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Discussione: Guerre Dimenticate

  1. #41
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    TUTTI CONTRO LA MONUC



    28 febbraio 2004



    La missione dell'ONU nella DR Congo sta attraversando uno dei momenti più difficili dalla sua nascita: oltre ai numerosi attacchi subiti da parte delle milizie che ancora infestano il paese, i Caschi Blu devono affrontare la rabbia della popolazione, che li accusa di non proteggere adeguatamente i civili dai massacri e di dedicarsi solamente ad affari illeciti quali il traffico di droga, a pedofilia e la prostituzione.

    Le accuse che sono piovute recentemente addosso alla MONUC non facilitano di certo l'operato dei Caschi Blu, bersaglio nelle ultime settimane di numerosi attacchi. Mercoledì 18 febbraio le truppe dell'ONU sono state attaccate a Kasenyi, nell'Ituri, a circa 50 km dal capoluogo Bunia.

    I Caschi Blu erano giunti sul posto per arrestare alcuni miliziani riunitisi nella zona, che stavano forse preparando un attacco contro un mercato. Accolti a raffiche di mitragliatrice, i Caschi Blu sono comunque riusciti ad arrestare 13 miliziani limitando i danni al ferimento di un soldato.

    Militari franco-svedesi della forza multinazionale a Bunia lo scorso agosto


    Ma lo scontro più pesante i soldati della MONUC l'hanno dovuto sostenere martedì scorso a Niamamba, a una sessantina di km da Bunia. Attaccati da miliziani dell'UPC (Unione dei Patrioti Congolesi, il gruppo ribelle più importante dell'Ituri), i Caschi Blu sono stati impegnati negli scontri a fuoco per diversi minuti, fino a quando alcuni elicotteri giunti in soccorso non hanno bombardato, distruggendolo completamente, un vicino campo dell'UPC. Anche se per il momento non è possibile fare una stima delle vittime, le perdite subite dall'UPC sarebbero consistenti.

    La sfiducia della popolazione


    Il problema maggiore che al momento la MONUC si trova ad affrontare riguarda la scarsa considerazione che ha la popolazione civile nei confronti dei Caschi Blu. Negli ultimi tempi sono cresciute le denunce contro i comportamenti dei soldati dell'ONU, incapaci di evitare i recenti massacri avvenuti in Ituri sulle sponde del lago Albert e nel Katanga ad opera delle milizie Mayi-Mayi.

    Sembra invece che i Caschi Blu siano particolarmente attivi in ogni genere di attività illecite: sono accusati di violenze sessuali e di pedofilia, accuse infamanti che erano state mosse contro la MONUC già lo scorso anno, quando un ufficiale era stato sostituito perché sospettato di aver abusato di un bambino.

    I soldati della missione ONU sarebbero dediti anche al traffico di droga e di pietre preziose, da cui ricaverebbero ingenti guadagni in barba alla popolazione civile, costretta invece a vivere in condizioni disperate a causa della quinquennale guerra che ha ridotto il paese allo sfacelo. Le attività illecite sarebbero fiorenti soprattutto nella capitale Kinshasa dove, lungi dal contrastare il dilagare delle bande criminali, i Caschi Blu si sarebbero accordati con vasti settori della malavita per spartirsi i proventi dei traffici.

    La pazienza dei Congolesi si sta esaurendo, come dimostra la manifestazione contro i Caschi Blu che si è tenuta ieri a Bunia, in cui quattro manifestanti sono stati feriti da pallottole vaganti. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato l'arresto di un commerciante da parte dei Caschi Blu, per motivi e in circostanze ancora da chiarire. Alla manifestazione avrebbero partecipato anche alcuni miliziani dell'UPC.

    Le difficoltà della missione


    A parziale discolpa della MONUC, almeno per quanto riguarda le operazioni militari, c'è da dire che i circa 10.000 Caschi Blu impegnati in Congo sono assolutamente insufficienti per coprire efficacemente tutto il territorio. In questo modo i capi della missione sono costretti, secondo le necessità, a muovere i contingenti da una regione all'altra seguendo le necessità del momento.

    E' ovvio che, qualunque scelta venga fatta a livello di distribuzione dei contingenti, la coperta risulterà sempre troppo corta. Negli ultimi mesi buona parte dei Caschi Blu è stata schierata in Ituri, una regione che da sola è grande quanto la Sierra Leone che poteva contare su un contingente di Caschi Blu di 30.000 uomini.

    La MONUC è diventata il bersaglio di uno stillicidio di attacchi operati dalle milizie locali, che spesso hanno impedito o ostacolato le missioni di ricognizione o di dispiegamento dei militari nei diversi centri della paese, in particolare nell'Ituri.

    In questo modo, anche se le perdite sono state limitate (un solo osservatore morto in Ituri dal 1 settembre) la MONUC non è comunque riuscita ad operare in maniera efficace, come mostrano i massacri di civili che si sono succeduti nonostante la presenza delle truppe ONU.

    Oltre a non aver garantito la sicurezza in Ituri, i Caschi Blu hanno lasciato senza copertura altre zone del paese come il Katanga, dove proprio nei giorni scorsi una missione di ossevatori della MONUC ha confermato i massacri di civili compiuti dalle milizie Mayi-Mayi dissidenti di Chinja-Chinja.

