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Discussione: Guerre Dimenticate

  1. #141
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    L'AFGHANISTAN AL BIVIO


    Nella Loya Jirga iniziata sabato si decide il futuro politico del Paese. I comandanti mujaheddin si oppongono ai progetti di Karzai e Bush


    15 dicembre - Hanno impiegato giorni e giorni per raggiungere Kabul dai quattro angoli del Paese. I cinquecento delegati alla Loya Jirga, il Gran Consiglio degli anziani, dei capi tribù e dei leader religiosi dell’Afghanistan, si sono riuniti sabato, 13 dicembre, sotto un enorme tendone bianco eretto alla periferia della capitale afgana per dare inizio ai lavori di questa “assemblea costituente” che nelle prossime settimane dovrà discutere e approvare la nuova costituzione del Paese.

    Questa fase costituisce una tappa fondamentale del programma di pacificazione dell’Afghanistan stilato dagli Stati Uniti e dall’Occidente dopo la guerra del 2001. Nelle intenzioni dell’amministrazione Bush, questa Loya Jirga dovrebbe approvare la bozza di costituzione preparata a tavolino dalla Casa Bianca allo scopo di assicurare la continuità e la stabilizzazione del potere a Kabul nelle mani dell’attuale presidente provvisorio, Hamid Karzai, alleato di Washington.




    Ma i presupposti non danno grandi chances di successo al piano americano. Il documento su cui i leader locali afgani sono chiamati a discutere è infatti qualcosa di estremamente indigesto per la gran parte delle forze politiche afgane. La bozza costituzionale, di stampo presidenzialista americano, assegna alla figura del presidente un potere molto vasto, non bilanciato da un primo ministro e non sottoposto al controllo di un parlamento forte. Inoltre attribuisce uno scarso peso all’Islam nell’assetto legislativo e giudiziario del Paese.

    Tutto questo risulta inaccettabile per i comandanti mujaheddin delle varie formazioni etnico-poltico-militari islamiche dell’Afghanistan, che fuori da Kabul sono ancora i veri padroni della situazione. Essi temono che, con una costituzione del genere, il filo-americano Karzai, candidato naturale alla presidenza alle elezioni previste per il giugno del prossimo anno, possa accentrare tutto il potere nelle sue mani, emarginando le altre forze politiche del Paese e instaurando così una sorta di dittatura lontana dai bisogni delle diverse etnie, dallo spirito islamico del Paese e vicino solo agli interessi di Washington.




    Per scongiurare questo scenario, i leader tagiki hanno chiamato a raccolta tutti i loro ex alleati di altri partiti ed etnie con cui negli anni Novanta avevano formato l’Alleanza del Nord contro i taliban, al fine di creare un blocco capace di non far passare la costituzione presidenzialista alla Loya Jirga. Nelle scorse settimane il potente ministro della Difesa, il tagiko Mohhamed Qasim Fahim (avversario numero uno di Karzai), assieme al fratello del defunto famoso comandante tagiko Ahmed Shah Massoud, Ahmed Wali, hanno organizzato una serie di incontri con i maggiori leader dell’ex Alleanza del Nord (altri tagiki, e poi uzbeki, hazara, ismailiti, sciiti, ecc) per preparare la strategia di resistenza.

    Il loro progetto è semplice: contrapporre ad una costituzione presidenzialista all’americana una parlamentarista alla francese con un primo ministro forte che bilanci i poteri del presidente e con un'assemblea popolare che rappresenti gli interessi etnici e regionali e a cui il presidente sia tenuto a rispondere. Inoltre chiedono un più forte richiamo alla religione islamica come fondamento del nuovo Stato afgano. Ovviamente, se questo progetto avesse la meglio, il candidato premier alle elezioni del 2004 sarebbe il tagiko Fahim. E in questo caso, il presidente Karzai ha già fatto sapere che ritirerà la sua candidatura alla presidenza.



    Tornando quindi sotto il grande tendone bianco dove si gioca questa delicata partita, gli equilibri di forza sembrano favorevoli ai mujaheddin. Se riuscissero a formare davvero un blocco compatto (cosa non scontata date le tradizionali diffidenze inter-etniche) i loro delegati costituirebbero circa il 70 per cento del totale. Questo significherebbe la loro vittoria, perché nella Loya Jirga si vota a maggioranza semplice. I delegati che appoggiano Karzai tenteranno di dare battaglia portando dalla loro i monarchici sostenitori dell’ex sovrano Zahir Shah. Ma non sarà un’impresa facile.

