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Discussione: Mattia nel....

  1. #71
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    Predefinito Il moralizzatore....

    .....moralizzato


    Oggi è venerdì 10 giugno 1993.
    Ma, oggi, dobbiamo trascurare i fatti di oggi.
    E’ un’altra la storia che vogliamo raccontare.
    E’ la storia di un piccolo quotidiano di opinione che nascerà fra due anni e mezzo, il 30 gennaio 1996.
    Una settimana più tardi, il 6 febbraio 1996, il piccolo quotidiano pubblicherà un articolo: “Storie di banchieri, giudici e avvocati”. Sottotitolo: “Le vite incrociate di Di Pietro e Lucibello.
    Pacini Battaglia: ‘Grazie a loro evitai la galera’ ”.
    E’ il primo articolo di una saga che impegnerà il piccolo quotidiano, il Foglio, per i sette anni e mezzo successivi. E probabilmente anche oltre.
    Abbiamo riletto quell’articolo. Sembra il sommario di tutti quelli che verranno.
    I nomi contenuti saranno quelli di Antonio Di Pietro, dell’avvocato Giuseppe Lucibello, del banchiere Chicchi Pacini Battaglia.
    Vi si parlerà di prestiti, di Mercedes, di carcerazioni stranamente brevi, di Giancarlo Gorrini, dell’avvocato dell’Eni Federico Stella, di Sergio Radaelli, di Maurizio Prada.
    Nel febbraio del 1996, Di Pietro non sarà più magistrato. Avrà svestito la toga da oltre un anno, dal dicembre 1994. Di lì a pochi mesi, diventerà ministro dei Lavori pubblici nel governo di Romano Prodi.
    Si riterrà diffamato e querelerà.
    Nella redazione del Foglio, tempo dopo, quella sarà chiamata “la madre di tutte le querele”.
    La prima querela di Di Pietro al Foglio.
    La prima di molte, purtroppo per il piccolo quotidiano. E – come da quell’articolo ne discenderanno altri – da quella querela ne discenderanno altre.
    Nel giudizio di primo grado, il 4 dicembre 2001, il Foglio sarà condannato a risarcire Di Pietro con duecento milioni di lire.
    Il processo di appello si concluderà il 29 ottobre del 2002, con una nuova condanna per il giornale, sebbene di molto ridimensionata: trentamila euro di risarcimento del danno.
    Le colpe di Giuliano Ferrara e della sua truppa risiederanno, secondo le motivazione della sentenza, nel fatto che gli episodi raccontati “o sono costellati di ‘inesattezze’ (…) oppure sono stati smentiti dagli stessi interessati (…) ovvero ancora sono risultati non conformi a quanto già processualmente emerso”.
    Noi, che abbiamo riletto l’articolo, non possiamo che dare ragione ai giudici di appello.
    L’articolo conterrà inesattezze, particolari smentibili e smentiti, anche “non conformi a quanto già processualmente emerso”.
    Per esempio, come sottolineano i giudici, non si può dire, come il Foglio dirà, che Di Pietro arrestava questo e quello: è il gip che arresta, su richiesta di Di Pietro.
    Per esempio, è vero che Prada quando fu arrestato non era difeso da Lucibello: lo sarà poco più avanti.
    Complimenti avvocato Volo
    Però, come sempre, c’è un però. Il valente avvocato del Foglio, Grazia Volo, ricorrerà in Cassazione per gli stessi motivi per cui aveva fatto ricorso in appello. Abbiamo letto anche questo documento: “… la Corte di appello non poteva ignorare l’esigenza di prendere in considerazione il profilo della critica politica che anima lo scritto… Nel caso in specie la finalizzazione politica dello scritto imbeve totalmente l’articolo, caratterizzato da uno stile tipicamente anglosassone con il suo screening della vita pubblica, se non addirittura privata, dei soggetti con particolari aspirazioni politiche… Ed è questa un’operazione che – con determinati limiti – la giurisprudenza della Suprema corte ha ritenuto pienamente lecita… E’ chiaro che l’articolo non inferisce un giudizio di colpevolezza penale nei confronti del dott. Di Pietro… al contrario propone un giudizio di inadeguatezza politica…”.
    L’avvocato Volo motiverà il ricorso anche così:
    “… Si continua a difendere con accanimento il Di Pietro magistrato, e lo si fa concentrando con ostinazione l’interesse sugli aspetti della cronaca giudiziaria… Sotto questo profilo tutti i fatti citati nell’articolo – anche se alcuni con imprecisione – mostravano un aspetto dell’ex magistrato che non era in linea con la sua figura di moralizzatore dei costumi nazionali… Poco importa nell’ottica politica – che tali fatti poi non ebbero la sanzione penale… Hanno trovato conferma anche nelle sentenze di proscioglimento del magistrato nelle quali non mancano precisi accenni alla inadeguatezza dei comportamenti del magistrato proprio con riguardo alle funzioni svolte… Scavare impietosamente costituisce tratto connaturato allo strumento e largamente tutelato dalla giurisprudenza”. Il ricorso sarà accolto dalla Cassazione il 9 giugno 2003. Il processo andrà ripetuto. (65. continua)

    saluti

  2. #72
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    Oggi è sabato 12 giugno 1993. La giornata del presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, oggi, si è consumata nelle celebrazioni per il quarantaduesimo anniversario della costituzione dell’aviazione leggera dell’Esercito.
    I soldati italiani, ha detto Scalfaro, danno “una risposta umana a ogni umana sofferenza”.