    La frustrazione dei civili nasce principalmente dal vedere gli uomini della MONUC giungere sul luogo del misfatto sempre in ritardo, senza che siano in grado di prevenire le azioni delle milizie. Per affrontare seriamente il problema sarebbe necessario un consistente aumento dei contingenti militari, un'opzione che al momento non è all'ordine del giorno del Consiglio di Sicurezza.

    Matteo Fagotto

  2. #42
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    ANCORA MORTI A BUNIA, LA MONUC SOTTO ACCUSA


    02 marzo 2004


    A Bunia si torna a sparare: il capoluogo dell'Ituri è stato teatro, due notti fa, di un violento scontro a fuoco tra miliziani non ancora identificati e truppe della MONUC, la missione ONU nel paese. Non è ancora chiaro quante siano le vittime, il cui numero varia a seconda delle fonti che riportano la notizia. Sembra certo invece che numerosi miliziani siano stati arrestati al termine della sparatoria.


    Quest'ultimo episodio di violenza che ha scosso la città è arrivato al termine di una settimana di crescenti tensioni tra la MONUC, la popolazione civile e le milizie armate ribelli che ancora operano nell'Ituri. Durante gli ultimi sette giorni numerosi spari sono stati sentiti in città, specialmente di notte.
    Secondo un portavoce della MONUC, la responsabilità maggiore per l'insicurezza che regna in città va data ad una frangia dell' UPC di Thomas Lubanga, il principale gruppo ribelle della regione.

    L'ultima sparatoria ha dato la stura alle proteste della popolazione civile, che accusa la MONUC di non fare abbastanza per garantire la sicurezza della regione. Il problema del disarmo delle milizie è ancora all'ordine del giorno e sebbene i rappresentanti della missione ONU continuino a ripetere che la stragrande maggioranza dei miliziani ha aderito al programma di disarmo, ci sono fondati motivi per credere che l'instabilità cronica della regione non sia facilmente estirpabile.

    Il problema del disarmo


    Il disarmo delle varie milizie operanti nel paese è una delle condizioni primarie per garantire la pace nel paese. Al momento, la MONUC ha dichiarato di essere riuscita a disarmare e rimpatriare ben 8.500 guerriglieri, un risultato soddisfacente se si pensa che più di 4.000 sono stati smobilitati solamente negli ultimi quattro mesi.

    Il problema principale resta il Kivu dove 10.000 miliziani delle FDLR, un gruppo Hutu composto in maggioranza da combattenti fuggiti dal Rwanda dopo il 1994, si rifiutano di disarmare, minacciando così la stabilità della regione e la transizione congolese.

    Un altro grosso problema, che la MONUC tende a non pubblicizzare troppo, è la "regolarizzazione" di questi miliziani: alcuni di loro verranno integrati nelle nuove Forze Armate, ma la paga nell'esercito è talmente misera (si parla di 40 cents al giorno) che molti guerriglieri hanno preferito abbandonare il programma e ritornare nella clandestinità.

    Il fenomeno riguarda in particolare i guerrieri Mayi-Mayi, alleati di Kinshasa durante la guerra e ora raggruppati in buona parte nel campo di Lwama, a pochi km dalla città di Kindu. Sembra che dal dicembre scorso almeno 300 guerriglieri siano fuggiti dal campo, per le pessime condizioni di vita e per la prospettiva non allettante di uno stipendio da fame.

    In Ituri, invece, il programma di disarmo non è ancora cominciato. Sebbene molte milizie locali si siano dette favorevoli, almeno sulla carta, alla smobilitazione, le crescenti difficoltà operative che incontra la MONUC non hanno permesso finora di avviarla.

    Proteste a Bukavu


    Ieri ed oggi Bukavu è stata dichiarata "ville morte", città morta. Lo riferiscono fonti della MISNA, secondo cui l'initiativa consiste nell'interruzione di tutte le attività (lavorative, scolastiche) per protestare contro l'attacco al generale Prosper Nabyolwa, la cui residenza era stata messa sotto assedio dai miliziani del RCD-Goma la scorsa settimana. Negli scontri erano morti tre uomini di Nabyolwa, lo chaffeur e due guardie del corpo, mentre altri suoi fedeli erano stati fatti prigionieri.

    Il generale ha pagato così l'eccessivo "zelo" nell'aver arrestato il maggiore Kasongo, uomo di fiducia dell'ex-governatore regionale Chiribanya sospettato di essere l'ideatore di un complotto per fa riprendere la guerra nel Kivu. Al momento del generale Nabyolwa, osteggiato dall'establishment del RCD-Goma che controlla la zona, non si hanno più notizie. Si pensa sia stato nascosto in qualche luogo sicuro, forse con l'aiuto della MONUC, in attesa che le acque si calmino.

    Matteo Fagotto

  3. #43
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    KATANGA MSF DENUNCIA L'ODISSEA DEI CIVILI



    05 marzo 2004


    Non si fermano i massacri nel Katanga, la regione sud-orientale del Congo dove da gennaio le milizie Mayi-Mayi agli ordini del comandante "Chinja-Chinja" compiono attacchi sistematici contro la popolazione locale. Medici Senza Frontiere è riuscita ad entrare nella regione dopo ben nove giorni di intensi combattimenti, in cui la regione è rimasta inaccessibile agli aiuti umanitari.