    Ma cosa interessa alla popolazione afgana di questa Loya Jirga e dei giochi politici che vi si consumano? Assolutamente nulla, stando a un sondaggio condotto nei giorni scorsi dall’agenzia umanitaria “Care”. Su 1.500 afgani intervistati per le strade, solo il 7 per cento si è detto interessato alla problematica del bilanciamento dei poteri e delle etnie nel futuro Afghanistan. Il restante 83 per cento ha affermato che questo non è il vero problema del Paese, e che chiunque governi deve pensare alle vere emergenze: lavoro, sanità, educazione e sicurezza. Tutto il resto sono chiacchiere che nessuno capisce e che molti disprezzano.


    Enrico Piovesana

  2. #142
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    E' IL TEMPO DEI CINQUECENTO

    Tanti sono i saggi della Loya Jirga, chiamata a ratificare la nuova Costituzione dell'Afghanistan. Il moderato reverendo Mujaddidi è stato eletto presidente dell'assemblea. E' un primo risultato politico. Rischia di essere l'unico.


    Kabul (Afghanistan), 16 dicembre 2003 - Sempre pronto a cedere ad altri gli onori della ribalta, pur continuando a detenere lo scettro del commando, Ahmad Shah Massud gli aveva riconosciuto il ruolo di presidente ad interim della neonata Repubblica Islamica dell’Afghanistan. Era il 24 aprile 1992 e a Kabul il vuoto di potere seguito alla caduta del regime filosovietico di Najibullah veniva colmato dal reverendo Mujaddidi, capo della più moderata fra le diverse fazioni di mujaheden che poche settimane prima avevano fatto il loro ingresso trionfale nella capitale.

    Leader carismatico rispettato, amico, consigliere, confidente dei più importanti signori della guerra afgani, Sepratullah Mujaddidi è stato nominato ieri sera presidente della Loya Jirga, seppure grazie a una risicata maggioranza. In un clima teso, al termine di una giornata avvelenata da sospetti e veti incrociati, la figura "super partes" dell’ex-guida spirituale sufi ha messo d’accordo la maggioranza dell’assemblea. Una maggioranza risicata, è vero, ma pur sempre una maggioranza: risultato non da poco nell’attuale Afganistan.

    Oggi di nuovo tutti sotto il bianco tendone allestito nell’area del Politecnico di Kabul, appena dietro la collina dell’Hotel Intercontinental, di fronte alla desolante distesa di ruderi e rovine del quartiere di Karte-se, raso al suolo durante la guerra civile della prima metà degli anni Novanta dalla quotidiana pioggia di razzi sulla città. Un’altra giornata nervosa al termine della quale si conoscerà il nome del vicepresidente della Loya Jirga.

    E’ sintomatico che i primi due giorni di assemblea siano trascorsi senza che gli argomenti più importanti venissero nemmeno sfiorati. Sintomatico di un atteggiamento attendista da parte di tutti, delle forze politiche, dei comandanti militari, dei capi tribali, dei leaders spirituali. Tutti in attesa che si cominci a discutere, ma a discutere sul serio. E secondo gli osservatori più pessimisti non appena si leverà il sipario sulle questioni più calde, sarà “jung”, guerra, all’inizio solo verbale, poi chissà…



    Un’attesa che Kabul vive in un clima di apparente tranquillità, quasi irreale. Eppure a ogni angolo, ad ogni incrocio sono schierati gli uomini dell’esercito governativo, la maggior parte delle strade è bloccata, raggiungere la capitale dalle province vicine è pressoché impossibile. Per le vie di Kabul, negli uffici, al bazaar, non si parla d’altro. Chi ha una piccola radiolina tascabile richiama attorno a se crocchi di curiosi che ascoltano in diretta lo svolgimento dei lavori. Ascoltano in silenzio, scuotono la testa. Ripongono le speranze di venticinque milioni di connazionali nelle decisioni che verranno prese alla Loya Jirga, e nel frattempo si domandano dove siano finiti i soldi della ricostruzione.

    Sono passati ormai due anni dalla liberazione del paese e le scuole, gli ospedali – ad eccezione di qualche caso sporadico – versano ancora nelle disastrose condizioni di due anni fa. Osservano il centro di Kabul, gli afgani, dove compagnie straniere costruiscono a tempo di record enormi palazzi destinati ad ospitare nuovi imprenditori e affaristi di ogni sorta. Dieci piani di vetro e cemento, dove erano stati promessi parchi giochi e nuove scuole, che vengono presentati come segni inequivocabili della rinascita nazionale, ma più verosimilmente contribuiranno a rendere ancora più benestante solo una manciata di nuovi ricchi, speculatori e imprenditori senza scrupoli.