    Ecco, questa frase ci ha subito sbalzati in avanti di un mese.
    Perché noi sappiamo già che questo giugno sarà un mese calmo, per quanto possa essere calmo un mese nell’anno del Terrore.
    Ma sappiamo già che luglio sarà il più feroce dei mesi.
    Il 20 luglio, l’ex presidente dell’Eni, Gabriele Cagliari, si suiciderà a San Vittore.
    Scalfaro, quel giorno, sarà a Bucarest.
    Rifiuterà di commentare. “Quello che avevo da dire – dirà – l’ho già detto qualche settimana fa con assoluta chiarezza”.
    Si riferirà a un intervento a un convegno, 8 luglio 1993.
    La carcerazione preventiva, dirà nella circostanza, può essere “un danno profondo” e deve essere “un’eccezione e non la regola”.
    Ci stupirà, quella fiammata garantista.
    E la capiremo molto dopo, leggendo “I dieci anni che hanno
    sconvolto l’Italia”, di Bruno Vespa.

    C’è un brano molto interessante: “Di Pietro, domenica 4 luglio (1993, ndr), lo convocò (si riferisce a Romano Prodi, presidente dell’Iri, ndr) in procura per chiedergli a quali partiti il suo istituto avesse dato i soldi. La data festiva era stata scelta per ragioni di riservatezza. Ma un ‘uccellino’ aveva allertato i cronisti, che sentirono uscire dalla porta dell’ufficio del magistrato urla che
    avrebbero annichilito un toro: ‘I soldi alla Dc chi glieli ha dati?’… Prodi, indignato e con le lacrime agli occhi, varcava la soglia dello studio di Scalfaro al Quirinale per sfogarsi contro i metodi usati dai procuratori di Milano”. E’ il 5 luglio.

    “Eppure quanta meritoria strada èstata compiuta dalla magistratura… per vincere silenzi e omertà, per ridare sicurezza”. Oscar Luigi Scalfaro, messaggio alla nazione, 31 dicembre 1992.

    Oggi è il 12 giugno 1993.
    Noi andiamo avanti di poco, al prossimo luglio. Domenica 4, Di Pietro strapazzerà Prodi.
    Lunedì 5, Prodi cercherà rifugio in Scalfaro.
    Giovedì 8, Scalfaro punterà il dito contro la carcerazione preventiva.
    Quel pomeriggio, Francesco Saverio Borrelli gli risponderà così:

    “Tutti gli Stati civili hanno soppresso la tortura, da alcuni secoli, e anche la Chiesa cattolica, che pure l’ha lungamente praticata, l’ha ormai ripudiata da tempo”. Poi: “Escludo nettamente che il presidente Scalfaro possa essere sceso in difesa degli inquisiti, nel senso che possa avere in qualche modo solidarizzato con personaggi politici e non, che hanno così gravemente offeso le leggi dello Stato e prima ancora le norme dell’etica”.

    Il 23 luglio, sarà Raul Gardini a spararsi un colpo in testa.
    Scalfaro parlerà da Sofia: “In Italia c’è un atteggiamento decisamente prevalente di coraggio, di fare chiarezza, di fare pulizia. Io credo che se è deprecabile che uomini di responsabilità politica abbiano compiuto fatti che incappano nel codice penale, mi pare che sia non dirò meritorio ma doveroso e opportuno che ci sia il coraggio e la volontà ferma di fare chiarezza e giustizia”.
    Ancora, sempre il 23 luglio: “La giustizia ha il diritto e il dovere di fare il suo corso. Sarebbe illogico, irresponsabile e insensato che fatti pur dirompenti dovessero sospendere o far valutare diversamente episodi che il codice e le leggi prevedono come reato”.

    “Una risposta umana a ogni umana sofferenza”. Oscar Luigi Scalfaro, a proposito dei nostri soldati, 12 giugno 1993
    .
    Oggi, 12 giugno 1993, ci è tornata alla memoria un’altra crociata di Oscar Luigi Scalfaro nel nome delle garanzie, del rispetto degli imputati, nel nome di una politica che rifiuta, finalmente, di essere ostaggio del terrore.
    Dovremo aspettare un po’, ma la sera del 31 dicembre del 1997 Scalfaro sentirà, finalmente, il “tintinnar di manette”.
    All’alba del 1998, per quella frase, ingaggerà un duello coraggioso con l’eroe, con Antonio Di Pietro, ormai avvolto nella prestigiosa veste di senatore del Mugello, in quota dalemiana. Fra poco più di tre mesi per fare soltanto un esempio – il capo dello Stato non lo sentirà, il tintinnar di manette.
    E, anzi, se le manette avessero tintinnato gli sarebbe stata risparmiata un’arrabbiatura.
    Il 23 settembre, dopo aver concesso l’autorizzazione a indagare, la Camera negherà alla magistratura l’autorizzazione all’arresto dell’ex ministro della Sanità, Francesco De Lorenzo.
    Indagate, ma niente galera, per adesso.
    Scalfaro lascerà sbollire la sua rabbia per una settimana. Poi, il primo di ottobre, confesserà:

    “Inammissibile. Se quel giorno tutti gli adempimenti relativi alla nuova legge elettorale fossero stati compiuti, non sarebbe giunta la sera senza che io sciogliessi il Parlamento”.

    Coglierà il sintomo di una “crisi di credibilità degli attuali parlamentari”.
    Questi sono forse gli episodi marginali di un settennato in cui vedremo avallato un ribaltone, e sconfessata la paternità di un decreto poi chiamato “salvaladri”, quello del presidente del Consiglio, Giuliano Amato, e del Guardasigilli, Giovanni Conso, che lo presentarono rassicurando sulla benedizione del Quirinale. Episodi marginali, e quindi presto dimenticati, ma eloquenti.

    “E qui la mia rinnovata fiducia nella magistratura che ha saputo affrontare il terrorismo e la criminalità organizzata lasciando sul campo toghe insanguinateper la giustizia…”.
    “… con il riconoscimento dell’opera delicata ed essenziale della magistratura… cittadini sereni, anche quelli imputati e parti lese, difesa, la giustizia stessa, da un tipo di politica che pare voglia contaminarla o servirsene…”.
    “Ancora questo intenso lavoro dei magistrati a cui diciamo grazie per quello che fanno per i reati contro l’amministrazione dello Stato”. Oscar Luigi Scalfaro, durante il suo settennato.

