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Discussione: Mattia nel....

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    Predefinito Le bugie...

    .....di Scalfaro

    Oggi è sabato 6 marzo 1993. Stasera era ancora in corso questo interminabile Consiglio dei ministri da cui dovrà uscire, e del resto è già stata approvata, la soluzione politica che il governo ha pensato per l’emergenza di Mani pulite. Già ieri abbiamo letto nelle agenzie di stampa qual è il sugo della proposta. Per accelerare i processi, per stimolare le confessioni spontanee, per delineare definitivamente l’ampiezza del fenomeno, il presidente del Consiglio, Giuliano Amato, e il ministro della Giustizia, Giovanni Conso, hanno proposto di depenalizzare il finanziamento illecito ai partiti.
    Ora, noi siamo qui e abbiamo letto i commenti e sentito le dichiarazioni, tutto pare essere già stato battezzato: “Colpo di spugna”. E cioè autoassoluzione. E cioè impunità.
    E cioè i ladri che salvano sé e salvano i complici. Colpo di spugna, sebbene i corrotti dovranno continuare a rispondere di corruzione, e di concussione i concussi.
    Sebbene l’intenzione sia semplicemente quella di eliminare le basse pene previste per il finanziamento illecito, e sostituirle con le multe, e peraltro salate: il triplo del maltolto da restituire. Noi abbiamo capito che cosa significherebbe, se questo decreto dovesse passare: un po’ di quattrini tornerebbero nella casse dello Stato, un po’ di imputati verrebbero sottratti alle gestione delle procure. E siccome c’è già chi affila i forconi per infilarli nelle pance opulente dei malfattori, abbiamo capito che fine farà il non decreto del non Conso, come le definirà fra qualche anno il presidente Amato.

    “Il ministro dell’Ambiente, Carlo Ripa di Meana, si è questa sera dimesso… il ministro ha motivato la propria decisione con l’opposizione al decreto approvato venerdì dal governo che depenalizza i reati relativi al finanziamento dei partiti”. Agenzia Ansa, domenica 7 marzo 1993.

    Oggi è sabato 6 marzo, e domani sera il governo perderà un altro ministro.
    Fra dieci anni, il 5 marzo del 2003, quel ministro, Carlo Ripa di Meana, ricorderà perfettamente che cosa era successo durante quella seduta del Consiglio dei ministri. Ce ne parlerà a lungo. Ripercorrerà quei giorni, il Consiglio che approva il “decreto Conso”, le prime reazioni esterne furibonde, la domenica pomeriggio con il procuratore Francesco Saverio Borrelli e i suoi – Gerardo D’Ambrosio, Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo – che convocano i giornalisti con taccuino e telecamera per avvertire il paese che loro non condividono, e che non saranno più in grado di fare indagini, d’ora in poi.
    Fino alla piroetta del presidente Oscar Luigi Scalfaro, che in extremis restituirà il decreto senza firmarlo, aggrappandosi a una sovrapposizione del decreto con un referendum a venire, e lasciando intendere che lui, di quel progetto, non sapeva nulla. Ecco che cosa ricorderà, fra dieci anni, Ripa di Meana:
    “Fu un Consiglio dei ministri che durò mezza settimana. Il punto più importante riguardava il decreto Conso, o meglio il decreto Amato-Conso, o meglio ancora il decreto Scalfaro-Amato-Conso. Si proponevano di chiudere in un modo forse abile ma secondo me prematuro, e insensibile allo stato d’animo che per ragioni buone o cattive aveva acceso il popolo, parte della questione del finanziamento illecito alla politica. L’introduzione fu di Amato, e si vedeva a occhio nudo che Conso, il formale proponente, era sui carboni ardenti. Ebbene Amato introduce, commenta, motiva, inquadra.
    Vi è un assenso preventivo del Colle, ci dice Amato.
    E’ un’espressione che ricordo nitidamente. Soltanto gli storici potranno approfondire perché, settantadue ore dopo, Scalfaro non firma. Per le cronache di quei giorni, Scalfaro divenne colui
    che salvò il paese mandando all’aria l’ennesimo arbitrio del ceto politico in nome della propria immunità”.

    “Tangentopoli, Scalfaro blocca il condono”, La Stampa, 8 marzo 1993.
    “No”, titolo a tutta pagina del Giornale, 8 marzo 1993.
    “Ha vinto Mani pulite”, La Repubblica, 9 marzo 1993.
    “Oggi il governo fa retromarcia dopo il no dell’opinione pubblica e di Scalfaro”, il Giornale, 9 marzo 1993.
    “Vattene buffone”, sulla foto di Amato, l’Indipendente, 9 marzo 1993.

    Fra dieci anni, il 5 marzo 2003, Ripa di Meana continuerà così: “Dopo, Amato cedette la parola a Conso perché ci illustrasse le ricadute tecnico-giuridiche, le implicazioni attuali e future, perché ci chiarisse i dettagli. Ma la tela di fondo l’aveva tracciata Amato, facendosi forte del consenso ripetuto del capo dello Stato. Io ero perplesso, e ci furono altri come me. Quello era un governo che era stato più che decimato dall’azione giudiziaria delle procure, in specie di quella di Milano. Si erano dimessi Martelli, Reviglio, Andò, De Lorenzo, Goria, e forse altri, forzati dallo spirito dei tempi, che spingeva alle dimissioni, come aveva informalmente sollecitato anche Scalfaro, chi finiva in iniziative giudiziarie.
    Fuori si stava, poi, già parlando ampiamente di colpo di spugna. Ebbero un peso la determinazione di Amato che continuava a spendere l’appoggio del Colle, e il fatto che la proposta venisse da un giurista illustre e indiscusso.
    Amato, inoltre, prevedeva una buriana parlamentare e giornalistica che si sarebbe placata in tempi medio-brevi. Io temevo qualcosa di molto più importante. Anche Rosa Russo Jervolino e forse lo stesso Alberto Ronchey erano della mia opinione.
    Certo, col senno di poi posso immaginare che alcuni stessero al mastice a soffiare sul fuoco, ad attizzare scientemente con arti sopraffine la furia delle piazze. Comunque non posso negare che sconsigliai l’adozione di quel decreto. Erano considerazioni tattiche più che di sostanza. Del resto non posso nemmeno negare che già nei mesi precedenti avevo dissentito dal piglio minaccioso dei corsivi di Bettino Craxi sull’Avanti!, sostenevo che quella linea del cipiglio anziché piegare avrebbe inasprito la parte viperina di chi, indubbiamente, voleva i panieri pieni di teste mozzate.
    Ero molto tormentato, perché pensavo benissimo di Craxi, dell’uomo politico e del suo grandissimo valore di statista specie sul quadrante internazionale, il grandissimo apporto alla guerra contro l’impero dell’Unione Sovietica.
    Tuttavia ero molto preoccupato da questa fiscalità parallela e illegale che partiva dalle licenze per i chioschi delle bibite e finiva alle metropolitane e agli aeroporti. Anche la chiamata di correo in Parlamento, che storicamente si è rivelata fondatissima, negli effetti non aiutò Craxi.
    La contrapposizione all’azione giudiziaria, che era popolarissima, era un viaggio verso l’abisso”.

    “Noi quella volta del decreto Conso intervenimmo con un comunicato piuttosto duro perché non volevamo che la soluzione prospettata venisse presentata alla gente come una soluzione suggerita dai magistrati milanesi… Un conto è lavorare con la consapevolezza di trovarsi in consonanza con la coscienza legalitaria del popolo, altro è sentirsi circondati dalla sfiducia o dal
    disprezzo… attiene all’efficienza del nostro lavoro, efficienza che è legata al contributo di stimolo e di informazione che ci viene dai vari strati della cittadinanza e che cresce esponenzialmente col crescere della fiducia nella magistratura”. Francesco Saverio Borrelli al Corriere della Sera, 3 ottobre 1993.