    Nulla è stato fatto per la gente – è il leit-motiv dei cori di protesta – dove sono i soldi, perché nessuno si occupa del futuro dei nostri figli?”.
    Il futuro dell’Afganistan a un bivio: tra qualche settimana, al termine della Loya Jirga, forse sapremo se il cammino verso la normalizzazione e la pace avrà ricevuto nuovo impulso o se il paese correrà il rischio di ripiombare nella terribile realtà di una nuova guerra civile.
    Nessuna opzione può escludersi. Al Gran Consiglio dei cinquecento saggi la difficile scelta.

    M.R.

  3. #143
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    RAZZI CONTRO LA LOYA JIRGA

    I taliban attaccano Kabul per colpire l'assemblea costituente in corso da tre giorni. Nessun ferito ma la tensione è altissima


    16 dicembre 2003Tre razzi sono stati sparati la notte scorsa su Kabul, dov’è in corso la Loya Jirga, il Gran Consiglio in cui si sta discutendo la futura costituzione dell’Afghanistan. Molta paura ma nessun ferito.

    Secondo fonti locali, i tre ordigni sono stati sparati attorno alle 2:00 ora locale (220 ora italiana) dalle colline di Kohe Sher Darwaza e Chilsitoon, appena a sud della città vecchia, cadendo a vari chilometri di distanza dal grande tendone bianco allestito alla periferia nord-occidentale della capitale afgana per ospitare i lavori dell’assemblea costituente.



    Un razzo è finito su un’abitazione di fango vicino all’aeroporto (che si trova a nord-est di Kabul), sfondandone il tetto ma non causando feriti. Gli altri due razzi sono finiti nei campi della zona: solo uno è esploso.

    La resistenza dei taliban, che nei giorni scorsi aveva promesso attacchi contro la Loya Jirga, da essi definita “una messa in scena orchestrata dagli occupanti americani”, ha rivendicato l’azione promettendone altre. Il comandante taliban Abdul Samad, in una telefonata all’agenzia francese Afp, ha avvertito che altri attacchi seguiranno nella giornata e nella notte e che l’obiettivo rimane la Loya Jirga, ma se non sarà possibile verranno colpite altre parti della città.

    Testimoni riferiscono che i caccia statunitensi stanno sorvolando la capitale a bassa quota. Le misure di sicurezza attorno al sito della Loya Jirga sono state ulteriormente rafforzate: migliaia di soldati del contingente internazionale Isaf e dell’esercito afgano hanno eretto checkpoint in tutta Kabul.



    L’intelligence militare americana aveva avvertito che i taliban avrebbero in qualche modo tentato di attaccare Kabul in occasione del Gran Consiglio. Lo stesso presidente Hamid Karzai, all’apertura dei lavori, aveva risposto alle minacce dei taliban sfidandoli apertamente. “Venite pure, portate con voi tutti i razzi, le bombe e i fucili che avete: noi vi combatteremo e difenderemo la nostra gente perché noi abbiamo Dio, il popolo e il governo dalla nostra parte”.

    Enrico Piovesana

  4. #144
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    DONNE CONTRO


    Le delegate al Gran Consiglio costituente che si tiene a Kabul lanciano un clamoroso "J'accuse" contro il comandanti mujaheddin che siedono nella Loya Jirga: "Siete gli stessi criminali che hanno distrutto questo Paese: dovreste essere in un tribunale, non qui a decidere il futuro dell'Afghanistan"


    Kabul (Afghanistan), 19 dicembre 2003 - “Siamo trattate come cittadini di seconda classe”. E’ questo il coro di protesta che si leva dalle cento coraggiose donne afgane che siedono sotto la grande tenda della Loya Jirga al politecnico di Kabul. Cento coraggiose a reclamare pari opportunità e pari diritti, costituzionalmente garantiti. Nell’Afganistan di oggi non e’ impresa molto più facile che qualche anno fa, sotto il regime dei talebani.



    Insieme al ruolo dell’Islam e alla forma di governo del nuovo Stato afgano, uno dei temi più controversi della bozza di costituzione in discussione alla grande assemblea è il ruolo delle donne nella futura società afgana. Argomento delicato in un Paese dove un marito può condannare a morte la propria moglie per aver discusso a voce troppo alta con suo fratello e – imbracciato il kalashnikov – decidere di scorticarle le gambe con trentaquattro colpi di kalashnikov. E’ accaduto; succederà ancora.