    (66. continua)

    saluti

  3. #73
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    Oggi è venerdì 25 giugno 1993. Una notiziola di un paio di giorni fa ci ha fatto tornare a mente una storia, e ne abbiamo parlato un po’. La notiziola è di mercoledì 23 giugno: due imprenditori sprovveduti, che avevano tirato il democristiano Giovanni Goria dentro una storia di corruzione, hanno chiesto scusa e ritirato tutto.
    La storia, appunto, è quella di Giovanni Goria, ex presidente del Consiglio, ministro delle Finanze nel governo di Giuliano Amato dimissionario poche settimane fa.
    La storia è dell’anno scorso, del 1992.
    Si cominciò a malignare su di lui il primo luglio, giorno in cui la procura di Milano ottenne l’arresto, per tangenti, di un suo vecchio collaboratore.
    Allora, Goria era alle Finanze.
    Questo bastò ai Verdi per chiederne le dimissioni.
    Anche il segretario del Msi, Gianfranco Fini, disse che “sui ministri non possono esserci ombre morali”.
    D’accordo il leader della Rete, Leoluca Orlando, per via del “vincolo antico e strettissimo” dell’imputato col ministro.
    Il giorno dopo, il 2 luglio, dalla procura di Milano partì una richiesta di autorizzazione a procedere a carico di Goria per una vicenda del 1976, un falso in bilancio alla Cassa di risparmio di Asti, banca di cui Goria era stato sindaco.
    Goria, quel giorno, si difese con ardore.
    Raccontò che la truffa era stata scoperta e denunciata proprio da lui, che le richieste di proscioglimento si erano succedute e sempre si erano stranamente bloccate.
    Serve ben altro, in questi nostri tempi.
    Sergio Garavini, di Rifondazione comunista, rilanciò con le dimissioni: “Viviamo ormai in un sistema politico nel quale la corruzione è generalizzata”.
    Fini definì Goria “inaffidabile dal punto di vista morale”.
    I missini raccolsero ad Asti, la città di Goria, le firme per sostenere le dimissioni, pretese per “motivazioni politiche, economiche e giuridiche”.
    A Vigevano, in provincia di Pavia, l’usanza popolare del “rogo del diavolo” vide – il 5 settembre 1992 – il pupazzo di Goria bruciato in piazza. “Nulla di personale”, dissero gli organizzatori.

    “Che si tratti di una manovra lo capisce anche un bambino… Anche un bambino stupido”. Bettino Craxi, ai giornalisti, 4 luglio 1992.

    Oggi è il 25 giugno 1993. Quattro mesi fa, il 19 febbraio, Goria si è infine dimesso.
    Ha scritto una lettera al presidente del Consiglio:

    “Sono indicato, del tutto arbitrariamente, quale ministro inquisito… Ma se l’ingiustizia e la falsità delle accuse offendono, ciò che diviene, anche politicamente, intollerabile, è che ad esse non si riesce a reagire così che né il governo può allontanare da sé i sospetti né i partiti riescono a tutelare la dignità dei loro esponenti innocenti”.

    Molti hanno espresso la loro soddisfazione, quel giorno. Una settimana dopo, il 26 febbraio 1993, la procura di Milano ha chiesto l’archiviazione. Questa volta, verrà accettata. Goria, però, non ha riavuto il posto al governo. Perché subito si è parlato di un suo coinvolgimento nelle tangenti per la costruzione, mai nemmeno avviata, dell’ospedale di Asti.
    In quella storia, è stata arrestata una donna, una democristiana locale, giudicata “molto vicina a Goria”.
    E un imprenditore ha raccontato di aver avvicinato Goria dicendosi interessato ai lavori.
    Goria, ha detto l’imprenditore, gli ha risposto che lui non se ne sarebbe interessato e di rivolgersi a Roma.
    Rivolgersi a Roma in che senso?, si sono chiesti i magistrati torinesi.
    C’era, secondo loro, quella puzza nota, la puzza della “corruzione ambientale”, come l’ha chiamata Antonio Di Pietro.
    E cioè, quella corruzione ormai insita nelle cose, nelle consuetudini di cui tutti sapevano e che tutti accettavano.
    Fra un mese, il 27 luglio 1993, i pm chiederanno il rinvio a giudizio di Goria.
    Sarà concesso nel gennaio del 1994.
    Goria esprimerà il suo rammarico perché aveva chiesto il giudizio abbreviato “sicuro della mia innocenza”.
    Aveva fretta di dimostrarla.

    “E’ morto stamane, nella sua abitazione di Asti, l’ex presidente del consiglio Giovanni Goria. Goria era affetto da un male incurabile e le sue condizioni di salute erano notevolmente peggiorate nell’ultimo mese”. Notizia Ansa, 21 maggio 1994.

    (68. continua)

