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Discussione: Mattia nel....

  1. #41
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    Predefinito Pure Adornato ci andava....

    ....giu duro


    Oggi è venerdì 26 febbraio 1993. Accusato di una tangente, per quanto piccola, ieri Giorgio La Malfa si è dimesso dalla segreteria del Pri.
    Ieri è stato anche il giorno in cui è stato trovato il cadavere di Sergio Castellari, ex dirigente delle Partecipazioni statali che si è sparato dopo essere stato coinvolto nelle inchieste su Enimont.
    Ieri, in quanto a Enimont, c’è stato il trasferimento dell’inchiesta dalla procura di Milano a quella di Roma, e l’avviso di garanzia a Lorenzo Necci.
    Oggi sono arrivati quelli a Raul Gardini e a Sergio Cragnotti.
    Sono giorni, questi, in cui diventa quasi impossibile restare al passo delle notizie. Si spara ad altezza d’uomo, e si abbatte tutto. Qualcuno pensa si debba trovare una soluzione politica, un modo per uscire da Tangentopoli finché c’è ancora qualcuno a piede libero. Ma le resistenze sono numerose e virulente.
    Per dirne una. Oggi, ci hanno detto, si sta organizzando una grande manifestazione per i prossimi giorni. La organizzano quelli di Alleanza democratica, l’ex magistrato Giuseppe Ayala, Willer Bordon, Ferdinando Adornato. “No ai colpi di spugna” è lo slogan.

    “Gli italiani fanno sul serio: la nostra è davvero una rivoluzione… smentendo chi pensava che fosse ancora possibile una rigenerazione dei vecchi partiti. Nulla sarà, nulla potrà più essere come prima… Bossi, Segni, Occhetto: questi sono i nomi dei leader ai quali gli italiani…”. Ferdinando Adornato, dalla Repubblica, 10 giugno 1993.

    Oggi è soltanto il febbraio del 1993, ma fra dieci anni, nel febbraio del 2003, Ferdinando Adornato sarà un fiero avversario della magistratura, sarà il presidente della commissione Cultura, sarà un eletto nelle liste di Forza Italia, sarà un sostenitore del secondo governo, di centrodestra, retto da Silvio Berlusconi. Sarà, per molti, l’emblema dell’Italia dei voltagabbana.
    Fra dieci anni i giornali ricorderanno quello che sta scrivendo ai giorni nostri, un anno dopo l’inizio di Mani pulite.
    Un giornalista di destra, Marco Travaglio, ricorderà su un giornale di sinistra, l’Unità, che nel settembre del ’92 Adornato scriveva: “… l’Italia della nuova arroganza, delle carriere all’ombra del potere, dell’egoismo diffuso, dei Craxi e dei Chiesa…”.
    Quello che scriverà fra un paio di mesi, nell’aprile del ’93: “Non c’è da stupirsi che la rivoluzione italiana stia destando l’interesse dell’opinione pubblica di tutto il mondo. Non ci sono soltanto Andreotti, Craxi o Totò Riina: non c’è solo da vergognarsi a essere italiani… Ben prima dell’esecutivo e del legislativo, il potere giudiziario è stato il più sollecito a ripristinare quell’esercizio di legalità che l’ancien régime aveva represso con un permanente e autoritario do not disturb”.
    C’è dell’altro. Il primo maggio del ’93, sempre sulla Repubblica, Adornato spiegherà quali sono, oggi, i tre punti forti della democrazia: “L’istituto del referendum, il presidente della Repubblica e il potere giudiziario”.
    E ripeterà che Craxi “deve rispondere dei suoi reati alla magistratura”.

    Fra dieci anni, come altri, Adornato non la penserà più così. Fra dieci anni ci dirà che quello fu un “suicidio”. Anzi no, suicidio è troppo. Diciamo “autogol”.
    “L’autogol fu quello di pensare, ci dirà, che il paese potesse rinnovarsi dentro un lavacro. Invece nessun paese può rinnovarsi senza quell’equilibrio che a noi, sicuramente, mancò”.
    Ci dirà che se per uno stupidissimo gioco della macchina del tempo ritornasse indietro, ritornasse a oggi, al febbraio 1993, probabilmente rifarebbe tutto da capo: “Rifarei l’autogol perché non era facile, in quel momento, avere la lucidità e l’intelligenza per capire quello che davvero stava succedendo. Il sistema era morto, comunque, e io ne ero sicuro, da tempo”.

    “Gli italiani pensano invece a riforme istituzionali che li liberino da un sistema inefficiente e corrotto”. Ferdinando Adornato, dalla Repubblica, 3 dicembre 1991.

    Fra dieci anni, nel febbraio del 2003, Adornato parlerà del celebre discorso di Craxi alla Camera, nel luglio del ’92, “fu un grande discorso di un uomo coraggioso che si rivolgeva a degli omuncoli. Ma quello stesso discorso denunciava l’impossibilità di un’autoriforma. Dc e Psi non erano in grado di riformarsi da sé, anche perché non stavano crollando per le inchieste. Le inchieste furono un volo d’avvoltoio su un sistema già moribondo, e che fosse moribondo lo dimostrava la quantità di voti che la Lega di Bossi già prendeva e il successo del movimento referendario. Che ci fosse bisogno di rinnovamento, lo avevano già capito, nella seconda metà degli anni Settanta, sia Berlinguer che Moro. Ma in seguito nulla era successo. Pura conservazione. Per questo vissi quel biennio con la speranza che si potesse finalmente costruire una sinistra nuova, un partito democratico che assomigliasse, per quanto fosse difficile riuscirci, al Partito democratico americano”.
    Fra dieci anni, abbiamo capito oggi, Adornato ci dirà di aver fatto un autogol. Ci dirà che comunque gli viene sempre voglia di ripetere, a chi è finito in quell’inceneritore, “ragazzi, era colpa vostra”.
    Ci dirà che un po’ si vergogna dei toni che usò: “Io non li ho riletti, quegli articoli. Ma altri, per esempio un amico come Gerardo Bianco, mi dicono che scrivevo cose imperdonabili. Mi dispiace. Sì, me ne pento. In quel momento veniva facile così, veniva facile essere impietosi e sommari”.

    “Le promesse per il risanamento del paese fatte da Berlusconi in campagna elettorale sono incredibili… Nessun partito della provvidenza, nessuna alleanza potrà fare miracoli. Anche se ci fosse Gesù Cristo non riuscirebbe a farli e Berlusconi, più che Gesù Cristo, mi sembra Lazzaro: il miracolato del vecchio sistema dei partiti”. Ferdinando Adornato, in conferenza stampa, 28 febbraio 1994.