    Non dovete cercare di porvi allo stesso livello degli uomini” - le ha bonariamente apostrofate due giorni fa il neoeletto presidente della Loya Jirga, Seraptullah Mujaddidi, all’atto di respingere la nomina a vicepresidente dell’assemblea di una delegata donna – “e ricordate che neppure Dio ha concesso alle donne diritti uguali a quelli degli uomini. Come dice la sharìa, la legge islamica, il voto di due donne equivale a quello di un solo uomo”. Parole dure, pesanti, come macigni.

    Solo dopo che le cento delegate alla Jirga hanno minacciato di abbandonare in blocco i lavori, Mujaddidi ha accettato la nomina a quarto vicepresidente dell’assemblea di Safia Sediqi, delegata della provincia di Nangarhar, ma le sue parole hanno profondamente ridimensionato le aspettative che l’altra metà del cielo afgano riponeva nel dibattito sui propri diritti in seno alla Jirga.


    Non ha tuttavia tardato a reagire l’orgoglio delle donne afgane.
    Ieri pomeriggio Malali Joya, delegata della provincia di Farah, ha sorpreso tutti lanciando uno storico j’accuse contro i comandanti mujaheddin presenti in gran numero alla Jirga. “Si tratta di criminali – ha dichiarato di fronte ai Cinquecento – che andrebbero processati in tribunale invece di essere seduti qui a decidere le sorti di questo Paese”. Accusandoli di essere i principali responsabili della distruzione di Kabul e del collasso socioeconomico dell’intero Afganistan nel corso della sanguinosa guerra civile degli anni ’90, Malali Joya si e’ scagliata particolarmente contro la presenza del leader ultraconservatore del partito Ittihad-e Islami, Abdul Rasul Sayaf

    Il suo discorso ha raccolto qualche timido applauso, ma subito dopo il presidente Mujaddidi ha ordinato che venisse espulsa dall’assemblea.
    A quel punto i rappresentanti mujaheddin messi sotto accusa da Joya hanno lanciato contro di lei il rabbioso grido di "Morte ai comunisti".
    Caos, confusione, e ordine sono tornati sotto il tendone bianco solo dopo l’intervento dei soldati dell’esercito afgano e grazie all’invito alla calma da parte dello stesso Sayaf, il quale però ne ha approfittato per lanciare un minaccioso avvertimento, ammonendo gli Stati Uniti e l’attuale governo afgano di non cercare di escludere la partecipazione degli ex-mujaheddin dal processo costituzionale. “Altrimenti - ha dichiarato – il sangue scorrerà in tutto l’Afganistan .



    Malali Joya ha ragione. Questo dice la gente.
    Ancora una volta per le strade polverose di Kabul non si parla d’altro. La Jirga, e ciò che vi succede. Poco importa alla gente che di nemmeno uno dei centosessanta articoli di cui è composta la bozza costituzionale si sia ancora parlato alla grande assemblea, dopo cinque giorni di discussioni. Cio’ che Malali Joya ha detto è condiviso, da molti. Soprattutto da chi ha vissuto la guerra fra le fazioni mujaheddin rimanendo a Kabul, senza scappare, vivendo per i lunghi anni della guerra civile di stenti e speranze. Quegli stessi comandanti che allora radevano al suolo interi quartieri di Kabul oggi siedono nella grande assemblea e decidono le sorti del (loro) Paese. A loro, ai sopravvissuti, non resta che scrollare il capo e riporre speranze nelle parole di una delle coraggiose cento.

    M.R.

  5. #145
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    COSTITUZIONE IN SILENZIO


    La Loya Jirga volge al termine, ma l'oscuramento dei lavori non e'un buon inizio per il nuovo Afghanistan

    Kabul, 29 dicembre 2003 - Pochi giorni, forse solo poche ore ci separano dalla conclusione del Gran Consiglio costituzionale. Si dice che il consenso si stia aggregando intorno ad una forma di governo semipresidenziale, alla francese. Si dice, perché da una settimana i lavori della Jirga si svolgono a porte chiuse, le discussioni, le votazioni, i dibattiti a microfoni e telecamere spente.