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    Oggi è sabato 26 giugno 1993. Anche oggi l’inchiesta Mani pulite è proseguita con la sua quotidianità spaventosa, con i suoi drammi che fanno sempre meno notizia: si è costituito il manager, ha ottenuto gli arresti domiciliari il deputato repubblicano, sequestrati i beni di due assessori socialisti.
    Antonio Di Pietro è l’eroe stupendo di questa nostra estate.
    Si vengono a sapere cose così, in questi giorni di fine giugno:
    la Lega italiana per la lotta contro l’Aids chiede l’intervento di Di Pietro, Adriano Celentano dice che Di Pietro “è il buono che aggiusta le cose”, gli organizzatori del premio di poesia Città di Legnano annunciano che quest’anno molti poeti si sono ispirati alla figura di Di Pietro.
    In questi stessi giorni, lo sapremo presto, anche un giornalista sta lavorando su Di Pietro, ma non per raccontarne le gesta moderne.
    Il giornalista si chiama Roberto Chiodi, e scrive per il Sabato, settimanale cattolico.
    Sono settimane che lavora su Di Pietro, perché pensa che si possa tirare fuori qualcosa di nuovo, qualcosa di diverso. Ci riuscirà. La sua inchiesta, abbiamo saputo, sarà in edicola il 17 luglio 1993.
    Il titolo sarà: “Dossier Di Pietro - Materiali per un dibattito - Dubitare di alcuni atti dei giudici, senza buttare Mani pulite? Si può. Anzi, si deve”.
    Fra molti anni, nel loro “Mani pulite”, Gianni Barbacetto, Peter Gomez e Marco Travaglio definiranno ancora il dossier “la madre di tutti i veleni”.
    Il 17 luglio 1993, Chiodi scriverà nell’introduzione al suo dossier:
    “I meriti di questo magistrato sono innegabili. E quelli nessuno vuole metterli in discussione. Sono invece le storture, quella sensazione diffusa che non ci sia stato il sacrosanto rispetto di una legge davvero uguale per tutti a preoccuparci. I meccanismi delle confessioni a catena, dei privilegi accordati ad alcuni imputati indotti alle chiamate di correo, le competenze sempre milanesi anche se tutti i reati sono avvenuti altrove, le mancate verifiche processuali…”.
    Noi abbiamo letto quel dossier, e possiamo dire che non sarà proprio come dice Chiodi. Quel dossier ha poco a che vedere con le storture, le confessioni a catena, le chiamate di correo, le competenze eccetera.
    Il dossier si chiama “dossier Di Pietro” proprio perché si occupa di Di Pietro e soltanto di Di Pietro. Parla di amicizie sconvenienti, relazioni pericolose, benefici, inchieste monche.
    In sostanza, Chiodi parla, per primo, del Di Pietro di cui non sapevamo, del Di Pietro con qualche macchia e qualche paura.

    “Puntigliosa analisi di fatti meticolosamente documentati… contrassegnati da profili di rilevanza quantomeno disciplinare… in quel dossier ve n’era abbastanza per ottenere una qualche attenzione da parte di autorità disciplinari… nessuna di queste autorità si è attivata”. Dalla sentenza del giudice di Brescia, Francesco Maddalo (processo con Antonio Di Pietro parte lesa), 10 marzo 1997.

    Il 17 luglio 1993, il dossier sarà in edicola.
    Provocherà un po’ di bordello, qualche polemica, ma verrà gettato via come un cumulo di balle e tutto sommato passerà sopra all’eroe e alla sua reputazione come una nuvoletta estiva.
    Sarà seppellito e dimenticato, per un po’.
    Poi, quando verrà rispolverato, fra qualche anno, molti si renderanno conto che si trattava di un gran lavoro.
    Molti ripartiranno da lì per riraccontare l’eroe.
    Molti si accorgeranno quante cose erano già state scoperte e quante, tuttavia, se ne potevano aggiungere.
    Nel dossier del 17 luglio, leggeremo già dei legami di Di Pietro con gli avvocati Giuseppe Pezzotta e Giuseppe Lucibello, oggi celebri difensori di imputati di Mani pulite.
    Su Di Pietro leggeremo: “… si scambia i regali di Natale con Claudio Dini, presidente della Metropolitana; frequenta a Milano San Felice la villa in cui Maurizio Prada, presidente dell’Atm, gli fa conoscere l’ex presidente dell’Enel Valerio Bitetto. Dagli industriali Gorini della Maa assicurazioni ottiene un impiego per il figlio Cristiano…”.
    Quegli “industriali Gorini”, in realtà, non sono che Giancarlo Gorrini, quello dei cento milioni e della Mercedes.
    Ma sono tutte cose di cui oggi nessuno sa nulla.
    Si sa, soltanto, che tutti questi amici finiranno dentro Tangentopoli. Leggeremo di un altro amico del cuore: “… l’immobiliarista D’Adamo… per Di Pietro un amico prezioso, cui non difettano i contanti… Forse per questo, per un gesto di liberalità, D’Adamo ha fornito a Di Pietro un telefono cellulare che, tuttora, risulta intestato alla sua azienda, la Edilgest.
    Il telefonino del giudice Di Pietro, insomma, appartiene a un’azienda ampiamente coinvolta in Tangentopoli”. Leggeremo, il 17 luglio, della strana inchiesta “carceri d’oro”, epoca pre Mani pulite: “L’imprenditore Bruno De Mico era costretto a pagare tangenti sempre più salate per vincere gli appalti carcerari. I soldi che versava sottobanco, però, li annotava tutti. Aveva escogitato un codice alfabetico, relativamente semplice.
    Il cognome del corrotto veniva elencato in una lista apposita seguendo questo criterio: le ultime due lettere del cognome, un numero, le prime due lettere dello stesso cognome. Nicolazzi, per esempio: la sigla era ZI5NI. Dove il numero riguardava le lettere mancanti…
    Di Pietro è uno dei pubblici ministeri. Né lui né i suoi esperti informatici riescono a scoprire chi poteva celarsi dietro la sigla DA1PR. Preda? Proda? O magari Prada? E quel mistero celato dietro la sigla SA2CH?… Chiusa? Chiosa? O Chiesa? Chissà, forse allora i tempi per Tangentopoli non erano ancora maturi. Ma le sigle NA15DE (Democrazia cristiana), SE6DC (Dc milanese) non ci voleva tanto a scoprirle. E la sigla MI PSI SEGR… E infine: la sigla UNITA che mai poteva significare, se non il quotidiano del partito comunista? Di Pietro sorvola”.

    “Una diligente raccolta di pettegolezzi, insinuazioni, calunnie”. Francesco Saverio Borrelli, dopo aver letto le anticipazioni del dossier, 13 luglio 1993.

