Oggi, giovedì 14 gennaio 1993, le truppe hanno marciato tutto il giorno. Qui, abbiamo sentito i loro scarponi sul selciato, tutto il giorno. E abbiamo sentito i loro canti partigiani, la giustizia e la libertà e tutto il resto.
La giustizia, specie, che dovrebbe essere, d’ora in poi e finalmente, uguale per tutti.
Uguale anche per Bettino Craxi, i cui incartamenti, spediti dalla procura milanese al Parlamento, sono all’attentissimo vaglio di chi ha deciso di voltare pagina. Succedono cose indegne, o perlomeno inopportune, ha detto il membro della giunta per la autorizzazioni a procedere, il verde Mauro Paissan.
Succede, per esempio, che in giunta le autorizzazioni a procedere si esaminino secondo un ordine cronologico. Oggi, 14 gennaio, si stanno esaminando i casi 111 e 112. Paissan ha fatto notare che il caso Craxi ha ricevuto il numero progressivo 166. E dunque, ha spiegato stasera Paissan, “se si continuerà così, credo che passeranno almeno tre mesi; un altro mese passerà prima che si arrivi all’aula”. Abbiamo dedotto che tutto ciò sia per Paissan intollerabile, ma essendo egli uomo rispettoso delle regole democratiche, si è limitato a invitare “i componenti socialisti della giunta a chiedere, vista la rilevanza politica della questione, di anticipare il tutto”. Abbiamo dibattuto un po’ sulla rilevanza del caso Craxi. La rilevanza giudiziaria e, come dice Paissan, la rilevanza politica. E la premura.
“Parlando alla stampa estera il 23 luglio 1999, il pm di Milano, Gherardo Colombo, disse: ‘Mediamente, in Italia, per arrivare a una sentenza di primo grado ci vogliono dai tre ai cinque anni’. Nel caso di Craxi in trentasei-quarantotto mesi si è arrivati alla sentenza di Cassazione”.
Da Dieci anni che hanno sconvolto l’Italia, Bruno Vespa, edizioni Mondadori, 1999.
Oggi, giovedì 14 gennaio 1993, c’è stato un gran trambusto su questa storia delle autorizzazioni a procedere. Sembrava che stesse venendo giù il mondo intero. Ieri, 13 gennaio, la Camera aveva infatti deciso, con una maggioranza di undici voti, centottanta contro centosessantanove, di negare l’autorizzazione contro il deputato democristiano, e bergamasco, Giancarlo Borra. Di Borra sappiamo che è un medico, che è stato medico legale, che a Bergamo ha lavorato anche col pm Antonio Di Pietro e di Di Pietro è stato buon amico. E ora ne è un indagato.
Comunque non c’è stata autorizzazione e molti hanno vibrato di sdegno. Anna Finocchiaro, del Pds, ha parlato di “segnale molto grave”. Severino Galante, di Rifondazione comunista, ci ha messo il superlativo: “Atto di eccezionale gravità”. Il presidente della Camera, Giorgio Napolitano, pidiessino, è stato quasi didattico: “Penso che tutti i deputati debbano riflettere seriamente prima di votare contro una proposta della giunta per le autorizzazioni a procedere”.
Chicco Testa, Pds, ha scosso i pugni: “Grazie al voto compatto della cosiddetta nuova Dc di Martinazzoli un parlamentare continua a godere dell’immunità e dei privilegi del vecchio regime”. Per lui è “una vicenda penosa”. Antonio Pappalardo, socialdemocratico, ci ha visto “un tentativo del vecchio sistema, dominato da logiche mafiose di tutela di interessi corporativisti, di mantenere ancora in vita comportamenti e regole che favoriscono la corruzione e il malaffare”. Pappalardo ha spronato il paese che non ci sta alla “massima vigilanza”.
La Rete si è mobilitata con un documento ufficiale: “Con questo atto inizia l’offensiva palese del regime contro l’opera dei magistrati dell’inchiesta Mani pulite e ci si prepara al tentativo di salvare i massimi responsabili del sistema delle tangenti”.
Parole definitive, infine, quelle di Massimo D’Alema, dirigente rampante dell’ex Pci: “Molto grave. La maggioranza e innanzitutto i deputati della Dc hanno respinto la richiesta di autorizzazione a procedere contro l’onorevole Borra, contraddicendo l’orientamento maturato dalla giunta. Un segnale molto negativo che fa temere si voglia tornare a utilizzare l’istituto dell’immunità parlamentare soltanto per difendere l’operato di uomini politici accusati di corruzione, concussione e altri gravi reati contro la pubblica amministrazione”.
Oggi, 14 gennaio, ha parlato anche il vicepresidente della giunta, pidiessino pure lui. E’ Giovanni Correnti. Ha criticato, parlando più di Craxi che di Borra, dei colleghi che hanno “gia espresso e anticipato il loro giudizio”. Abbiamo avuto un moto di stupore. Correnti ha detto: “Qualunque giudice anticipi la sua valutazione, magari non avendo letto tutte le carte e riflettuto, dà luogo
all’istituto della ricusazione. Ci sono colleghi che hanno già emesso la loro sentenza: questa è giustizia sommaria, non è serio. Si parla secondo giudizi preconfezionati, per etichette. Quanto a cannibalismo politico, c’è tutto”. Abbiamo speso qualche minuto per capire quale sarà l’avvenire di Giovanni Correnti. Abbiamo semplicemente scoperto che dalla prossima legislatura, quella che si inizierà con le elezioni politiche dell’anno prossimo, del 1994, Correnti non sarà più parlamentare.