    Secondo MSF, dalle 10.000 alle 20.000 persone sarebbero fuggite dalle loro case per paura dei guerriglieri Mayi-Mayi, che avrebbero distrutto e saccheggiato una cinquantina di villaggi.

    La città di Kasenge è praticamente deserta, mentre si hanno notizie di massacri e di esecuzioni sommarie compiute anche dalle FAC (Forze Armate Congolesi). Per il momento MSF è riuscita a fornire assistenza a circa 9.000 persone, ma diverse migliaia sarebbero ancora nascoste nelle foreste in balia degli attacchi dei guerriglieri.

    La situazione nel Kivu


    Intanto, la situazione politico-militare nel Kivu è ancora in stallo. La popolazione di Bukavu ha organizzato per l'inizio della settimana una singolare forma di protesta, la "ville morte", consistente nel bloccare qualsiasi tipo di attività (religiosa, lavorativa, educativa) per protestare contro il trattamento riservato al generale Prosper Nabyolwa lo scorso 23 febbraio, quando alcuni miliziani armati, probabilmente appartenenti al RCD, hanno fatto irruzione nella sua casa per rapirlo.

    Durante i tre giorni di protesta si sono avuti anche momenti di tensione, soprattutto quando la popolazione inferocita ha preso a sassate numerosi veicoli della MONUC (la missione ONU nel paese) accusata di non aver fatto abbastanza per proteggere il generale. La MONUC ha risposto sparando alcuni colpi di arma da fuoco che hanno fatto dei feriti, uno dei quali è deceduto in seguito in ospedale.

    Sono intanto emersi nuovi particolari inquietanti sull'attacco alla residenza del generale Nabyolwa. Sembra che ad organizzare il tutto sia stato il suo vice, il colonnello Jules Mutebusi, che si sarebbe servito per l'operazione di soldati rwandesi giunti a Bukavu con tre camion e tornati poi in Rwanda la mattina dopo ad attacco concluso.

    Sembra anche che gli uomini della MONUC di pattuglia alla casa del generale quella sera fossero assenti. Una coincidenza che desta forti dubbi e che è bastata per far esplodere la rabbia della popolazione civile.

    Diverse associazioni operanti nella regione hanno attaccato la MONUC, colpevole di essere in combutta con gli uomini del RCD, chiedendo addirittura a Kofi Annan la sostituzione del rappresentante ONU nel paese William Swing.

    Mercoledì il presidente Joseph Kabila ai microfoni di Radio Okapi ha voluto rassicurare la popolazione, dichiarando che il generale Nabyolwa è vivo ed in contatto con la presidenza. Kabila ha inoltre garantito che il generale tornerà al suo posto "al momento opportuno", un'espressione di difficile interpretazione.

    Di certo sono in molti a condannare l'atteggiamento del presidente, colpevole di essersi piegato al diktat del RCD grazie al quale il maggiore Kasongo ha potuto far ritorno a Bukavu senza problemi. E certo non gioca all'immagine del generale Nabyolwa l'essere costretto a nascondersi per evitare le rappresaglie del RCD, che ha dimostrato di avere molto più potere sulla regione rispetto alle autorità nazionali.

    Il governo congolese ha comunque inviato in missione in Kivu una delegazione di alti ufficiali dell'esercito che facciano il punto sulla situazione. La MONUC ha creato la Brigata Kivu, un contingente di 3.500 Caschi Blu che pattuglieranno Bukavu e dintorni per tentare di riportare la tranquillità in città dopo i recenti avvenimenti.

    Ieri intanto un cartello di 17 ONG operanti nel Kivu ha lanciato un appello al governo di Kigali perché rimpatri i soldati rwandesi presenti nella regione. Il governo rwandese ha immediatamente smentito la presenza di propri soldati nel territorio congolese.

    Si ripropone, insomma, l'annosa questione della presenza o meno dei soldati rwandesi in Kivu, presenza più volte denunciata dalla popolazione locale ma sempre recisamente smentita dal governo di Kigali.

    Matteo Fagotto

  4. #44
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    SOLO LA PACE PUO' FERMARE LA TRAGEDIA DELLA FAME


    14 marzo 2004


    Gravi insufficenze alimentari e malnutrizione continueranno ad affliggere centinaia di migliaia di persone nella Repubblica Democratica del Congo fino a quando non avrà fine lo stato di insicurezza. A lanciare il preoccupato appello è Sheila Sisulu, direttore esecutivo del World Food Programme (WFP), al termine di un viaggio di sei giorni nel Paese.


    La signora Sisulu ha affermato che
    "i tentativi di assicurare assistenza umanitaria sono continuamente vanificati dalle attività delle milizie armate in molte zone del Paese" ,
    ed ha proseguito lanciando un
    appello: "Siamo stati rincuorati dai recenti positivi sviluppi politici e chiediamo a tutti i gruppi armati di deporre le armi per dare una possibilità alla pace [give peace a chance , ndt]"

    La direttrice del WFP ricorda che "La RDC è una terra ricca e fertile, non ci sarebbe bisogno di portare alimenti d'emergenza se non ci fosse la guerra nel Paese. La pace e il progresso della DRC sarebbe un beneficio per l'intera regione."


    Nel comunicato stampa seguito al suo viaggio nella RDC, si rende noto che la signora Sisulo ha avuto modo di vistare le zone piu' devastate dalla guerra che insanguina il Paese da oltre vent'anni, ed ha toccato con mano la tragedia delle migliaia di sfollati che vivono di stenti in attesa della fine dei combattimenti.
    La maggior parte di essi sono donne e bambini.