    Il 17 luglio 1993, leggeremo nel dossier di un’altra inchiesta dipietresca e premanipulitesca.
    Le tangenti all’Atm.
    Quella volta, racconterà Chiodi, Di Pietro trovò un quadernetto dove erano stati annotati i nomi di chi ha intascato le tangenti. Altre sigle. Chi si nascondeva dietro la sigla “Rad.li”? Forse Sergio Radaelli, dirigente socialista dell’Atm? Lo stesso Radaelli che era amico di Di Pietro e del sindaco Paolo Pillitteri? Forse sì, scriverà Chiodi, ma “Di Pietro vuole sapere quanti sono i dipendenti dell’Atm il cui cognome comincia per ‘Rad’ e, ancora, quanti sono i dipendenti che di cognome fanno Radaelli.
    La risposta arriva prontissima: in azienda ci sono 12 dipendenti i cui cognomi cominciano per ‘Rad’. E addirittura: ben 6 si chiamano Radaelli. C’è però da aggiungere che si stava indagando non sui poveri travet ma solo sui pesci grossi”.
    Leggeremo che ad aiutare Di Pietro nelle indagini c’era Eleuterio Rea, della Mobile, anche lui ospite fisso nelle cene con Pillitteri, Prada e gli altri.
    Leggeremo: “Di Pietro e Rea, in strettissimi rapporti di amicizia tra loro, sembrano fingere di non sapere che Riva è il segretario personale di Prada e Radaelli è Radaelli. Amici a loro volta e in rapporti di familiarità con gli investigatori”.
    Leggeremo che Di Pietro chiederà e otterrà l’archiviazione. Leggeremo: “Radaelli, a questo punto, deve avere buone ragioni per mostrare la sua gratitudine al magistrato.
    Il quale riesce ad avere dalla Cariplo un appartamento in via Andegari, a due passi dalla Scala. Affitto a equo canone”. Leggeremo, infatti, che nel frattempo Radaelli era passato alla Cariplo.
    Leggeremo della singolare inchiesta su “Lombardia informatica”. Di come Radaelli e Prada siano tornati nei guai nei primi mesi di Tangentopoli.
    Di come se la siano cavata tutto sommato alla grande. Leggeremo queste cose che negli anni saranno dette e ripetute, a cui si aggiungeranno dettagli su dettagli, e inchieste della magistratura bresciana da cui Di Pietro uscirà penalmente lindo, ma moralmente sputtanato.
    Succederà fra pochi giorni.
    Ma il 17 luglio 1993 saranno molto pochi quelli che daranno credito al dossier di Roberto Chiodi.

    “Solidarierà a Di Pietro e soprattutto l’auspicio che la trama, peraltro poco coperta, di cui il dossier pubblicato dal Sabato non è né il primo né l’ultimo episodio, sia prontamente smascherata… un ignobile attacco alla sua dignità personale e professionale… E’ evidente che si vanno ricompattando le aggregazioni tra le componenti occulte che hanno dominato la vita politica italiana e che si era ritenuto essere state spazzate via dal cambiamento in atto nel nostro paese proprio per merito di Di Pietro, in quanto espressione sintetica di pool di magistrati che hanno saputo esprimere giustizia e far raccogliere onestà a tutti noi… per un attimo si era pensato che fossero cessate ‘deviazioni’ e tecniche di isolamento dei galantuomini ovunque si trovassero e prima di tutto nella magistratura, ove con l’uccisione di Falcone e Borsellino si era toccato l’acme della strategia della delegittimazione… Occorre intervenire con immediatezza e con attestazione pubblica di ferma volontà di persistenza nel cambiamento; occorre colpire la mano cui il dossier del Sabato è dovuto, a cominciare da chi si è assunto la responsabilità della pubblicazione, se vogliamo interrompere una spirale che, con il travolgimento di un simbolo, farebbe piombare nuovamente nella economia della corruzione e nella politica dei dieci per cento”.
    Da una nota dell’avvocato Carlo Taormina, distribuita alla stampa il 16 luglio 1993.

    Anticipazioni del dossier saranno divulgate già prima di quel 17 luglio. I giornali le ignoreranno, sostanzialmente.
    La Repubblica, il 14 luglio, titolerà sui “veleni” del Sabato e riporterà le valutazioni di Borrelli: “Volgarità”.
    Enzo Biagi difenderà Di Pietro su Panorama, spiegando a Chiodi com’è che si fa il mestiere di giornalista.
    Il presidente della giunta per le immunità parlamentari, Giovanni Pellegrino, del Pds, si dirà solidale con Di Pietro, parlerà di “attacco che riecheggia corsivi estivi di infausta memoria” e di “una polemica personalistica di basso profilo”.
    Roberto Formigoni specificherà che il Sabato non fa riferimento a lui né a Cl, e che semmai Chiodi appartiene “all’area pidiessina”. Tutto si chiuderà lì.

    (69. continua)

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    Oggi è lunedì 28 giugno 1993. Oggi, come pochi giorni fa, abbiamo pensato ad Antonio Di Pietro, all’eroe di questa Italia che si è scoperta sconcia, e ha trovato il cavaliere che la salverà.

    E abbiamo pensato a Roberto Chiodi, al giornalista che fra poche settimane pubblicherà sul Sabato la sua verità.
    Pubblicherà la prima controinchiesta, esprimerà i primi dubbi sull’eroe, racconterà per primo delle amicizie pericolose con i futuri inquisiti di Mani pulite, le inchieste chiuse forse frettolosamente, i telefonini: parte di tutto quello che, negli anni, si scoprirà su questo nostro grande moralizzatore.
    Abbiamo pensato che la curiosità dei più non sarà di verificare se il lavoro di Chiodi era un buon lavoro, ma chi glielo avesse commissionato, chi fosse il mandante.
    Nell’ottobre del 2000, Di Pietro illustrerà la sua tesi su Micromega: i mandanti furono sostanzialmente Massimo D’Alema e il costruttore romano (e vicino a D’Alema) Alfio Marchini.

    Smentiranno tutti, naturalmente.
    E fra dieci anni esatti, Chiodi ci dirà la sua: “Si va sempre alla ricerca di spiegazioni torbide, ma l’unica verità è che io lavorai
    sei mesi su quel dossier. Ci lavorai a cominciare dalla fine del 1992, quando ero ancora all’Espresso.
    Di Pietro era un mito, e a me sono sempre piaciuti i miti, mi è
    sempre piaciuto andare a vedere che altro si può dire, su di loro”.