“E’ un giochetto fin troppo scoperto. Fare di Bettino Craxi l’unico capro espiatorio cui far pagare la questione morale. Vale la pena ricordare le giuste parole del segretario del Psi: tutti i partiti del regime, chi più chi meno, erano soliti finanziarsi con le tangenti e tutti i loro segretari politici sapevano e acconsentivano. Che nella vergogna della questione morale sprofondi Craxi è giusto.
Che presumano di rimanerne fuori i segretari della Dc, del Pds e del Pri è ridicolo”. Gianfranco Fini, segretario del Msi, ai giornalisti, 14 gennaio 1993.
Oggi, giovedì 14 gennaio 1993, quelli del Pds si sono battuti, secondo l’impegno rinnovato di questi mesi, su ogni fronte. Oggi il senatore Massimo Brutti, responsabile giusitizia del partito di Achille Occhetto, si è preso cura del giudice di Cassazione, Corrado Carnevale: “Il rinvio a giudizio del dottor Carnevale per un grave delitto contro la pubblica amministrazione getta una ulteriore pesante ombra sulla credibilità di questo magistrato”. Brutti crede che ormai sia “insostenibile che Carnevale svolga in questa fase le delicate funzioni di presidente di sezione della Cassazione”.
E dunque ne ha chiesto la sospensione.
E’ roba di ieri, questa. Carnevale è stato rinviato a giudizio a Napoli per interesse privato nella vendita della flotta Lauro. Oggi abbiamo ritrovato le motivazioni con cui fra poche settimane, il 2 febbraio 1993, il ministro della Giustizia, il socialista Claudio Martelli, chiederà al Consiglio superiore della magistratura la sospensione di Carnevale dalle funzioni e dallo stipendio: “Ritengo che l’obiettiva gravità dei fatti contestati al dottor Carnevale, che acquista tanto maggior rilievo in ragione delle alte funzioni a esso confidate, non gli consenta di continuare ad esercitare le funzioni giurisdizionali nelle condizioni richieste dal prestigio dell’ordine giudiziario”.
Non potevamo lasciare lì. Anche se sono cose dei prossimi mesi, e anni, dovevamo andare a vedere. Il 23 aprile del 1993, il Csm sospenderà Carnevale dalle funzioni e dallo stipendio. Il 26 giugno 1996, il tribunale di Napoli condannerà Carnevale a due anni e due mesi di reclusione. Il 7 luglio 1999, la Corte d’appello di Napoli assolverà Carnevale “per non aver commesso il fatto”. La vicenda si chiuderà in Cassazione il 20 aprile del 2000. Ma il 20 aprile del 2000 è lontano sette anni, tre mesi e sette giorni da oggi, giorno della rettitudine di Massimo Brutti.
“La V sezione penale della Cassazione ha confermato l’assoluzione del giudice Corrado Carnevale, già emessa lo scorso luglio dalla Corte di appello di Napoli, in relazione alla vicenda giudiziaria relativa al fallimento della flotta Achille Lauro”. Notizia Ansa del 20 aprile 2000.
Oggi, giovedì 14 gennaio 1993, c’è stato uno sciorinare di muscoli da fare impressione. Non c’è gola che non sia arsa dalla sete di giustizia. Oggi, alla Camera, si discuteva della elezione diretta del sindaco. Da quello che s’è capito, il presidente Napoletano ha annunciato che un emendamento del gruppo missino era stato respinto, e la decisione ha suscitato un forte scandalo nei deputati della destra nazionale.
Teodoro Buontempo ha lasciato l’aula per rientrarvi subito dopo con un gran bandierone tricolore – che oggi non va più, e non ancora, molto di moda. Napolitano se l’è presa, ha sollecitato Buontempo a ripiegare la bandiera, ma la risposta dei parlamentari missini è stata un coro: “Vergogna! Vergogna!”. Napolitano non ha desistito, ottenendo nient’altro che cori ulteriori: “Truffa! Truffa!”. “Libertà! Libertà!”. E ancora, e soprattutto: “Tangentari! Tangentari!”. Poco dopo, mancava poco alle 17, Napoletano ha chiesto al capogruppo Pinuccio Tatarella se si trattasse di occupazione dell’aula, e Tatarella ha risposto: “Dopo il colloquio che ho avuto con lei, direi di sì”. I lavori sono stati sospesi per un’ora, e la discussione della legge rinviata alla settimana prossima, ma la baruffa è proseguita con argomentazioni di natura paragiudiziaria sostenute da quelli del Msi. Questa, da Paissan a Buontempo, è stata la giornata politica.
Ma ci sono stati arresti, rinvii a giudizio, informazioni di garanzia e aggiornamenti di indagine – per tangenti – a Ravenna, Pavia, Foggia, Varese, Padova, Monza, Napoli, Rimini, Venezia, Torino e, ovvio, Milano.
“Una classe politica è scomparsa… il grande merito del pool è quello di aver portato avanti le indagini così rapidamente che non c’è stato il tempo di arginarle, e la gente quando è andata a
votare non ha più eletto quelle persone”. Gerardo D’Ambrosio, alla Rai, 3 gennaio 1996.
(19 - continua)
saluti




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