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Discussione: Mattia nel....

  1. #21
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    Oggi, giovedì 14 gennaio 1993, le truppe hanno marciato tutto il giorno. Qui, abbiamo sentito i loro scarponi sul selciato, tutto il giorno. E abbiamo sentito i loro canti partigiani, la giustizia e la libertà e tutto il resto.
    La giustizia, specie, che dovrebbe essere, d’ora in poi e finalmente, uguale per tutti.
    Uguale anche per Bettino Craxi, i cui incartamenti, spediti dalla procura milanese al Parlamento, sono all’attentissimo vaglio di chi ha deciso di voltare pagina. Succedono cose indegne, o perlomeno inopportune, ha detto il membro della giunta per la autorizzazioni a procedere, il verde Mauro Paissan.
    Succede, per esempio, che in giunta le autorizzazioni a procedere si esaminino secondo un ordine cronologico. Oggi, 14 gennaio, si stanno esaminando i casi 111 e 112. Paissan ha fatto notare che il caso Craxi ha ricevuto il numero progressivo 166. E dunque, ha spiegato stasera Paissan, “se si continuerà così, credo che passeranno almeno tre mesi; un altro mese passerà prima che si arrivi all’aula”. Abbiamo dedotto che tutto ciò sia per Paissan intollerabile, ma essendo egli uomo rispettoso delle regole democratiche, si è limitato a invitare “i componenti socialisti della giunta a chiedere, vista la rilevanza politica della questione, di anticipare il tutto”. Abbiamo dibattuto un po’ sulla rilevanza del caso Craxi. La rilevanza giudiziaria e, come dice Paissan, la rilevanza politica. E la premura.

    “Parlando alla stampa estera il 23 luglio 1999, il pm di Milano, Gherardo Colombo, disse: ‘Mediamente, in Italia, per arrivare a una sentenza di primo grado ci vogliono dai tre ai cinque anni’. Nel caso di Craxi in trentasei-quarantotto mesi si è arrivati alla sentenza di Cassazione”.
    Da Dieci anni che hanno sconvolto l’Italia, Bruno Vespa, edizioni Mondadori, 1999.

    Oggi, giovedì 14 gennaio 1993, c’è stato un gran trambusto su questa storia delle autorizzazioni a procedere. Sembrava che stesse venendo giù il mondo intero. Ieri, 13 gennaio, la Camera aveva infatti deciso, con una maggioranza di undici voti, centottanta contro centosessantanove, di negare l’autorizzazione contro il deputato democristiano, e bergamasco, Giancarlo Borra. Di Borra sappiamo che è un medico, che è stato medico legale, che a Bergamo ha lavorato anche col pm Antonio Di Pietro e di Di Pietro è stato buon amico. E ora ne è un indagato.
    Comunque non c’è stata autorizzazione e molti hanno vibrato di sdegno. Anna Finocchiaro, del Pds, ha parlato di “segnale molto grave”. Severino Galante, di Rifondazione comunista, ci ha messo il superlativo: “Atto di eccezionale gravità”. Il presidente della Camera, Giorgio Napolitano, pidiessino, è stato quasi didattico: “Penso che tutti i deputati debbano riflettere seriamente prima di votare contro una proposta della giunta per le autorizzazioni a procedere”.
    Chicco Testa, Pds, ha scosso i pugni: “Grazie al voto compatto della cosiddetta nuova Dc di Martinazzoli un parlamentare continua a godere dell’immunità e dei privilegi del vecchio regime”. Per lui è “una vicenda penosa”. Antonio Pappalardo, socialdemocratico, ci ha visto “un tentativo del vecchio sistema, dominato da logiche mafiose di tutela di interessi corporativisti, di mantenere ancora in vita comportamenti e regole che favoriscono la corruzione e il malaffare”. Pappalardo ha spronato il paese che non ci sta alla “massima vigilanza”.
    La Rete si è mobilitata con un documento ufficiale: “Con questo atto inizia l’offensiva palese del regime contro l’opera dei magistrati dell’inchiesta Mani pulite e ci si prepara al tentativo di salvare i massimi responsabili del sistema delle tangenti”.
    Parole definitive, infine, quelle di Massimo D’Alema, dirigente rampante dell’ex Pci: “Molto grave. La maggioranza e innanzitutto i deputati della Dc hanno respinto la richiesta di autorizzazione a procedere contro l’onorevole Borra, contraddicendo l’orientamento maturato dalla giunta. Un segnale molto negativo che fa temere si voglia tornare a utilizzare l’istituto dell’immunità parlamentare soltanto per difendere l’operato di uomini politici accusati di corruzione, concussione e altri gravi reati contro la pubblica amministrazione”.
    Oggi, 14 gennaio, ha parlato anche il vicepresidente della giunta, pidiessino pure lui. E’ Giovanni Correnti. Ha criticato, parlando più di Craxi che di Borra, dei colleghi che hanno “gia espresso e anticipato il loro giudizio”. Abbiamo avuto un moto di stupore. Correnti ha detto: “Qualunque giudice anticipi la sua valutazione, magari non avendo letto tutte le carte e riflettuto, dà luogo
    all’istituto della ricusazione. Ci sono colleghi che hanno già emesso la loro sentenza: questa è giustizia sommaria, non è serio. Si parla secondo giudizi preconfezionati, per etichette. Quanto a cannibalismo politico, c’è tutto”. Abbiamo speso qualche minuto per capire quale sarà l’avvenire di Giovanni Correnti. Abbiamo semplicemente scoperto che dalla prossima legislatura, quella che si inizierà con le elezioni politiche dell’anno prossimo, del 1994, Correnti non sarà più parlamentare.

    “E’ un giochetto fin troppo scoperto. Fare di Bettino Craxi l’unico capro espiatorio cui far pagare la questione morale. Vale la pena ricordare le giuste parole del segretario del Psi: tutti i partiti del regime, chi più chi meno, erano soliti finanziarsi con le tangenti e tutti i loro segretari politici sapevano e acconsentivano. Che nella vergogna della questione morale sprofondi Craxi è giusto.
    Che presumano di rimanerne fuori i segretari della Dc, del Pds e del Pri è ridicolo”. Gianfranco Fini, segretario del Msi, ai giornalisti, 14 gennaio 1993.

    Oggi, giovedì 14 gennaio 1993, quelli del Pds si sono battuti, secondo l’impegno rinnovato di questi mesi, su ogni fronte. Oggi il senatore Massimo Brutti, responsabile giusitizia del partito di Achille Occhetto, si è preso cura del giudice di Cassazione, Corrado Carnevale: “Il rinvio a giudizio del dottor Carnevale per un grave delitto contro la pubblica amministrazione getta una ulteriore pesante ombra sulla credibilità di questo magistrato”. Brutti crede che ormai sia “insostenibile che Carnevale svolga in questa fase le delicate funzioni di presidente di sezione della Cassazione”.
    E dunque ne ha chiesto la sospensione.
    E’ roba di ieri, questa. Carnevale è stato rinviato a giudizio a Napoli per interesse privato nella vendita della flotta Lauro. Oggi abbiamo ritrovato le motivazioni con cui fra poche settimane, il 2 febbraio 1993, il ministro della Giustizia, il socialista Claudio Martelli, chiederà al Consiglio superiore della magistratura la sospensione di Carnevale dalle funzioni e dallo stipendio: “Ritengo che l’obiettiva gravità dei fatti contestati al dottor Carnevale, che acquista tanto maggior rilievo in ragione delle alte funzioni a esso confidate, non gli consenta di continuare ad esercitare le funzioni giurisdizionali nelle condizioni richieste dal prestigio dell’ordine giudiziario”.
    Non potevamo lasciare lì. Anche se sono cose dei prossimi mesi, e anni, dovevamo andare a vedere. Il 23 aprile del 1993, il Csm sospenderà Carnevale dalle funzioni e dallo stipendio. Il 26 giugno 1996, il tribunale di Napoli condannerà Carnevale a due anni e due mesi di reclusione. Il 7 luglio 1999, la Corte d’appello di Napoli assolverà Carnevale “per non aver commesso il fatto”. La vicenda si chiuderà in Cassazione il 20 aprile del 2000. Ma il 20 aprile del 2000 è lontano sette anni, tre mesi e sette giorni da oggi, giorno della rettitudine di Massimo Brutti.

    “La V sezione penale della Cassazione ha confermato l’assoluzione del giudice Corrado Carnevale, già emessa lo scorso luglio dalla Corte di appello di Napoli, in relazione alla vicenda giudiziaria relativa al fallimento della flotta Achille Lauro”. Notizia Ansa del 20 aprile 2000.