    Fra dieci anni, il 5 marzo del 2003, Ripa di Meana ci concederà altri ricordi di quelle ore: “Insomma, io la pensavo come Silvio Berlusconi, che a proposito di Craxi mi disse: ‘Come gli indiani: se il vento è molto impetuoso bisogna fare come le canne, piegarsi per poi rialzarsi’. Ripeto, Amato era fermissimo nel ricordare l’opinione favorevole di Scalfaro. Oggi non so se confermerebbe. Nel tempo in cui criticavo i corsivi di Ghino di Tacco, mi informò seccato che nel loro ruolo istituzionale avevano avuto notizie precise, dai servizi segreti, dell’azione eversiva delle inchieste giudiziarie, indirizzata al rovesciamento delle istituzioni stesse. Poi, davanti ai magistrati bresciani, in un confronto con me, negò tutto.
    Questa divagazione per dire che Amato non ha parola, quindi potrebbe anche negare la sua intesa, per il decreto, con Scalfaro.
    L’uomo è quello che è, guizzante e talentuoso, ma quanto a tenuta e parola, zero.
    Fu talmente chiaro di quale alto sostegno godesse, che io volli fosse messo a verbale il mio dissenso, e quindi mi dimisi per dissenso politico, non immaginando mai e poi mai di quale capriola si sarebbe reso protagonista, di lì a poche ore, il presidente della Repubblica. Gli altri che erano con me nel
    Consiglio dei ministri, se vorranno potranno confermare le parole di Amato: ‘Assenso preventivo del Colle’. E inoltre mi pareva, e mi parrebbe ancora oggi ben strano che su un provvedimento di quella portata e di quell’impatto sull’opinione pubblica, Amato abbia mai avuto l’intenzione di muoversi senza il lasciapassare del Quirinale”.

    “Escludo nettamente che il presidente Scalfaro possa essere sceso in difesa degli inquisiti” Francesco Saverio Borrelli, ai giornalisti, 10 luglio 1993.

    “Che Scalfaro non firmi il decreto, se è ancora in tempo a salvare il suo onore e quello del paese”, Franco Bassanini (Pds), 7 marzo 1993.

    Fra dieci anni, il 5 marzo 2003, Ripa di Meana concluderà illustrando i suoi convincimenti sulla fuga di Scalfaro: “Era tallonato da una promiscuità con la magistratura superiore a quella prevista dal suo ruolo di presidente del Csm. Come magistrato di carriera, la magistratura era molto nel suo orecchio. Credo che ciò sia testimoniato da questo e da altri episodi successivi.
    E la magistratura si dissociò chiassosamente da quel decreto. Poi aveva probabilmente in testa i passaggi successivi per un transito morbido alla Seconda repubblica, e cioè la cooptazione,
    prima o dopo, del Pds. Anche lì doveva esserci una preoccupazione, sia in Scalfaro che nel Pds, e si sa quanto il Pds fosse, e quanto ancora è, attento al polso dell’opinione pubblica, spesso subendolo. Se poi Scalfaro si risolse in seguito ad altri fatti più interni, in seguito a consigli venuti da telefoni non citabili, magari dell’autorevole ambasciata americana, io questo purtroppo non lo so e non sono in grado di dirlo”.

    (46 - continua)

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  2. #52
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    Predefinito Poteva mancare la ....

    ...."voce repubblicana di Spadolini?

    Oggi è domenica 7 marzo 1993, e poco fa abbiamo visto tutto il pool di Mani pulite dire la sua, davanti alle telecamere, sul “decreto Conso”.
    Scalfaro, lo sappiamo e lo abbiamo già detto, non firmerà quel decreto.
    Succederà domani, e domani, 8 marzo 1993, il presidente del Senato, Giovanni Spadolini, se ne rallegrerà: “La questione morale è la più grande questione politica”, dirà.
    Siccome qui ci si accapiglia su questo decreto, e sono due giorni che già ne parliamo, abbiamo usato un po’ di tempo per occuparci di Spadolini. Non ci avevamo fatto molto caso, a quello che dice.
    “Ho combattuto la corruzione in tutte le sue forme, nelle varie responsabilità”. Cose così.
    O così: “Siamo stati i primi a porre la questione morale”. Robe scritte sul Messaggero un mese fa, 9 febbraio 2003. “I partiti dovranno far presto a rendersi conto della necessità di fare un passo indietro rispetto alla società civile”. Oppure: “La magistratura sta facendo il suo dovere con coraggio e determinazione”. Scriveva note, in qualità di presidente di Palazzo Madama.
    Note così, il 12 febbraio: “Ha ragione il giudice Di Pietro: l’ansia di moralizzazione della vita pubblica deve tradursi in immediate iniziative del Parlamento”.
    Cose così, anche dette al Tg1, il 13 febbraio: “E’ giusto raccogliere l’allarme e l’incitamento dei giudici che assolvono con coraggio e determinazione…”.
    Cose così, da seconda voce molto dentro al coro. “Apprezzo profondamente il gesto di Giorgio La Malfa, la cui rettitudine e onestà sono a tutti ben note”, ha detto due settimane fa, quando La Malfa s’è dimesso: onesto e retto, ma che si dimetta pure.
    Cose così, come tre giorni fa, quando ha detto che per recuperare la fiducia della gente, la politica deve “rispetto assoluto della magistratura”.
    Cose come quella di domani, 8 marzo: “Abbiamo massima fiducia nella magistratura”. “Degenerazione di costumi pubblici”, al Der Spiegel, fra un mesetto.
    Cose come il “compiacimento”, quando il 3 maggio Giulio Andreotti chiederà che gli venga concessa l’autorizzazione a procedere.
    Una decisione “di grande responsabilità”.
    Cose scritte a quattro mani con il collega alla Camera, Giorgio Napolitano: “… in quella battaglia per la pubblica moralità che costituisce l’impegno fondamentale…”.
    Lo scriveranno il 4 maggio, sono i giorni in cui si stanno industriando per levare l’immunità parlamentare, e per fare in modo che il voto dell’autorizzazione sia palese, che chi vota contro poi si debba fare vedere in giro.
    Cose così, sempre il 4 maggio: “… quelle esigenze di rigore e moralità che la pubblica opinione attende”.
    Cose così, rimesso su il disco per il quotidiano ateniese “Kathimerini”: “I giudici stanno facendo il loro dovere… ed è altrettanto indubbio che nel paese ci sia una profonda rivolta morale…”.
    Poi ogni tanto, come il 3 giugno, avrà uno scatto, il repubblicano Spadolini: “L’alternanza. Ecco quello che è mancato all’Italia nei primi 45 anni della sua vita repubblicana”.
    Cose così, una settimana più tardi: “E’ necessario essere intransigenti nella difesa della moralità e della legalità repubblicana, e quindi grati alla magistratura per l’opera che sta compiendo, con coraggio e determinazione”.
    Cose così, il prossimo 15 giugno, in una dichiarazione ai giornalisti: “Noi siamo da sempre sostenitori dell’abolizione di ogni privilegio… ogni parlamentare merita lo stesso trattamento di giustizia che la legge assicura ai semplici cittadini”.
    Cose così, il 6 luglio, da Maurizio Costanzo: “A Martinazzoli auguro…
    Segni ha avuto il merito… A Bossi faccio l’augurio… A Napolitano auguro…”.
    Cose così, mentre qui da noi…