    Tutto cominciò, ci racconterà Chiodi, quasi per caso.
    Chiodi, all’Espresso, era vicino di scrivania di Antonio Carlucci. “Carlucci si sentiva spessissimo con Di Pietro. Un giorno uscì dalla stanza lasciando l’agendina aperta. Io copiai il numero di Di Pietro. Non è bello, ma insomma, lo dovevo fare.
    Mi incuriosì che Di Pietro avesse un telefonino. E comunque per scrupolo controllai. Tramite una mia fonte ho scoperto che il telefonino era intestato a un’azienda che non conoscevo, la Edilgest. Poi scoprii che la Edilgest apparteneva a un imprenditore che non conoscevo, Antonio D’Adamo.
    Poi scoprii che D’Adamo era indagato in Mani pulite.
    Allora capii che il lavoro su Di Pietro doveva andare avanti”.

    “L’unica mezza verità riguarda il telefonino: ma era in uso a mia moglie , che con D’Adamo aveva dei regolari contratti di consulenza”. Di Pietro al telefono con Borrelli, 13 luglio 1993, secondo il racconto di Barbacetto-Gomez-Travaglio, in “Mani pulite”, Editori riuniti, 2002.

    Fra molti anni, il 27 giugno 2003, Roberto Chiodi si stupirà ancora della giustificazione di Di Pietro: se il telefonino era in uso alla moglie, perché Carlucci lo aveva in agenda?
    E si stupirà delle immediate e sdegnate smentite che riceverà il suo “dossier Di Pietro”:

    “Il dossier fu in edicola il 17. Ma uscì qualche anticipazione il 13. Sulla base di quelle anticipazioni, il procuratore Francesco Saverio Borrelli parlò di ‘pettegolezzi, insinuazioni e calunnie’. Ma dico, la calunnia è un reato grave. Non disse ‘diffamazioni’, disse ‘calunnie’, prima ancora di leggere l’inchiesta. Per dire la serenità che c’era in quei tempi”.

    Chiodi ci racconterà che il lavoro fu lungo, ma soprattutto perché dovette trovare le pezze d’appoggio.
    Le prove. “Il mio dossier non è mai stato querelato”, ci dirà Chiodi.
    Ma in quanto alle notizie, “be’, quelle le conoscevano tutti i cronisti. Molti, quantomeno. Erano cose di cui si parlava.
    Me le spiegarono nei dettagli colleghi che sui loro giornali non potevano sognarsi di raccontarle.
    Ho poi visto, per esempio, il gran lavoro fatto negli anni da Filippo Facci, e anche in quei mesi.
    Il suo ‘Omissis di Mani pulite’, molto bello, è stato evidentemente ispirato dalle stesse fonti cui poi mi sono rivolto anch’io”.
    Fra molti anni, infine, Chiodi ci dirà di avere un rimpianto: non esser potuto andare avanti. Fra pochi mesi, a novembre del 1993, il Sabato chiuderà, e per Chiodi comincerà un periodo di difficoltà.
    “Che rabbia. Penso a quando Pacini disse, senza sapere di essere intercettato, che se fosse stato in me sarebbe andato in Austria a cercare un certo conto… Ma io non avevo più un giornale per cui farlo”.
    (70. continua)

    saluti

  6. #76
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    Predefinito

    Non c'aveva proprio un cazzo d'altro da fare, il Mattia, in quei giorni?

    Che ne so; trombare?

  7. #77
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    Predefinito

    In origine postato da antonio
    Mustang non sapeva ancora dei rapporti tra Chiodi e CL? ....e con Don Tantardini ? e quello che disse Di Pietro?...e Il Sabato (cui ero abbonato)..?
    mustang "sa" solo quello che gli fa comodo sapere...

  8. #78
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    Predefinito

    Oggi è venerdì 2 luglio 1993, e oggi abbiamo saputo che i purificatori stanno studiando, cercano le soluzioni, intendono
    razionalizzare, ottimizzare.
    Hanno tracciato il solco, e vogliono che diventi un’autostrada
    scorrevole. Abbiamo ricevuto le anticipazioni del settimanale L’Espresso, che sarà in edicola lunedì 5 luglio.
    L’Espresso pubblicherà un documento elaborato dai tre più autorevoli pm della procura di Milano: Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo e Antonio Di Pietro.
    Oggi già sappiamo che i tre stanno cercando il modo di superare i contrasti con le altre procure.
    Sono contrasti nati di recente, questioni di “competenza territoriale”.
    Per spiegare che cosa sia la competenza territoriale, è bastato ricordarci del caso di Pierfrancesco Pacini Battaglia.
    Ne abbiamo già parlato e ci siamo appena rinfrescati la memoria. Pochi mesi fa, nella primavera di quest’anno, del 1993, il sostituto procuratore romano, Vittorio Paraggio, indagando sulle ruberie della Cooperazione internazionale, ha allungato le sue mani su Pacini Battaglia. Lo stesso Pacini, naturalmente, che di questi tempi sta spiegando le tangenti dell’Eni a Di Pietro.
    L’1 giugno 1993, Paraggio ha mandato un fax a Di Pietro, per metterlo al corrente. Lo stesso giorno, Di Pietro ha mandato per fax a Paraggio la memoria difensiva di Pacini, memoria scritta dall’avvocato Giuseppe Lucibello, legale di Pacini l’accusato e amico di Tonino l’accusatore.
    Paraggio ha ricevuto da Di Pietro queste altre righe: “Ribadisco che, nei confronti del predetto Pacini, procede questo ufficio e che lo stesso sta rendendo ampia collaborazione, per cui sarebbero inopportune sovrapposizioni di indagini riguardanti la sua persona…”.
    Dunque, la competenza è di Di Pietro, che già si sta lavorando Pacini sulle tangenti, oppure di Paraggio, visto che i reati della Cooperazione sono stati commessi a Roma?