    Da quando Malali Joya, delegata della provincia di Farah, ha accusato i comandanti mujaheddin presenti in gran numero alla Jirga di essere criminali che andrebbero processati in tribunale, la trasmissione in diretta dei lavori del Gran Consiglio e’ stata sospesa, in televisione come per radio. Il paese, dunque, non deve sapere.

    Brutto segnale, questo proveniente dalla Jirga, in un momento delicatissimo per il presente e il futuro dell’Afghanistan, nel momento in cui il cosiddetto processo di “normalizzazione e democratizzazione” dovrebbe raggiungere il suo punto più alto, con l’adozione della nuova costituzione, massima espressione della volontà popolare. Momento delicatissimo per il fragile stato afgano, e sempre più teso. L’esercito governativo e’ schierato in forze per le vie di una Kabul ormai blindata. Ad ogni angolo del centro sono installate postazioni fisse di mitragliatrici e postazioni mobili lanciarazzi.

    Si spera in un accordo fra tutte le fazioni presenti alla Jirga. Ma si teme il peggio. La linea presidenzialista di Karzai, forse leggermente corretta a favore di un semipresidenzialismo alla francese, dovrebbe prevalere, con l’appoggio di alcune componenti fondamentaliste che hanno esercitato forti pressioni affinché venisse solennemente affermato il ruolo dell’Islam, della sua religione e delle sue leggi nella costituzione del futuro stato afgano.

    Cresce tuttavia il malcontento: fra i comandanti mujaheddin, poco propensi a riconoscere al futuro presidente, che verrà eletto nel giugno 2004, poteri esecutivi quasi assoluti. Fra i “democratici”, che sostengono a gran voce la necessità di attribuire un ruolo che non sia meramente simbolico al nuovo parlamento bicamerale previsto dalla bozza costituzionale. E fra le fazioni più “progressiste”, che reclamano non solo uno stato secolare, ma anche il riconoscimento di pari diritti e pari dignità a tutti gli uomini e le donne afgane.

    Se le loro istanze non verranno accolte hanno promesso mobilitazione e lotta, puntando sull’appoggio dell’Europa per contrastare e denunziare le pesanti interferenze statunitensi nella gestione degli affari nazionali. Il momento e’ davvero decisivo. Eppure da sotto il bianco tendone del Gran Consiglio trapelano solo indiscrezioni. Il popolo afgano, che per ritrovare un senso di fratellanza, di comunanza e unità nazionale mai come oggi avrebbe bisogno di sentirsi partecipe e ascoltato, viene tenuto all’oscuro. E si diffonde lo scetticismo, ed il sospetto.

    Il forte sospetto che denaro straniero stia comprando i voti alla Jirga. “Sappiamo che i politici si stanno arricchendo – sostengono gli afgani -, e bisognerebbe opporsi, combatterli, ma siamo stanchi della guerra, siamo disposti ad accettare anche la corruzione a patto che ci sia pace”. Comprensibile, ma disarmante. Al sud come al nord, scetticismo e sospetto. A Mazar-i Sharif come a Kandahar, a Herat come a Shebergan, nessuno e’ più interessato alle decisioni del Gran Consiglio. Perché i signori della guerra locali possiedono le armi, e chi possiede le armi, in Afghanistan – come nel resto del mondo – comanda. E qualunque sarà il risultato della Jirga, le cose – per chi vive lontano dalla capitale, cioè per la maggioranza degli afgani – non cambieranno.

    MR

  6. #146
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    LA LOYA JIRGA SI SPACCA



    In Afghanistan, i duecento delegati dell’Alleanza del Nord si ribellano al progetto di costituzione del presidente Hamid Karzai e boicottano il Gran Consiglio, che viene sospeso. A rischio la pacificazione del Paese


    2 gennaio 2004 – Il nuovo anno si apre male per l’Afghanistan. Dopo tre settimane di lavori, la Loya Jirga - il Gran Consiglio che deve approvare la nuova costituzione aprendo la strada alle prime elezioni del dopoguerra – è stata sospesa dopo una drammatica spaccatura avvenuta al momento del voto. Una spaccatura che mette in luce divisioni e contrapposizioni che covavano da mesi e che ora rischiano di far naufragare il processo di pacificazione dell’Afghanistan.

    Giovedì primo gennaio, dopo giorni e giorni di discussioni, i nodi sono venuti al pettine ed è successo quello che tutti temevano. Di fronte all’intransigenza del presidente filo-americano Hamid Karzai, sostenitore di una costituzione presidenzialista “made in Usa” che non lascia spazio politico alle minoranze non-pashtun (tagiki, uzbeki e hazara) e ai loro leader (i potenti comandanti mujaheddin dell’ex Alleanza del Nord), il blocco dei delegati che fa capo a questi ultimi si è ribellato e ha boicottato le votazioni finali.