    Oggi, giovedì 14 gennaio 1993, c’è stato uno sciorinare di muscoli da fare impressione. Non c’è gola che non sia arsa dalla sete di giustizia. Oggi, alla Camera, si discuteva della elezione diretta del sindaco. Da quello che s’è capito, il presidente Napoletano ha annunciato che un emendamento del gruppo missino era stato respinto, e la decisione ha suscitato un forte scandalo nei deputati della destra nazionale.
    Teodoro Buontempo ha lasciato l’aula per rientrarvi subito dopo con un gran bandierone tricolore – che oggi non va più, e non ancora, molto di moda. Napolitano se l’è presa, ha sollecitato Buontempo a ripiegare la bandiera, ma la risposta dei parlamentari missini è stata un coro: “Vergogna! Vergogna!”. Napolitano non ha desistito, ottenendo nient’altro che cori ulteriori: “Truffa! Truffa!”. “Libertà! Libertà!”. E ancora, e soprattutto: “Tangentari! Tangentari!”. Poco dopo, mancava poco alle 17, Napoletano ha chiesto al capogruppo Pinuccio Tatarella se si trattasse di occupazione dell’aula, e Tatarella ha risposto: “Dopo il colloquio che ho avuto con lei, direi di sì”. I lavori sono stati sospesi per un’ora, e la discussione della legge rinviata alla settimana prossima, ma la baruffa è proseguita con argomentazioni di natura paragiudiziaria sostenute da quelli del Msi. Questa, da Paissan a Buontempo, è stata la giornata politica.
    Ma ci sono stati arresti, rinvii a giudizio, informazioni di garanzia e aggiornamenti di indagine – per tangenti – a Ravenna, Pavia, Foggia, Varese, Padova, Monza, Napoli, Rimini, Venezia, Torino e, ovvio, Milano.

    “Una classe politica è scomparsa… il grande merito del pool è quello di aver portato avanti le indagini così rapidamente che non c’è stato il tempo di arginarle, e la gente quando è andata a
    votare non ha più eletto quelle persone”. Gerardo D’Ambrosio, alla Rai, 3 gennaio 1996.
    (19 - continua)

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  2. #22
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    Predefinito D'Alema, il nuovo....

    ...che avanza

    Oggi, venerdì 22 gennaio 1993, siamo rimasti un po’ a guardare il nuovo che avanza. Piace molto, questo nuovo che avanza, ora che il marciume e il vecchiume stanno per essere spazzati via. Siamo rimasti a guardarlo perché la storia fa brutti scherzi e Massimo D’Alema, oggi che ha i capelli e i baffi neri ed è capogruppo dei deputati del Pds, oggi che giudica un “disastro
    annunciato” il premier socialista Giuliano Amato e la sua politica, oggi che ne chiede le dimissioni, non può sapere come sappiamo noi che fra sette anni, quando i capelli e baffi saranno un po’ più grigi, dovrà lasciare Palazzo Chigi proprio ad Amato, ormai compagno nell’Ulivo.
    Ma oggi si fa battaglia politica. E’ il nuovo che avanza. E’ da un po’ che cerca d’avanzare. Magari già dal 12 maggio dell’anno scorso, del ’92, quando D’Alema disse al Sabato che Bettino Craxi doveva levarsi di mezzo. Lo disse con un certo fair play e pochissima autoironia:
    “Churchill era un grande statista eppure dopo la guerra lo hanno mandato via. In democrazia quando cambiano le stagioni, cambiano anche gli uomini. Noi invece assomigliamo ai paesi dell’Est”.
    Il nuovo che avanza non vuole mischiarsi al vecchio che annega: “Ballano sul Titanic, aspettando che affondi: come risolvere il problema? Basta metterci una pezza, imbarchiamo il
    Pds”.
    Improponibile, dice il nuovo che avanza. E infatti abbiamo conservato la registrazione di D’Alema al Tg3, nel giugno del ’92, quando si parlò di Amato presidente del Consiglio: “Trovo incredibile che si chieda a noi di sostenere il governo presieduto
    da uno degli uomini che sono stati protagonisti della politica che noi abbiamo combattuto per dieci anni”.
    Oggi, come da qualche mese a questa parte, D’Alema sente che il nuovo avanza. Senza pietà:
    “Ci deve essere una epurazione del ceto politico, quelli che sono stati il simbolo di una stagione fallimentare moralmente e politicamente se ne devono andare a casa”. Senza sconti: “Non ci può più essere un democristiano al ministero dell’Interno per i prossimi trent’anni”.

    “Sarà Rosa Russo Jervolino il ministro dell’Interno del governo D’Alema”, lancio Ansa, 21 ottobre 1998.

    Oggi è venerdì 22 gennaio 1993, e a noi è venuto in mente che lo scorso agosto D’Alema parlò di Craxi e del polo laico-socialista
    come di “roba vecchia, vecchissima”.
    Ci è venuto in mente che lo scorso novembre buttò a mare la dialettica manettarda: “Noi non abbiamo mai sollevato davanti a
    Craxi la questione morale. Questa è un’altra cosa. Abbiamo posto e poniamo un problema politico”.
    Noi, che siamo maliziosi, non è che ci sperassimo davvero, anche se quel D’Alema diceva che “l’azione della magistratura è importante ma non risolutiva”.
    Poi ha cambiato parere. In questi mesi D’Alema ha provato il ribrezzo di molti davanti a tutta la fanghiglia scoperta dai magistrati. Alla festa dell’Unità di Torino, già il settembre passato, disse che “il Psi deve mettere da parte gli uomini che sono stati il simbolo della costruzione di Tangentopoli, altrimenti non sarà mai credibile”. Fra Natale e Capodanno si accodò a Mino Martinazzoli nella richiesta di una commissione che indagasse sugli arricchimenti illeciti. Quando, pochi giorni fa, il 13 gennaio, è stata respinta l’autorizzazione a procedere per il democristiano Giancarlo Borra, ha visto “un segnale molto negativo”.
    Fra pochi giorni, il primo febbraio, sarà solidale con “i magistrati che stanno affondando il bisturi nel marcio della corruzione”.
    Un marcio che è venuto fuori, dirà, “in nome della democrazia bloccata e dell’anticomunismo”. Un marcio, dirà fra un mese, figlio “di un sistema politico e di potere imperniato tra Dc e Psi”. Inviterà a dire sì all’autorizzazione a procedere per Craxi, e quando il Parlamento dirà no, per D’Alema si tratterà di “un Parlamento che deve andare a casa”. Troverà il tutto “scandaloso”. Chiederà “l’abrogazione dell’immunità
    parlamentare”. Il prossimo agosto, noi lo sappiamo perché abbiamo il testo della seduta, alla Camera definirà Craxi
    “un principe dei corrotti”.

    “Un giorno scopriremo che vi sono stati nella Dc uomini di fiducia di questo ‘doppio Stato’, legati a mafia e massoneria”.
    Massimo D’Alema, alla presentazione di un libro di Pietro Folena,
    Roma, 1 luglio 1993.

    Oggi, che siamo soltanto al 22 gennaio 1993, D’Alema è il nuovo che avanza e avanzerà, nei prossimi anni sino alla presidenza
    del Consiglio. Noi qui lo sappiamo che sarà un percorso duro, ma D’Alema ce la farà. Un percorso accidentato.
    Noi ricordiamo il futuro, e sappiamo che l’eroe di oggi, Antonio Di Pietro, nel ’97 sarà candidato da D’Alema al Mugello. Noi ricordiamo che fra tre mesi D’Alema definirà “un po’ penoso tutto questo mondo politico che si inginocchia a Di Pietro che non può
    diventare un punto di riferimento politico per il paese”.
    Noi ricordiamo che poi arriveranno le accuse anche per il Pds, gli arresti di Primo Greganti e Marcello Stefanini, le dichiarazioni di Sergio Cusani e Carlo Sama. Ricordiamo che D’Alema parlerà
    di “violentissima campagna politica”. “Gardini, dopo aver versato circa otto miliardi di lire ai rappresentanti dei due più influenti partiti della maggioranza… si è deciso a mettere del denaro
    a disposizione anche del maggior partito di opposizione”, dalla sentenza di primo grado del processo Cusani.

    “Io non posso incriminare un partito, a meno che qualcuno non mi porti qui un signore che fa Partito di nome e Comunista di cognome”, dalla requisitoria di Di Pietro.

    (24 - continua)

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  3. #23
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    Oggi, sabato 23 gennaio 1993, è finita la latitanza di Giovanni Manzi. Abbiamo saputo, oggi, che la polizia di Santo Domingo lo ha arrestato a Casa de Campo e messo in cella. Fra dieci anni esatti, il 22 gennaio del 2003, Giovanni Manzi sarà appena rientrato da un altro viaggio all’estero, ad Hammamet, per la prima volta alla tomba del vecchio amico Bettino Craxi. E fra dieci anni esatti ricorderà di quell’arresto.
    “Passai cinque giorni in cella, a Santo Domingo. Uno schifo. In sei in una cella di sette metri quadrati. Non c’era la possibilità di distendersi. Non c’era gabinetto, c’era un buco in un angolo. In confronto San Vittore mi sembrò un albergo”.
    Ce lo racconterà fra dieci anni, ma oggi sappiamo soltanto che è stato arrestato. Sappiamo che ha quarantotto anni, che è socialista, che durante la latitanza ha perso la presidenza della Sea, la società che gestisce gli aeroporti milanesi.
    Ieri, venerdì 22 gennaio, abbiamo finalmente avuto la conferma di dove fosse. L’abbiamo avuta leggendo il Corriere della Sera: due giornalisti, Goffredo Buccini e Alessandro Sallusti, lo hanno scovato prima della polizia, e lo hanno intervistato.

    “Che Manzi fosse a Casa de Campo, intanto, lo sapeva mezzo paese. Basti che nel novembre ’92 la notizia era comparsa sul mensile Guida Viaggi”. Da “Presunti colpevoli”, di Filippo Facci, editore Mondadori, 1996.