    Fra dieci anni, nel febbraio del 2003, Adornato saprà che spesso gli viene anche rinfacciato l’antiberlusconismo delle origini. Ma lui dirà che quella era campagna elettorale: “Erano dichiarazioni normali, visto che io stavo con Mario Segni, con l’altra parte. Poche e neanche tanto pesanti. Anche perché il programma di Forza Italia, nel 2001, sarà molto simile a quello di Alleanza democratica nel 1994”.
    (41 - continua)

    saluti

  2. #42
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    Predefinito

    E il paparino esagitato che scriveva (fra l'altro) “Che i giudici mirassero non a moralizzare bensì a condizionare la politica è una menzogna. Cosa vuoi che gliene importi delle finalità politiche. I giudici lavorano tranquilli, in assoluta serenità: sanno che i cittadini sono dalla loro parte. Come dalla loro parte siamo stati noi, sempre.” , non lo cita?

  3. #43
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    Predefinito

    In origine postato da leo
    E il paparino esagitato che scriveva (fra l'altro) “Che i giudici mirassero non a moralizzare bensì a condizionare la politica è una menzogna. Cosa vuoi che gliene importi delle finalità politiche. I giudici lavorano tranquilli, in assoluta serenità: sanno che i cittadini sono dalla loro parte. Come dalla loro parte siamo stati noi, sempre.” , non lo cita?
    ----------------------
    Visto che hai fatto trenta un piccolo sforzo, e fai trentuno

  4. #44
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    Predefinito Un partito....

    ....diverso

    Oggi è sabato 27 febbraio 1993, e oggi, ora di pranzo, ci hanno segnalato la solidarietà del presidente del Senato, Giovanni Spadolini.
    Solidarietà con chi? Con Giorgio La Malfa, ci hanno detto.
    Ha espresso “profondo apprezzamento”. Ha riconosciuto in La Malfa “rettitudine e onestà” e del resto il Pri, ha detto, è “simbolo da sempre del rigore e dell’onestà”.
    La Malfa si è dimesso due giorni fa, il 25 febbraio, e oggi Spadolini è stato solidale. Lo sono stati tutti, due giorni fa.
    Anche Umberto Bossi: “Se si tratta solo di una violazione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti riguardanti poche decine di milioni, la decisione di La Malfa mi sembrerebbe un errore”.
    Tutti solidali da quarantotto ore, tranne quelli della Rete e qualcuno di Rifondazione, li abbiamo sentiti, tirano su l’indignazione a secchiate dai loro inesauribili pozzi, dicono che è un disastro, che son tutti ladri, che è ora di finirla.
    Oggi va così. Oggi Spadolini è solidale con La Malfa che si è dimesso da segretario del Pri perché accusato di aver preso denaro da un imprenditore, da un privato, perché si stampassero manifesti e volantini, e quel denaro non l’ha registrato.
    Fra dieci anni giusti, nel febbraio del 2003, Giorgio La Malfa sarà contento di fare due conti: il 25 febbraio del 2003, decimo anniversario delle sue dimissioni, sarà assolto dall’ultima accusa rimasta in piedi, quella delle tangenti alle Poste: perché il fatto non sussiste, dirà il magistrato. “Dieci anni fa – dirà fra dieci anni La Malfa – mi dimisi per un finanziamento illecito. Quella vicenda è andata prescritta nel 2001, perché in otto anni nessuno fu in grado di dimostrare che io sapessi di quel finanziamento.
    Ma sono stato prosciolto da altre accuse ancora, infamanti, come quella di aver preso tangenti sui farmaci. Sono stato condannato soltanto per un finanziamento non registrato: denaro preso dalla Montedison”.

    “Per le mazzette alle Poste è stato assolto anche Giorgio Medri, che era capo della segreteria politica. Fece trentacinque giorni a San Vittore, con i magistrati di Milano che dicevano, buttiamo via la chiave se non ci fa il nome di Giorgetto”. Giorgio La Malfa, al Foglio, 26 febbraio 2003.

    Oggi è il 27 febbraio 1993, e fra due settimane, l’11 marzo, La Malfa sarà atteso fuori dal tribunale di Milano da manifestanti missini. Fra dieci anni La Malfa ricorderà che c’era Ignazio La Russa, ricorderà che gli sputarono addosso. Non ricorderà i cori: “Ladro! Ladro! In galera!”.
    “Una squallida pagliacciata”, la definì il suo portavoce, Oscar Giannino.
    La Malfa ricorderà di non aver rimpianto quelle dimissioni, di non aver mai attaccato i magistrati, “non perché avessi di loro una particolare stima, ma perché consideravano quegli avvenimenti come parte della vita e della lotta politica”.
    Una lotta politica, dirà, condotta dai magistrati che “decisero contro chi accanirsi.

    Decisero freddamente quali dovessero essere i salvati e quali i sommersi. Una lotta politica descritta perfettamente dal giudice Francesco Misiani nel suo libro, la ‘Toga rossa’, nel quale scrive che certa gente, che certi partiti vennero risparmiati”.
    Fra dieci anni gli si chiederà perché, se quella era una lotta politica combattuta con le armi improprie della giustizia, lui accettò di combatterla nelle sedi dalla giustizia.
    Gli si chiederà se ci fu arrendevolezza.
    Se ci si piegò alla furia del popolo sputacchiante e plaudente.
    Dirà che “forse dovevamo dirlo più forte che anche quella era politica. Ma i magistrati non ci attaccavano sul nulla. Quelle cose c’erano, ed erano pesanti. La posizione di Bettino Craxi era indifendibile, sebbene fosse chiaro che c’erano delle ragioni politiche per colpire soprattutto lui.
    Ci fu uno scontro fra due torti, quello della politica illegale e quello della giustizia politicizzata. E il sistema della politica stava franando, era impossibile resistere a quell’urto. Io oggi sono orgoglioso di aver salvato il mio onore, perché non ho mai rubato una lira, e quello del Pri, che ancora esiste, con la sua sigla e il suo simbolo”.