    Il presidente dell’assemblea, Sepratullah Mujaddidi, uomo fedele a Karzai, per stringere i tempi aveva imposto una votazione sui punti più delicati e contestati della nuova costituzione: i poteri del presidente della repubblica e le lingue ufficiali. I duecento delegati tagiki, uzbeki e hazara, che rappresentano il 47 per cento dei 502 membri della Loya Jirga, si sono rifiutati di votare bloccando i lavori dell’assemblea, che è quindi stata temporaneamente sospesa e aggiornata a sabato.

    I fautori di questo “ Aventino afganovogliono un parlamento forte e un primo ministro che bilancino lo strapotere del presidente e garantiscano la rappresentanza degli interessi delle minoranze e delle opposizioni. Insomma un sistema alla francese, e non all’americana. Chiedono che questo parlamento venga eletto a giugno assieme e non dopo l’elezione del presidente per evitare condizionamenti indebiti. Pretendono che il dari (il dialetto persiano dei tagiki) e l’uzbeko vengano riconosciute come lingue ufficiali a fianco del pashto, la lingua della maggioranza pashtun.




    Tutte richieste di cui Kazai e i suoi non vogliono sentir parlare. Wali Massoud, fratello del defunto famoso comandante tagiko dell’Alleanza del Nord e oggi oppositore di Karzai, ha espresso la sua delusione per questa situazione. “Questa Loya Jirga, che avrebbe dovuto essere un nuovo inizio per l’Afghanistan, è un passo indietro per il Paese a causa delle divisioni che sta provocando”.

    Il rischio è che questo scontro politico blocchi anche il processo di disarmo delle milizie di mujaheddin che fanno capo agli stessi comandanti e leader locali ostili a Karzai, rinfocolando il pericolo di una nuova guerra civile. “Se i pashtun respingono le nostre richieste noi non abbandoneremo le armi, ha minacciato un delegato uzbeko della provincia di Faryab, roccaforte del signore della guerra Abdul Rashid Dostum.




    A trarre vantaggio da questa situazione di crisi è la resistenza talebana, che continua a tenere impegnate le forze statunitensi nel sud e nell’est del Paese in una guerriglia sempre più serrata, cui gli Usa rispondono con operazioni di guerra sempre più massicce. Il portavoce militare americano in Afghanistan, colonnello Bryan Hilferty, ha riferito che mercoledì 31 dicembre, sulle montagne della provincia sud-orientale di Paktika, vicino al confine pakistano, i talebani hanno attaccato un convoglio Usa ferendo tre soldati. Ne è seguita una dura battaglia che ha visto l’intervento degli elicotteri da attacco ‘Cobra’ e che ha lasciato sul terreno quattordici miliziani talebani.

    Enrico Piovesana

  7. #147
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    APPROVATA LA NUOVA COSTITUZIONE



    Superata la frattura tra Alleanza del Nord e presidente Karzai, passa la linea presidenzialista



    5 gennaio 2004 - Dopo ventidue giorni di non facile discussione, ieri 4 gennaio, i cinquecento delegati della Loya Jirga hanno approvato la nuova Costituzione dell'Afghanistan post-talebano. La spaccatura che nei giorni scorsi aveva fatto temere il fallimento del processo costituente e' stata ricucita nel fine settimana grazie alla mediazione in extremis delle Nazioni Unite. Il blocco dei delegati che fanno riferimento all'ex Alleanza del Nord (i tagiki, gli uzbeki, gli hazara) si erano rifiutati di votare il progetto costituzionale presentato dal presidente ad interim Hamid Kazai per due motivi: l'eccessivo potere attribuito al presidente della repubblica (non bilanciato da un primo ministro o un parlamento forti, strumenti per dar voce all'opposizione e alle minoranze etniche) e il non riconoscimento del dari (il dialetto persiano dei tagiki) e dell'uzbeko come lingue ufficiali al pari del pashto, la lingua della maggioranza pashtun.