    “… un fondamentale punto di riferimento nella stagione difficile e tormentata che il paese attraversa, rinnovo l’auspicio che il processo di aggiornamento e di rinnovamento istituzionale possa nei prossimi mesi, sotto la sua guida, attingere gli obiettivi della riscossa morale che sono nel cuore di tutti gli italiani”. Giovanni Spadolini, a Oscar Luigi Scalfaro, in occasione del settantacinquesimo compleanno del presidente della Repubblica, 8 settembre 1993. (47 - continua)

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  3. #53
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    Predefinito

    Oggi è lunedì 8 marzo 1993. Nonostante tutto, nonostante le manette, e tutte le cose che sappiamo, le bugie, le ipocrisie, le mani pulite e quelle sporche, e quelle tenute in tasca perché non se ne veda il lercio, nonostante tutto qualcosa va avanti.
    Stasera, alla Scala di Milano, si è celebrato il centenario della morte del grande compositore russo Pëtr Il’i¡c Cajkovskij.
    Hanno dato la sua sesta sinfonia, la Patetica.
    La sua ultima, la più bella, la più cupa, c’è sapore di morte nelle note finali.
    Questa sera, ad ascoltarla, c’era anche la signora Bruna Cagliari. Ci hanno detto che la signora ha applaudito, alla fine, è uscita ed è andata a casa. Ci è arrivata intorno alle 22, ci hanno detto, e a casa c’era la Guardia di finanza, e c’era suo marito Gabriele, socialista, presidente dell’Eni. Gabriele Cagliari ha aspettato che la perquisizione finisse, poi gli agenti hanno portato via un mucchio di carte e si sono portati via anche Cagliari. Questa notte la trascorrerà a San Vittore.
    Ci hanno detto che è accusato di corruzione aggravata per quattro miliardi di tangenti pagati su un conto svizzero dal Nuovo Pignone, del gruppo Eni, per forniture all’Enel.
    La richiesta di custodia cautelare è stata firmata da Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo. L’ha convalidata il gip Italo Ghitti.
    Abbiamo controllato e visto che Cagliari, a San Vittore, ci rimarrà centotrentatré giorni, sebbene già domattina ammetterà le sue colpe.
    Non uscirà, per centotrentatré giorni, perché non farà i nomi che si vorrà lui faccia.

    “L’obiettivo di questi magistrati… è di costringere ciascuno di noi a rompere con quello che loro chiamano il nostro ambiente. Ciascuno di noi deve adottare un atteggiamento di collaborazione che consiste in tradimenti e delazioni che lo rendano infido, inattendibile, inaffidabile… Secondo questi magistrati, a ognuno di noi deve essere dunque precluso ogni futuro, quindi la vita, in quello che loro chiamano il nostro ambiente. Si vuole creare, insomma, una massa di morti civili, disperati e perseguitati, proprio come sta facendo l’altro complice infame della magistratura che è il sistema carcerario”. Gabriele Cagliari, una lettera alla moglie, da San Vittore, 3 luglio 1993.

    Domattina, martedì 9 marzo, Gabriele Cagliari si dimetterà dalla presidenza dell’Eni e ammetterà al gip di aver avuto un ruolo in quelle mazzette. Giovedì 11 marzo sarà interrogato da Colombo, e ripeterà le ammissioni. L’avvocato ne chiederà la scarcerazione. Il giorno stesso il gip risponderà di no: né libertà né arresti domiciliari. Il fatto, scriveranno i magistrati, è che serve che Cagliari resti in cella, perché “i reati contestati trovano origine e causa in un più vasto ambito che deve essere dettagliatamente dettagliatamente ricostruito”.
    Seguiranno altri interrogatori, e altre domande di scarcerazione.
    La prossima, il 19 marzo: rigettata.
    La successiva il 29 marzo: rigettata.
    Ci siamo informati sull’età di Gabriele Cagliari: sessantasette anni. Le cose andranno avanti così, fra istanze rigettate e nuovi ordini di custodia cautelare, fino al 21 luglio.
    Quel giorno, Cagliari uscirà da San Vittore. Nella cella troveranno numerose lettere, le più delle quali indirizzate alla moglie.
    Una comincerà così: “Cara Bruna, sono pronto a un atto di ribellione”.

    “L’ex presidente dell’Eni, Gabriele Cagliari, si è ucciso ieri mattina nel carcere di San Vittore, dov’era detenuto dal 9 marzo… Venerdì il pm De Pasquale s’era opposto alla scarcerazione. E’ morto soffocato da un sacchetto di plastica avvolto attorno alla testa e stretto al collo con un laccio da scarpe”. Dal Corriere della Sera, 21 luglio 1993.

    (48 - continua)

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  4. #54
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    Predefinito Arriva quello "un gradino....

    ....sotto Dio"


    Oggi è giovedì 11 marzo 1993, e la notte scorsa è successo davvero il finimondo, per tutta la notte. Poco dopo l’una, ci è arrivata la notizia dell’arresto di Gianni Dell’Orto, presidente della Saipem, gruppo Eni. Pensavamo che c’entrasse con l’arresto di due giorni fa di Gabriele Cagliari, che dell’Eni era il presidente e si è appena dimesso.
    Invece ci hanno subito avvertito che Cagliari non ha voluto fare nomi, e anzi, già sappiamo che sarà questo il motivo per cui morirà in carcere fra quattro mesi e mezzo.
    Di prima mattina un’altra botta: alle otto abbiamo saputo che anche Pio Pigorini, presidente della Snam, sempre gruppo Eni, era in carcere già da qualche ora. Intorno alle dieci abbiamo saputo che all’alba la Guardia di finanza aveva arrestato Raffaele Santoro, presidente dell’Agip, gruppo Eni, naturalmente.
    Oggi pomeriggio si è riunito il Consiglio di amministrazione dell’Eni.
    Erano ridotti in due: l’amministratore delegato Franco Bernabè e Giuseppe Ammassari, del Tesoro.
    In mattinata, mentre ancora si cercava di capire chi era finito dentro e chi doveva finirci, il presidente del Consiglio, Giuliano Amato, ha incontrato Bernabè. Gli ha chiesto di “prendere tutte le decisioni” che servano perché l’Eni vada avanti.
    In serata Bernabè e Ammassari hanno annunciato che entro quindici giorni saranno rifatti tutti i vertici dell’Eni.
    Non è tutto. E’ stata una giornata di terremoti e di scosse d’assestamento. Perché questa retata? Che è successo nelle stanze della procura milanese? Sempre stamattina, abbiamo saputo che ieri, 10 marzo 1993, in una caserma milanese della Guardia di finanza, è stato interrogato a lungo un certo Mister X. Uno che sta appena “un gradino sotto Dio”, secondo la battuta circolata in procura. Per questo qualcuno era quasi deluso, quando se ne è saputo il nome: Pierfrancesco Pacini Battaglia.

    “A me Di Pietro e Lucibello mi hanno sicuramente sbancato… A me se li buttan dentro tutti e due mi fanno molto contento”, Pierfrancesco Pacini Battaglia, intercettazioni rese pubbliche nel settembre 1996.