    Oggi, sabato 23 gennaio 1993, ci siamo riletti l’intervista di ieri. Ha detto di voler tornare in Italia, sebbene abbia paura del carcere. Ha detto che se il suo vice alla Sea, il democristiano Roberto Mongini, è stato dentro tanto, chissà che cosa si aspettano da lui, i magistrati, e chissà quanto lo terranno dentro. Abbiamo verificato. Starà dentro, in detenzione cautelare, cioè prima del processo che lo riconoscerà colpevole, fino al 4 maggio. Poi avrà gli arresti domiciliari. Lo arresteranno di nuovo il 17 febbraio del 1994 per liberarlo un mese dopo, il 14 marzo. In tutto, centoventi giorni di galera.
    Fra molto tempo, dieci anni esatti, Manzi ricorderà: “Mi difendeva l’avvocato Michele Saponara, che ora è un parlamentare di Forza Italia. Ci fecero capire in tutti i modi che Saponara non era un interlocutore molto gradito. Era difficile ottenere qualcosa se si era difesi da Saponara, un avvocato combattivo, per niente conciliante con le necessità dei magistrati. Alla fine lo stesso Saponara mi ha consigliato di prendere un altro legale. Qualcosa è cambiato”.
    Oggi, che siamo nel gennaio del ’93, già abbiamo capito come funziona, no? Non ce lo ripetiamo quasi più: vai in carcere, se parli esci, se non parli resti dentro. Se fai qualche nome sugoso, bello saporito, esci col vincente e l’errore fiocchetto in testa. Ma leggendo l’intervista a Manzi, abbiamo pensato che per lui sarà dura. Al Corriere ha detto: “Conosco Craxi da trent’anni, ma con lui non ho mai parlato di soldi. Sempre solo di politica. Craxi non si è mai occupato di questioni amministrative”.
    Nei prossimi giorni Manzi tornerà in Italia e andrà a San Vittore. Ripeterà che di quattrini con Craxi non ne parlava. Farà centoventi giorni in carcere, dieci più di Primo Greganti, l’eroico comunista che non tirò mai in ballo il partito. “Io ai magistrati ho confermato quello che già sapevano. Tutti gli episodi che conoscevano li ho confermati. Ho preso offerte spontanee. Ho commesso il reato di finanziamento illecito, senza che ciò pesasse mai sulla Sea. Mai e poi mai. I partiti costavano. Quando ero segretario organizzativo del Psi a Milano, avevo cinquanta dipendenti. E dovevo pagareloro lo stipendio. I magistrati non potevano non chiedermi che rapporti avessi con Craxi. Io gliel’ho detto, non mi sono mai azzardato di parlare con Craxi di problemi economici. Mi avrebbe detto, e a me ne parli? Parlane col segretario amministrativo”. Questo ci dirà, il 22 gennaio del 2003.

    “Io avevo cinquanta dipendenti. Il Pci ne aveva settanta. Li avrà mantenuti con le celebri salamelle”. Giovanni Manzi, al Foglio, 22 gennaio 2003.

    Oggi, 23 gennaio 1993, gli inquirenti del pool Mani pulite non commentano. Ma leggendo le cronache pare sapessero dov’era Manzi, latitante dal giugno dell’anno scorso, del 1992. Pare che lo sapessero come lo sapevano Guida Viaggi e il Corriere. Gherardo Colombo ha detto che meno si parla di queste cose e meglio è: “Il clamore non ci piace”. Nei prossimi giorni avranno Manzi a San Vittore e lo interrogheranno per la prima volta. Vorranno sapere delle mazzette girate attorno alla costruzione di Malpensa Duemila. Fra dieci anni Manzi ricorderà di Antonio Di Pietro, del loro incontro in carcere: “Quando mi vide, Di Pietro mi chiese perché avessi la barba lunga. Io gli risposi che se era per quello avevo anche i denti sporchi, visto che da quando ero stato arrestato non avevo ottenuto nemmeno uno spazzolino e un dentifricio. Di Pietro si voltò verso una guardia e le ordinò di procurarmi spazzolino e dentifricio”. Oggi, dunque, già sappiamo che cosa dirà in quegli interrogatori Giovanni Manzi.
    Dirà dei soldi presi, giurerà che la Sea non ne ha risentito, confermerà che il denaro veniva spartito con la Dc, con il Pri e con il Psdi. Poi, per molti hanni, si chiederà come mai, sulla storia di Malpensa 2000, non s’è chiarito il ruolo del Pci: “In ognuno dei sei gruppi che parteciparono alla gara d’appalto, c’era qualche società della Lega delle cooperative. Perché, in ognuna? Io me lo sono chiesto. Sarebbe stato piacevole saperne di più. Sarebbe stato piacevole interrogare qualcuno del Pci. Io ho fatto la galera, altri non sono stati nemmeno scomodati. Per carità, giusto due domandine”.
    Per tutte queste vicende, Giovanni Manzi sarà condannato. Patteggerà a un anno di reclusione per alcuni episodi, in Cassazione, per altri, prenderà un altro anno e mezzo. Risarcirà i danni.

    “Dovrebbe aumentare a circa 25 miliardi l’utile netto della Sea per l’esercizio 1992, oltre il doppio rispetto ai 12,45 miliardi registrati nel ’91”. Lancio Ansa, 28 gennaio 1993.

    Oggi, appena abbiamo saputo dell’arresto di Manzi, abbiamo riguardato la sua intervista al Corriere e ci siamo detti che è un pazzo a dire certe cose. “Non capisco questo accanimento, ha detto. Il paese e il partito devono molto a Craxi. Senza di lui il partito sarebbe già morto da molto tempo”.
    Dieci anni dopo, il 22 gennaio del 2003, dirà che forse, se quelli del Psi anziché impegnare le loro energie per proporsi come successori di Craxi, le avessero impegnate per salvarlo, qualcosa si sarebbe ottenuto.
    Dirà che il Psi si è suicidato, che un’intera classe politica si è suicidata. Rifiuterà, parlando con un piccolo giornale di opinione, l’idea del complotto, ma sosterrà che nel caos di questo nostro anno, il 1993, si incrociarono interessi politici ed economici. Anche qualche strano interesse internazionale.
    Dirà che gli eredi del Pci saranno aiutati a prendere il potere, visto che non avevano potuto prenderlo per via insurrezionale o per via parlamentare.
    Parlerà molto di Craxi. Di quando andò, appena riottenuto il passaporto, alla tomba in Tunisia. Ricorderà dell’ultima volta che vide l’amico, nel ’97, ad Hammamet. “Era disgustato dall’ipocrisia
    generale. Era malinconico perché amava Milano e il suo paese”.

    “Dai, parlami un po’ di Milano”. Bettino Craxi a Giovanni Manzi, una notte qualsiasi del 1997, ad Hammamet.

    (25 - continua)

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  4. #24
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    Oggi è domenica 24 gennaio 1993, ed è stata una giornata di dibattiti. Uno, su tutti, ci ha coinvolto, e restituito anche un po’ di buon umore. Perché si è dibattuto di segreto istruttorio, fughe di notizie, libertà di stampa, diritti degli indagati eccetera eccetera, e noi, come ci piace fare, siamo andati avanti e indietro nel tempo, a vedere quel che si dice, quello che si diceva ieri e quello che si dirà domani. Un guazzabuglio che ci ha restituito, ecco, un po’ di buon umore.
    Un giovane cronista dell’Avanti!, Filippo Facci, ci ha ricordato il giorno in cui stavano per arrestare il socialista Michele Colucci, e i suoi colleghi, i colleghi di Filippo, avvisati dalla solita talpina, aspettavano annoiati l’evento, giusto allietati da Enrico Nascimbeni, seduto sugli scalini della Questura, che suonava la chitarra e cantava Lucio Battisti.
    Oggi, giorno di fine gennaio 1993, il ministro della Giustizia, Claudio Martelli, sta cercando una soluzione. I giornali sono collezioni di verbali, chiamate di correo. C’è chi viene a sapere del proprio destino seguendo i tg. Per dirne uno a caso: il senatore democristiano Giorgio Moschetti, nel settembre scorso, del 1992, raccontò:
    “Alle 16.45 di oggi mi è stata notificata un’informazione di garanzia. Il tg ne aveva già dato notizia verso le 14”.
    Un altro democristiano, Roberto Mongini, ci ha raccontato di quando si svegliò, accese la radio, e seppe di essere stato arrestato un paio d’ore prima di essere arrestato.

    “Un conto è scrivere di fatti accaduti e un conto di quelli che devono accadere. Se tempestività significa descrivere un fatto prima che questo accada, allora si possono creare problemi per le indagini che sono in corso”. Piercamillo Davigo, all’Usis di Milano, 21 gennaio 1993.