    Almeno 3,4 milioni di persone sono state allontanate dalle loro case a causa della guerra. Oggi la Repubblica Democratica del Congo è un Paese dove il 73% della popolazione soffre di carenze alimentari.

    Molte delle persone affette da malnutrizioni gravi si trovano nelle zone meno accessibili del Paese, dove le strade sono spesso impraticabili e pericolose.

    La cosa piu' scioccante - si legge ancora nel comunicato stampa del WFP - è la diffusione delle violenze sessuali sulle donne.
    Inoltre, i rapimenti di donne sono frequentissimi. Le uniche, scarne statistiche disponibili parlano di 5000 casi l'anno di rapimento registrati, ma si teme che si tratti solo della punta di un iceberg.

    Anche per i bambini la RDC è un vero inferno: il WFP rende noto di aver avviato programmi per la smobilitazione e la riabilitazione di un numero stimato pari a 30.000 bambini soldato.
    Inoltre, il Programma Alimentare Mondiale si adopererà per supportare i tentavi del governo di Kinshasa di alleviare le sofferenze di almeno 10.000 malati di AIDS che si trovano a patire la fame.

    La signora Sisulu ha anche reso noto il lancio del "programma di nutrizione scolastica" che intende organizzare la fornitura di cibo durante l'orario scolastico per incoraggiare i bambini a frequentare le scuole.

  5. #45
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    CONGO, IL FAR WEST DEL NUCLEARE



    26 marzo 2004


    Gli occhi del terrorismo internazionale sono puntati sul Congo e sulle sue miniere di uranio? La domanda è diventata di attualità da qualche settimana, da quando cioè, ad inizio marzo, le autorità congolesi hanno sequestrato nella capitale Kinshasa due caschi contenenti un centinaio di kg di uranio 235 e 238, impiegati nella produzione di "bombe sporche".

    Sulla vicenda le autorità locali hanno mantenuto uno stretto riserbo, rifiutandosi di rivelare i particolari. Non si sa quindi chi fosse in possesso del minerale, a chi fosse destinato, e se ci siano stati arresti. La scoperta ha però gettato nel panico sia gli USA che l'AIEA, l'Agenzia dell'ONU per l'Energia Atomica, che hanno sùbito fatto appello a Kinshasa perché intensifichi i controlli alle frontiere.

    Secondo il professore Fortunat Lumu, rappresentante della DR Congo all'AIEA, il materiale sequestrato avrebbe comunque dovuto subire numerosi processi per essere impiegato nella produzione di una "bomba sporca", prodotta grazie all'immissione di materiale radioattivo dentro un ordigno convenzionale. Il professore ha anche ipotizzato che il carico fosse destinato ad un paese ad "elevata tecnologia nucleare", proprio per la particolarità dei processi a cui il materiale sarebbe dovuto essere sottoposto.

    Un mercato regionale?


    La domanda che suscita maggiore interesse è ovviamente chi fossero i destinatari del minerale. Le ipotesi al riguardo sono numerose, si va dalla possibilità che fossero destinati al vicino Congo-Brazzaville per esser impiegati nell'industria petrolifera alla ben più preoccupante evenienza che potessero essere state acquistati da qualche gruppo terroristico internazionale.

    L'allarme lanciato da USA e AIEA non è infondato, se si considera che negli ultimi quattro anni solo in Congo ci sono stati almeno 50 sequestri di carichi di uranio. D'altronde, l'impossibilità per il Congo di controllare adeguatamente le proprie frontiere dopo cinque anni di guerra civile rende il paese vulnerabile a questo traffico clandestino, che coinvolgerebe anche i paesi confinanti.

    Non è un caso che sequestri di materiale radioattivo si siano registrati negli ultimi anni anche in Uganda e Tanzania, mentre anche Zambia e Congo-Brazzaville non sarebbero estranei alle correnti di traffico.

    Le reazioni


    Dopo la scoperta dei due caschi gli USA non hanno perso tempo: due esperti americani sono già a Kinshasa per analizzare il contenuto dei due caschi, e per risalire se possibile al paese di origine dell'uranio. Non è infatti sicuro che provenga dal Congo, anzi Lomu ha anticipato che, stando alla cifratura presente sui caschi, l'uranio potrebbe provenire da un paese europeo.

    Anche se così fosse, l'allarme per le frontiere-colabrodo congolesi non si ridimensionerebbe comunque. Inoltre, un inviato della BBC ha scoperto nei giorni scorsi un'intensa attività nella miniera di Shinkolobwe, nella regione del Katanga. Nella miniera, da cui fu estratto il materiale radioattivo per le bombe di Hiroshima e Nagasaki e che è stata dichiarata chiusa dalle autorità congolesi, lavorerebbero invece 6.000 operai.

    Dal sito verrebbero estratti prevalentemente cobalto e rame, ma anche uranio che sarebbe poi lavorato in alcune fornaci della zona, di proprietà di imprenditori indiani e cinesi. Le autorità congolesi hanno chiesto l'aiuto della comunità internazionale, ammettendo candidamente di non essere in grado di controllare gli accessi e le attività del sito minerario.