    Oggi, 11 marzo 1993, tutto è sottosopra per via dell’Eni rasa al suolo, e ce ne occuperemo, certo, ma a noi quel nome – Pierfrancesco “Chicchi” Pacini Battaglia – ha fatto venire in mente un sacco di cose.
    Un sacco di storie di cui, oggi, nemmeno si sospetta. Ci sono venute in mente tutte le cose che succederanno fra tre anni e mezzo, nell’autunno del ’96, quando l’uomo “un gradino sotto Dio” finirà in carcere (ordine del gip di La Spezia) e uscirà dall’anonimato che ha avuto sino a oggi, e dal semianonimato che avrà nei prossimi tre anni e mezzo. Chi avesse intenzione di leggere queste note, tenga bene d’occhio questi nomi: Necci, Lucibello, D’Adamo, D’Agostino, Floriani. Vedrà che intreccio ne verrà fuori.
    Intanto oggi è l’11 marzo 1993.
    Ieri Pacini si è presentato a Milano.
    Nei suoi confronti, abbiamo saputo, è stato emesso un ordine di custodia cautelare settimane fa.
    Ieri Pacini era con il suo avvocato, Giuseppe Lucibello.
    Questo signor Lucibello a Milano è noto anzitutto per essere stato ignoto sino a un anno fa.
    Come, del resto, era ignoto Di Pietro.
    Ah, ecco, Lucibello è noto anche per essere un grande amico di Di Pietro.
    Si frequentano e vanno in vacanza assieme, da anni. Lucibello è noto, ora, per essere uno degli avvocati di punta di Mani pulite: difende una decina di indagati, di colpo è ricercatissimo.
    Ieri, in sua presenza, il suo assistito Pacini ha vuotato il sacco al suo (di Lucibello) amico e al suo (di Pacini) accusatore: Di Pietro. In serata, Pacini se ne è tornato a casa. Subito dopo, è partita la retata. Ora devono rifare tutto il cda dell’Eni.

    “Noi si è pagato per uscire da Mani pulite”, Pierfrancesco Pacini Battaglia, intercettazioni rese pubbliche nel settembre 1996.

    Oggi, 11 marzo 1993, sappiamo che in fondo questo Chicchi Pacini Battaglia è un banchiere toscano, con una banca in Svizzera, la Karfinco. E’ una banca che è servita da tramite fra l’Eni e i partiti. Pacini è arrivato con Lucibello, ha raccontato tutto e l’Eni è stato raso al suolo.
    Senza fare trenta secondi di galera, Pacini se n’è andato. Abbiamo controllato, e nei prossimi mesi di lui non si parlerà quasi mai.
    C’è un libro, “Capire Tangentopoli”, di Piero Colaprico, cronista di Repubblica, edizioni Saggiatore.
    Uscirà fra tre anni, nella primavera 1996. Nell’elenco dei nomi, non c’è quello di Pacini. Fra tre mesi, nel giugno 1993, si ricorderà di questo nome un magistrato romano, Vittorio Paraggio.
    Sta indagando, anche oggi 11 marzo 1993, sulla tangenti della Cooperazione allo sviluppo nel Terzo mondo.
    In giugno si imbatterà in Pacini. Paraggio avvertirà Di Pietro. Di Pietro risponderà così, con un fax: “Ribadisco che, nei confronti del predetto Pacini Battaglia, procede questo ufficio e che lo stesso sta rendendo ampia collaborazione, per cui sarebbero inopportune sovrapposizioni di indagini riguardanti la sua persona”. Paraggio rinuncerà a Pacini. Di Pietro, abbiamo controllato le date, interrogherà Pacini l’8 e il 23 luglio di quest’anno, del 1993.
    Poi, Pacini uscirà dall’inchiesta sulla Cooperazione.

    Ci sono altri due personaggi da inquadrare.
    Uno è il maggiore Francesco D’Agostino, che lavora sulla Cooperazione con Paraggio. Per dire, in tempi prossimi Di Pietro definirà D’Agostino suo “compagno di banco ad honorem”, in seguito a una cerimonia ufficiale alle elementari del paesello.
    Un altro personaggio è il capitano Mauro Floriani, marito di Alessandra Mussolini, che lavora sulla Cooperazione con Di Pietro. Il maggiore D’Agostino avrà da Pacini un prestito, circa settecento milioni di lire, per l’acquisto di una casa. Il capitano Floriani avrà da Pacini circa settanta milioni di lire di cui si perderà traccia.
    Il maggiore D’Agostino finirà a lavorare all’Ambasciata italiana in Turchia; nei giorni di fine 1996 in cui usciranno queste notizie, Di Pietro si dimetterà da ministro dei Lavori pubblici del governo Prodi, e lo annuncerà dalla Turchia, dove si dice, ma Di Pietro smentirà, che avesse incontrato il vecchio amico.
    Il capitano Floriani, finirà alle dipendenze, alle Ferrovie, di Lorenzo Necci; questo Necci viene dall’Eni, è uno dei (pochi) grandi scampati alla retata. Di Pietro, D’Agostino e Floriani diventeranno esperti della Commissione d’inchiesta sulla Cooperazione, saranno pagati a gettone, cinque milioni di lire al mese.

    “Trentasette rinviati a giudizio e uno archiviato… ero io!”. Pierfrancesco Pacini Battaglia, a proposito dell’inchiesta sulla Cooperazione, intercettazioni rese pubbliche nel settembre 1996.

    Oggi è l’11 marzo ’93, e Pacini sta per uscire in un lampo, come in un lampo era entrato, nell’inchiesta di Mani pulite. Ci rientrerà fra tre anni e mezzo, nel settembre del 1996. Sarà, quella, un’inchiesta della procura di La Spezia. La chiameranno mani pulite 2, sebbene durerà poco, e non avrà grandi sviluppi. I grandi indagati, fra tre anni e mezzo, saranno Chicchi Pacini Battaglia e Lorenzo Necci, scampato nel ’93 e datore di lavoro di Floriani.
    Per questioni di competenze, l’inchiesta verrà smembrata, spezzettata, ridistribuita.
    Tutta la parte che riguarda Di Pietro, i suoi rapporti con Pacini, i rapporti di Pacini con gli amici Di Pietro, i “mi hanno sbancato”, i “pagato per uscire”, sono tutte cose che finiranno alla procura di Brescia, e Di Pietro ne uscirà lindo, legittimamente lindo, se non nella reputazione quantomeno nella fedina penale.
    In quei giorni del settembre 1996, è una cosa che abbiamo scovato nei nostri archivi, e forse molti ne sanno già, la moglie di Pacini verrà intercettata alla frontiera con la Svizzera.
    Era partita da Milano. Nelle prime ore si dirà che aveva con sé una grossa somma di denaro.Una bufala. In realtà avrà con sé un’agenda. E’ l’agenda del marito. Vi si troveranno parecchie annotazioni. Anche queste porteranno a poco o nulla, in quanto a ripercussioni sui processi. Ma sarà stupefacente scoprire che cosa scriveva Pacini sulla sua agenda.
    Noi abbiamo copia di quell’agenda, e l’abbiamo riletta.
    Riguarda un periodo che va dal 4 gennaio 1996 e finisce a settembre, con l’arresto.
    Secondo gli appuntamenti segnati, Pacini avrebbe incontrato ripetutamente un certo D’Agostino, un certo “Flo”, un certo Antonio.
    Ci sono note così: “Larus-Manzi-Di Pietro”. La Larus è una casa editrice che stamperà libri di Di Pietro.
    O così: “Necc. Ok. Antonio Ok. Invito a Castellanza”.
    Di Pietro sarà docente all’Università di Castellanza.
    Ancora: “Pds-Mariani-Guido Alberti–>Prodi”. “Pds-Giustizia-Burlando”. “Dottor Caio-Ingegner De Benedetti” seguiti dall’annotazione “offerta”.
    “Marozzi/D’Alema. Finanziamenti”, appunto del 15 luglio 1996 sull’agenda di Pierfrancesco Pacini Battaglia.
    Oggi, 11 marzo 1993, noi ci siamo già interpellati su chi possa essere quell’Antonio che comparirà, fra tre anni, nell’agenda di Pacini. Sul momento abbiamo pensato a Di Pietro, ovvio.
    Invece è D’Adamo, Antonio D’Adamo.
    E’ un amico di Di Pietro, anche lui.
    Nel tempo, Di Pietro ha ricevuto da D’Adamo: cento milioni senza interessi; decine di milioni per saldare i debiti di gioco di Eleuterio Rea, amico di Di Pietro; una Lancia Dedra; una garçonnière dietro piazza Duomo, a Milano; l’uso di una suite in un residence romano, dietro via Veneto; consulenze legali per la moglie e per Lucibello; biglietti aerei Roma-Milano; un telefono cellulare; calzini e altro da Tincati.
    D’Adamo finirà poi indagato a Milano.
    Da chi sarà difeso? Ma da Lucibello, naturalmente, l’amico di Di Pietro, il difensore di Pacini Battaglia.
    E si chiude il giro, da D’Adamo a Pacini. In quel 1996, si scopriranno un paio d’altre cose.
    Una, è che Di Pietro userà un cellulare intestato a Pacini.
    Un cellulare del suo indagato? “Me l’ha dato Lucibello”, dirà Di Pietro.
    L’altra, è come si legano D’Adamo, il benefattore di Di Pietro, e Pacini, l’indagato di Di Pietro. Pacini acquisterà azioni per circa 9 miliardi di lire di una scalcagnatissima casa editrice di D’Adamo. Pochi mesi dopo, Pacini rivenderà le stesse azioni per la metà, circa. Lo farà a beneficio di D’Adamo, amico del suo inquisitore Di Pietro, amico del suo avvocato Lucibello.
    Ma questo si saprà fra molto. Oggi, 11 marzo 1993, si sa che Pacini ha parlato, l’Eni è stato decapitato, Pacini se ne è tornato a casa.
    (49 - continua)