    Oggi, domenica 24 gennaio 1993, Martelli e i suoi collaboratori stanno cercando una soluzione. La presenteranno, abbiamo saputo, dopodomani, 26 gennaio.
    Inutile girarci attorno. Il sugo è: pene più aspre per i giornalisti che violano il segreto istruttorio. Noi ci siamo già chiesti quello che si chiederà mezzo mondo.
    Mazzate ai giornalisti che sono gli esecutori. Ma i mandanti? Massima fiducia nella magistratura, dirà lo stesso mezzo mondo.
    Eppoi si discute su che cosa sia coperto dal segreto istruttorio e che cosa no. Ci si litigherà attorno per anni. Per dire soltanto dei tempi nostri. Il giudice veneziano, Felice Casson, un mese e mezzo fa, il 9 dicembre 1992, ha proposto l’eliminazione del segreto istruttorio, perché la “democrazia è uguale trasparenza”. Ma c’è di meglio: “In alcuni casi ho avuto notizie utili per le mie indagini proprio da quei giornalisti che a loro rischio hanno violato il segreto istruttorio”.
    Ci è piaciuto questo elogio pubblico di Casson verso l’utile reato. Ma c’è confusione. L’altro ieri, 22 gennaio, il pm milanese Gherardo Colombo ci ha detto il contrario, e cioè che già adesso “il segreto istruttorio quasi non esiste più”. E accentuarlo significherebbe tutelare le indagini “soltanto
    apparentemente, ma potrebbe portare a una penalizzazione della circolazione delle informazioni”.

    “In Italia non c’è troppa informazione. C’è troppa carta, ma di informazione ne circola pochissima, troppo poca”. Gherardo Colombo, a un incontro col Gruppo Fiesole, Milano, 19 dicembre 1992.

    Ma noi oggi eravamo di buon umore, e uno di noi ha tirato fuori quella stupenda storia del procuratore aggiunto di Milano, Gherardo D’Ambrosio.
    Fra tre mesi precisi, il 23 aprile 1993, ci sarà un po’ di subbuglio in procura a Milano. Succederà che l’Espresso pubblicherà in anteprima, per la centesima volta, verbali di interrogatorio.
    Un giorno del ’92, ci ha ricordato l’ex sindaco di Milano, Carlo Tognoli, venne pubblicato un intervento di Antonio Di Pietro davanti al tribunale della libertà, in cui il pm citava le accuse di un imputato a Tognoli. Il tribunale della libertà le giudicò inconsistenti, ma sui giornali ci andarono lo stesso.
    Ma, insomma, torniamo alla procura in subbuglio, nell’aprile di quest’anno, del 1993. I verbali che pubblicherà l’Espresso riguarderanno notizie sulla Fiat, coperte naturalmente dal
    segreto. D’Ambrosio sarà costernato. Dirà che nel pool ci si sta già muovendo per accertare se ci siano state fughe di notizie.
    Il dubbio, ha detto D’Ambrosio, nasce perché “i virgolettati non corrispondono al verbale”. No, non corrispondono. Ma… “ma il senso è sicuramente quello”. Rifuga di notizie.
    Certo, ci si può anche ridere sopra. Magari si ride un po’ meno pensando alle fughe di notizie denunciate da Sergio Moroni, deputato socialista, suicida l’anno scorso, nel 1992. Si ride un po’
    meno ricordando le parole di pochi mesi fa di Giuseppe Ayala, ex magistrato di Palermo, dopo il suicidio del pm Domenico Signorino: “E’ stata una fuga di notizie. Signorino ha saputo delle accuse dai giornali.
    Ma te lo immagini? Sapere da un giornale che sei accusato…”. Si ride un po’ meno pensando alla coincidenza del suicidio di Raul Gardini, fra poche settimane, subito dopo la pubblicazione dei
    verbali di Giuseppe Garofano, in cui sarà chiamato in causa.

    “Avevano bisogno dell’opinione pubblica dalla loro… hanno mandato avanti Di Pietro perché è bravo davanti alle tv… hanno creato crescente malessere… l’uso che i giudici hanno fatto della stampa… la fuga di notizie sull’interrogatorio dell’ex ministro della Giustizia, Claudio Martelli…”. Dal New York Times del 5 marzo 1993.

    Oggi, 24 gennaio 1993, ci stavamo dimenticando che ci sono magistrati più sensibili ai diritti dell’indagato. Il prossimo 10 ottobre, il procuratore capo di Milano, Francesco Saverio Borrelli, spedirà una circolare nella quale chiederà “spiegazioni scritte su come siano finiti ai giornalisti, che poi li hanno pubblicati, alcuni documenti relativi all’inchiesta su presunte tangenti al Pci/Pds…”.

    (26 - continua)

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    Oggi è giovedì 28 gennaio 1993. Abbiamo sentito gli avvocati di Giovanni Manzi, gli avvocati dello studio Saponara, e abbiamo saputo che Manzi, socialista, ex presidente della società che gestisce gli aeroporti milanesi, è stato interrogato a San Vittore e che l’interrogatorio riprenderà domattina, 29 gennaio 1993.
    E’ la solita storia, ci hanno detto dallo studio Saponara. Abbiamo capito al volo. Abbiamo chiesto, come con Loris Zaffra? Ci hanno risposto di sì.
    Michele Saponara è il presidente degli avvocati milanesi. Non è che con i pm vada d’amore e d’accordo. Io non faccio come altri, ci ha detto, che consigliano ai loro assistiti di parlare, di dire qualcosa, di fare dei nomi altrimenti resteranno dentro a lungo.
    Io non faccio così, ci ha detto. Piuttosto mollo, ha detto. Come con Zaffra.
    Fra molti anni, dieci, per l’esattezza, ne riparleremo con Vinicio Nardo, che di Saponara è il collaboratore fidato. Fra dieci anni, Nardo ci riparlerà, nei dettagli, di che successe con Loris Zaffra, ex segretario regionale del Psi.
    “Erano i primi di settembre. Antonio Di Pietro era appena tornato dalle vacanze. C’era una gran tensione. Lo scontro con Bettino Craxi, che firmava violenti corsivi sull’Avanti!, era tosto. C’erano stati dei suicidi. Di Pietro ci chiamò in studio, disse che Zaffra doveva essere nuovamente interrogato, mi sembrò stranamente conciliante”. Di Pietro voleva un nuovo interrogatorio con Zaffra. Un interrogatorio, è la deduzione che hanno fatto allo studio Saponara, che desse l’impressione che Zaffra avesse cantato. Allo studio risposero di no.

    “Secondo me, Di Pietro era spaventato dai corsivi di Craxi, voleva mandare un segnale a Bettino”. Michele Saponara, da Presunti colpevoli, di Filippo Facci, editore Mondadori, 1996.

    Oggi, 28 gennaio 1993, abbiamo ripensato al colloquio che avremo, fra dieci anni, con Vinicio Nardo. Nardo ci ricorderà che in quei giorni, subito dopo l’estate del 1992, un altro socialista, ClaudioDini, era stato scarcerato. Anche se non aveva parlato, almeno non a sufficienza. “Ci sembrò strano”, ci dirà Nardo: “Uno dei pochissimi casi di tutta Mani pulite”. Quanto a Zaffra, mentre Di Pietro era in ferie, gli erano stati notificati in carcere altri due ordini di custodia cautelare, firmati da Piercamillo Davigo. Poi era uscito per decorrenza dei termini.
    Quando tornò, ci dirà Nardo, Di Pietro allegò al gip Italo Ghitti, che doveva pronunciarsi sui provvedimenti chiesti da Davigo, un suo parere non richiesto e opposto a quello di Davigo. Ghitti seguì l’indicazione di Di Pietro. Questo ci dirà Nardo.
    Noi abbiamo scovato un vecchio articolo del Corriere della Sera, firmato da Michele Brambilla l’8 settembre 1992: “Come mai Di Pietro, il magistrato tanto attaccato da Via del Corso, con il socialista Zaffra rinuncia alla sua proverbiale risolutezza?… Di Pietro, tra l’altro la settimana scorsa non si è opposto alla scarcerazione di Claudio Dini, che ha potuto lasciare San Vittore senza avere confessato”.
    Brambilla descrive un Davigo molto arrabbiato. E’ una storia che ci ha aperto gli occhi, e la raccontiamo tutta.
    Davigo, continuerà a raccontarci Nardo, ricorse contro la scarcerazione di Zaffra, nonostante la posizione di Di Pietro. La decisione era attesa per il 29 ottobre 1992. Ma è un’attesa inutile. Il 15 ottobre Zaffra era stato riarrestato. Stavolta su richiesta di Di Pietro controfirmata da Ghitti. “I giornali raccontavano di miliardi, venti miliardi, trenta miliardi, tutte bufale. Poi, nel frattempo, Davigo vinse anche il ricorso. E Zaffra era dentro, recluso più che mai”.

    “E’ vero che nel provvedimento non vengono indicate né circostanze né somme pagate, ma a carico di Zaffra c’è il contesto generale…”. Dalla sentenza di riconvalida dell’arresto, 29 ottobre 1992.

    Oggi, 28 gennaio 1993, abbiamo ripensato ad alcune frasi che ci dirà, fra dieci anni, Vinicio Nardo: “La tregua era chiusa. Noi forse stavamo rompendo il meccanismo perfetto: indagati d’accordo con gli avvocati, avvocati d’accordo con i pm, pm d’accordo coi giornalisti. Non si trattava soltanto di dare gli indagati in pasto ai pm, si trattava anche di alimentare l’ingranaggio. Anche a seconda
    dell’aria che tirava in procura”. Ci dirà ancora Nardo: “Non c’era più dialogo, con la procura. Appena si avvicinava la data della scadenza dei termini di carcerazione, i pm chiedevano proroghe che a noi parevano fittizie, ma purtroppo efficaci”.
    Ci siamo ricordati un ultimo particolare, di una lettera scritta a Saponara dall’avvocato Cesare Lombrassa che si dice pronto a testimoniare che Davigo gridò a Zaffra: “Se non cambia legale, si dimentichi di uscire”.
    Noi sappiamo che gli ispettori ministeriali assolveranno Davigo: non si potrà dimostrare che pronunciò quella frase. Comunque, il 19 dicembre ’92, davanti ai propositi suicidi di Zaffra, Saponara lascerà. Zaffra, difeso da Gaetano Pecorella, uscirà due giorni dopo.
    Oggi, 28 gennaio 1993, allo studio Saponara pensano di lasciare anche Manzi.