    Fra dieci anni gli si chiederà dei suoi compagni di viaggio di quegli anni.
    Di Spadolini, e lui preferirà non rispondere, e ripeterà solamente che ci furono dei salvati e dei sommersi.
    Di Achille Occhetto, con cui già pregustava l’idea di sostenere un governo dei tecnici, che sostituisse quello di Giuliano Amato.
    Ma come faceva, gli si chiederà, a flirtare con uno come Occhetto, che sparava un fuoco d’artificio a ogni testa decollata. “Sì, mi davano fastidio i toni giustizialisti di Occhetto, dirà, ma lui aveva fatto la Bolognina, aveva avuto un certo coraggio, vedevo in lui una figura di un certo spessore.
    Pensavo che con lui e Segni si potesse trovare un’alternativa al quadripartito morente.
    Quando, dieci anni fa, ebbi il mio avviso di garanzia, Occhetto disse, con l’intenzione di difendermi, che bisognava distinguere fra chi aveva rubato una mela e chi aveva ucciso.
    Mi offese profondamente. Io non avevo rubato nessuna mela. Quali erano le mie colpe lo avevo detto: procurare denaro al partito e non registrarlo. Per me è un orgoglio che il nostro tesoriere non ebbe avvisi di garanzia”.

    “Nel frattempo però i politici che corrono il rischio di inciampare sul sasso su cui è caduto La Malfa possono già fare qualcosa. Per esempio raccontare pubblicamente quei piccoli (o grandi) illeciti che hanno commesso senza aspettare di essere pizzicati dai giudici”. Paolo Mieli, dal Corriere della Sera, 26 febbraio 1993.

    Oggi, 27 febbraio 1993, sta sbriciolandosi il progetto del partito degli onesti.
    Lo ha lanciato proprio La Malfa, in questi tempi di vergogna e corruzione. Fra dieci anni, nel febbraio 2003, La Malfa dirà che fu un errore imperdonabile: “Ci serviva uno slogan e ci rivolgemmo a una società perché ne coniasse uno. Non lo rifarei più. Era una frase antipatica, sbagliata. Usare quello slogan ci distrusse. Ma del resto era tutto scritto. Chi doveva essere abbattuto, venne abbattuto.
    Gli altri salvi”.

    (42 - continua)

    saluti

  5. #45
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    Predefinito Kitikaka...



    ...di Orbetello.


  6. #46
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    Predefinito Irrompe Greganti.....

    .....Greganti chi?

    Oggi è domenica 28 febbraio 1993. “E’ stata una domenica relativamente tranquilla”, abbiamo letto su un dispaccio d’agenzia che ci è arrivato fra le mani poco dopo le 19. Ci voleva, qualche ora relativamente tranquilla, dopo una settimana in cui ci siamo dovuti occupare di suicidi, delle dimissioni di Giorgio La Malfa, delle indagini su Raul Gardini e tutte le mille altre. Ecco, c’era questo dispaccio, “… una domenica relativamente tranquilla”. Ma il cuore ci è sobbalzato soltanto una riga sotto: “… in attesa che domani si presenti la persona raggiunta da ordine di custodia cautelare, in relazione ad un presunto conto svizzero del Pci, svelato da Lorenzo Panzavolta manager della Calcestruzzi”.
    Ci siamo. “… sul nome della persona che, per conto del Pci, avrebbe contattato Panzavolta per avere tangenti per gli appalti Enel viene mantenuto il più rigoroso riserbo”.
    Va bene, niente tranquillità. Sul nome c’è il massimo riserbo, ma è un nome che noi conosciamo bene e che presto conosceranno tutti, il nome dell’eroico comunista d’acciaio e granito, l’uomo che non parla, che resiste fiero, che né si piega né si spezza:
    Primo Greganti. Tanto è inutile tirarla tanto in lungo: Greganti ha preso dei soldi, non potrà negarlo, dirà di averli presi per sé, per le proprie saccocce, niente per il partito, niente a Botteghe Oscure, tutto per la sua bella vita, la sua esistenza sopra le righe.
    A Botteghe Oscure tutti potevano non sapere e nessuno intascò. Questa, alla fine, sarà la verità sentenziata.

    “Greganti sarà stato un gran figlio di… che s’è speso i quattrini alle Folies Bergères in donne e champagne”. Gerardo D’Ambrosio, al Corriere della Sera, 27 agosto 1993.

    Oggi è il 28 febbraio, e questa storia del funzionario del Pci è passata via liscia; ma domani ci sarà da divertirsi. Da domani sino alla verità sentenziata e oltre, perché la grande diversità del Pci, del Pds e in futuro dei Ds resterà tale nelle rispettabilissime carte bollate, ma qualcosa comunque cambierà. Per oggi valgono ancora le parole del segretario del Pds, Achille Occhetto, che soltanto un paio di giorni fa diceva la sua sulle mazzette con la prosa certa dell’immacolato: “Occorre separare quello che è stato il mondo mostruoso di Tangentopoli e quelle che sono invece schegge che vanno in ogni direzione”.
    Come certe schegge che pasteggiano a champagne alle Folies Bergères.
    Ci siamo ripresi in mano queste ultime dichiarazioni di Occhetto. Perché il venticello già soffiava, perché Panzavolta aveva già detto, ai magistrati, di aver dato dei quattrini anche a uno per conto del Pci. Era già uscita la vocina di un conto svizzero del Pci. E Occhetto, che sa maneggiare l’ironia, un paio di giorni fa aveva detto: “Magari fosse vero”.
    Magari. Non ci hanno una lira, loro: “Magari fosse vero, perché il nostro partito è con l’acqua alla gola. Quei soldi ci servirebbero perché le banche non ci danno più anticipazioni perché sanno che sta cambiando la legge sul finanziamento ai partiti e che, quindi, viene meno una garanzia certa di restituzione”.
    Ecco, questo ha detto due giorni fa.
    Del resto, noi ce lo siamo già raccontato, Occhetto è quello che fra poco più di due mesi, il 10 maggio 1993, davanti a Giovanni Minoli e alle telecamere di Mixer riuscirà a dire di non aver mai conosciuto e nemmeno visto Primo Greganti. Perché a quei tempi lì, i tempi in cui Greganti andava a prendere i miliardi da Panzavolta, che gliene dava su incarico di Gardini, ecco, a quei tempi tutta la dirigenza politica del Pds aveva il cuore a Tien An Men, “erano gli anni di Tien An Men mentre preparavamo la svolta.
    Eravamo divorati da una passione politica incredibile, e come gruppo dirigente non ci occupavamo dell’amministrazione”.