    “… pur riaffermando la tesi che, in base all’articolo 12 del codice di procedura penale, spetterebbero a Milano tutte le inchieste sul sistema delle tangenti…”. Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo e Antonio Di Pietro, dall’Espresso, 5 luglio 1993.

    Oggi, 2 luglio 1993, sappiamo già che Roma ha ceduto, e lasciato Pacini Battaglia alle cure di Di Pietro. Sappiamo anche che Pacini uscirà dall’inchiesta sulla Cooperazione, ma non è questo il punto. Il punto è che c’è un problema e che a Milano hanno riflettuto su come risolverlo.
    L’Espresso ha parlato, nelle anticipazioni di oggi, di “una piattaforma programmatica per la nascita del pool nazionale Mani pulite”. Non nascerà mai.
    Questa specie di disegno di legge extraparlamentare pubblicato sull’Espresso, sull’Espresso si fermerà. E nessuno oggi ci ha trovato nulla di strano, né ci trovera nulla di strano domani. Forse fra qualche anno, rivedendo come vanno le cose adesso, a qualcuno verranno i brividi.
    Ma non soltanto ripensando al decreto Conso, con cui il governo, la scorsa primavera, intendeva depenalizzare il finanziamento illecito (non la corruzione o la concussione); il pool si ribellò il decreto cadde. E non soltanto ripensando a quello che accadrà fra un anno, il 13 luglio 1994, quando il ministro della Giustizia del governo Berlusconi, Alfredo Biondi, presenterà un altro decreto, stavolta per restringere il ricorso alla carcerazione preventiva.
    Il presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, firmerà il decreto. Il 14 luglio, alle 19,30, Di Pietro parlerà in diretta al Tg3, con tutto il pool schierato, fisicamente, al suo fianco.

    “L’odierno decreto legge a nostro giudizio non consente più di affrontare efficacemente i delitti sui cui abbiamo finora investigato. Infatti, persone raggiunte da schiaccianti prove in ordine gravi fatti di corruzione non potranno essere associate al carcere… Abbiamo pertanto informato il procuratore della Repubblica della nostra determinazione a chiedere al più presto l’assegnazione ad altro e diverso incarico nel cui espletamento non sia stridente il contrasto tra ciò che la coscienza avverte e ciò che la legge impone…”. Antonio Di Pietro – con Piercamillo Davigo, Francesco Greco e Gherardo Colombo, al Tg3, la sera del 14 luglio 1994.

    Oggi, 2 luglio 1993, stiamo ripensando anche a quel decreto Biondi. Come poi sfumò, lo racconteremo. Ma sfumò. E ci sono venuti in mente, soprattutto, i mille casi di questi anni che a tutti sembrano normali, anzi giusti e utili. Uscirà un bel libro, fra cinque anni, nel 1998. Si chiamerà “Toga! Toga! Toga!”, di Giancarlo Lehner, editore Mondadori. Sarà solo una raccolta di frasi, di dichiarazioni, di proposte.
    Francesco Saverio Borrelli, settembre 1994:
    “Risveglio delle coscienze… E poi efficienza nella pubblica amministrazione… Trasparenza negli appalti, adeguamento alle normative europee… E poi vita impossibile per i corrotti nel futuro…”.
    Borrelli, marzo 1995: “Il problema non è di uscire da Tangentopoli, ma di penetrarvi fino al cuore per espugnarla, raderla al suolo, cospargervi il sale”.
    Borrelli, giugno 1996: “Il reato di abuso d’ufficio non può essere tolto…”.
    Colombo, maggio 1997: “Bloccate la prescrizione dei reati”. Borrelli, marzo 1993: “Riteniamo che il prevedibile risultato delle modifiche legislative approvate sarà la totale paralisi delle indagini…”.
    D’Ambrosio, aprile 1993: “Il Parlamento, si sa, è quello che è… l’espressione di una vecchia logica partitica”.
    Di Pietro, novembre 1993: “Colpi di spugna non ce ne possono essere”.
    Borrelli, luglio 1994, sul decreto Biondi: “Non c’erano le condizioni d’urgenza per un decreto di questo tipo”.
    Borrelli, febbraio 1997: “Mi auguro che la Bicamerale, prima di prendere decisioni su questa materia, voglia sentire il parere dell’Associazione nazionale magistrati”.
    D’Ambrosio, aprile 1997: “E’ assai singolare che, proprio mentre un sistema giudiziario comincia a funzionare, i legislatori
    decidano di modificarlo”.
    (71. continua)

    saluti

  9. #79
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    Predefinito Una norma che regolava la carcerazione...

    ....PREVENTIVA FIRMATA SCALFARO E RITIRATA IN SOLI CINQUE GIORNI

    Oggi è lunedì 5 luglio 1993.
    Oggi ci siamo ridetti le cose a noi note: la gente in carcerazione preventiva finché non parla, l’autorità morale dei magistrati in grado di bloccare e indirizzare il Parlamento.
    Sono cose di cui discuteremo per anni. Abbiamo pensato alla fine fatta dal decreto Conso e a quella che farà il decreto Biondi, fra un anno o poco più. Abbiamo parlato dei giorni che andranno dal 13 al 19 luglio del 1994.
    Il ministro della Giustizia del governo Berlusconi,Alfredo Biondi, annuncerà le modifiche decise dal Consiglio dei ministri per rendere meno disinvolto l’uso della custodia cautelare: immediato soltanto per i reati più gravi, negli altri casi si dovranno privilegiare gli arresti domiciliari.
    Il 14 mattina, il decreto verrà firmato dal presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro.
    Quel 14 luglio, sarà una bella giornata.