    L'accordo finale e' una sostanziale sconfitta della linea “parlamentarista” dell'opposizione mujaheddin e quindi una vittoria della linea presidenzialista di Karzai (e degli Stati Uniti), passata con la sola concessione dell'affiancamento di due vicepresidenti. L'elezione del parlamento non avverrà in contemporanea con le presidenziali di giugno, come chiesto da tagiki e compagni per evitare “interferenze presidenziali”, ma almeno sei mesi dopo. In cambio Karzai ha concesso lo status di lingua ufficiale nazionale al dari e di terza lingua ufficiale locale all'uzbeko laddove è parlato. La comunità internazionale, Stati Uniti in testa, esulta e sottolinea come nella nuova Costituzione si riconosca pari dignità a donne e uomini e non si faccia cenno alla sharia, la legge islamica. Cosa che difficilmente troverà applicazione pratica nella vita quotidiana degli afgani.Non mancano le preoccupazioni per il risentimento dell'opposizione guidata dai tagiki, politicamente sconfitta, e per lo scontento dei pashtun piu' oltranzisti che vedono come un'umiliazione le concessioni fatte alle minoranze.

    E.P.

  8. #148
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    IL MIO AFGHANISTAN



    Igor Pesce, architetto da poco rientrato dall'Afghanistan, è venuto a trovarci in redazione. E gli abbiamo chiesto di scrivere quello che ci ha raccontato.
    Igor, con nostra sorpresa, scrive anche di PeaceReporter, spiegandoci il senso del nostro lavoro
    .


    19 dicembre 2003 - Sono rientrato dall’Afghanistan il 5 novembre 2003. La mia prima missione come "engineer", termine che per gli afgani designa qualsiasi straniero abbia a che fare, a vario titolo, con la tecnologia.

    Tre mesi e mezzo passati a Laschkargah, 150 chilometri a sud ovest di Kandahar, patria dei taliban. Deserto, polvere, vento.
    Poi, più di un mese e mezzo bloccato a Kabul per ragioni di sicurezza. Cinque mesi in tutto, vissuti a stretto contatto sia con la popolazione del nord ([I]i mujaheddin tagiki) sia con i pashtun del sud dell’Afghanistan[/B].



    Per cinque mesi ho respirato la polvere del deserto e lo smog di Kabul e sorriso insieme ai cento afghani pashtun con i quali stiamo costruendo un ospedale.
    Ho visto da dietro l’obbiettivo della mia macchina fotografica digitale gli "effetti collaterali" delle azioni di guerra e le conseguenze quotidiane quando arrivano nel pronto soccorso dell’ospedale di Emergency a Kabul. Ho parlato di americani, donne, politica e filosofia con l’ingegner Akmadir a Laschkargah e sono stato ad ascoltare Akhmed, che pur non essendo mujaheddin ha già chiesto le ferie per poter partecipare alla nuova jihad che si sta preparando.

    Ho visto un tagiko con il suo pakul (il tipico copricapo tondo di lana), l'unico nel raggio di quattrocento chilometri, passeggiare con fierezza accanto a un altrettanto fiero pashtun nel profondo sud della provincia di Helmand.
    Ho fotografato di nascosto i burka delle donne, e con gioia i sorrisi dei bambini di Laschkargah.
    Ho fotografato anche, e con senso di colpa, i bambini saltati sulle mine e stesi sui lettini del pronto soccorso di Kabul.


    Per cinque mesi, dall'Afghanistan, ho ascoltato le notizie italiane attraverso la tv satellitare: Rai uno, Rai due, Rai tre, Retequattro, Italia 1, Rainews 24.
    Grazie al fuso orario era possibile seguire un po' tutti i telegiornali, e direi che la rosa a disposizione era sicuramente “pluralista”. Quello che raccontavano, però, non era l'Afghanistan che stavo vivendo, vedendo, sentendo e fotografando.
    Finché sei lì noti questa incongruenza tra il tuo vissuto e quanto passano ai telegiornali, ma non ci dai tanto peso. Ricorri alla solita frase "i giornalisti della televisione non capiscono nulla, la Tv è spazzatura".
    Tanto riesci sempre ad avere le notizie in diretta, mentre accadono. Rimpiangi un po’ la carta stampata. Prima di partire mi affidavo a lei.