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  5. #55
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    Oggi è sabato 13 marzo 1993, e ancora tutto è sottosopra per gli arresti all’Eni. Ma noi ci siamo occupati d’altro, perché oggi ci hanno fatto leggere una cosa scritta da Piero Sansonetti.
    E’ il condirettore di Walter Veltroni, all’Unità.
    Ma è una cosa che scriverà fra dieci anni, nel marzo del 2003, sempre sull’Unità.
    Eccola: “Nel biennio 1992-1993 il potere di Mieli era enorme. La società politica era allo sbando, i partiti di governo quasi non esistevano più, anche il Pci era sotto botta.
    Chi contava? I giornali. E nacque un’alleanza di ferro tra quattro giornali italiani: il Corriere, la Stampa, l’Unità e Repubblica.
    Il direttore dell’Unità era Veltroni, alla Stampa c’era Mauro, il caporedattore di Repubblica era Antonio Polito.
    Tra i quattro giornali si stabilì un vero e proprio patto di consultazione che li rendeva fortissimi: ci si sentiva due o tre volte al giorno, si concordavano le campagne, le notizie, i titoli. Il punto di riferimento di tutti era Paolo Mieli, perché era il Corriere della Sera quello che contava di più”.
    Ecco, ci siamo detti. Dovremo aspettare dieci anni per vedere scritto quello che già oggi sospettiamo.
    Fra dieci anni, il 12 marzo 2003, chiederemo a Sansonetti come è stato possibile che il pluralismo, di cui tanto si parla e si parlerà, sia andato così a farsi benedire. Come fu possibile che giornali su posizioni politiche opposte concordassero tutto, e quasi tutto a favore delle procure.
    Sansonetti ci racconterà. “I fatti sono quelli. Non do giudizi di merito. Non dico che fosse bene o male. Dico che senza quell’appoggio, fortissimo, della stampa, l’inchiesta Mani pulite non sarebbe andata avanti. Quello che è successo in Italia non sarebbe stato possibile senza che un altro potere, quello dell’informazione, desse un supporto tanto convinto e coordinato al potere giudiziario.
    Lo dico tenendo a mente due cose. Uno, molti reati furono effettivamente commessi dalla politica. Due, altri interessi confluirono su Mani pulite. Dentro quell’inchiesta c’è anche un processo, non soltanto italiano, in cui l’economia travolge la politica. Le forze economiche vollero limitare troppi poteri della politica per poi sovrastarla. Il progetto mi pare perfettamente riuscito”.

    “Che lo si ammetta o no, un pool di giornali c’era”. Piero Sansonetti, al Foglio, 12 marzo 2003.

    Fra dieci anni, per fare un esempio, Sansonetti ci racconterà i giorni della bocciatura del decreto Conso: “Quel pomeriggio Veltroni non c’era. Io ricevetti, non ricordo da chi, un commento non ostile al decreto Conso. Poi, però, ci fu il solito giro di telefonate. Non ricordo chi sentii. Alla Repubblica non Scalfari perché lui credo che nemmeno sapesse sapesse di questa abitudine. Probabilmente sentii Polito. Al Corriere, Mieli oppure De Rosa, che oggi dirige il Secolo XIX, oppure De Marco, che dirige il Corriere del Mezzogiorno. Alla Stampa, Mauro. Insomma, decidemmo di sparargli contro. Lo affondammo. I partiti non c’erano più. In un certo senso ricoprimmo anche un ruolo di supplenza. Decidemmo, politicamente, che quel decreto non andava bene. Se ci muovevamo tutti e quattro insieme, l’obiettivo sarebbe stato raggiunto. Quell’asse fu deciso, e funzionò, perché insieme potessimo avere un potere politico, in un momento di vuoto totale, che altrimenti non avremmo avuto. Posso dire che noi, all’Unità, non avevamo imbeccate. Il Pds era allo sbaraglio. Se avessero suggeritori gli altri giornali, questo non lo so”. Sansonetti, fra dieci anni, non saprà dire nemmeno perché nessuno ammetta, o quantomeno parli, di quei fatti. Dirà: “Sono trascorsi dieci anni. Sarebbe ora che si riraccontasse, che si discutesse, che ci si ragionasse su. Voi del Foglio lo fate, ma siete una parte. Anche voi ammettete di non avere la verità in tasca. E allora che ci provino anche altri. Anche gli storici. Del resto io mi occupai blandamente di Mani pulite, subito dopo me ne andai in America. Ho colto l’occasione per raccontare alcune cose, per raccontare di alcune scelte. Sarebbe ora che lo facesse anche chi ne sa più di me”.
    (50 - continua)


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  6. #56
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    Sei ancora a 50???

    A 0,90€ a "Foglio" ti costava meno questo....