    “Anche Di Pietro ha accertato che una fetta della tangente Enimont arrivò a Botteghe Oscure, ma non sapeva chi l’avesse presa. Resta peraltro un mistero come un partito che dichiarava un certo tipo di bilancio fosse il proprietario occulto di centinaia di società immobiliari il cui patrimonio complessivo variava dai trecento ai mille miliardi”. Carlo Nordio a Bruno Vespa, da “Dieci anni che hanno sconvolto l’Italia”, editore Mondadori, 1999.

    Oggi, domenica 28 febbraio, sembrava una giornata tranquilla. Poi, però, quel dispaccio ha fatto il giro, e non lo abbiamo notato soltanto noi. Lo hanno notato anche a Botteghe Oscure e subito hanno battuto un comunicato per dire che di conti all’estero ne sanno nulla. Stavolta non hanno aggiunto: magari ne avessimo. Domani si ricomincerà da capo. Si saprà qual è il nome coperto ancora stasera dal massimo riserbo. Il partito domattina affiderà al suo capogruppo al Senato, Giuseppe Chiarante, il compito di illustrare la posizione ufficiale: “Il nome di Greganti mi suona come un nome praticamente sconosciuto e anche questo fatto mi conferma nella convinzione dell’assoluta estraneità del partito e della sua amministrazione centrale”.
    Il segretario amministrativo del Pds, Marcello Stefanini, che presto avrà la sua dose di guai, e ne morirà di crepacuore, rappresenterà il punto più alto del Pds colpito da Mani pulite. Sappiamo che cosa dirà domattina: “Il Pds non ha conti in Svizzera né ha mai autorizzato chicchesia ad aprirli”.
    Come sono andate le cose, noi lo abbiamo letto questa sera stessa in un libro che sarà in vendita fra sette anni, nel maggio del 2000.
    Si chiama “Gli impuniti”, l’ha scritto Andrea Pamparana per la Bietti. Ci sono delle parti che abbiamo letto ad alta voce:
    “Greganti ha tenuto in mano le chiavi delle casse provinciali del Pci torinese, poi a Roma quelle dell’amministrazione centrale… E’ accusato di concorso in corruzione e violazione della legge sul finanziamento ai partiti. Avrebbe fatto da collettore di tangenti per appalti dell’Enel. Un terzo era destinato al Psi, un terzo alla Dc, un terzo al Pci… Greganti avrebbe preso i soldi da Lorenzo Panzavolta, re del calcestruzzo, manager di fiducia di Raul Gardini”.
    Bisogna andare avanti nella lettura, perché fra sette anni le cose saranno un po’ più chiare, anche certe piccole bugie ufficiali:
    “Panzavolta era stato arrestato, sempre da Di Pietro, alla fine di gennaio del ’93. A fare il nome di Greganti quale collettore per il Pci a Panzavolta fu Giovanbattista Zorzoli, membro del Consiglio di amministrazione dell’Enel in quota comunista”.
    Domani, primo marzo del ’93, la tesi del Pds sarà che i tempi non coincidono: all’epoca in cui Panzavolta diede i soldi a Greganti, gli appalti dell’Enel erano già stati decisi. Noi sappiamo già che è una balla.
    Lo abbiamo letto anche in un libro di Gianni Barbacetto, Peter Gomez e Marco Travaglio, “Mani pulite, la vera storia”, che uscirà fra nove anni, nel 2002. Leggeremo questo: “… le cooperative rosse si preparano a conquistare una fetta della torta Enel; e il Pci a muoversi come tutti gli altri partiti al tavolo delle tangenti. E’ a questo punto che il compagno Zorzoli entra nel cda dell’Enel”.

    “Tutto ciò che si può addebitare al Pci è che un signor Greganti ha avuto seicento milioni: lui dice di averli presi per sé, mentre il magistrato sospetta che i soldi li abbia presi il Pci. Tutto qui”. Massimo D’Alema, nel corso di un convegno a Roma, 14 maggio 1993.

    Stasera, domenica 28 febbraio 1993, in attesa del vespaio di domani, noi abbiamo continuato a leggere le pagine che scriverà fra sette anni Pamparana: “Panzavolta spiegò ai magistrati che la tangente rossa era stata divisa in due tranche. Seicentoventuno milioni per volta depositati su un conto corrente di una banca di Lugano, nome in codice, ‘Gabbietta’…”. Questi seicentoventuno milioni, si saprà presto, dunque erano soltanto la prima tranche. Come seicentoventuno erano quelli per la Dc e per il Psi. Risulterà tutto dai movimenti bancari.
    Sempre Pamparana: “Torniamo a Panzavolta.
    Dalle sue parti lo chiamavano Panzer. Un nome, un programma. Un vero manager di acciaio, fedelissimo all’azienda… E’ possibile che un personaggio così versi seicentoventuno milioni, con l’idea di doverne versare altrettanti, a un oscuro funzionario provinciale?
    No. Greganti, indicato da Zorzoli, doveva spendere al Panzer qualche nome più forte per tranquillizzarlo che l’operazione sarebbe andata a buon fine. Del resto, in effetti, a buon fine ci andò: il Pci si accodò alle decisioni dei consiglieri di Dc e Psi che avevano fatto incassare la stessa cifra ai loro rispettivi partiti”. Da domani comincia la battaglia. Greganti, noi lo sappiamo, resterà a San Vittore per tre mesi, e per tre mesi ripeterà di aver speso il nome del Partito comunista per intascare quattrini per sé. “E’ quello che ci aspettavamo da lui”, dirà Occhetto. E tutto il partito insieme: mai conosciuto Greganti, non lavorava per noi, faceva per sé.
    Soltanto Luciano Lama, ce lo siamo già detto e ce lo siamo ripetuto, fra un mese e mezzo farà suo il coraggio e la dignità: “Anche se Greganti nega, lui i soldi li ha dati al partito, su una menzogna non si può costruire nulla, tantomeno la fortuna politica di un partito”. Lo dirà al Corriere della Sera, il 15 maggio 1993.

    “Gardini mi disse che avrebbe fatto un controllo. Poi mi confermò che Greganti era l’interlocutore giusto e che potevo andare avanti”. Da un verbale di Lorenzo Panzavolta.

