morale mi riferisco solo a Berlusconi e non a Craxi, quando mi devo definire mi dico socialdemocratico e non comunista, pur mantenendo un giudizio sicuramente non negativo per alcuni aspetti del comunismo. Ma il coordinatore del mio circolo SG per esempio, si rifà più di me al vecchio e alle radici (se sono radici), vuole chiamare il circolo Antonio Gramsci (io vorrei chiamarlo Jan Palach).

    Questa è la differenza. Nei DS vince la mia linea, nel circolo non lo so, ma non credo. Comunque questo è un mio problema personale.

    Il partito adotta la linea che io condivido, che non vuol dire buttare a mare tutto quello che è stato, ma solo saper rileggere al giorno d'oggi quello che è stato, cogliendone gli errori, i meriti, e ciò che ancora può essere attuale.

  8. #18
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    Innanzitutto benvenuto a rowena. Da quello che scrive mi sembra veramente un ottimo acquisto.

    Io mi sono stancato di avere a che fare con le vedove del PCI, che non si accorgono che anche il progetto di Occhetto, del PDS è miseramente fallito.

    Io premetto che mi sono iscritto al PDS nel 1994 (ho 37 anni), e prima non ero comunista.

    Ricordo che nel 1991 dopo una delle innumerevoli svolte (Bolognina) nel PDS entrarono molti personaggi non comunisti. Ricordo Rodotà che divenne presidente del partito, ricordo Flores d'Arcais attuale direttore di Micromega, etc, etc.

    Mi ricordo che sembrava che il partito potesse essere smontato e rimontato in altro modo, aprendolo alle influenze esterne, a diverse culture.

    La storia ci ha detto che invece gli apparati burocratici dell'ex-pci, hanno avuto la meglio, infatti Rodotà se ne è andato, d'Arcais pure, ma è rimasta tutta la vecchia nomenklatura.

    Ad oggi le cose non sono cambiate. Io personalmente mi sono stancato di sentire tante vedove del PCI. Il partito è rimasto nella organizzazione interna e nei quadri un partito ex-comunista e nella prassi politica qualcosa di indefinito.

    Mi piacerebbe che le aperture ai movimenti in primis ai girotondi, ma anche a settori dei new-global (non penso a Casarini) e della società civile non siano, come faceva il PCI prima e i DS poi, un supporto momentaneo e strumentale per vincere le elezione o per uscire dal coma post-sconfitta elettorale.

    Vorrei che fosse un collegamento strategico, fondativo del nuovo Ulivo. Vorrei più società civile nell'Ulivo. Così abbiamo vinto nel 1996. Salvo poi rimandare tutti a casa e veder rioccupare interamente la scena da parte del nostro ceto politico litigioso e narcisista.

    Credo che l'approdo finale dovrà essere il partito unico. Non so quanto tempo ci vorrà, ma non vedo alternative. Anzi, non è che lo subisco come ineluttabile. Mi piace proprio l'idea.

    Credo che ora più di una confederazione non si possa fare. Ma vorrei che qualcuno mi spiegasse cos'è e come funziona soprattutto, una confederazione.

    Poi c'è il problema del programma politico/elettorale, il quale a sua volta è frutto della visione della società e del modello di sviluppo che si ha.

    Dovremmo anche e soprattutto affrontare questo. Ma ce lo diciamo da decenni.

    Scusate lo sfogo.
    Colui che irrise i martiri del comunismo

  9. #19
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    Un chiarimento per Rowena, l'inquietante era rifertio proprio al Partito Democratico.

    Personalmente non credo che l'ostacolo alla formazione di un partito unico sia riconducibile alla dicotomia PCI/non-PCI.
    La nostra generazione (sono del '79) il PCI non l'ha vissuto, lo conosce soltanto attraverso i ricordi dei vecchi compagni, nonostante ciò credo che tutti, dalemiano o no, iscritti o meno a quel partito, si sentano legati all'esperienza, non soltanto politica, del PCI.
    Con la svolta della Bolognina non abbiamo segnato una rottura con la nostra identità, ma ne abbiamo segnato un'evouzione che era iniziata con un compagno di nome Enrico. Ci siamo aperti alla cultura socialista, ci siamo lasciati contaminare, riconoscendo anche i nostri errori. Le nostre prospettive sono certo cambiate, ma i valori e l'identità socialista faranno parte per sempre (spero) del nostro bagaglio politico. Non credo che in molti sarebbero disposti a rinunciare a quell'identità in nome di un Partito Democratico...