  7. #57
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    Oggi è lunedì 15 marzo, e sebbene qui l’inchiesta Mani pulite continui a procedere a ritmo di marcia, noi abbiamo continuato a rimuginare su un articolo dell’Unità. Non è un articolo dei nostri tempi. E’ un articolo che uscirà fra dieci anni, nel marzo del 2003. Lo scriverà Piero Sansonetti che oggi – 15 marzo 1993 – è il condirettore di Walter Veltroni all’Unità.
    Sansonetti scriverà: “Nel biennio 1992-1993 il potere di Mieli era enorme. La società politica era allo sbando, i partiti di governo quasi non esistevano più… Chi contava? I giornali. E nacque un’alleanza di ferro tra quattro giornali italiani: il Corriere, la Stampa, l’Unità e Repubblica. Il direttore dell’Unità era Veltroni, alla Stampa c’era Mauro, il caporedattore di Repubblica era Antonio Polito… Ci si sentiva due o tre volte al giorno, si concordavano le campagne, le notizie, i titoli…”.
    Fra dieci anni, Antonio Polito sarà il direttore di un nuovo giornale, il Riformista.
    Ci racconterà, fra dieci anni, che cosa sta succedendo ora, 15 marzo 1993: “Sì, le cose funzionavano pressoché come dice Sansonetti. Anche se forse alcuni dei suoi ricordi sono imprecisi. Io, per esempio, non rammento di aver mai sentito quelli della Stampa. Quelli dell’Unità e del Corriere sì. Se poi quelli della Stampa fossero in contatto, per esempio, col Corriere, non lo so”.

    “Tangenti, Scalfaro blocca il decreto”, titolo del Corriere, 8 marzo 1993.
    “Tangentopoli, Scalfaro blocca il condono”, titolo della Stampa, 8 marzo 1993.

    Fra dieci anni, il 14 marzo 2003, Antonio Polito ci dirà: “La situazione era un po’ originale, come dice Sansonetti, c’era un vuoto, i partiti pesavano pochissimo, il governo era altrettanto debole, perse in pochi mesi una decina di ministri che si dimettevano subito, appena ricevuto l’avviso di garanzia, anche per via delle nostre campagne di stampa. La dimostrazione più evidente di quel patto si è avuta, lo ha detto anche Sansonetti, col decreto Conso.
    Certo, l’uomo era specchiato, l’oggetto era tentatore e l’idea nemmeno campata in aria: la soluzione prevedeva che i politici coinvolti in Tangentopoli se ne andassero subito a casa.
    Però decidemmo insieme di ostacolare quel decreto, di ostacolare la soluzione politica, di lasciare che i giudici andassero fino in fondo. E non fu difficile. In quel clima ci bastava scrivere ‘decreto salvaladri’, e il gioco era fatto. Non c’era potere politico che potesse contrastarci, ma io penso che i giornali abbiano svolto anche una funzione importante. In quel vuoto abbiamo interpretato e qualche volta indirizzato l’opinione pubblica. Facemmo quel patto proprio perché il nostro peso era enorme, avevamo addosso una grande responsabilità, le giornate erano convulse, le notizie continue e gravi, non volevamo essere avventati”.

    Chiederemo a Polito perché, da quella prudenza, nasceranno poi slogan come “decreto salvaladri” e lui ce lo spiegherà: “Si tenga conto che la Repubblica era anticraxiana da sempre, tanto che giunse a schierarsi per De Mita. L’Unità rappresentava la sinistra politica, anticraxiana di ferro. Il Corriere rappresentava la borghesia che si stava ribellando a Craxi, e in Lombardia crescevano gli elettori della Lega, pure anticraxiani. Certo, Craxi non aveva torto quando diceva di sentirsi accerchiato, ma lui era innanzitutto uno sconfitto della politica, aveva cominciato a essere uno sconfitto sin dall’andate al mare proclamato prima dei referendum. Sì, li aveva tutti politicamente addosso, e anche i magistrati, io penso, hanno esaurito il capitolo Craxi e non ne hanno aperti altri. Si tenga conto, ancora, che quando Mieli divenne direttore del Corriere, si disse che Craxi aveva dato il suo gradimento. Lo si disse anche per la nomina di Borrelli a procuratore. Poi, però, la politica è più importante di tutto. E abbattere Craxi era l’obiettivo primario”.
    Abbattere, più da rivoluzionari che da riformisti.

    “C’era uno scontro, durissimo. Il vecchio non se ne andava, il nuovo non emergeva. Non era tempo per fare del riformismo. Oggi sì, allora no”. Antonio Polito, al Foglio, 14 marzo 2003.

    Fra dieci anni il pluralismo nell’informazione sarà un tema dibattuto. Polito dirà: “Quella scelta di federarsi fra giornali non fu buona, non la rifarei. Ma lo dico oggi, dieci anni dopo. Come posso dire che quel titolo, ‘E ora tocca a Belzebù’, era mio.
    E’ un titolo di cui mi pento. Ma me ne pento oggi,col solito senno di poi”.

    (51 - continua)

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  8. #58
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    Predefinito Finalmente, fatto fuori Craxi....

    ....arriva l'ora di Andreotti

    Oggi è sabato 27 marzo 1993.
    Oggi, intorno alle 17,30, l’ex presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, ha comunicato di aver ricevuto un avviso di garanzia. Anche lui.
    Niente tangenti, appalti, niente di quella robaccia che quasi non emoziona più, come il finanziamento illecito. Stavolta l’avviso di garanzia arriva da Palermo, dalla procura retta da poche settimane da Giancarlo Caselli.
    Andreotti ha spiegato di essere sotto inchiesta per “attività mafiosa”.
    E ha detto di essere molto amareggiato, ma per nulla sorpreso. Nessuno di noi è sorpreso: lo si sussurrava, ce lo si aspettava. Qualcuno, come Leoluca Orlando, se lo augurava apertamente. Oggi, 27 marzo 1993, il paese – gran parte di esso – ha vissuto una giornata di giubilo.
    Ci sono state esultanze da gol in zona Cesarini.
    Da Verona, dov’era impegnato in un comizio per la campagna referendaria, il segretario del Msi, Gianfranco Fini, ha detto: “E’ la fine del regime e lo dimostra l’autentico boato che ha salutato la notizia dell’avviso di garanzia ad Andreotti da me dato alle migliaia di veronesi che affollavano il mio comizio”.
    Domattina, 28 marzo 1993, Fini sarà a Bergamo e si sentirà di tirare fuori tutto il suo “disagio nel frequentare questo Parlamento”. Noi abbiamo la fortuna dello sguardo lungo e sappiamo che il disagio gli passerà presto, ma oggi è oggi, e oggi “occorre chiedersi che senso ha restare in Parlamento”. Questa sera il componente missino dell’Antimafia, Altero Matteoli, ha avuto parole da liberatore: “Il sistema non ha più difese e persino Andreotti, passato indenne da una miriade di scandali compreso quello Sindona, riceve un avviso di garanzia per collusione con la mafia. Finalmente la magistratura può acclarare il livello di collusione mafia-politica”.

    “Commentando durante un comizio ad Ancona l’avviso di garanzia ad Andreotti, l’on. Alessandra Mussolini (Msi-Dn) ha detto: ‘Che bello che proprio un Mussolini possa leggere questa notizia’.
    E poi, di fronte a una platea che al grido di ‘duce, duce’ si è levata in piedi applaudendo, l’esponente missina, visibilmente commossa e richiamandosi all’‘onestà’ del nonno, ha definito
    ‘storica’ la data odierna”. Nota Ansa, 27 marzo 1993, ore 22,03.