    Stasera, 28 febbraio 1993, ci siamo preparati a domani, che sarà una giornata furibonda. Domani cercheremo di capire meglio. Cercheremo di capire D’Ambrosio, e il suo Greganti “gran figlio di” che se la spassa alle Folies Bergères coi soldi raccattati con un colossale millantato credito.
    E Antonio Di Pietro, che dirà di aver seguito i soldi di Greganti fin sul portone di Botteghe Oscure, per poi perderle di vista.
    E Tiziana Parenti, che partendo da Greganti cercherà di mettere le mani nei conti del Pds, e verrà cacciata a pedate dal pool degli inquirenti milanesi.
    E ancora, Paolo Ielo, che erediterà l’inchiesta della Parenti, e molti anni più tardi, quando il processo sull’Enel andrà a sentenza, e Primo Greganti verrà condannato, ripeterà le parole di Luciano Lama, sillaba dopo sillaba, appropriandosene:

    “Anche se Greganti nega, lui i soldi li ha dati al partito, su una menzogna non si può costruire nulla, tantomeno la fortuna politica di un partito”.

    Infatti è morto.

    (43 - continua)

    saluti

  7. #47
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    Oggi è lunedì primo marzo 1993, oggi abbiamo visto la sua faccia e abbiamo saputo il suo nome: Primo Greganti.
    Ci siamo illusi, ma non troppo a lungo.
    Ci siamo illusi che Greganti potesse essere lo strumento per stabilire una verità che invece non sarà mai tale, non almeno una verità processuale, una verità che non avrà mai la nobiltà di sentenza.
    Ci siamo illusi brevemente, perché tutto quello che sarà di Greganti, e delle sue bustarelle e del suo partito siamo andati a vedercelo nelle cronache dei prossimi mesi e dei prossimi anni, e negli articoli e nei libri che saranno scritti.
    La verità certificata dalle loro eccellenze togate è che Greganti è un mariuolo, lo stesso mariuolo che il Psi non ebbe.

    Greganti si fece bello della sua tessera comunista, ci diranno, per innaffiare a champagne le sue ostriche, e per ben domiciliarsi con tutta la famiglia. Tutto questo, stamattina, i cronisti ancora non potevano saperlo. Hanno aspettato a lungo l’arrivo del compagno G in procura a Milano, e poi lo hanno descritto come un signore alto e distinto, con la sciarpa gialla.
    Lo abbiamo già detto, ma è meglio ricordarcelo di nuovo: a tirarlo in ballo è stato Lorenzo Panzavolta, manager della Calcestruzzi e buon amico, oltre che compare in affari, di Raul Gardini. Panzavolta, poche settimane fa, a inizio anno, ha raccontato ad Antonio Di Pietro che venne stabilita una tangente di oltre tre miliardi e settecento milioni per gli appalti dell’Enel. La tangente doveva essere versata in tre parti uguali (un miliardo e 242 milioni), una per la Dc, una per il Psi, una per il Pci.
    Metà mazzetta (seicentoventuno milioni) all’assegnazione degli appalti, l’altra metà all’inizio dei lavori.
    Il consigliere d’amministrazione dell’Enel in quota al Pci, Giambattista Zorzoli, disse a Panzavolta che per il versamento doveva rivolgersi a Greganti. Panzavolta lo fece, versò, tutto andò a buon fine.
    Stamattina, Greganti è andato in procura per dire la sua.
    Sapremo presto che ha raccontato: mi sono spacciato per un pezzo grosso, i quattrini me li sono intascati, il partito non c’entra, il partito non sa.

    “A partire dal 1987 anche il Pci-Pds entrò a far parte in maniera continuativa e organizzata del sistema delle tangenti”. Dalla sentenza sulle tangenti alla Metropolitana milanese, redatta nell’estate del 1996.

    Oggi, primo giorno di marzo del 1993, Primo Greganti è finito a San Vittore.
    Ci resterà tre mesi. Diventerà un eroe, questo Greganti.
    L’uomo con due palle così, come dirà Di Pietro. L’uomo che si fa la galera, non un lamento, non un cedimento. Diventerà anche una barzelletta. “Quaranta dì, quaranta nocc, a San Vitùr a ciapà i bott, mi sun de quei che i parlen no”, sarà una vignetta di Krancic che vedremo fra qualche tempo in prima pagina sull’Indipendente.
    Ecco, Greganti sarà un sacco di cose. Un millantatore, come lui stesso si sta definendo.
    Un alibi, perché se il Pci-Pds resterà ai margini della carneficina lo dovrà soltanto al compagno G: quante volte ci toccherà di sentirlo questo refrain? E quante volte ci toccherà leggere nelle sentenze, e nelle opinioni – dei magistrati e non soltanto dei magistrati – che in fondo i comunisti erano come gli altri, ci erano dentro fino al collo, rubavano e rubavano e rubavano?

    Quante volte? Anche Di Pietro lo disse: la norma era, trenta alla Dc, trenta al Psi, trenta al Pci, dieci ai partitini. Eppure tutto si fermerà, sempre e comunque, davanti all’ormai leggendario portone di Botteghe Oscure, oltre il quale il denaro finiva sempre in mani che non lasciavano impronte. Ci siamo detti queste cose, oggi, e ce le ripeteremo mille volte. Non abbiamo potuto che capire tutto sin dal primo pomeriggio, quando ci hanno portato una nota dell’ufficio stampa del Pds: dal 1987, c’è scritto, Primo Greganti non ha più ruoli di alcun tipo, se non di collaborazione, col partito.

    “Dopo un anno di indagini è emerso che il Psi ha ricevuto molti miliardi. Dopo un anno di indagini, invece, Stefanini è indagato per i soldi di Panzavolta a Greganti”. Massimo D’Alema, all’Unità, 26 agosto 1993.