    Sono rientrato in Italia da un mese e dieci giorni. Tornare è un bel caos, ma lo si affronta con un sorriso. Il sorriso, anche se sembra un paradosso, è il più bel regalo che l'Afghanistan mi abbia fatto. Corri, ti fermi, organizzi la prossima partenza già mentre disfi le valige. In tutto questo cerchi anche di rimanere in contatto con quella che è stata la tua casa, i tuoi affetti, la tua seconda famiglia, laggiù.
    Torno ad affidarmi alla carta stampata, e ad Internet.
    Leggo i quotidiani in treno, in tram, per strada.
    Sfoglio i settimanali in casa, navigo tra i siti delle maggiori testate in ore strane e durante notti insonni.
    Si parla dell’Afghanistan. Sto cominciando a capire che se ne parla anche troppo. Si legge di donne, burka, Karzai, Loya Jirga, bambini uccisi (quelli però solo in articoletti a fondo pagina, e mai in prima).
    Leggo e in parte assimilo quanto mi viene raccontato e spiegato. Non ho più le mie fonti e dunque mi affido a quelle ufficiali, quelle che utilizzano tutti.



    Pochi giorni fa nella sede di Emergency è arrivata la notizia che i militari statunitensi hanno tentato di fare irruzione nell’ospedale di Kabul.
    L’aria era pesante. Mi sono limitato ad ascoltare.
    La sera mi collego d’istinto a PeaceReporter, sicuro di trovare notizia di quanto accaduto. Leggo. Capisco l'agitazione.
    Non vado neanche alla ricerca della notizia sulle altre testate.
    Sempre l’istinto, o l’esperienza. Il mouse clicca sugli articoli correlati, quelli sul mio Afghanistan.
    Anche qui si parla di donne, burka, Karzai, Loya Jirga, bambini uccisi. Ma finalmente con un linguaggio che capisco, che mi racconta quello che veramente succede in quel incredibile Paese che è l’Afghanistan.
    Sorrido, perchè qui l'Afghanistan lo riconosco.


    Inorridisco perché mi rendo immediatamente conto di come le fonti ufficiali mi abbiano narcotizzato con i loro ritornelli e disegni con didascalie e foto di posti e Paesi che non hanno mai visto e difficilmente saprebbero individuare su una cartina geografica.
    Mi sento in colpa. Una bruttissima sensazione: avevo dimenticato le mie fonti.
    Mi spaventa ancor più la voglia di non sapere che leggo nei volti degli amici e delle persone con cui mi fermo a parlare e che puntualmente viene soddisfatta dai media con i loro plastici di carta pesta e bandierine infilzate come se si stesse giocando a Risiko.



    Sono fortunato, me ne rendo conto. Mi imbarazzo quando si prova ammirazione per il mio essere architetto nel "pericoloso Afghanistan".
    Il mio lasciapassare per il prossimo anno, come lo è stato per i passati cinque mesi nella terra dei taliban, sarà la magliettina a maniche corte con il logo di Emergency e il farmi trovare tutte le mattine insieme agli afgani con un sorriso in cantiere, e il costruire insieme l’ospedale.

    Non serve nessun fucile. Nessuna guardia armata. Il rispetto per chi si ha di fronte, quello sì. La pazienza nel conoscere la sua cultura, il rispettare la parola data, il presentarsi di fronte a chi vai ad aiutare senza nascondere nulla, trattandolo con dignità.


    Sarebbe bello se i nostri giornalisti lo raccontassero nei loro servizi. Ma se poi si scrivono cose del genere si rischia di diventare uno scomodo sassolino nella scarpa.


    Io, architetto. Per deformazione professionale sono portato a osservare ciò che mi circonda. Nulla di più. Mi hanno chiesto di provare a scrivere le osservazioni che di solito catalogo con la mia macchina digitale. Osservo e voglio continuare a sorridere. Nulla di più.

    Igor Pesce

  9. #149
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    Chiedo scusa ai moderatori e ai lettori del mio 3D perchè è da tantissimo che non posto nuovi articoli, mi manca il tempo materiale (doppio lavoro), comunque garantisco che a settembre il 3D riprenderà pieno vigore.

    Scusate ancora

  10. #150
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    Yemen: uccisi soldati in imboscata
    Un fratello del predicatore sciita ucciso e altro arrestato
    (ANSA) -SANAA, 24 AGO- Decine di soldati yemeniti sono stati uccisi ieri sera in un'imboscata tesa loro da seguaci del predicatore sciita Hussein Bar Eddin al Huti. L'agguato e' avvenuto lungo una strada della regione di Maran, nel Nord ovest del Paese. Lo riferiscono oggi fonti fonti militari. Le stesse fonti hanno annunciato anche la notizia dell'uccisione, in uno scontro a fuoco, di un fratello di al Huti, Abdel Malek al Huti. Un altro fratello del predicatore sarebbe stato fatto prigioniero.
    © Ansa

 

 
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