    “Sicuramente l’illustre professionista (Saponara, ndr) è rimasto ancorato a schemi processuali superati, che vedevano il pm… alieno dall’incidere con l’esercizio della giurisdizione sugli accadimenti sociali ovvero, per necessaria consequenzialità, sugli assetti politici…”, dalla relazione degli ispettori, 3 settembre 1996.

    (27 - continua)

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  6. #26
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    Predefinito Una chiacchierata....

    ....fra giornalisti


    Foglio- Stiamo cercando di ricostruire gli avvenimenti traumatici del 1993, ma anche quelli appena precedenti e successivi.
    Voi siete cinque cronisti che hanno seguito la cronaca giudiziaria dal tribunale di Milano. Vorremmo capire, a 10 anni di distanza, quale fu il rapporto fra voi e i magistrati (ma anche gli
    avvocati e gli indagati). Si è parlato di giornali-megafono del pool Mani pulite, di violazione del segreto istruttorio, di informazione uniformata, di tradimento del ruolo investigativo e di controllo della stampa. Fu davvero così, fu un rapporto molto particolare?
    Pamparana - Sicuramente sì, ma credo che questo accada nel 99 per cento dei casi di cronaca giudiziaria. Specie nel biennio ’92-’93 noi siamo stati come Carlo Nesti, come i cronisti di Tutto il calcio minuto per minuto, raccontavamo esattamente quello che succedeva sotto i nostri occhi…
    Foglio - Ma i cronisti del calcio minuto per minuto sono anche quelli che seguono proni il presidente della squadra.
    Pamparana - Il problema è che in quella circostanza non c’era necessità di trovare un’alternativa. La controinformazione è venuta dopo, le inchieste che io stesso ho fatto con i miei libri, e anche i colleghi…
    Cimini - Io sono stato il primo a ricevere una querela. Nel ’93, non dopo. Durante.
    Pamparana - Tu sei l’unica vera eccezione, anche perché noi non è che lavoravamo per giornali indipendenti o di controinformazione. Ma per degli editori che erano i primi interessati a cambiare il rapporto con la politica. Non mi si venga a dire che Berlusconi editore non aveva gli strumenti per convincere non dico Pamparana, ovviamente, ma Mentana ad avere un atteggiamento quantomeno prudente. In quel momento – e non a caso chiede alla fine addirittura a Di Pietro di fare il ministro – gli andava bene, era funzionale alle sue attività. Dico la verità: non credo che alla Stampa – se a un certo punto, come dice Di Pietro, Agnelli non avesse messo su un elicottero Romiti per andare a consegnare documenti – avrebbero dato appoggio.
    Gomez - Ricordo che le prime inchieste le ho fatte nell’89-’90, ma era difficile superare le resistenze dei giornali. Per pubblicare le intercettazioni della Duomo connection in cui si parlava di Pillitteri è stato necessario farle circolare tra i giornalisti in modo che in redazione si potesse dire, la notizia l’ha anche il Corriere, la Repubblica, e la censura era impossibile. D’altra parte molti giornalisti milanesi erano compromessi col potere politico. Un mio amico, assessore socialista, mi disse che potevo contare su di lui se mi serviva casa o un incarichino per prendere due lire. Poi prese a chiamarmi per sapere che c’era in pagina, e ho troncato. Ma tanti altri ci stavano.
    Coro - I nomi! I nomi!
    Gomez - Niente da fare. Volevo solo spiegare perché lavoravamo in pool.
    Colonnello - Io ricordo le tangenti di metà anni Ottanta, c’era già dentro la Fiat, De Mico, Natali, quelle storie lì, Ligresti. Al Giorno mi dicevano: quindici righe.
    Gomez - Per me l’inizio di Mani pulite è stata una liberazione. Pamparana ha ragione quando parla degli editori, ma sbaglia quando dice che eravamo come al calcio minuto per minuto. Specie tra Mario Chiesa e i primi grandi arresti, ci fu un grandissimo lavoro di ricerca, interviste, facevamo le visure societarie.
    Colonnello - Sono d’accordo. Certo, le visure le facevano magari soltanto alcuni, ma Gomez ha ragione.
    Facci - Dài, insomma, quando scoppia Mani pulite alcuni cronisti si coalizzano. Il pool dei cronisti si crea, c’è. O almeno ci sono gli effetti. Gli articoli sono tutti uguali. Certo, le notizie erano tante, bisognava seguire tutto. Voi tre (Pamparana, Colonnello, Gomez, ndr) avevate ottime fonti. Poi distribuivate agli altri le notizie. Tutte uguali. Una pacchia per i giornalisti, avvilente per il giornalismo. Scusate, vi leggo un verbale…
    Foglio - Sembri Travaglio.
    Facci - Ve lo leggo lo stesso: “Io e Di Pietro ci trovammo a uscire dal suo ufficio. Nel suo corridoio vi erano numerosissimi giornalisti e operatori delle varie tv che immediatamente accesero i faretti. Di Pietro, alzando e muovendo le braccia, disse di stare fermi in quanto la persona che era con lui non era un indagato bensì un suo amico, e per confermare mi abbracciò e mi baciò davanti a tutti…”. Questo è un verbale di Giancarlo Gorrini, e c’era ben di che interrogarsi, su di lui: ma a quel tempo, a Di Pietro, coi giornalisti, bastava alzare un braccio.
    Colonnello - Può darsi che alla fine il meccanismo si sia avvitato su se stesso.Vi voglio dire un’altra cosa. Io ero in una posizione particolarmente disgraziata: lavoravo per il Giorno, hanno tenuto le notizie nella cronaca di Milano per sei mesi. Ma nella notizia dell’arresto di Chiesa, per esempio, sono stato l’unico a scrivere che era stato preso mentre riscuoteva tangenti.
    L’ho dedotto perché l’arresto lo si fa solo in flagranza di reato. Gli altri non lo scrissero. Sicuramente a un certo punto c’è stato un effetto imbuto delle notizie, ma mi dà fastidio che l’accusa ci venga rivolta come se ci fosse stata una volontà, mentre è stato un po’ nell’ordine delle cose. La mole di notizie di cui occuparsi era talmente vasta, i verbali, le carte, gli avvocati…
    Mi sono ritrovato a scrivere due o tre pagine al giorno. Allora poi avevo 32 anni, ed ero sicuramente più ingenuo e meno sgamato di adesso.
    Foglio - Che cosa non rifaresti con l’esperienza di oggi.
    Colonnello - Rifarei quasi tutto, cambierei soltanto il mio atteggiamento. Tenterei di trovare più tempo per riflettere. Poi c’era anche uno spirito un po’ goliardico…
    Facci - Goliardico? Eravate tifosi sfegatati. Eravate tifosi o no?
    Colonnello - No.
    Facci - Ma non eri tu quello che si era fatto confezionare delle magliette con scritto “Anch’io seguo Mani pulite?”.
    Colonnello - Io avevo fatto fare delle magliette, tre o quattro, nell’ambito di quel gioco goliardico un po’ demenziale che si era creato in quelle giornate tutte uguali. Non c’entra con l’informazione.
    Facci - Quando dico tifosi intendo che capitò che di un unico verbale Panorama pubblicò la parte su De Benedetti, e l’Espresso la parte su non so più chi.
    Gomez - Se è vero, sono cose schifose.
    Cimini - Massì, a un certo punto per evitare di scrivere cazzate ci fu un fitto scambio di notizie. Ma sono dettagli. I giornalisti non contavano un cazzo. Tutto passò sopra le loro teste. Ci furono, invece, scelte degli editori, un rapporto di scambio fra magistrati e imprenditori che appoggiavano l’inchiesta. L’unico imprenditore che abbia avuto guai, li ha avuti da politico.
    Facci - Beh, Gardini…
    Cimini - E’ vero, Gardini. De Benedetti e Romiti portavano due carte e se ne andavano.
    Invece Gardini si sono rifiutati di sentirlo. Si sparò mentre il gip Ghitti stava firmando l’ordine d’arresto.
    Gomez - Lo aveva già firmato.
    Cimini - Ecco. Ma a parte Gardini, gli altri sono imprenditori che un attimo prima stavano coi politici e un attimo dopo coi magistrati. Ci passava tutto sopra le testa. Tutto finisce quando ci si accorge che c’è una disparità di trattamento. Non c’entrano nemmeno le toghe rosse. Berlusconi parla di toghe rosse per farsi capire. Io credo che il Pci-Pds sia stato risparmiato perché ai magistrati serviva una sponda politica. Avessero indagato anche Occhetto e D’Alema, il giorno dopo si faceva l’amnistia, tutti a casa, e gli eroi tornavano a occuparsi di scippi. Questo io penso.
    Colonnello - L’accordo tra i magistrati e gli imprenditori di cui parla Frank non era così visibile. Allora ero più ingenuo, ma secondo me alcuni editori hanno fatto una cosa molto facile e tacita, hanno detto, mah, appoggiamo, poi vediamo. Dopodiché gestire tutta la macchina credo che sia praticamente impossibile, nessuno ci riesce.
    Cimini - Beh, Borrelli era un grande caporedattore. Una volta mi smentì una notizia che avevo letto sulla scrivania di un gip. Gli dicevo: ma cazzo, l’ho letta io! Non voleva che uscisse.
    Facci - Non mi negherete che i magistrati decidevano quali notizie far uscire? La prima grande incazzatura di Borrelli riguarda la notizia a carico di Stefanini, del Pds.
    Pamparana - In quel momento, inutile negarlo, ci fu un consenso popolare enorme, molta gente si era rotta i coglioni di un sistema che comunque pesava sulle tasche dei cittadini. Gli imprenditori non si impoverivano pagando le tangenti, le scaricavano sui costi della realizzazione delle opere. Questo consenso era fuor di dubbio, la gente per strada incoraggiava magistrati e giornalisti. Io sottoscrivo quello che ha detto Cimini, ma vorrei ricordare ancora – mi rendo conto di dire una cosa un po’ sgradevole per la posizione che occupo – che purtroppo noi in Italia non abbiamo la signora del Washington Post che fa la venditrice di giornali, abbiamo imprenditori che soprattutto, ma inevitabilmente per carità di Dio, sono interessati ai loro affari.
    Colonnello - Io per editore avevo l’Eni.
    Pamparana - Io lavoro per un imprenditore che adesso è presidente del Consiglio, voi lavorate per giornali che hanno tutti degli imprenditori che fanno altro, il cui scopo nella vita non è di vendere giornali o di fare più ascolto, ma di fare altre cose, dalle case alle banche di affari. Diciamo la verità: c’erano comunque scritte cose vere.
    Gomez - Vero! Bravo!
    Facci - Il problema erano i verbali che non uscivano.
    Pamparana - Senza dubbio. Infatti in seguito ho proseguito un mio lavoro sulle tangenti al Pci-Pds. Quello che rimprovero a Di Pietro è che dice di essersi dovuto fermare al portone di Botteghe oscure. Male. Varcalo quel portone. Sì, anche da parte nostra ci sono state storture e incapacità.
    Colonnello - Mi dispiace, perché sembra che ci siano state soltanto da parte nostra.
    Cimini - No, non solo. A me viene da ridere a pensare a Di Pietro che legge un bilancio, non ci capisce un cazzo. Il problema è che l’indagine si è limitata alle chiamate di correo. E a un certo punto le indagini sulla Fiat e sul Pci-Pds si fermano. Su Mediobanca niente. Quelle sull’Eni le fa il sostituto procuratore Pacini Battaglia, cioè l’indagato numero uno.
    Facci - Già allora c’erano gli elementi per indagare la Fininvest.
    Gomez - C’erano, c’erano. Di Pietro non sapeva leggere i bilanci, fu un limite grossissimo. Ma Greco li leggeva.
    Cimini - Ma perché nessuno li ha letti? Perché nessuno ha guardato i bilanci delle Cooperative rosse?
    Gomez - Perché l’inchiesta andava avanti solo sulle confessioni. Ma dovete capire che in quel momento la necessità dei pm era di fare alla svelta, tirare su il grosso e approfondire in una seconda fase.
    Cimini - Ma quando Ghitti nega l’archiviazione per Greganti e Stefanini indicando i dodici punti su cui bisogna approfondire le indagini, perché nessuno lo fa?
    Colonnello - Gli stessi magistrati sono stati travolti dagli eventi. La dimostrazione è in quella famosa proposta di amnistia di Colombo, che arriva sei mesi dopo, non sei anni, perché loro capiscono che è saltato il sistema. E non sono i magistrati a farlo saltare. Non è colpa loro, tanto meno dei giornalisti. Colombo fa questa proposta di amnistia che nessuno accetta. E’ la dimostrazione del fatto che loro stessi si rendono conto che la situazione è ingestibile.
    Cimini - Proponeva l’impunità per chi accusava terzi. Uno schifo.
    Colonnello - Comunque la politica non è stata in grado di trovare una soluzione. Alla fine la magistratura rispecchia il paese…
    Facci - Che brutto paese…
    Colonnello - … e allora, questo paese nonostante 10 anni di un’inchiesta massacrante non ha prodotto una legge anticorruzione, una legge che regoli la gestione degli appalti. Tanto che siamo ancora qui a guardare tutto e tutti con sospetto. Allora non puoi continuare a dire cazzate in libertà come la storia della guerra civile. Perché in una guerra civile c’è gente che si scontra con altra gente, questo non c’è stato. Forse solo Craxi, col famoso discorso al Parlamento, propose qualcosa.
    Cimini - Vabbé, Craxi era un gigante, lo prenderei subito al posto di Berlusconi.
    Colonnello - Senza dubbio.
    Pamparana - Sono d’accordo. Ma perché la classe politica non prende il discorso di Craxi per dire: sì hai ragione, l’abbiamo fatto tutti? In quel momento conveniva anche ai comunisti, non sapevano ancora quanto sarebbero stati coinvolti. C’era un regolamento interno, bisognava fottere Craxi, sfottere Forlani, fottere Andreotti. Andreotti non sono riusciti a fotterlo con Mani pulite e ci hanno provato con la mafia.
    Foglio - E ci fu un gran gusto per il patibolo da parte della stampa?
    Pamparana - Sì, lo disse pure Montanelli.
    Cimini - Una diffusa voglia di tirannicidio
    Gomez - A dire la verità più da parte degli editorialisti che dei cronisti: Feltri, Galli della Loggia, Pera, e tanti che poi hanno cambiato idea.
    Colonnello - Sono d’accordo con Gomez. Quanto a me, avevo subito negli anni prima tante di quelle pressioni, che un po’ di sfogo ci fu. Ma i sentimenti di godimento non piacevano neanche allora.
    Facci - Necrofilia generale, cannibalismo. Un’autopsia su corpo vivo.