    Oggi, primo marzo 1993, mentre ancora stavamo cercando di capire bene questa storia dei seicentoventuno milioni che Panzavolta, per avere appalti all’Enel, regalò al primo millantatore comunista che trovò sulla propria strada, ci hanno ricordato un’altra bella storia che riguarda il compagno G.
    L’abbiamo rintracciata su un libro che Andrea Pamparana pubblicherà fra sette anni, nel 2000. Si chiamerà “Gli impuniti”. E’ una bella storia, e Pamparana ci dirà: “Ne hanno accennato anche altri, e nessuno l’ha mai smentita”.
    Eccola: “Autostrada Torino-Roma. Siamo agli inizi di giugno, un’estate calda, 1989”. Secondo quello che ha detto oggi il Pds, quel giorno Greganti non c’entrava più col partito già da un paio d’anni. Andiamo avanti: “Superata Firenze una pattuglia della Guardia di Finanza intima l’alt… Uno è un vigile urbano di Torino, l’altro è Primo Greganti. I finanzieri controllano l’auto e scoprono una valigetta. Dentro banconote per un miliardo di lire. A domanda Greganti risponde: ‘Sono soldi per il Partito comunista italiano’…”. Che stesse già millantando?
    Abbiamo continuato a leggere: “I due vengono invitati in caserma per ulteriori chiarimenti. Greganti specifica: ‘Sono partito stamani da casa mia… per portare come mio dovere questo denaro al mio partito a Roma. Volete controllare? Questo è il numero di telefono della sede del Pci. Chiamate pure’. I finanzieri telefonano. Greganti, il vigile e la valigetta con un miliardo in contanti se ne tornano in macchina”.
    Quando più avanti scoppierà Mani pulite, i finanzieri porteranno a Di Pietro la relazione di servizio stesa quella mattina del giugno del 1989.
    Di Pietro chiederà giustificazioni a Greganti. E Greganti risponderà: “Quei soldi erano per me”.

    “Stupisce che di fronte a miliardi di finanziamento illecito ci si agiti per seicentoventuno milioni”. Gerardo D’Ambrosio, ai giornalisti, 27 agosto 1993.

    Oggi è il primo marzo del 1993, e Greganti è nelle mani di Di Pietro. Già sappiamo che presto delle tangenti rosse, alla procura di Milano, comincerà a occuparsi il sostituto procuratore Tiziana Parenti.
    Lei non crederà a Greganti. Non crederà che il conto svizzero, il conto Gabbietta, su cui furono versati i seicentoventuno milioni, fosse di Greganti, e che il partito non c’entrasse.
    Fra molti anni, il 6 febbraio 2003, ormai fuori dalla magistratura, Tiziana Parenti scriverà una lettera a Paolo Mieli, al Corriere della Sera, e dirà: “Il conto Gabbietta apparteneva pacificamente al Pci come dimostrato dalla documentazione acquisita anche tramite mia rogatoria con la ex Germania Est e dalle testimonianze assunte”.
    E’ un convincimento che, fra gli inquirenti, resterà soltanto suo. E fra qualche mese, nel settembre del 1993, la Parenti mollerà tutto. Prima riuscirà a ottenere l’informazione di garanzia per Marcello Stefanini, il tesoriere del Pds. Ma quando chiederà anche di avanzare al Parlamento l’autorizzazione a procedere, lo scontro con gli altri sarà deciso. “Tiziana Parenti non è allineata con la procura”, dirà il procuratore aggiunto D’Ambrosio. E dirà: “Questo non è il processo al Pds, ma a Greganti e a Stefanini”. L’inchiesta passerà a lui.

    “Si è appreso in che modo il procuratore aggiunto D’Ambrosio nelle scorse settimane è giunto a scoprire che Greganti aveva usato il denaro di Panzavolta per acquistare l’appartamento di via Tirso a Roma, pagato mille e cinquecento milioni. Il 23 settembre scorso il magistrato si è collegato con l’elaboratore dell’anagrafe tributaria… Al pool Mani pulite è poi parso chiaro che neppure una lira di Panzavolta era giunta al Pci-Pds… Da qui la decisione di chiudere il caso Stefanini”. Dall’Unità del 12 ottbre 1993.

    Oggi, primo marzo 1993, Primo Greganti sta trascorrendo a San Vittore il primo di novanta giorni. Il prossimo autunno, si farà un altro paio di settimane.
    Noi già da ora cominciamo a vedere le cose un po’ più chiare. Sarà proprio nel prossimo autunno che D’Ambrosio scoprirà a chi e a che servì quella tangente sull’Enel: a Greganti per acquistare casa. E allora noi siamo all’alba di questa vicenda, ma possiamo già fare un breve riassunto.
    Abbiamo tirato le fila, questa sera: Panzavolta, che non è l’ultimo scemo, ma un uomo di Gardini, dà a Greganti un miliardo e 242 milioni. Prima seicentoventuno, il resto in varie rate. Glieli dà perché deve ungere le ruote del Pci, oltre che quelle della Dc e del Psi per ottenere degli appalti. La prima rata la versa perché l’appalto lo ha ottenuto. E la versa a Greganti perché il nome di Greganti glielo ha fatto un altro comunista, Zorzoli, giustappunto consigliere d’amministrazione dell’Enel. L’ultima prudenza di Panzavolta, prima di scucire la sommetta, è di sentire il parere di Gardini.
    E Gardini, due giorni dopo, risponde: “E’ l’uomo giusto, vai avanti”.
    L’uomo giusto, invece, è uno che in quel mondo di ingenuotti va in giro a spacciarsi per collettore di tangenti del Pci, poi invece usa i quattrini per farsi la casa a Roma. Se ne discuterà per anni. Fra dieci, il 28 gennaio del 2003, D’Ambrosio ripeterà la sua versione dei fatti, anch’egli con una lettera spedita al Corriere, per la rubrica di Mieli.
    D’Ambrosio spiegherà che aveva trovato il compromesso di vendita della casa nelle carte della stessa finanziaria del Monte dei Paschi che “aveva erogato il mutuo a Greganti”. Che “non era emersa alcuna prova che una sola lira delle tangenti incassate da Greganti fosse stata passata o comunque giunta a Stefanini”. Che il processo si concluse con la condanna “non solo di Greganti, ma anche di Zorzoli, consigliere Enel in quota Pci”.

    A noi, che in fondo siamo restati qui a osservare, resterà sempre un dubbio: quale fu il tornaconto di Zorzoli?
    Se i soldi non andarono al partito, ma solo a Greganti, che cavolo combinò Zorzoli?
    E a Tiziana Parenti di dubbio ne resterà un altro, e lo girerà a Mieli: “E allora perché Greganti pagava il mutuo se aveva già versato l’intera somma dell’acquisto?”.