    L'AIEA si è detta cosciente dei problemi per quanto riguarda il controllo del territorio, ma ha comunque invitato le autorità congolesi a vigilare sul traffico, anche perché un protocollo aggiuntivo firmato da Kinshasa impone al Congo di informare l'Agenzia sulle estrazione e l'esportazione di uranio.

    Matteo Fagotto

  6. #46
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    TENTATO GOLPE IN CONGO ?



    28 marzo 2004


    Questa notte la capitale congolese Kinshasa si è svegliata sotto colpi di fucile e di mortaio: una serie di disordini è scoppiata verso le 3.00 in due campi militari, quello di Tshatshi e quello di Kokolo, nella zona nord della città. Sembra che un gruppo di soldati armati abbia preso d'assalto i due campi, assieme alla sede di una televisione e al vicino aeroporto militare di Ndolo.

    Il bilancio degli scontri sarebbe, secondo la BBC, di un soldato morto e due feriti. In mattinata il Ministro dell'Informazione Vital Kamerhe ha rassicurato la popolazione dichiarando che le forze lealiste hanno la situazione sotto controllo, e che l'esercito ha operato numerosi arresti e sequestrato un ingente quantitativo di armi.

    Sempre stamane, verso le 8.00, un gruppo di ragazzi riconoscibili da un fazzoletto rosso legato attorno alla testa si è scontrato con la polizia nel quartiere delle ambasciate. E' possibile che gli assalitori volessero approfittare dei disordini per attaccare e saccheggiare le case dei quartieri ricchi della capitale.

    Non sono ancora chiari i motivi che hanno portato agli scontri: alcuni ipotizzano un fallito colpo di stato, altri un ammutinamento di alcuni soldati che non avrebbero ricevuto lo stipendio da mesi, anche se le autorità governative hanno dichiarato di essere in regola coi pagamenti all'esercito.

    Kamerhe ha dichiarato che gli scontri sono scoppiati in séguito alla scoperta di un nascondiglio di armi delle ex-FAZ (Forze Armate Zairesi), le guardie personali del deposto dittatore Mobutu Sese Seko. In mattinata la situazione sembra essere tornata alla normalità, anche grazie al dispiegamento di un nutrito numero di soldati e di alcuni Caschi Blu della MONUC per le strade della città.

    Matteo Fagotto

  7. #47
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    CONGO: MSF CHIEDE INTERVENTO DECISO CONTRO GLI STUPRI



    01 aprile 2004


    Bisogna fermare gli stupri in nella Repubblica Democratica del Congo (DRC). Lo ha ribadito oggi l’associazione umanitaria Medici Senza Frontiere in un rapporto, consultabile in versione integrale sul sito www.msf.org, volto a richiamare l’attenzione della comunità internazionale su un fenomeno che non accenna a diminuire, nonostante la fine della Guerra Mondiale Africana.


    Il conflitto, definito così perché ha coinvolto ben cinque stati africani (Angola, Namibia, Zimbabwe, Ruanda, Uganda), ha dato origine ad una guerra civile i cui strascichi sono tuttora evidenti, soprattutto nell’area meridionale della provincia controllata da alcuni gruppi di ribelli.

    Nonostante il processo di pace sia stato avviato gia nel 1999, i combattimenti e violenze non sono mai cessati, come dimostrano le allarmanti cifre diffuse dal rapporto di MSF.

    A Braka, nel solo mese di agosto 2003, i medici attivi nell’organizzazione umanitaria hanno trattato 600 casi di violenza.

    Il rapporto, diffuso a Nairobi, Kishasa ed Amsterdam, sollecita un intervento deciso da parte del governo che ha il compito di non lasciare impuniti gli esecutori delle violenze. Infatti nonostante vi siano leggi che condannano lo stupro, spesso chi commette il crimine resta impunito, anche per uno scarso impegno nella lotta al fenomeno da parte del governo congolese.

    Maria Josè Mora, rappresentante di MSF in Congo, in una conferenza stampa, ha citato proprio “l’inaccettabile impunità” fra le cause principali del perdurare delle violenze.

    I protagonisti della scena politica hanno approvato leggi che condannano lo stupro” ha dichiarato ai giornalisti “ma finora si è trattato solo di retorica che non ha cambiato in nulla la realtà delle vittime che ogni giorno curiamo”.

    Nel rapporto sono descritte le terribili conseguenze, psicologiche e socioeconomiche, determinate dalle quotidiane violenze che non risparmiano neppure bambini e anziani.

    Ormai divenute una delle tante armi di un conflitto che sembra non avere fine, le violenze sessuali contribuiscono alla diffusione dell’HIV/AIDS, delle malattie sessualmente trasmissibili e di una serie di problemi dell’apparato riproduttivo.
    Senza considerare il dolore e la paura.

    Benedetta Cocchini

  8. #48
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    ANCORA SANGUE NEL KIVU


    13 aprile 2004


    Si torna a morire in Congo: dopo settimane di calma apparente, fonti della MONUC (la missione ONU nel paese) hanno reso pubblico l'ennesimo massacro compiuto ai danni della popolazione civile; il 12 marzo scorso un gruppo di uomini armati non ancora identificati è penetrato nel villaggio di Lukweti, a pochi km dalla città di Goma compiendo un massacro le cui proporzioni non sono ancora conosciute.