    Al termine del forum, Pamparana ha tentato il furto di un accendino. Un altro accendino e un pacchetto di sigarette sono spariti.

    Chi erano nel ’93 e chi sono oggi
    Frank Cimini - 49 anni. Nel 1992 cronista del Mattino. Critico della prima ora con Mani pulite. Primo querelato dell’inchiesta. Oggi lavora ad Ap-Biscom.

    Paolo Colonnello - 42 anni. Nel 1992 cronista del Giorno. Poi alla Stampa. Ha seguito
    l’inchiesta con evidente simpatia. Oggi è caposervizio alla Stampa.

    Filippo Facci - 35 anni. Nel 1992 cronista dell’Avanti! Autore di vari libri critici su
    Mani pulite. Oggi giornalista Mediaset e opinionista del Giornale.

    Peter Gomez - 39 anni. Nel 1992 cronista del Giornale. Sostenitore di Mani pulite, scrive libri con Marco Travaglio. Oggi è inviato dell’Espresso.

    Andrea Pamparana - 49 anni. Nel 1992 cronista del Tg5. Dopo un entusiasmo iniziale,
    comincia a scrivere libri critici. Oggi è vicedirettore del Tg5.

    (28 continua)

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  7. #27
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    Predefinito Si parla anche di Napolitano....

    .....il "meglio" dei comunisti-pidiessini-diessini


    Oggi è martedì 4 febbraio 1993, e stamattina i giornali hanno dato notizia che due agenti della Guardia di finanza, su richiesta del pm milanese Gherardo Colombo, un paio di giorni fa si sono presentati alla Camera per avere gli ultimi bilanci del Psi. Il presidente della Camera, Giorgio Napolitano, del Pds, ha spiegato che agli agenti è stato impedito l’ingresso. Napolitano, oggi, ha diffuso una dichiarazione scritta per spiegare che l’atto era “irrituale”. Ha scritto, e poi lo ha letto a Montecitorio, che “la segreteria generale della Camera ha contestato la irritualità”. Ha annunciato che verranno stabiliti principi per una “corretta collaborazione”. Intendeva fra la Camera e la procura. C’è stato del vociare in aula. Napolitano s’è irritato e ha detto ai deputati socialisti che lui non è “meno sensibile di altri nella difesa delle prerogative del Parlamento”. Poco dopo, il procuratore generale di Milano, Francesco Saverio Borrelli, ha parlato di malinteso, ha porto le sue scuse, ha detto che quei bilanci, lui lo sa benissimo, si trovano anche sulla Gazzetta Ufficiale, ma c’era la necessità di fare alla svelta. Avevano fretta. Napolitano non ha avuto e non avrà altro da dire. Ha avuto soddisfazione. Trascorreranno altri dieci anni prima che Napolitano torni su questa storia. Fra molto tempo, l’1 febbraio del 2003, rivendicherà i fatti di oggi per dimostrare quanto fu robusta – nelle sparatorie di oggi – la sua difesa del Parlamento.

    “… reagii a pressioni come quella che, ad esempio, si concretizzò in una irrituale richiesta di documenti da parte della procura di Milano”. Giorgio Napolitano, dalla Repubblica, 1 febbraio 2003.