    Oggi, 27 marzo 1993, è festa grande. Si stappano bottiglie, si raccontano al brindisi i particolari inediti.
    Massimo Brutti, commissario dell’Antimafia per il Pds, ha scartato per l’occasione la confidenza preziosa e a effetto: “Nel corso del viaggio ufficiale a Palermo di Andreotti da presidente del Consiglio, nella primavera dell’89, domandai a Giovanni Falcone come mai Salvo Lima fosse sempre accanto al presidente del Consiglio. Falcone mi rispose: ‘Per Lima non è un segno di forza, è un segno di debolezza. Egli è debole in Sicilia, la sua vera forza viene da Roma’”.
    La segreteria del Pds ha pensato di diffondere una analisi ragionata degli eventi di queste ore: “Il rilievo dell’avviso di garanzia al sen. Giulio Andreotti è davanti agli occhi di tutti gli italiani, non solo per la sua storia politica nella guida della Dc, ma soprattutto per la sua permanenza lunghissima nel governo e in alcuni dicasteri chiave. Sulla vita pubblica italiana gravano, come è a tutti evidente, non solo gli effetti devastanti della corruzione emersa dalle inchieste su Tangentopoli, ma anche l’intreccio perverso e le collusioni fra criminalità e politica”. Ha concluso così, la segreteria del Pds: “L’impegno della magistratura per far luce anche su questo secondo essenziale capitolo della ‘questione morale’ va accolto con grande fiducia e soddisfazione e va sostenuto dall’opinione democratica di tutt’Italia”.

    “Esprimo grande sconcerto ed enorme sorpresa per la condanna inflitta al senatore Giulio Andreotti… un senso dello Stato che ha sempre costituito il suo profilo profilo più alto…”, Gavino Angius (Ds), 18 novembre 2002.
    “E’ una vicenda che crea turbamento in molti cittadini. Spetta alla politica interrogarsi su come funziona la giustizia in Italia e chiedersi se non sia tempo di mettere mano a misure che garantiscano i cittadini di un diritto più certo e più sicuro”.
    Piero Fassino, segretario dei Ds, 18 novembre 2002.

    “Il vicepresidente del Consiglio, Gianfranco Fini, ha inviato oggi al senatore Giulio Andreotti un messaggio di solidarietà”, nota Ansa, 18 novembre 2002.

    Oggi, 27 marzo 1993, noi abbiamo visto che succederà il giorno della condanna in Appello, fra nove anni e mezzo, nel novembre del 2002. Quel giorno, ormai non più alla presidenza della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, non potrà tacere. Dirà: “Non posso tacere il mio sconcerto dovuto al fatto che conosco Andreotti da oltre cinquant’anni e ritengo impensabile che gli si possa chieder conto di un reato di questo genere”.
    Ma oggi è oggi. Oggi, che siamo soltanto nel 1993, che Scalfaro è il capo dello Stato e che conosce Andreotti soltanto da oltre quarant’anni, oggi Scalfaro può tacere.

    Parlano altri, comunque.
    Ha parlato uno come Claudio Fava, deputato della Rete.
    Al tempo in cui Scalfaro non potrà più tacere, Fava sarà un commentatore dell’Unità. Oggi ha commentato così: “Il senatore Andreotti parla di un complotto. Sappia che, se complotto c’è stato, sono felice di avervi partecipato assieme alla maggior parte dei cittadini onesti di questo paese. Sommerso Craxi sotto una valanga di avvisi di garanzia, messi sott’acqua i ministri napoletani del terremoto, toccato finalmente l’intoccabile Andreotti: il vecchio sistema mostra, senza più pudori, il suo vero volto”.

    Ha parlato, e chiaro, la responsabile della Consulta cattolica della Lega, Irene Pivetti, cui manca poco più di un anno per diventare presidente della Camera: “Finalmente non sarà più possibile spacciare la Dc per un partito cristiano e men che meno per l’unico partito dei cattolici in Italia”.

    Ha parlato un socialdemocratico, Antonio Pappalardo: “E’ stato abbattuto il simbolo del regime partitocratico e dell’arroganza del potere”.

    Ha parlato Nando Dalla Chiesa, della Rete: “Un avviso di garanzia non è una dichiarazione di colpevolezza”. Davvero? Però ci sarà un però, immaginiamo. Infatti: “Però l’avviso di garanzia inviato dalla magistratura palermitana al senatore Giulio Andreotti per concorso in associazione di stampo mafioso, convalida una battaglia morale e politica condotta per dieci anni da un’esigua minoranza di persone”.

    Fra due giorni, lunedì 29 marzo, il gruppo al Senato di Rifondazione comunista chiederà ufficialmente di dare la precedenza alla richiesta di autorizzazione a procedere per Andreotti e di accelerare i lavori.

    “Vale per Andreotti quello che vale per Sofri: nessuno può essere condannato sulla base di un quadro indiziario, senza un solido riscontro in termini di prove”. Nichi Vendola (Prc), 18 novembre 2002.

    (53. continua)

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  9. #59
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    Oggi è sabato 3 aprile 1993, e qui non si ferma più nessuno. Arresti, avvisi di garanzia, richieste di autorizzazione a procedere: nei giorni scorsi, nella giornata di oggi, in quelle a venire.
    E i nomi. In poche ore, una specie di scarica di mitra giudiziario ha falciato Paolo Cirino Pomicino, Giorgio La Malfa, Renato Altissimo, Giovanni Prandini, Antonio Cariglia, Antonio Gava, Alfredo Vito, Raffaele Mastrantuono, Giuseppe Ciarrapico, Arnaldo Forlani, Severino Citaristi, Bettino Craxi, Giulio Andreotti.
    Giovedì 1 aprile, la magistratura di Foggia ha chiesto alla Camera di poter mettere dentro Cirino Pomicino. Che finisca dentro, pare serva per far luce su certe tangenti girate attorno all’allestimento di nastri trasportatori nel porto di Manfredonia.
    E’ un inchiesta che andrà avanti per anni.
    Fra dieci, il processo sarà ancora in alto mare. Ma oggi non è che sia una cosa importante.
    Oggi è più importante che il segretario del pli, su pressioni del suo partito, abbia deciso di non dimettersi, malgrado da Napoli siano continuate ad arrivare notizie che paiono dettagliatissime sulle rivelazioni dei pentiti, e le mazzette incassate da Altissimo nel giro dello smaltimento dei rifiuti.
    Noi sappiamo che Altissimo verrà prosciolto nel ’95, che la procura si opporrà, che l’assoluzione definitiva arriverà fra oltre sette anni, nel giugno del 2000.
    Dopodomani, lunedì 5 aprile, il pool di Milano si occuperà dell’ex segretario socialdemocratico, Antonio Cariglia.
    Gli spedirà un avviso di garanzia per violazione del finanziamento illecito; si tratta di somme arrivate dall’Efim e girate al Psdi.
    Un altro partitino che ci dicono essere corrotto sino nel midollo.

    “Il tempo è galantuomo e ha fatto così giustizia riguardo a un episodio dal quale ero estraneo per il mio passato personale, la mia coscienza e la mia cultura”, Antonio Cariglia, 21 giugno 2001, il giorno della sua assoluzione.

    Fra due giorni, lunedì 5 aprile 1993, Milano crederà opportuno indagare anche Giulio Andreotti.
    Abbiamo saputo che Andreotti centra con le stesse porcherie attribuite a Cariglia. Insomma, Andreotti avrebbe fatto le solite pressioni sul suo amico Giuseppe Ciarrapico perché anche il Pli fosse foraggiato in prospettiva della campagna elettorale per le elezioni politiche dello scorso anno, il 1992.
    Abbiamo saputo anche altre cose, per esempio che la posizione di Andreotti verrà archiviata nel giro di qualche mese: parrà probabile, quasi certo, che Andreotti abbia sollecitato Ciarrapico a finanziare il Psdi.
    Parrà ovvio che Andreotti non lo abbia sollecitato a farlo in forma illegale.
    Parrà poi evidente che Cariglia quei soldi non li abbia mai intascati.
    In questo giro, Ciarrapico è finito in carcere. Si prenderà una condanna in primo grado per vicende collegate, sarà assolto in appello. L’unico che si prenderà una condanna, in questa inchiesta ampia e dai mille risvolti, sarà l’ex ministro democristiano Giovanni Prandini. Ma oggi, qui, c’è questo schifo di paese mazzettaro che fa ribollire il sangue al paese degli onesti.