    Il bilancio, assolutamente provvisorio, sarebbe per ora di 25 morti e 150 case bruciate o rase al suolo dalla furia degli assalitori, ma i residenti sopravvissuti parlano di più di 40 vittime, soprattutto donne e bambini

    Il fatto che si sia venuti a conoscenza dell'eccidio solo ora, a più di un mese di distanza dai fatti, la dice lunga sull'isolamento della zona e sulla possibilità che hanno avuto gli assalitori di agire indisturbati.

    Sull'identità degli assalitori per il momento si possono solo fare ipotesi: alcune fonti locali hanno chiamato in causa le milizie etniche Mayi-Mayi, altre le milizie Hutu Interahamwe, altri ancora il RCD-Goma(l'ex gruppo ribelle filo-rwandese che controlla la zona) o addirittura l'esercito congolese.

    L'ipotesi al momento più attendibile sarebbe quella che attribuisce l'attacco ad uomini vicini al RCD-Goma, che in questo modo avrebbe voluto ostacolare i movimenti delle truppe Interahamwe, che si servono spesso dei sentieri attorno al villaggio e del ponte che lo collega a Goma per attraversare la frontiera con il vicino Rwanda.

    Un portavoce del RCD-Goma ha comunque escluso che i propri uomini abbiano preso parte al massacro.

    La situazione in Ituri


    Alla luce dei recenti avvenimenti le parole del Segretario Generale dell'ONU Kofi Annan, che pochi giorni fa aveva avvertito che il Congo potrebbe diventare un "nuovo Rwanda", assumono ancora più valore.

    La situazione rimane instabile non solo nel Kivu, ma anche nell''Ituri, la regione nord-orientale del paese al confine con l'Uganda, l'unica a non essere stata neanche nominalmente pacificata ma, al contrario, lasciata al proprio destino dalle autorità congolesi.

    In Ituri si stima che vi siano almeno 15.000 miliziani armati in attesa di reintegro nella società, ma per far andare avanti il rpogramma di disarmo e reinserimento servono soldi che il governo congolese non ha.

    La sicurezza è garantita in parte dai circa 5.000 Caschi Blu della "Brigata Ituri" presenti nella zona, ma senza un preciso impegno da parte del governo di Kinshasa tutti i tentativi di pacificare la zona difficilmente raggiungeranno l'obiettivo.

    Matteo Fagotto

  9. #49
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    CONCLUSIONI



    Con questa notizia si conclude per il momento la cronaca del congo, ora mi vengono da pensara un paio di cose, ma in questa guerra che ha causato tra la popolazione 3.500.000 morti di cui la maggioranza sono donne e bambini.
    Ad aggiungere a questo le migliaia di violenze subite dalle donne, torturate e po magari violentate.
    Come se non bastasse tocca anche aggiungere molti atti di cannibalismo.
    In tutto questo c'era l'America ?
    Si c'era (rappresentata dalle multinazionali) ma solo ed escluscivamente per sfruttare le ricchezze del suolo (Coltan, diamanti) e per fomentare e dar sempre nuovo spunto ad una guerra che non porta altro che soldi alle multinazionanali delle armi, dei computer, dei cellulari ecc.
    Ma a me non è questo che interessa, si sa che l'America dove può sfrutta anche a costo di innumerevoli vite anche di bambini se serve.
    L'america dove è per portare aiuto a questa povera gente che sta morendo di fame di di HIV ?


    Dov'e l'America ?

    W l'american way !!!!!
    la vergogna del mondo, il nuovo nazismo-commerciale.

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    CECENIA


    La guerra in Cecenia si apre su un contesto di secolare rivalità tra le popolazioni della Russia e del Caucaso, già sfociata nei precedenti secoli in innumerevoli e sanguinosi conflitti, dipendenti da tensioni etniche e soprattutto dalle forti mire espansionistiche russe verso i territori meridionali della regione.

    Tra battaglie e massacri, la situazione resta invariata fino ai primi del '900, quando la Cecenia raggiunge una relativa condizione di stabilità, bruscamente interrotta dalle deportazioni ordinate da Stalin nel 1944 (100.000 vittime), a causa del sospetto di "complicità" dei locali col regime nazista.

    La prima guerra cecena (1994-1996)

    Dopo una nuova tregua durante il regime sovietico, lo spettro della guerra si riaffaccia nel 1991, in seguito al crollo dell'URSS: il 28 ottobre, in seguito ad un referendum, il presidente ceceno Dzhokhar Dudayev proclama l'indipendenza della Cecenia; la decisione suscita una violenta reazione da parte della "nuova Russia" di Boris Eltsin che, dopo tre anni di forte isolamento politico ed economico, dà il via all'invasione militare della provincia ribelle: è il dicembre del 1994.

    In seguito al raggiungimento dell'indipendenza da parte di numerosi Stati ex-sovietici, infatti, il Cremlino non aveva alcuna intenzione di perdere anche la Cecenia, con i suoi giacimenti di petrolio e gas naturale, e la sua strategica posizione per il controllo delle rotte dell''oro nero' nel Caucaso. Inoltre, secondo gli strateghi russi, l'indipendenza avrebbe potuto innescare volontà separatiste analoghe in altre repubbliche islamiche confinanti o dell'Asia centrale.