    Oggi è il 4 febbraio 1993, e noi abbiamo discusso un po’ sui muscoli di Napolitano. Ci siamo ricordati di quanto gli è stata a cuore, e di quanto gli sta e gli starà a cuore, la riforma della Costituzione per l’abolizione dell’immunità parlamentare. Nel luglio del ’92 ebbe parole di rammarico quando la Camera non raggiunse un’intesa, perché ciò era “in aperta contraddizione con le attese del paese”. In agosto, al Tg1, disse che i partiti si dovevano rinnovare, anche attraverso “la riforma del sistema dell’immunità parlamentare”. In ottobre, alla Camera davanti ai giornalisti, disse che la riforma poteva “rendere ancora più lineare e scorrevole il rapporto tra magistratura e Parlamento”. Venti giorni fa, il 13 gennaio 1993, quando venne negata l’autorizzazione a procedere per il democristiano Giancarlo Borra, Napolitano invitò “tutti i deputati” a “riflettere seriamente prima di votare”. Un baluardo. Fra un settimana, commentando chissà più quale idea di Antonio Di Pietro, il nostro baluardo dirà che bisogna “favorire in ogni modo il più sollecito esame di provvedimenti di moralizzazione e di riforma”.

    “Credo che le forze politiche terranno ben presenti anche le indicazioni di Di Pietro”. Giorgio Napolitano, in conferenza stampa, 12 febbraio 1993.

    Oggi, 4 febbraio 1993, abbiamo scovato la videocassetta di “Milano, Italia”, condotta da Gad Lerner, in cui Napolitano parlerà del clima che si sente in Italia. Parlerà di “un momento che può essere liberatorio”, di “una nuova stagione di risanamento morale”, di “ricambio politico”, di “un futuro migliore”. Il 29 aprile, l’abbiamo detto e ridetto, la Camera negherà una parte delle autorizzazioni a procedere per Bettino Craxi. Il giorno, 30 aprile, Napolitano spiegherà che “sarà innanzitutto riesaminata la prassi che ha finora previsto il voto segreto in assemblea”. Così chi voterà di nuovo a favore di Craxi, poi se la vedrà col popolo assetato di giustizia; questo lo abbiamo detto noi, ma forse Napolitano l’ha pensato. Ancora 24 ore, e il 1° maggio, davanti alle manifestazioni di piazza e di rabbia, il nostro baluardo vedrà “un forte turbamento del tutto comprensibile. Questo voto ha scosso l’opinione pubblica”. Il 5 maggio Napolitano commenterà sul Corriere della Sera, con un articolo, la decisione sul voto palese:“Quello che ci ha guidato è stato l’impegno a valorizzare il Parlamento… a porlo al riparo da critiche…”. Si augurerà una “sollecita conclusione” della riforma dell’articolo 68 della Costituzione, quello sull’immunità.

    “Spero che la riforma possa essere approvata entro il 22 ottobre. Dopo di che non ci sarà più bisogno di autorizzazione da parte del Parlamento”. Giorgio Napolitano, da Bologna, 14 settembre 1993.
    (29 - continua)

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  8. #28
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    ...Pubblicità Progresso.


  9. #29
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    Predefinito Il giorno dei...

    ....volonterosi carnefici


    Oggi, venerdì 5 febbraio 1993, è stato il gran giorno dei volenterosi collaboratori di giustizia.
    I volenterosi carnefici, come li abbiamo chiamati noi, che siamo prevenuti e sentiamo molta puzza. Siccome nei giorni scorsi gli emissari della procura milanese sono stati bloccati sulle porte di
    Montecitorio – visto che i bilanci del Psi di cui erano alla ricerca potevano trovarli altrove – il deputato Carlo Palermo, della Rete, si è dato da fare. Ha recuperato i bilanci ed è volenterosamente partito alla volta di Milano, per consegnare il corpo del reato ad Antonio Di Pietro.
    Oggi tutti i volenterosi hanno birra in corpo. Pietro Folena, deputato del Pds ed ex segretario del Pci siciliano, ha accolto a modo suo la notizia dell’autorizzazione a procedere chiesta dalla procura di Caltanissetta a carico del collega democristiano, Rudi Marra. Folena è uomo di buona volontà, e ha chiesto ai pm di essere sentito “urgentemente”, per poter spifferare “le gravissime dichiarazioni che, da mesi, ambienti vicini a lui…”. Lui è Marra. Ma Folena è così, volenteroso. Vuole combattere la mafia. Quando uccisero il democristiano Salvo Lima, nel marzo del ’92, vi intravide “il segno che qualcosa nel sistema di equilibri in quell’ambiente che si trova tra affari, politica e mafia si è rotto”. Quando nel settembre del ’92 uccisero il mafioso Ignazio Salvo, il volenteroso Folena vi intravide “il definitivo declino del vecchio cartello mafia-economia-politica. Lima e Salvo ne erano i massimi rappresentanti”. Il volenteroso Folena, quando si parla di cadaveri, dimostra competenza. Il 3 dicembre si sparò il pm Domenico Signorino, indagato per mafia, e Folena la sapeva lunga: “La prima lettura del fatto sembra portare verso un gesto che ammette indirettamente i fatti”. Indirettamente.

    “Falcone lavora al servizio dei socialisti… ormai la Sicilia è sola”. Pietro Folena, all’Università La Sapienza, 17 marzo 1992.

    Oggi, 5 febbraio 1993, il volenteroso Folena è pronto a dire tutto quello che sa. E’ a disposizione. Del resto di cose ne ha sempre sapute molte. Quando, fra un anno, l’11 febbraio 1994, sarà arrestato per tangenti Paolo Berlusconi, Folena saprà già che si può indagare anche altrove: “Questi ambienti mafiosi mettono in giro voci del tipo ‘con Berlusconi usciranno i detenuti dall’Ucciardone’… non formulo accuse generiche, ma voglio domandare al dottor Berlusconi di esprimersi con chiarezza sulla confisca dei beni ai mafiosi, sul mantenimento del 41 bis…”.
    Avrà risposte. Ma intanto intanto è volenterosissimo.
    Nel luglio del ’94 indagheranno l’arcivescovo di Monreale, e del resto “in questi anni abbiamo più volte chiesto al Vaticano di intervenire”, dirà per dimostrare quanto è volenteroso. Ci siamo ricordati ora che, intervistato dall’Espresso, nel settembre scorso, del ’92, Folena disse quanto gli risultava: “Il boss Madonia ha fatto eleggere due deputati nazionali e tre regionali”. E quindi lui è a disposizione. Fra un paio di settimane arresteranno il presidente dell’Assemblea siciliana, Rino Nicolosi, Dc. E Folena finalmente sentirà “aria di mani pulite anche in Sicilia”.

    “Trovo stucchevole e perfino macabra la corsa, in queste ore, a chi è stato più falconiano. Soprattutto da parte di chi, ora, qualche autocritica dovrebbe pur farla. Mi riferisco a Martelli”. Pietro Folena, ai giornalisti, 18 maggio 1992.
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    Oggi, domenica 7 febbraio, abbiamo saputo che è finita la latitanza di Silvano Larini, cominciata il 9 giugno dell’anno scorso, del 1992. La notizia sarà diffusa in serata, ma abbiamo saputo che stamattina si è presentato a Ventimiglia dove lo aspettavano Antonio Di Pietro e un paio di carabinieri .Larini è uno dei pochi veri amici di Bettino Craxi (e di Berlusconi). La loro amicizia dura da decenni. Larini è gentiluomo, uno di ottima famiglia, straricco di suo, come diciamo noi. E sa molte cose. La notizia che si è costituito ha creato parecchio trambusto, da queste parti. Fra cinque giorni, il 12 febbraio, si dovrebbe eleggere il nuovo segretario del Psi. Ci siamo messi al lavoro e abbiamo controllato i fatti dei prossimi giorni. Domani, 8 febbraio 1993, Larini sarà a Opera. Verrà interrogato. Il 10, Claudio Martelli riceverà un avviso di garanzia per le vicende legate ai quattrini del Conto protezione. Le accuse a carico di Craxi si rimpolperanno di più di un po’. L’11 Larini otterrà gli arresti domiciliari. Il 12 Giorgio Benvenuto avrà la carica di successore di Craxi nel Partito socialista.
    “Sono rientrato in Italia perché non potevo fare l’ultimo dei giapponesi, alla guardia del bidone di benzina quando la guerra era persa”. Silvano Larini, a casa sua, a Milano, 6 febbraio 2003.
    Oggi è giovedì 6 febbraio 2003. Sono trascorsi dieci anni dal giorno in cui Silvano Larini arrivò in taxi alla frontiera di Ventimiglia, come al solito in forma e vestito come si deve. Quella mattina, alla frontiera, lo aspettavano il capitano dei carabinieri, Roberto Zuliani, con un collega. Insieme a loro aspettavano Di Pietro e l’avvocato Corso Bovio.
    Stavolta è lui, Larini, ad aspettare in casa sua, in via Morigi. Una casa elegante, vicino a piazza Affari, in uno dei quartieri più belli e antichi di Milano. L’architetto Silvano Larini ha sessantotto anni, un’età buona soltanto per l’anagrafe. Ne dichiarasse quindici di meno, ci sarebbe nulla da dire. Questo salotto, divani bianchi e poltrone in pelle, quadri di cui capiamo un piffero, se non che costano, spade antiche e profumate al pepe, perché il pepe rendeva le ferite più dolorose, spade giapponesi, questo salotto, ecco, è il salotto in cui Larini ospitava Bettino Craxi, Silvio Berlusconi, Gabriele Cagliari. Parlavano di anticomunismo, nei bei tempi. “L’anticomunismo era un valore che ci unì. Che unì me e Bettino, di certo. Ci siamo conosciuti nel 1960, all’Università. Lo mandai in minoranza in un’assemblea, erano i tempi dell’Ugi. Eh, fu una fortuna per Bettino: per consolarlo, Pietro Nenni lo inserì nel comitato centrale del Psi. Il primo grande passo di Bettino. Da una sconfitta: succede. Diventammo subito amici”. E l’anticomunismo: “C’erano quelle belle parate sulla piazza Rossa, al tigì, e noi dicevamo, ancora, ancora cinque minuti che sono altri centomila voti in meno al Pci. Insomma, ci dicevamo, chi vuole la libertà è per la democrazia, quindi per il pluralismo economico, quindi per il mercato”. Sorride. E’ un bel tipo simpatico, ce lo avevano sempre detto. E’ anche il grande traditore. Nel giro si dice che Craxi fu fottuto per quello che Larini raccontò da Ventimiglia in poi. Martelli, fottuto. La segretaria di Craxi, Vincenza Tomaselli, in prigione. E’ il grande traditore, per tutti i reduci di Mani pulite. L’unico che abbia detto, io i soldi li portavo nell’ufficio di Craxi, a piazza Duomo. “E’ normale. Io sono il traditore numero uno. La mia, con Bettino, fu una grande amicizia. E un grande amico non può che diventare un grande traditore, agli occhi degli altri. Ma io non lo sono stato. Leggano i miei verbali, una volta buona, leggano che c’è scritto. Forse nei miei verbali si poteva trovare l’appiglio per salvare Craxi”.