    “Pecoraro Scanio ha quindi reso noto che sono state approntate le schede relative alla situazione patrimoniale di 21 politici… Il deputato verde ha poi illustrato ai giornalisti i contenuti di alcune schede di analisi…”. Notizia Ansa, 8 aprile 1993.

    Fra pochi giorni, giovedì 8 aprile, sapremo che il vero letamaio della Prima repubblica sta a Napoli.
    La procura di Napoli spedirà alla Camera le richieste di autorizzazione a procedere per Cirino Pomicino, Antonio Gava e Alfredo Vito, democristiani, e per il deputato socialista Raffaele Mastrantuono. Bisogna che rispondano, dicono gli inquirenti, di “aver fatto parte di un’associazione per delinquere di tipo mafioso promossa, diretta e organizzata da Carmine Alfieri e da altri capi della camorra campana, contribuendo in modo non occasionale… al controllo di attività economiche, al rilascio di concessioni e autorizzazioni, all’acquisizione di appalti e servizi pubblici, al conseguimento di profitti e vantaggi ingiusti per sé e per altri e, inoltre, a impedire e ostacolare il libero esercizio del voto e a procurare voti in occasione di consultazioni elettorali”. Saranno tutti assolti o prosciolti, tranne Mastrantuono.

    “A Napoli, su tappeto, ci sono contemporaneamente due grandi questioni: quella criminale e quella istituzionale… Napoli è la città dei Gava e dei Pomicino… nessuno può minimamente immaginare quanto radicati siano i legami torbidi tra certi poteri e la malavita…”. Marco Demarco, sull’Unità, 11 febbraio 1997.
    (54. continua)

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    Oggi è sabato 15 maggio 1993. Oggi sono trascorsi quattrocentocinquantatré giorni dall’arresto di Mario Chiesa. Domani, domenica 16 maggio, sarà il quattrocentocinquantaquattresimo giorno dell’inchiesta Mani pulite, l’inchiesta che sta ripulendo il nostro paese dalla corruzione, dai ladri di partito e dai ladri di Stato.
    Domani, dopo quattrocentocinquataquattro giorni di silenzio, il presidente dell’Olivetti, l’editore della Repubblica e dell’Espresso, Carlo De Benedetti, deciderà di aver qualcosa da dire.
    E precisamente, domani De Benedetti andrà al comando dei carabinieri di Milano, dove ha concordato un incontro con tre pm: Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo e Paolo Ielo.
    Consegnerà loro un breve ma, pare, esaustivo memoriale.
    Sette pagine per spiegare che anche l’Olivetti ha pagato tangenti alla Dc, al Psi, al Pri e al Psdi per un totale di venti miliardi di lire. Tutto è cominciato nel 1987, dirà De Benedetti, dopo cinque anni in cui ha resistito al malcostume, pagando sulla propria pelle. Soltanto che la pressione “estorsiva” dei partiti, dirà, “ha avuto un crescendo impressionante, assumendo progressivamente caratteristiche di pressione parossistica, di minacce, di ricatti e di un clima che negli ultimi anni non è improprio chiamare di vero e proprio racket”.
    Dirà che l’azienda aveva un codice secondo cui certi metodi illegali dovevano essere “fermamente e immediatamente respinti, e a questo codice l’azienda si è sempre attenuta salvo nei casi nei quali dovesse essere compromesso non già il profitto su singole commesse ma la credibilità di forniture all’estero o l’equilibrio economico stesso”.
    Dirà che “se non si era disposti a pagare si era esclusi dalla possibilità persino di presentare offerte”. Lui si dovette adeguare. Poi, però, nell’ultimo periodo “il nostro atteggiamento subì un cambiamento, respingendo ormai disgustati qualsiasi finanziamento ai partiti ma subendo di volta in volta i ricatti di loro mandatari…”.
    Lunedì mattina, sulla Repubblica, Eugenio Scalfari sarà addolorato di aver scoperto che De Benedetti non è “il cavaliere senza macchia che speravo”, ma dovrà plaudire “al suo coraggio”.

    “Dopo oltre un anno dall’avvio delle inchieste sulle tangenti appaiono poco credibili quando assurgono a moralisti, a coraggiosi accusatori di quel sistema… Ben più coraggioso sarebbe stato se coloro che oggi si dichiarano vittime di quel sistema lo avessero denunciato prima”. L’Osservatore romano, 18 maggio 1993.

    Domani sera, 16 maggio 1993, dopo aver consegnato le sue sette pagine, De Benedetti andrà a casa. Abbiamo con noi un’intervista che concederà all’Unità fra tre giorni.
    Ripeterà: “Quel sistema mi dava il voltastomaco e alla fine del ’91, prima dell’inchiesta Mani pulite, ho detto basta”.
    Abbiamo un altro appunto. Riguarda quello che De Benedetti disse due settimane fa, durante una conferenza stampa: “Nessuna azienda del nostro gruppo ha dato una lira ai partiti e del resto nessun dirigente è stato mai inquisito per questo”.
    Abbiamo con noi un numero dell’Espresso che sarà in edicola lunedì 24 maggio, fra nove giorni.
    C’è un’altra intervista, sempre a De Benedetti. Una specie di intervista collettiva. Gli intervistatori sono Giampaolo Pansa e tutti i giornalisti del settimanale.
    De Benedetti dirà: “Rispetto i vostri sentimenti, ma sono sconcertato che voi siate infuriati”.
    Pansa: “All’Espresso siamo feriti e infuriati: anch’io sono incavolato nero… Non potevi evitare di pagarle quelle tangenti?”. De Benedetti: “Là dove c’era da barattare con una tangente un vantaggio patrimoniale anche rilevante, ma non essenziale all’impresa, ho sempre detto di no… non riesco a capire perché la domanda ‘non potevi non pagare?’ la facciate a me”.
    Pansa: “La facciamo a te perché sei l’editore dell’Espresso e avevi un dovere in più… Perché non hai denunciato sui tuoi giornali il racket politico?”.
    De Benedetti: “… nessuno ci avrebbe creduto… Perché non sono andato prima da Di Pietro?… appena abbiamo saputo che il nome Olivetti era stato associato, sia pure a torto, alle tangenti telefoniche, ho deciso di andare da Di Pietro”.

    “Non ho mai dato soldi al Pci o al Pds. Devo anche aggiungere che non me li hanno mai chiesti”. Carlo De Benedetti, all’Espresso, 24 maggio 1993.

    Fra tre giorni, martedì 18 maggio, l’amministratore delegato della Fiat, Cesare Romiti, sarà ufficialmente iscritto al registro degli indagati.
    E’ trascorso un mese dal giorno in cui, come De Benedetti, si presentò a Milano per illustrare le colpe della Fiat. Romiti è sempre dell’idea che questi giudici vadano aiutati, perché ripuliscono l’Italia.
    Sono, questi, giorni in cui i giornali di un altro grande imprenditore, Silvio Berlusconi, danno il loro sostegno a questa rivoluzione legale.
    Sono i giorni di Epoca che titola, in copertina,
    “Di Pietro facci sognare”.
    E i giorni di Sorrisi e canzoni-Tv, che diffonde l’adesivo con scritto “Forza Di Pietro”.
    Sono giorni così.

    (55. continua)

    saluti

 

 
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