    Comincerà, a mezzogiorno, Francesco Saverio Borrelli: “E’ singolare che, nell’anniversario della presa della Bastiglia, si siano
    aperti questi squarci nelle mura di San Vittore… Si dice che il governo abbia preso questa decisione per riequilibrare la difesa
    rispetto all’accusa. Mi auguro che il prossimo passo non sia quello che consenta agli avvocati di incarcerare i pm… Una magistratura che evidentemente è stata troppo efficiente”.
    Poi, gli altri.
    Ferdinando Imposimato (Pds):“Un aiuto ai corrotti e ai tangentisti”
    . Giuseppe Ayala (Pri): “Straordinaria necessità di far uscire dal
    carcere chi o di non farci entrare chi?”.
    Anna Finocchiaro (Pds): “Indecenza”.
    Magistratura democratica: “La custodia cautelare sarà preclusa nei confronti di chi è indagato per concussione o corruzione, tangenti o pubbliche ruberie”.
    Giuseppe Giulietti troverà le parole magiche: “Colpo di spugna”. Fabio Mussi (Pds): “E’ il ‘Tutti a casa’, l’8 settembre di Tangentopoli”.
    Franco Bassanini (Pds): “Forse hanno paura che qualcuno
    che sta in carcere parli”.
    Diego Novelli (Rete): “E’ un decreto su misura”.
    Associazione nazionale magistrati: “Una grave lesione del principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge”.
    I Verdi organizzeranno una manifestazione davanti a Palazzo Chigi.
    Luigi Manconi dirà: “Un’operazione grave che interferisce in maniera diretta contro l’attività giudiziaria in atto”.
    Willer Bordon (Ad): “E’ intollerabile”.
    Gianni Barbacetto, direttore di Società civile, terrà un presidio con Nando Dalla Chiesa davanti al Palazzo di giustizia di Milano. Sarà “colpo di spugna” anche per Rosy Bindi.
    Il gip Italo Ghitti: “Si è sottratto al chirurgo il bisturi”.
    La Cgil: “Un provvedimento gravissimo”.
    Sergio Cofferati: “Il governo deve ravvedersi”.
    Massimo D’Alema: “E’ un’ordinanza di scarcerazione
    per gli imputati di Tangentopoli”.
    L’Associazione giornalisti giudiziari: “Col decreto, che di fatto vieta l’arresto dei responsabili di reati contro la pubblica amministrazione, il governo vuole imporre il bavaglio alla stampa”.

    “Il decreto riafferma la certezza del
    diritto”. Gianfranco Fini, segretario del Msi, 14 luglio 1994.

    Si ricomincerà il giorno dopo.
    Fausto Bertinotti dirà: “Vogliono mettere fuori i responsabili della corruzione”.
    I presidenti dei guppi parlamentari dei progressisti, Cesare Salvi e Luigi Berlinguer, scenderanno in manifestazione davanti a Camera e Senato.
    Carla Fracci esprimerà “solidarietà ad Antonio Di Pietro”.
    Ventidue consiglieri comunali di Roma, tra cui gli attori Enrico Montesano e Massimo Ghini, chiederanno di essere arrestati per non “condividere lo status di liberi cittadini riconosciuto dal governo Berlusconi a corrotti e corruttori”.
    Ci sarà la sceneggiata in diretta tv di Di Pietro e degli altri sostituti, che annunceranno di voler lasciare il pool.
    I pm del pool Mani pulite di Genova seguiranno l’esempio, ma senza telecamere.

    Il 15 luglio 1994, saremo aggiornati ora dopo ora delle scarcerazioni.
    A Napoli un democristiano e un socialista, a Milano un Giancarlo Rossi e un Calogero Calì, indagati per tangenti.
    Umberto Bossi annuncerà che “la Lega Nord si impegnerà a modificare il decreto sulla custodia cautelare.
    I ministri della Lega hanno cercato di fare opposizione, ma le regole della maggioranza impongono certi comportamenti”.
    Alfredo Biondi dirà che i ministri della Lega erano d’accordo, e infatti il ministro dell’Interno, Bobo Maroni, aveva firmato il decreto.
    Maroni dirà di essere stato imbrogliato: “Avevo chiesto modifiche sostanziali, che mi erano state assicurate. Prima fra tutte l’esclusione dei reati di Tangentopoli”.
    Firmerà dunque un decreto senza leggerlo.

    “Il decreto va cambiato”. Gianfranco Fini, segretario del Msi, 15 luglio 1994.

    Il 16 luglio 1994, il deputato del Msi, Maurizio Gasparri, confermerà l’impegno perché “la custodia cautelare torni a valere
    anche per gli imputati di concussione e corruzione”.
    Senza modifiche, dirà Maroni, mi dimetterò.
    Un gruppo di magistrati (fra cui Felice Casson, Libero Mancuso, Rosario Priore, Giovanni Salvi e Piero Vigna) scriveranno un documento per schierarsi fianco dei colleghi milanesi.
    Quel giorno, andranno agli arresti domiciliari Duilio Poggiolini, Francesco De Lorenzo e Giulio Di Donato; il sindaco di Napoli, Antonio Bassolino, dirà: “E’ stata offesa la coscienza civile di Napoli”.
    I partiti di sinistra organizzeranno manifestazioni di protesta Roma, Milano, Firenze, Torino, Genova, Bologna.
    Sventoleranno manifesti con scritto “Forza ladri, tutti fuori”.
    Sui giornali si leggerà la notizia dell’arresto di uno spacciatore
    uscito dal carcere quattro ore prima per effetto del decreto.
    In tutto questo, il presidente Oscar Luigi Scalfaro, firmatario del decreto, deciderà di tacere.
    Il 17 luglio, dal Quirinale, uscirà un comunicato per smentire un articolo del Corriere della Sera in cui si racconterà di uno Scalfaro furente al telefono con Borrelli.
    Invece il colloquio telefonico era stato, secondo il Quirinale,
    “cordiale e affettuoso”.
    Il decreto sarà ritirato il 19 luglio.
    (72. continua)

    saluti

  10. #80
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    Predefinito

    In origine postato da MrBojangles
    mustang "sa" solo quello che gli fa comodo sapere...
    -----------------------
    Quando m'affaccio qui mi basta sapere che siete bamboccetti, innocui e noiosetti.

 

 
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