    “Perché Greganti si è fatto cento giorni di carcere senza dire che con quei soldi si era comprato una casa?”. Tiziana Parenti, a Bruno Vespa, da “Dieci anni che hanno sconvolto l’Italia”, Mondadori, 1999.
    (44 - continua)

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    Oggi, venerdì 5 marzo 1993, dovrebbe essere il giorno della soluzione politica.
    Dovrebbe, ci siamo detti subito, perché lo sappiamo bene che non lo sarà.
    Sappiamo come andrà a finire. Ma insomma, è uscita questa notizia, e dopo settimane di lavoro e di scartabellamenti, e di verifiche della sillaba e della virgola, del dettaglio e della minuzia, il Consiglio dei ministri “ha messo a punto un pacchetto di provvedimenti per la soluzione politica della vicenda delle tangenti”, come hanno battuto le agenzie la notte scorsa, intorno all’una.
    Nella mattinata, c’è stata l’approvazione del Consiglio dei ministri. Ora noi abbiamo buona memoria, lo sappiamo che tutto questo lavorio del ministro della Giustizia, Giovanni Conso, non è proprio una cosa piovuta giù dal cielo.
    Durante un convegno, un mese fa, Antonio Di Pietro s’era persino sfogato: “Non se ne può più. Occorre trovare una soluzione… La soluzione la devono trovare i politici. Io non faccio la guerra al sistema… Le ghigliottine non servono a nessuno”.
    Così aveva detto, e non è che se lo aspettassero in molti. Così il Corriere della Sera si era precipitato da Tonino, e Tonino aveva precisato bene. Il 12 febbraio, sul Corriere della Sera, c’era questa sua dichiarazione: “Sono per una soluzione di tipo politico, altrimenti ogni giorno può succedere qualcosa”.
    Sono trascorsi poco più di venti giorni. E tira già un’altra aria.
    Due giorni fa, 3 marzo 1993, il procuratore Francesco Saverio Borrelli ha concesso un’intervista all’Unità.
    Noi l’abbiamo. Ecco che ha detto: “Noi non ci aspettiamo niente, mi limito a osservare che da un mese a questa parte abbiamo lavorato con risultati positivi che sono sotto gli occhi di tutti… Mi auguro che se, come sembra, una riforma legislativa ci sarà, si tratti di una riforma che non crei ostacolo al nostro lavoro… Credo che l’esternazione di Di Pietro sia stato un grido fuggito dal cuore in un momento di particolare stanchezza”.
    L’altro ieri, leggendo queste frasi, ci pareva di aver capito tre cose. Prima, da un mese a questa parte a Milano lavorano benone. Seconda, Borrelli non sapeva a quale soluzione pensasse Conso. Terza, non la conosceva e già non la condivideva.

    “Si scrive soluzione politica, ma si legge assoluzione politica”, Massimo Fini, sull’Indipendente, 3 marzo 1993.

    Oggi, 5 marzo 1993, il decreto legge del governo è finalmente chiaro. Finalmente abbiamo potuto ascoltare il presidente del Consiglio, Giuliano Amato, il Guardasigilli, Giovanni Conso, e capire a che hanno pensato.
    Solo oggi, eppure è un po’ di giorni che c’è un gran chiasso attorno alla “soluzione politica”. Nessuno sa come si intenda risolvere, ma un gran numero sa già che si tratta di una porcheria.
    Non fa niente se, due giorni fa, Amato ha detto: aspettate due giorni, poi saprete. Non importa. Piero Sansonetti ha scritto sull’Unità che non adrà bene niente, comunque “è troppo tardi”.
    Vittorio Grevi, sul Corriere, ha ricordato la “società civile”, il desiderio di “pulizia morale”, la necessità che non si ostacoli “il lavoro della magistratura”.
    Abbiamo letto questo, due giorni fa. Tutti sanno già.
    Umberto Bossi sa già che si tenta “di favorire in qualche modo i delinquenti che per quarant’anni, ritenendosi impuniti, hanno spogliato l’Italia di enormi ricchezze”.
    I missini, due giorni fa, già sapevano che sarà il caso di ingaggiare una “lotta durissima”. Lo ha detto Giulio Maceratini. Ha detto che “le iniziative che sta assumendo il governo attraverso il Guardasigilli Conso sono tali da suscitare il più grave allarme”. Ha detto che già si vede “la chiara volontà di adottare una gigantesca sanatoria”.

    “In materia di quanto sul piano legislativo si debba fare o non si debba fare, il dottor Borrelli non ha alcun titolo a farsi giudice”, Luigi Campagna, presidente dei senatori liberali, ai giornalisti, 3 marzo 1993.

    Ieri, giovedì 4 marzo 1993, le divinazioni e le indignazioni sono ricominciate daccapo.
    Antonio Bassolino, un altro degli uomini nuovi del Pds, ha voluto confortare gli elettori: “Sono contrario a ogni ipotesi di colpo di spugna”. Siccome ieri s’era cominciato a sussurrare che il governo avesse in animo di depenalizzare il finanziamento illecito ai partiti, ma non la concussione e la corruzione, Bassolino ha scosso il capo: “Una cosa inaudita, di fronte alla quale, se il governo volesse andare avanti, mi auguro che ci sia una vera e propria rivolta, morale e politica, e di tutto il paese”.
    Quel sussurro l’ha raccolto, ieri, anche Gianfranco Fini, segretario del Msi: “Sarebbe aberrante. Si sta tentando di spacciare per soluzione politica un atto di generalizzata e mistificante clemenza per chi ha rubato”.

    “… era già successo… con Giovanni Conso. Noi magistrati dicemmo la nostra e il progetto venne ritirato in pochi giorni, in poche ore”. Gerardo D’Ambrosio, alla Stampa, 15 maggio 1994.