    Mi stupisco che qualcuno parli di organizzazione interna del partito in termini negativi, abbiamo fatto un luuuuuungaaa discussione con Red River, e mi pare che seppur divisi da posizioni diverse, concordiamo sulla necessità di un partito "pesante" fortemente radicato nelal società!
    Quanto all'apparato, oggi è per lo più costituito da quei miglioristi che stanno facendo carte false pur di far acquisire ai DS un'identità socialdemocratica.

  10. #20
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    Originally posted by Cyrano
    Un chiarimento per Rowena, l'inquietante era rifertio proprio al Partito Democratico.

    Personalmente non credo che l'ostacolo alla formazione di un partito unico sia riconducibile alla dicotomia PCI/non-PCI.
    La nostra generazione (sono del '79) il PCI non l'ha vissuto, lo conosce soltanto attraverso i ricordi dei vecchi compagni, nonostante ciò credo che tutti, dalemiano o no, iscritti o meno a quel partito, si sentano legati all'esperienza, non soltanto politica, del PCI.
    Con la svolta della Bolognina non abbiamo segnato una rottura con la nostra identità, ma ne abbiamo segnato un'evouzione che era iniziata con un compagno di nome Enrico. Ci siamo aperti alla cultura socialista, ci siamo lasciati contaminare, riconoscendo anche i nostri errori. Le nostre prospettive sono certo cambiate, ma i valori e l'identità socialista faranno parte per sempre (spero) del nostro bagaglio politico. Non credo che in molti sarebbero disposti a rinunciare a quell'identità in nome di un Partito Democratico...


    Mi stupisco che qualcuno parli di organizzazione interna del partito in termini negativi, abbiamo fatto un luuuuuungaaa discussione con Red River, e mi pare che seppur divisi da posizioni diverse, concordiamo sulla necessità di un partito "pesante" fortemente radicato nelal società!
    Quanto all'apparato, oggi è per lo più costituito da quei miglioristi che stanno facendo carte false pur di far acquisire ai DS un'identità socialdemocratica.

    In un 3d intitolato Innovazione nei DS ho riportato stralci (era troppo lunga) della relazione (trovata sul sito DS) di un tizio in un seminario sull'innovazione del partito. Vattela a leggere.

    Te ne riporto uno stralcio qui:
    "
    In questi anni sono state introdotti anche dei cambiamenti. Principalmente la democrazia di mandato, il passaggio dal pluralismo delle idee al pluralismo organizzato, fortemente organizzato. Sono state sperimentate alcune innovazioni organizzative.

    Mentre si può dire che le prime hanno cambiato la struttura democratica dei DS fino a farne un Partito che, particolarmente dopo Pesaro, si muove su un terreno inesplorato, difficile e sofferto, di rapporto tra pluralismo e unità, le seconde non hanno inciso sostanzialmente sulla forma e la cultura organizzativa del partito che resta in gran parte quella ereditata dal PCI ma più piccola e più povera.

    Leggiti la relazione è molto interessante e ci sono idee interessanti e in parte nuove. Il problema è la resistenza al cambiamento.

    I miglioristi, o meglio i liberal, hanno preso mi pare il 6% al congresso. Mi sembra un po' pochino per essere i padroni dell'apparato.

    E poi vorrei capire dal singolo militante se è disposto ad aprire le porte al partito, ma anche a valorizzare culture politiche e personali che non provengono dal PCI.

    Aprire le porte del partito non vuol dire:"fate la tessera e mettetevi là che la linea la teniamo noi".
    Se vogliamo aprire la porta ai movimenti e ai girotondi, bisogna che la tradizione del PCI si fonda, per quel che di buono ha prodotto, con altre culture politiche: liberalsocialiste, liberaldemocratiche, socialdemocratiche, azioniste, radicali, etc, etc., per giungere ad elaborazioni programmatiche nuove condivise da un ampio ventaglio di persone e ceti sociali di riferimento.

    Rinchiudersi nell'identità ex-PCI, da sicurezza ma non porta da nessuna parte.
    Colui che irrise i martiri del comunismo

 

 
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