    Dopo due anni di scontri e 140.000 morti (di cui oltre 100.000 civili) la guerriglia comandata da Aslan Maskhadov - succeduto a Dudayev, dopo la sua morte in un bombardamento russo - scatena una violenta controffensiva ed infligge pesanti perdite alle truppe federali: alla fine di agosto 1996 vengono firmati gli accordi di pace a Khasaviurt.

    Segue un periodo di transizione, in cui il governo russo accetta (apparentemente) di riconoscere la Cecenia come repubblica indipendente; nel frattempo Maskhadov deve spartire il potere con gli influenti "signori della guerra" locali, su tutti il sanguinario comandante Shamil Basayev, e la popolazione già stremata dalla guerra si trova sotto il giogo di mafiosi, contrabbandieri e criminalità comune.

    Un clima sociale così disastroso favorisce l'arruolamento di centinaia di giovani in gruppi islamici radicali promossi da "predicatori" spesso provenienti da Paesi arabi, che unitamente agli uomini di Basayev e del giordano Amir Khattab accarezzavano l'idea di trasformare la Cecenia in un "principato islamico", esteso anche alla vicina repubblica autonoma del Daghestan; il tutto con blanda opposizione da parte dell'inizialmente moderato Maskhadov, secondo alcuni trascinato quasi con la forza in queste attività allo scopo di impedire il dilagare di scontri interni.

    La seconda guerra (1999-oggi)


    L'amministrazione russa non sta certo a guardare, ed attende l'occasione per "ristabilire l'ordine" nella provincia, e vendicare la cocente sconfitta del 1996; come nel 1994, tutto inizia con oscure manovre di destabilizzazione ed addirittura di finanziamento nei confronti delle fazioni più estremiste del debole governo ceceno.
    La situazione adatta giunge nell'agosto 1999, quando uomini di Khattab e Basayev invadono il Daghestan, venendo in breve tempo ricacciati dall'aviazione e dall'artiglieria di Mosca (nonostante i suoi soldati avessero "inspiegabilmente" allentato la sorveglianza dei confini qualche tempo prima dell'offensiva).

    E' l'inizio di una nuova tragedia: nel settembre dello stesso anno, diversi palazzi residenziali della capitale russa saltano in aria, uccidendo più di 300 civili; il Cremlino accusa i combattenti di Basayev, che avrebbero agito "in rappresaglia alla sconfitta in Daghestan", ma ex ufficiali dei servizi segreti sostengono in realtà che il governo abbia inscenato una finta provocazione per giustificare la seconda invasione della Cecenia; in tale contesto è probabile che la guerra sia servita anche a promuovere il nuovo (e sconosciuto) presidente russo Vladimir Putin come "uomo forte", capace di riprendersi la repubblica caucasica con una "guerra-lampo".

    Ottobre 1999 : le truppe regolari entrano in Cecenia, dando origine ad una spirale di violenza e massacri di civili: nel giro di diversi mesi cadono tutte le principali città, fra cui la capitale Grozny (sottoposta ad un sanguinoso assedio, nel quasi completo silenzio della Comunità Internazionale), Gudermes, Argun e Vedeno, ma parallelamente cambia la tattica dei ribelli, che trasformano il conflitto in una situazione di guerriglia permanente: sacche di resistenza permangono infatti nei maggiori centri urbani (Grozny su tutti), e soprattutto nelle montagne a sud.

    La situazione attuale, tra guerra e terrore


    Attualmente, decine di soldati russi (in gran parte giovani e privi di esperienza, mandati praticamente al macello) vengono uccisi ogni mese dagli indipendentisti, meglio armati ed equpaggiati, anche se di numero inferiore rispetto ai militari (quasi 100.000 uomini contrapposti a poche migliaia).

    Di fronte agli attacchi pressochè quotidiani, le autorità di Mosca e del nuovo governo ceceno filorusso, con sede a Grozny, tentano di nascondere la realtà dei fatti affermando continuamente che "le ostilità sono praticamente concluse" e che nella provincia è in atto un "processo di normalizzazione".

    Per tentare di offrire sostegno a questa tesi, nel 2003 Putin ha indetto un referendum costituzionale (che avrebbe dovuto conferire una "larga autonomia" al governo locale); inoltre, si sono svolte delle elezioni presidenziali che hanno visto la vittoria dell'ex leader religioso islamico Akhmad Kadyrov; anche stavolta si è trattato di un voto pilotato dal Cremlino, preceduto da una campagna costellata da irregolarità, violenze ed intimidazioni verso gli altri candidati.

    Purtroppo, nonostante i combattimenti non abbiano più raggiunto l'intensità del triennio 1999-2001, queste elezioni hanno comunque assunto il carattere di una farsa, e non hanno contribuito in alcun modo al miglioramento della tragica situazione dei civili. Inoltre, l'elezione di Kadyrov ha avuto l'effetto di giustificare le azioni dei famigerati OMON, le milizie paramilitari dirette da suo figlio Razman, la cui attività si sta rapidamente espandendo in tutto il territorio.

    Un'altra grave questione è che, sulla scia degli attentati dell'11 settembre 2001, la Russia stia cercando di convincere l'opinione pubblica mondiale che in Cecenia "non si sta più combattendo una guerra, quanto piuttosto un'operazione antiterrorismo": si fa insomma leva sulle connessioni esistenti tra i gruppi più radicali della guerriglia (dipendenti da Basayev) e reti fondamentaliste internazionali, fra cui il Wahabismo saudita, per nascondere le gravissime violazioni dei diritti umani commesse dalle forze regolari.