    “Io ho escluso di aver dato i soldi in mano a Craxi”. Silvano Larini, a casa sua, a Milano, 6 febbraio 2003.

    Oggi, 6 febbraio 2003, Silvano Larini racconta di aver “procurato molti denari al Psi. Li ho procurati attraverso una regia, palese o occulta. Le mie indicazioni erano fondamentali – sebbene non abbia mai ricoperto ruoli istituzionali nel partito – per le nomine in alcune grandi aziende pubbliche. Piazzare certi manager ai vertici di certe aziende, significava automaticamente garantire
    una rendita al Psi. Diciamo che della vicenda sapevo l’inizio e la fine. Quello che succedeva in mezzo, lo posso immaginare, ma non lo conosco. A fine anno, con Formica, Gangi, Balzamo e Natali, vedevamo quanto era arrivato. Dovevamo sgomitare fra Dc e Pci, che quanto a soldi stavano messi mica male”. Oggi, dieci anni dopo il suo rientro a Ventimiglia, Larini ricorda di aver raccontato ai magistrati i due casi in cui i denari al Psi li procurò con un intervento diretto. “Craxi, nel 1980, mi chiese se avessi a disposizione un conto estero. Io l’avevo. L’aveva aperto mio padre all’Ubs di Lugano. Mi disse che dovevo metterlo a disposizione di Martelli. Ora è inutile ricostruire tutto. Va soltanto detto che su quel conto ci trovai poi sette milioni di dollari.
    Semplicemente, Roberto Calvi non poteva prestare altri quattrini al Psi, che aveva un debito col Banco Ambrosiano di dodici miliardi di lire. Doveva fare girare i sette milioni di dollari in Svizzera perché rientrassero in Italia e il debito fosse formalmente saldato. Insomma, un caso lampante di finanziamento illecito, per di più ampiamente prescritto. Invece ci hanno condannati per bancarotta. Diciamo che, massimo massimo, potevano darci un concorso esterno in bancarotta, se il reato esistesse”. Il secondo caso è quello delle tangenti per la Metropolitana milanese. Oggi, Larini ricorda così: “Craxi voleva che facessi il presidente della Mm. Gli chiesi se era pazzo. Alla fine Bettino desistette, ma mi obbligò moralmente a occuparmi dei denari. Carnevale, del Pci, e Prada, della Dc, organizzavano la spartizione della mazzetta. Io ritiravo la parte del Psi, e la portavo nell’ufficio di Craxi. Da lì, veniva poi trasportata a Roma. Ricordo quando mi chiamava Balzamo, per fortuna sono arrivati i soldi, diceva, sennò questo mese non pagavo gli stipendi”.

    “Bettino sapeva benissimo qual era il giro alla Mm. Aveva voluto lui che me ne occupassi io”. Silvano Larini, a casa sua, a Milano, 6 febbraio 2003.

    Oggi, 6 febbraio 2003, ci siamo ricordati della volta in cui, al processo Cusani, Larini disse: “Ho avuto la certezza della dimensione del finanziamento illecito quando l’allora ministro all’Industria, De Mita, disse che il compito subistituzionale dell’Enel era il finanziamento ai partiti”. Al medesimo processo, Craxi disse di averlo saputo quando portava “i calzoni alla zuava”. Oggi, Larini ripete che la guerra era persa. Che otto mesi di latitanza erano un’enormità. Che con i legali stabilì il rientro. Allora, dieci anni fa, Borrelli disse che “non ci sono state trattative”. Oggi Larini non se la sente di dettagliare. Noi sappiamo, gli abbiamo detto oggi, come funzionava il rito ambrosiano. Si concorda, si parla, si fanno nomi, si esce.
    “Sì, sì, il rito ambrosiano”, dice Larini. E allora? Il tradimento? “Non ho tradito. Ripeto, non potevo fare l’ultimo giapponese”. Oggi Larini dice che dopo quel 7 febbraio 1993, non ha mai più visto né sentito Craxi. “E’ triste che un’amicizia formidabile sia finita così. Mi dà molta tristezza”. Oggi ammette di aver visto Craxi durante la latitanza. “Ci siamo incontrati qualche volta ad Hammamet, nell’estate del ’92. Tre volte. Ci andavo in barca. Dovevamo trovare il modo di venirne fuori. Ma Bettino non mi sembrava più molto lucido. A dirla tutta, Bettino non ha mosso un dito per darmi una mano. Mi sembrava un altro. Non solo non mosse un dito, ma ebbi la netta sensazione che volesse, come dire?, incapsularmi, bloccarmi da qualche parte finché la buriana non fosse passata. Ma io mi chiedevo, durerà due mesi o venti anni? Per otto mesi mi sono sentito abbandonato. A un certo punto ho dovuto pensare a me, e alla mia famiglia”. Il 7 febbraio 1993, tuttò si consumò. Un po’ all’italiana. Larini e Di Pietro proseguirono l’incontro in pizzeria. Margherita e birra. Parlarono di calcio, di vita mondana, chi sta con chi, il più e il meno. Seguirono tre verbali e tre giorni di carcere, a Opera.

    “Larini è un amico. Tuttavia, l’amicizia, che è pure tanto importante, non cancella nella vita e nelle attività private e pubbliche la distinzione dei ruoli, delle azioni, delle responsabilità”. Bettino Craxi, ai giornalisti, 16 gennaio 1993.

    Oggi, 6 febbraio 2003, ci è venuta in mente una frase di Di Pietro, di tanti anni fa:“Le prove del coinvolgimento diretto di Craxi cominciarono ad arrivare quando Larini confessò”. Per Larini, che ha patteggiato per la vicenda della Metropolitana e ha goduto di un condono per quella del Conto protezione, resta tutta una vergogna.
    “La finestra. Non ci si può credere. Lo stesso reato, quello di finanziamento illecito, commesso prima è amnistiato. Commesso dopo è depenalizzato. Resta una finestra di pochi mesi, e da quella finestra hanno scaraventato di sotto quelli che dovevano essere scaraventati di sotto”. E’ il complotto? “Se intendiamo per complotto un accordo sofisticato fra vari attori, allora non ci credo. Se intendiamo una serie di circostanze, in parte fortuite, e una serie di convergenze di interessi, e in questo scenario vediamo vari attori che si muovono, talvolta a tentoni, talvolta per vendetta, talvolta per strategie politiche, allora sì. Molto è accaduto, senza che i protagonisti immaginassero quello che sarebbe accaduto, per impedire a Craxi di fare il presidente della Repubblica. Anche gli americani ebbero un ruolo, sebbene non predeterminato. Ma sono storie vecchie, preferisco lasciar perdere”. Oggi rimane Larini, un gentiluomo, che dedica il suo tempo intero alla passione di una vita: la pittura. Dipinge e colleziona. Rimane quel divano bianco su cui sedette Craxi. “Non sono mai riuscito a convincerlo a leggere romanzi. E lui non convinse mai me a leggere i libri su Garibaldi. Era un grande uomo. E dieci anni fa fui cacciato dalla società civile in quanto suo amico. Oggi lo sarò, temo, in quanto traditore”. C’è un’ultima data, che noi abbiamo oggi voluto ricordare a Larini: 19 gennaio 2000, il giorno della morte di Craxi. “Quando muore un amico, capita di piangere”.

    “Un giorno andrò ad Hammamet, sulla tomba di Bettino. Ma naturalmente, quel giorno, non lo saprà nessuno”. Silvano Larini, a casa sua, a Milano, 6 febbraio 2003.

    (31 - continua)

    saluti

 

 
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