    Oggi, 5 marzo 1993, il progetto di Amato e di Conso è infine pubblico, e chiaro. Il finanziamento illegale non sarà più un illecito penale, ma amministrativo. Chi confesserà, schiverà il carcere, purché restituisca il triplo della somma ricevuta. Se i quattrini sono molti, vada per il rateo. Fine. Corrotti e concussi resteranno nelle loro sabbie mobili. Questo prevede il “decreto Conso”. Non si tocca nemmeno la custodia cautelare, sebbene con Enzo Carra portato in aula in manette, s’era parlato pure di quello. Conso ha detto: “Si tratta di misure che, accogliendo quel che i magistrati chiedono da tempo, semplifichino i riti processuali per arrivare alle sentenze”. Ne è uscito lo stesso un gran caos.
    “Colpo di spugna”, lo hanno detto un po’ tutti. Achille Occhetto ha detto che servono regole chiare, trasparenza eccetera eccetera, e “ciò non si può fare con colpi di spugna”. In fondo “questa maggioranza dimostra di non avere la capacità di stare a livello di quella scelta morale e intellettuale che oggi è necessaria al paese”.
    Il deputato della Rete, Nando Dalla Dalla Chiesa, ha detto che non è una soluzione, ma “un colpo di spugna”. E’ stato persino benevolo: “I magistrati concedano pure qualche privilegio, non li ammanettino”, ma non si blocchi “il ricambio democratico che non c’è mai stato”.
    Abbiamo cercato, oggi, i giornali di domani, 5 marzo 1993.
    Mino Fuccillo, sulla Repubblica, scriverà che si sta cercando di “aiutare i colpevoli a cavarsela con minor danno possibile”.
    L’Indipendente titolerà: “Si sono dati l’amnistia”, e ancora: “Golpe di spugna”.
    Il pidiessino Cesare Salvi parlerà di “conservatorismi partitocratici annidati nelle forze di governo”, di “trasformismi vecchi e quelli nuovissimi”.
    Ancora Gianfranco Fini, domani: “Queste decisioni indignano gli italiani… un’opera di sostanziale amnistia e di normalizzazione della corruzione”.
    Marco Formentini, che fra tre mesi sarà il sindaco leghista di Milano, domani dirà: “Hanno scelto di soffocare Mani pulite e di resuscitare Tangentopoli… Gli interessi dei partiti corrotti hanno prevalso sulla richiesta di pulizia che viene dai cittadini”.
    Leoluca Orlando, della Rete, dirà: “Il pacchetto del governo lascia sconcertati, è un vero e proprio fuoco di sbarramento a difesa della corruzione”.
    Fra due giorni leggeremo, sulla Repubblica, Eugenio Scalfari: “Il colpo di spugna è stato totale”. Sul Corriere, Ernesto Galli della Loggia non rileverà “alcun segnale di cambiamento”.
    Sul Manifesto, Stefano Rodotà: “Un bieco istinto di autodifesa”.
    Tutto questo, ci siamo detti noi qui, stasera, per un reato piccolo piccolo, il finanziamento illecito, che presto sarà depenalizzato comunque, con l’intesa di tutti.
    Abbiamo preso i libri che saranno scritti. Fra sei anni, Bruno Vespa scriverà che “il documento era stato soppesato parola per parola e concordato ai massimi livelli”. Massimi livelli?
    Scriverà Filippo Facci, fra quattro anni: “… secondo il racconto di una deputata, ‘due giorni prima del decreto, assieme ad altri deputati, salii al Quirinale, dove Scalfaro ci parlò del provvedimento e ci disse che era buona cosa’ ”.

    “La classe politica responsabile di una sistema di tangenti ha deciso di assolvere se stessa”. Gerardo D’Ambrosio, ai giornalisti, 7 marzo 1993.

    Fra due giorni, domenica 7 marzo 1993, poche ore prima che il presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, proceda con la firma del decreto, il procuratore di Milano, Francesco Saverio Borrelli, convocherà i giornalisti. Borrelli avrà da leggere un documento che porta la sua firma, più quelle di D’Ambrosio, di Di Pietro, di Piercamillo Davigo e di Gherardo Colombo. Noi ce lo siamo già procurato.

    E’ un bel documento: “Abbiamo appreso dalla stampa i contenuti dei provvedimenti adottati… come magistrati abbiamo il dovere inderogabile di applicare le leggi dello Stato… salvo il dovere altrettanto inderogabile di eccepirne la illegittimità incostituzionale… ci auguriamo che ciascuno si assuma davanti al Popolo Italiano (così nel testo, maiuscolo, ndr) le responsabilità politiche e morali… per quanto poi queste nostre opinioni possano interessare, esse sono di natura, portata e significato esattamente opposti… riteniamo infatti che il prevedibile risultato delle modifiche legislative approvate, sarà la totale paralisi delle indagini e la impossibilità di accertare fatti e responsabilità di chi li ha commessi”.

    “Lo stesso lunedì, infatti, Scalfaro si rifiutò di firmare il decreto, compiendo anche lui un vistoso strappo costituzionale”, Bruno Vespa, da “Dieci anni che hanno sconvolto l’Italia”, Mondadori editore, 1999.

    Fra tre giorni, lunedì 8 marzo 1993, Conso dirà che “il Capo dello Stato non ha sbagliato”.
    Dirà di aver anche meditato le dimissioni. Dirà che quel decreto era un decreto del governo, non il “decreto Conso”.
    Scalfaro sosterrà che il decreto è in conflitto col referendum che verrà, sul finanziamento pubblico. Sul Corriere, fra tre giorni, Gianfranco Piazzesi sosterrà che ad “affondare” Conso sono stati “i giudici milanesi”.
    Il capogruppo della Lega Nord alla Camera dirà che è “difficilmente pensabile che Scalfaro abbia atteso di leggere il decreto Conso per decidere di non ratificarlo… è lecito pensare che tra palazzo Chigi e il Quirinale si sia giocata una azione concertata… solo la reazione dell’opinione pubblica ha di fatto imposto il no a Scalfaro”.

    (45 - continua)

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  9. #49
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    E il paparino esagitato (direttore de l’Indipendente forcaiolo, mi pare, il buon figliolo non lo rimembra) che scriveva: “Ma le nostre Camere sono piene di mascalzoni che finora non hanno fatto altro che tentare, apertamente o con sotterfugi, di introdurre nella legislazione un colpo di spugna che consenta ai ladri non solo di farla franca, ma anche di rimanere al loro posto. Sì, agli inquisiti è meglio ritirare il passaporto. Sarà un provvedimento poco apprezzabile sotto il profilo estetico, ma sotto quello pratico è quantomeno opportuno” non lo cita?

  10. #50
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    In origine postato da leo
    E il paparino esagitato (direttore de l’Indipendente forcaiolo, mi pare, il buon figliolo non lo rimembra) che scriveva: “Ma le nostre Camere sono piene di mascalzoni che finora non hanno fatto altro che tentare, apertamente o con sotterfugi, di introdurre nella legislazione un colpo di spugna che consenta ai ladri non solo di farla franca, ma anche di rimanere al loro posto. Sì, agli inquisiti è meglio ritirare il passaporto. Sarà un provvedimento poco apprezzabile sotto il profilo estetico, ma sotto quello pratico è quantomeno opportuno” non lo cita?
    ---------------------
    Noto con vivo piacere che le cosette che posto ti interessano.

    Allora sarai contento se t'informo che nelle puntate precedenti ( o in quelle che verranno, non ricordo bene) il Mattia non s'è fatto pregare per ricordare le sparate del "paparino".

    La gatta frettolosa fa i gattini ciechi

 

 
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