    Sin dall'inizio del conflitto, infatti, numerosissime organizzazioni umanitarie hanno denunciato la violenza delle truppe russe contro la popolazione, accusata di offrire sostegno ai ribelli: sono stati descritti innumerevoli episodi di rastrellamenti, massacri, esecuzioni sommarie, torture, sparizioni (che avvengono tuttora con una media di 80 al mese), rapine e sequestri a scopo di estorsione; si calcola che il numero delle vittime civili, dal 1999 ad oggi, sia compreso tra 80.000 e 100.000, mentre i profughi rifugiatisi nei precari campi di accoglienza delle regioni vicine sarebbero oltre 400.000.

    Crimini simili sono stati anche attribuiti alla guerriglia, che si è talvolta resa responsabile di stragi di civili che avevano "collaborato con gli invasori"; ancora oggi gli omicidi di funzionari del governo filorusso, definiti "traditori nazionali", rapimenti ed agguati a scopo di rapina sono all'ordine del giorno.

    Il fronte della guerriglia

    A quanto pare, negli ultimi anni sarebbero sorte forti divisioni all'interno della componente dei ribelli, che secondo diversi osservatori si sarebbero approssimativamente distinti in "moderati" ed "integralisti"; i primi, forse meno organizzati, opererebbero quasi esclusivamente per "vendicare gli eccidi commessi dai militari russi"; la seconda fazione, ben più temibile, si trova sotto le dirigenze di sanguinari e folli "signori della guerra" quali Basayev e Ruslan Gelayev.

    Questi, connessi probabilmente col terrorismo internazionale (che convoglierebbe ingenti quantitativi di denaro nella regione per finanziare le attività armate), ma anche con la mafia, narcotraffico e contrabbando locale, starebbero creando una situazione di "guerra permanente" in Cecenia, con tutti i "benefici" derivati da questo fiorente business.

    La strategia di Basayev, che evidentemente utilizza come puro pretesto le sofferenze della popolazione cecena, si sta concretizzando attraverso l'attuazione di sanguinosi attacchi terroristici in Cecenia, nella Russia meridionale e persino a Mosca, che hanno finora provocato centinaia di vittime civili; gli ultimi due anni sono stati costellati di esplosioni di camion-bomba contro gli edifici del governo filorusso, vedove di guerra che si fanno saltare in aria in mezzo alla folla, bombe sui treni e contro manifestazioni pubbliche; tuttavia, viste le precedenti esperienze, è difficile non pensare anche a "manipolazioni" russe.

    Ma l'azione più eclatante è stata senza dubbio il sequestro del teatro Dubrovka, a Mosca (ottobre 2002), a cui gli Spetsnaz russi replicarono brutalmente utilizzando un gas che uccise più di 160 ostaggi, oltre all'intero commando ceceno.

    Nessuno spiraglio diplomatico

    Gli estremisti sembrano accettare il dialogo con la Russia solo a parole, mentre sul campo gli attacchi continuano; d'altra parte l'atteggiamento del Cremlino rifiuta categoricamente qualsiasi negoziato con la guerriglia, inclusa quella "moderata", rappresentata da Maskhadov e dal suo segretario Akhmed Zakayev, quest'ultimo rifugiatosi a Londra nonostante le ire di Putin.

    Tuttavia, il ruolo del presidente indipendentista è estremamente controverso, soprattutto riguardo ai legami con Basayev, comunque non così stretti come sottolinea la propaganda della guerriglia. Lasciano perplessi i suoi proclami, in cui ci si pronuncia "favorevoli ad una trattativa con Mosca", e successivamente si minacciano "bagni di sangue" in caso di mancata risposta da parte del Cremlino.

    Neppure i Paesi occidentali sembrano avere la capacità (o la volontà) di trovare una soluzione a questa tragedia che dura ormai da nove anni; alcuni politici, sia per ignoranza, sia per timore di veder scadere le relazioni commerciali con la Russia, appoggiano appieno la teoria "antiterrorista" di Putin, condannando gli attentati suicidi ma non menzionando affatto le stragi e le devastazioni governative.

    Chi invece avanza qualche polemica viene immediatamente bollato dal diplomatico di turno come "autore di ingerenze negli affari interni", o quanto peggio "amico dei terroristi".

    Altrettanto scandalosa è la recente bocciatura di una risoluzione del Parlamento Europeo che condannasse la politica del Cremlino; e i conseguenti appelli (fra l'altro) di Amnesty International e Human Rights Watch sono caduti nel vuoto.

    Oggi la Cecenia è un gigantesco cumulo di macerie, ancora scossa da combattimenti e resa insicura dalle incursioni ( "zachistkas" ) delle forze russe e locali, oltrechè dominata da estrema povertà e pessime condizioni igienico-sanitarie. Grozny, che secondo i generali di Mosca avebbe dovuto essere "rasa al suolo in quanto capitale della corruzione, e ricostruita altrove", è ancora in piedi, così come gli altri centri urbani, in cui ogni notte risuonano sparatorie e colpi di artiglieria.

    Si ha la sensazione che, senza un adeguato intervento politico internazionale, questa situazione sia destinata a permanere per un tempo estremamente lungo.

    D.Bertulu

    Grozny prima della guerra


    Grozny dopo la guerra

 

 
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